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Perennità della Pasqua:

un luogo, un discepolo,

un cammino

Domenica II di Pasqua B

papa Francesco

a cura di Gianfranco Venturi 

Tommaso icona

20,19-31 Un luogo, un discepolo e un libro [1]

Il passo del Vangelo che abbiamo ascoltato (cfr Gv 20,19-31) ci parla di un luogo, di un discepolo e di un libro.

1. Un luogo …
dove il Risorto si rende presente con i suoi doni pasquali…
Il luogo è quello dove si trovavano i discepoli la sera di Pasqua: di esso si dice solo che le sue porte erano chiuse (cfr v. 19). Otto giorni dopo, i discepoli si trovavano ancora in quella casa, e le porte erano ancora chiuse (cfr v. 26). Gesù vi entra, si pone in mezzo e porta la sua pace, lo Spirito Santo e il perdono dei peccati: in una parola, la misericordia di Dio.

 

… invita ad uscire..
Dentro questo luogo chiuso risuona forte l’invito che Gesù rivolge ai suoi: “Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi” (v. 21).
Gesù manda. Lui desidera, fin dall’inizio, che la Chiesa sia in uscita, vada nel mondo. E vuole che lo faccia così come lui stesso ha fatto, come lui è stato mandato nel mondo dal Padre: non da potente, ma nella condizione di servo (cfr Fil 2,7), non “per farsi servire, ma per servire” (Mc 10,45) e per portare il lieto annuncio (cfr Lc 4,18); così anche i suoi sono inviati, in ogni tempo. Colpisce il contrasto: mentre i discepoli chiudevano le porte per timore, Gesù li invia in missione; vuole che aprano le porte ed escano a diffondere il perdono e la pace di Dio, con la forza dello Spirito Santo.

… un invito rivolto anche a noi
Questa chiamata è anche per noi. Come non sentirvi l’eco del grande invito di san Giovanni II: “Aprite le porte!”? Tuttavia, nella nostra vita di sacerdoti e consacrati può esserci spesso la tentazione di rimanere un po’ rinchiusi, per timore o per comodità, in noi stessi e nei nostri ambiti. La direzione che Gesù indica è però a senso unico: uscire da noi stessi. È un viaggio senza biglietto di ritorno. Si tratta di compiere un esodo dal nostro io, di perdere la vita per lui (cfr Mc 8,35), seguendo la via del dono di sé. D’altra parte, Gesù non ama le strade percorse a metà, le porte lasciate socchiuse, le vite a doppio binario. Chiede di mettersi in cammino leggeri, di uscire rinunciando alle proprie sicurezze, saldi solo in lui.

… per una vita fatta di amore, servizio e disponibilità
In altre parole, la vita dei suoi discepoli più intimi, quali siamo chiamati ad essere, è fatta di amore concreto, cioè di servizio e disponibilità; è una vita dove non esistono spazi chiusi e proprietà private per i propri comodi – almeno non devono esistere. Chi ha scelto di conformare tutta l’esistenza a Gesù non sceglie più i propri luoghi, ma va là dove è mandato; pronto a rispondere a chi lo chiama, non sceglie più nemmeno i propri tempi. La casa dove abita non gli appartiene, perché la Chiesa e il mondo sono i luoghi aperti della sua missione. Il suo tesoro è porre il Signore in mezzo alla vita, senza ricercare altro per sé. Fugge così le situazioni appaganti che lo metterebbero al centro, non si erge sui traballanti piedistalli dei poteri del mondo e non si adagia nelle comodità che infiacchiscono l’evangelizzazione; non spreca tempo a progettare un futuro sicuro e ben retribuito, per non rischiare di diventare isolato e cupo, rinchiuso nelle pareti anguste di un egoismo senza speranza e senza gioia. Contento nel Signore, non si accontenta di una vita mediocre, ma brucia del desiderio di testimoniare e di raggiungere gli altri; ama rischiare ed esce, non costretto da percorsi già tracciati, ma aperto e fedele alle rotte indicate dallo Spirito: contrario al vivacchiare, si rallegra di evangelizzare.

2. Un discepolo

…che ci assomiglia
Nel Vangelo odierno, in secondo luogo, emerge la figura dell’unico discepolo nominato, Tommaso. Nel suo dubbio e nella sua ansia di voler capire, questo discepolo, anche piuttosto ostinato, un po’ ci assomiglia e ci risulta anche simpatico. Senza saperlo, egli ci fa un grande regalo: ci porta più vicino a Dio, perché Dio non si nasconde a chi lo cerca. Gesù gli mostra le sue piaghe gloriose, gli fa toccare con mano l’infinita tenerezza di Dio, i segni vivi di quanto ha patito per amore degli uomini.
Per noi discepoli, è tanto importante mettere la nostra umanità a contatto con la carne del Signore, cioè portare a Lui, con fiducia e con totale sincerità, fino in fondo, quello che siamo.

… ci assomiglia in tutto
Gesù, come disse a santa Faustina, è contento che gli parliamo di tutto, non si stanca delle nostre vite che già conosce, attende la nostra condivisione, persino il racconto delle nostre giornate (cfr Diario, 6 settembre1937). Così si cerca Dio, in una preghiera che sia trasparente e non dimentichi di confidare e affidare le miserie, le fatiche e le resistenze. Il cuore di Gesù è conquistato dall’apertura sincera, da cuori che sanno riconoscere e piangere le proprie debolezze, fiduciosi che proprio lì agirà la divina misericordia. Che cosa ci chiede Gesù? Egli desidera cuori veramente consacrati, che vivono del perdono ricevuto da Lui, per riversarlo con compassione sui fratelli. Gesù cerca cuori aperti e teneri verso i deboli, mai duri; cuori docili e trasparenti, che non dissimulano di fronte a chi ha il compito nella Chiesa di orientare il cammino. Il discepolo non esita a porsi domande, ha il coraggio di abitare il dubbio e di portarlo al Signore, ai formatori e ai superiori, senza calcoli e reticenze. Il discepolo fedele attua un discernimento vigile e costante, sapendo che il cuore va educato ogni giorno, a partire dagli affetti, per fuggire ogni doppiezza negli atteggiamenti e nella vita.

…e trova in Gesù il tutto della vita
L’apostolo Tommaso, alla fine della sua appassionata ricerca, non è solo giunto a credere nella risurrezione, ma ha trovato in Gesù il tutto della vita, il suo Signore; gli ha detto: “Mio Signore, mio Dio” (v. 28). Ci farà bene, oggi e ogni giorno, pregare queste splendide parole, con cui dirgli: sei l’unico mio bene, la strada del mio cammino, il cuore della mia vita, il mio tutto.

3. Un libro:

è il Vangelo, nel quale non sono stati scritti i molti altri segni compiuti da Gesù (v. 30). Dopo il grande segno della sua misericordia, potremmo intendere, non è stato più necessario aggiungere altro.

… un libro aperto, dalla pagine ancora bianche, da scrivere…
C’è però ancora una sfida, c’è spazio per i segni compiuti da noi, che abbiamo ricevuto lo Spirito dell’amore e siamo chiamati a diffondere la misericordia. Si potrebbe dire che il Vangelo, libro vivente della misericordia di Dio, che va letto e riletto continuamente, ha ancora delle pagine bianche in fondo: rimane un libro aperto, che siamo chiamati a scrivere con lo stesso stile, compiendo cioè opere di misericordia. Vi domando, cari fratelli e sorelle: le pagine del libro di ciascuno di voi, come sono? Sono scritte ogni giorno? Sono scritte un po’ sì e un po’ no? Sono in bianco? Ci aiuti in questo la Madre di Dio: ella, che ha pienamente accolto la Parola di Dio nella vita (cfr Lc 8,20-21), ci dia la grazia di essere scrittori viventi del Vangelo; la nostra Madre di misericordia ci insegni a prenderci cura concretamente delle piaghe di Gesù nei nostri fratelli e sorelle che sono nel bisogno, dei vicini come dei lontani, dell’ammalato come del migrante, perché servendo chi soffre si onora la carne di Cristo.

… con l’aiuto di Maria
La Vergine Maria ci aiuti a spenderci fino in fondo per il bene dei fedeli a noi affidati e a farci carico gli uni degli altri, come veri fratelli e sorelle nella comunione della Chiesa, nostra santa Madre.
Cari fratelli e sorelle, ciascuno di noi custodisce nel cuore una pagina personalissima del libro della misericordia di Dio: è la storia della nostra chiamata, la voce dell’amore che ha attirato e trasformato la nostra vita, portandoci a lasciare tutto sulla Parola e a seguirlo (cfr Lc 5,11). Ravviviamo oggi, con gratitudine, la memoria della sua chiamata, più forte di ogni resistenza e fatica. Continuando la Celebrazione eucaristica, centro della nostra vita, ringraziamo il Signore, perché è entrato nelle nostre porte chiuse con la sua misericordia; perché, come Tommaso, ci ha chiamato per nome; perché ci dà la grazia di continuare a scrivere il suo Vangelo di amore.

Gv 20,19 Anche oggi c’è la tentazione delle porte chiuse [2]

Il Maestro ci precede e ci spinge sulla strada
Da quella benedetta alba della domenica della storia, risuonano nel tempo e nello spazio le parole dell’angelo che accompagnano l’annuncio della risurrezione: “Andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro: “Egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete” (Mc 16,7).
Il Maestro ci precede sempre, egli ci cammina davanti (Lc 19,28) e, per questo, ci spinge sulla strada, ci insegna a non restare fermi. Se c’è qualcosa di assolutamente contrario all’evento pasquale è il dire: “Siamo qui, che vengano”. Il vero discepolo conosce e si prende cura di un mandato che dà identità, senso e bellezza al suo credere: “Andate...” (Mt 28,19). Allora sì che l’annuncio sarà kerigma; la religione, vita piena; il discepolo, un cristiano autentico.

La tentazione di chiudersi
La tentazione del chiudersi, della paura paralizzante ha accompagnato anche i primi passi dei seguaci di Gesù: “Mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore ...” (Gv 20,19). Oggi come ieri possiamo avere paura. Anche oggi molte volte stiamo con le porte chiuse.

La Chiesa non può ripiegarsi su se stessa
“La Chiesa non può ripiegare rispetto a chi vede solo confusione, pericoli e minacce, o a chi pretende di coprire la varietà e la complessità delle situazioni con una coperta di ideologie logore o di aggressioni irresponsabili. È necessario confermare, rinnovare e rivitalizzare la novità del Vangelo, radicata nella nostra storia, a partire da un incontro personale e comunitario con Gesù Cristo, che susciti discepoli e missionari. Questo non dipende tanto da grandi programmi e strutture, quanto piuttosto da uomini e donne nuovi, che incarnino tale tradizione e novità, come discepoli di Gesù Cristo e missionari del suo Regno, protagonisti di vita nuova per un’America Latina che vuole rincontrare se stessa con la luce e la forza dello Spirito.

…. e ridursi a bagaglio di conoscenza
“Non può resistere agli urti del tempo una fede cattolica ridotta a un bagaglio di conoscenze, a un’elencazione di alcune norme e proibizioni, a pratiche frammentate di devozioni, a un’adesione selettiva e parziale alle verità della fede, alla partecipazione occasionale ad alcuni sacramenti, alla ripetizione di prìncipi dottrinali, a moralismi blandi o esasperati, che non trasformano la vita dei battezzati. La minaccia più grande per noi “è il grigio pragmatismo della vita quotidiana della Chiesa, nel quale in apparenza ogni cosa procede normalmente, ma in realtà la fede si logora e decade nella meschinità Tocca a tutti noi “ricominciare da Cristo” (cfr. NMI 28-29), riconoscendo che “all’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva" (DCE1) (DA 11-12).

20,18 “Gioirono al vedere il Signore” (LF 30)

La dinamica della fede: dall’ascoltare-vedere …

La connessione tra il vedere e l’ascoltare, come organi di conoscenza della fede, appare con la massima chiarezza nel Vangelo di Giovanni. Per il quarto Vangelo, credere è ascoltare e, allo stesso tempo, vedere. L’ascolto della fede avviene secondo la forma di conoscenza propria dell’amore: è un ascolto personale, che distingue la voce e riconosce quella del Buon Pastore (cfr Gv 10,3-5); un ascolto che richiede la sequela, come accade con i primi discepoli che, “sentendolo parlare così, seguirono Gesù” (Gv 1,37). D’altra parte, la fede è collegata anche alla visione. A volte, la visione dei segni di Gesù precede la fede, come con i giudei che, dopo la risurrezione di Lazzaro, “alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui” (Gv 11,45). Altre volte, è la fede che porta a una visione più profonda: “Se crederai, vedrai la gloria di Dio” (Gv 11,40). Alla fine, credere e vedere s’intrecciano: “Chi crede in me [.] crede in colui che mi ha mandato; chi vede me, vede colui che mi ha mandato” (Gv 12,44-45). Grazie a quest’unione con l’ascolto, il vedere diventa sequela di Cristo, e la fede appare come un cammino dello sguardo, in cui gli occhi si abituano a vedere in profondità. E così, il mattino di Pasqua, si passa da Giovanni che, ancora nel buio, davanti al sepolcro vuoto, “vide e credette” (Gv 20,8); a Maria Maddalena che, ormai, vede Gesù (cfr Gv 20,14) e vuole trattenerlo, ma è invitata a contemplarlo nel suo cammino verso il Padre; fino alla piena confessione della stessa Maddalena davanti ai discepoli: “Ho visto il Signore!” (Gv 20,18).

… e credere in Gesù
Come si arriva a questa sintesi tra l’udire e il vedere? Diventa possibile a partire dalla persona concreta di Gesù, che si vede e si ascolta. Egli è la Parola fatta carne, di cui abbiamo contemplato la gloria (cfr Gv 1,14). La luce della fede è quella di un Volto in cui si vede il Padre. Infatti, la verità che la fede coglie è, nel quarto Vangelo, la manifestazione del Padre nel Figlio, nella sua carne e nelle sue opere terrene, verità che si può definire come la “vita luminosa” di Gesù. Ciò significa che la conoscenza della fede non ci invita a guardare una verità puramente interiore. La verità che la fede ci dischiude è una verità centrata sull’incontro con Cristo, sulla contemplazione della sua vita, sulla percezione della sua presenza. In questo senso, san Tommaso d’Aquino parla dell’oculata fides degli Apostoli - fede che vede davanti alla visione corporea del Risorto. Hanno visto Gesù risorto con i loro occhi e hanno creduto, hanno, cioè, potuto penetrare nella profondità di quello che vedevano per confessare il Figlio di Dio, seduto alla destra del Padre.

20,19.20 Chi segue Cristo riceve la vera pace [3]

Nel Vangelo abbiamo ascoltato queste parole: “Venite a me, voi tutti, che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore” (Mt 11,28-29). San Francesco ci testimonia: chi segue Cristo, riceve la vera pace, quella che solo lui, e non il mondo, ci può dare. San Francesco viene associato da molti alla pace, ed è giusto, ma pochi vanno in profondità. Qual è la pace che Francesco ha accolto e vissuto e ci trasmette? Quella di Cristo, passata attraverso l’amore più grande, quello della Croce. È la pace che Gesù Risorto donò ai discepoli quando apparve in mezzo a loro (cfr Gv 20,19.20).
La pace francescana non è un sentimento sdolcinato. Per favore: questo san Francesco non esiste! E neppure è una specie di armonia panteistica con le energie del cosmo… Anche questo non è francescano! Anche questo non è francescano, ma è un’idea che alcuni hanno costruito! La pace di san Francesco è quella di Cristo, e la trova chi “prende su di sé” il suo “giogo”, cioè il suo comandamento: Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato (cfr Gv 13,34; 15,12). E questo giogo non si può portare con arroganza, con presunzione, con superbia, ma solo si può portare con mitezza e umiltà di cuore.

20,19.21.26 Essere partecipi della pace della resurrezione [4]

La pace è consegna definitiva del trionfo di Gesù
Il saluto di Cristo risorto, “Pace a voi!” (Gv 20,19.21.26) è la consegna del trionfo definitivo. Condividerla, riceverla, significa essere già partecipi della pace della resurrezione. La pace dev’essere lo stato abituale di un religioso, di un sacerdote perché, in quanto mediatore, mantiene il suo cuore ancorato al sommo bene, ai “beni di lassù”: “I nostri cuori siano fissi laddove sono le vere gioie” ci fa chiedere la liturgia.

È pace vera, non illusoria
Non dobbiamo confondere la pace vera con quella illusoria. La seconda è quella dell’ignoranza, quella dell’io candido che schiva la difficoltà, quella del ricco Epulone che ignora Lazzaro. La vera pace cresce nella tensione di due elementi contrari: è accettazione di un presente in cui ci riconoscia-mo deboli e peccatori e, al tempo stesso, superamento dello stesso presente come se già fossimo liberati dal limite del peccato. Sant’Ignazio ci fa entrare varie volte in questa tensione esplicitata nella sua “teologia del “come se” (“come se fossi presente” ci fa sentire nel presepe; e per fare una buona scelta ci fa pensare “come se” fossimo in articulo mortis o nel giorno del giudizio; ES 186-187). Il luogo di questa pace è il cuore: qui abita la presenza di Gesù che ci dà sicurezza.

È esigente
In questa pace si coltivano il coraggio apostolico (parresia) e la pazienza apostolica (hypomoné). Vivere la pace infatti non significa mantenere la tranquillità. Qui non si tratta della pace facile, bensì di quella esigente, che non sopprime la fragilità e i difetti e ci permette di compiere la scelta e di trovare la volontà di Dio. Non è la pace del mondo (Gv 14,27), ma quella del Signore (Gv 16,33).

Va tramessa
Il nostro Dio è il Dio della pace (Rm 15,33), che ha voluto darla a noi pacificandoci in suo Figlio (Rm 5,1), affinché anche noi la trasmettessimo e fosse vincolo di unione per proteggere l’unità (Ef 4,3). Ci è stata annunciata ufficialmente, per tutti, la notte di Natale (Lc 2,14), e la sua eco giunge fino alla domenica delle Palme (Lc 19,38). Ci è stato chiesto di cercarla orientando i nostri passi verso di essa (Le 1,79), perché siamo stati tutti chiamati a vivere in pace (1 Cor 7,15), in quella pace che custodisce i nostri cuori e i nostri pensieri (Fil 4,7) e ci ispira a cercare la pace con tutti (Eb 12,14). Respingerla ci allontana dal timore di Dio (Rm 3,17) e rattrista il cuore di Cristo (Lc 19,42).

È beatitudine per combattere per il regno
La pace è una beatitudine (Mt 5,9) e la cerchiamo perché, in essa e con essa, dobbiamo combattere per il regno. Il Signore ci ha avvertiti: è venuto a portare la guerra (Mt 10,34), a farci partecipare alla stessa guerra che Egli combatte, avendo dato al Demonio un certo potere di togliere la pace dalla terra (Ap 6,4); ma infine Egli, il Dio della pace, schiaccerà Satana (Rm 16,20).

Definisce lo “stile di battaglia”
In questa guerra contro il Maligno la pace consolida il nostro valore, non lascia che nulla ci intimorisca davanti agli avversari (Fil 1,28) e, soprattutto, definisce lo “stile di battaglia”, uno stile che nasce da quella pace, combatte in pace e coltiva la pace: “Ma se avete nel vostro cuore gelosia amara e spirito di contesa, non vantatevi e non dite menzogne contro la verità. Non è questa la sapienza che viene dall’alto: è terrestre, materiale, diabolica; perché dove c’è gelosia e spirito di contesa, c’è disordine e ogni sorta di cattive azioni. Invece la sapienza che viene dall’alto anzitutto è pura, poi pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, imparziale e sincera. Per coloro che fanno opera di pace viene seminato nella pace un frutto di giustizia” (Gc 3,14-18).

È radicata nel conforto
Ci farà bene se, in queste meditazioni sui misteri della resurrezione del Signore, guardiamo a lui come al portatore della pace. Questo è il senso del “considerare il compito di consolatore che Cristo nostro Signore svolge, paragonandolo al modo con cui gli amici sono soliti consolare gli altri” (ES 224). La pace è radicata nel conforto: sa consolare soltanto chi prima si è lasciato consolare dal Signore stesso. E ci farà bene sentire lo sguardo benevolo e profondo del Signore mentre, conoscendo tutto, ci dice con tenerezza: “Va’ in pace, la tua fede ti ha salvato” (Mc 5,34; Lc 7,50; 8,48)

20,19.21.26 I frutti della vittoria dell’amore di Dio sul male [5]

La pace, dono del Risorto
“Pace a voi!” Non è un saluto, e nemmeno un semplice augurio: è un dono, anzi, il dono prezioso che Cristo offre ai suoi discepoli dopo essere passato attraverso la morte e gli inferi. Dona la pace, come aveva promesso: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi” (Gv 14,27). Questa pace è il frutto della vittoria dell’amore di Dio sul male, è il frutto del perdono. Ed è proprio così: la vera pace, quella profonda, viene dal fare esperienza della misericordia di Dio […].

La beatitudine della fede
Il Vangelo di Giovanni ci riferisce che Gesù apparve due volte agli Apostoli chiusi nel Cenacolo: la prima, la sera stessa della Risurrezione, e quella volta non c’era Tommaso, il quale disse: se io non vedo e non tocco, non credo. La seconda volta, otto giorni dopo, c’era anche Tommaso. E Gesù si rivolse proprio a lui, lo invitò a guardare le ferite, a toccarle; e Tommaso esclamò: “Mio Signore e mio Dio!” (Gv 20,28). Gesù allora disse: “Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!” (v. 29). E chi erano questi che avevano creduto senza vedere? Altri discepoli, altri uomini e donne di Gerusalemme che, pur non avendo incontrato Gesù risorto, credettero sulla testimonianza degli Apostoli e delle donne. Questa è una parola molto importante sulla fede, possiamo chiamarla la beatitudine della fede. Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto: questa è la beatitudine della fede!
In ogni tempo e in ogni luogo sono beati coloro che, attraverso la Parola di Dio, proclamata nella Chiesa e testimoniata dai cristiani, credono che Gesù Cristo è l’amore di Dio incarnato, la Misericordia incarnata. E questo vale per ciascuno di noi!

Lo Spirito Santo per la remissione dei peccati
Agli Apostoli Gesù donò, insieme con la sua pace, lo Spirito Santo, perché potessero diffondere nel mondo il perdono dei peccati, quel perdono che solo Dio può dare, e che è costato il Sangue del Figlio (cfr Gv 20,21-23). La Chiesa è mandata da Cristo risorto a trasmettere agli uomini la remissione dei peccati, e così far crescere il Regno dell’amore, seminare la pace nei cuori, perché si affermi anche nelle relazioni, nelle società, nelle istituzioni. E lo Spirito di Cristo Risorto scaccia la paura dal cuore degli Apostoli e li spinge ad uscire dal Cenacolo per portare il Vangelo. Abbiamo anche noi più coraggio di testimoniare la fede nel Cristo Risorto! Non dobbiamo avere paura di essere cristiani e di vivere da cristiani! Noi dobbiamo avere questo coraggio, di andare e annunciare Cristo Risorto, perché Lui è la nostra pace, Lui ha fatto la pace, con il suo amore, con il suo perdono, con il suo sangue, con la sua misericordia.

20,20 Una catechesi segnata dall’allegria [6]

Per questo oso esortarvi insieme all’apostolo Paolo: “Rallegratevi, rallegratevi sempre nel Signore”. Che la catechesi che servite con tanto amore sia segnata da questa allegria, frutto della vicinanza del Signore risorto (“i discepoli si riempirono di gioia quando videro il Signore”, Gv 20, 20), che permette anche di scoprire la vostra bontà e la disponibilità alla chiamata del Signore.
E non permettere mai che il cattivo spirito rovini l’opera alla quale siete convocati. Cattivo spirito che ha manifestazioni molto concrete, facili da scoprire: l’arrabbiatura, il maltrattamento, la chiusura, il disprezzo, la sottovalutazione, la routine, la mormorazione, il pettegolezzo ...

20,20.27 Il Risorto esercita il sacerdozio dell’intercessione [7]

Il sacerdozio di Cristo si esercita in tre momenti: nel sacrificio della croce (e in questo senso è stato “una volta per sempre”); attualmente (come intercessore presso il Padre, Eb 7,25); e alla fine dei tempi (“senza alcuna relazione con il peccato”, Eb 9,28), quando Cristo consegnerà tutta la creazione al Padre. Nel secondo momento, quello attuale, Gesù Cristo esercita l’intercessione sacerdotale per noi: “Poiché resta per sempre, possiede un sacerdozio che non tramonta. Perciò può salvare perfettamente quelli che per mezzo di lui si avvicinano a Dio: egli infatti è sempre vivo per intercedere a loro favore (Eb 7, 24-25). Gesù Cristo è vivo e intercede in tutta la sua pienezza di uomo e di Dio: “Poiché abbiamo un sommo sacerdote grande, che è passato attraverso i cieli, Gesù il Figlio di Dio, manteniamo ferma la professione della fede. Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia prendere parte alle nostre debolezze: egli stesso è stato messo alla prova in ogni cosa come noi, escluso il peccato” (Eb 4, 14ss). Nei misteri della risurrezione, Gesù, già costituito Signore, mostra il suo corpo, si lascia toccare le piaghe, la carne (Gv 20,20.27; Lc 24,39.42). Quel corpo, quelle piaghe, quella carne sono intercessione. E anzi: non c’è altra via di accesso al Padre se non questa.
Il Padre vede la carne del Figlio e la fa accedere alla salvezza... Troviamo il Padre nelle piaghe di Cristo. Egli è vivo, così, nella sua carne gloriosa, ed è vivente in noi.
Partecipare alla sua carne, portare pazienza con lui nella sua passione per partecipare anche alla sua glorificazione: questo è il concetto chiave della Lettera agli Ebrei: “Noi abbiamo un altare le cui offerte non possono essere mangiate da quelli che prestano servizio nel Tempio” (Eb 13, 10). Questo altare è Cristo, il suo corpo appeso alla croce.

20,19-31 “Toccare” il mistero pasquale [8]

Le due apparizioni
Il Vangelo di Giovanni ci documenta le due apparizioni di Gesù Risorto agli Apostoli riuniti nel Cenacolo: quella della sera di Pasqua, assente Tommaso, e quella dopo otto giorni, presente Tommaso. La prima volta, il Signore mostrò le ferite del suo corpo ai discepoli, fece il segno di soffiare su di loro e disse: “Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi” (Gv 20,21). Trasmette ad essi la sua stessa missione, con la forza dello Spirito Santo.
Ma quella sera mancava Tommaso, il quale non volle credere alla testimonianza degli altri. “Se non vedo e non tocco le sue piaghe – disse –, io non credo” (cfr Gv 20,25). Otto giorni dopo – cioè proprio come oggi – Gesù ritorna a presentarsi in mezzo ai suoi e si rivolge subito a Tommaso, invitandolo a toccare le ferite delle sue mani e del suo fianco. Viene incontro alla sua incredulità, perché, attraverso i segni della passione, possa raggiungere la pienezza della fede pasquale, cioè la fede nella risurrezione di Gesù.

Tommaso vuole fare un’esperienza personale
Tommaso è uno che non si accontenta e cerca, intende verificare di persona, compiere una propria esperienza personale. Dopo le iniziali resistenze e inquietudini, alla fine arriva anche lui a credere, pur avanzando con fatica, ma arriva alla fede. Gesù lo attende pazientemente e si offre alle difficoltà e alle insicurezze dell’ultimo arrivato. Il Signore proclama “beati” quelli che credono senza vedere (cfr v. 29) – e la prima di questi è Maria sua Madre –, però viene incontro anche all’esigenza del discepolo incredulo: “Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani…” (v. 27).
Al contatto salvifico con le piaghe del Risorto, Tommaso manifesta le proprie ferite, le proprie piaghe, le proprie lacerazioni, la propria umiliazione; nel segno dei chiodi trova la prova decisiva che era amato, che era atteso, che era capito. Si trova di fronte un Messia pieno di dolcezza, di misericordia, di tenerezza. Era quello il Signore che cercava, lui, nelle profondità segrete del proprio essere, perché aveva sempre saputo che era così.

Anche noi cerchiamo di “toccare” il mistero pasquale
E quanti di noi cerchiamo nel profondo del cuore di incontrare Gesù, così come è: dolce, misericordioso, tenero! Perché noi sappiamo, nel profondo, che Lui è così. Ritrovato il contatto personale con l’amabilità e la misericordiosa pazienza del Cristo, Tommaso comprende il significato profondo della sua Risurrezione e, intimamente trasformato, dichiara la sua fede piena e totale in Lui esclamando: “Mio Signore e mio Dio!” (v. 28). Bella, bella espressione, questa di Tommaso!
Egli ha potuto “toccare” il Mistero pasquale che manifesta pienamente l’amore salvifico di Dio, ricco di misericordia (cfr Ef 2,4). E come Tommaso anche tutti noi: in questa seconda Domenica di Pasqua siamo invitati a contemplare nelle piaghe del Risorto la Divina Misericordia, che supera ogni umano limite e risplende sull’oscurità del male e del peccato […]. Teniamo lo sguardo rivolto a Lui, che sempre ci cerca, ci aspetta, ci perdona; tanto misericordioso, non si spaventa delle nostre miserie. Nelle sue piaghe ci guarisce e perdona tutti i nostri peccati. E la Vergine Madre ci aiuti ad essere misericordiosi con gli altri come Gesù lo è con noi.

20,19-31 Dalla paura e dall’incredulità alla fede [9]

Un credo che abbraccia tutta la vita di Gesù
Il passo del Vangelo che la Chiesa propone in questa prima domenica dopo Pasqua ci dà la formulazione di un nuovo credo, quello pasquale. Quell’atto di fede tanto piccolo e tanto denso che lo Spirito Santo ispira al cuore incredulo di Tommaso: “Mio Signore e mio Dio”. Un credo semplice ma profondo. Un credo che abbraccia tutta la vita di Gesù, la sua passione, la sua morte e la sua risurrezione: “Mio Signore e mio Dio”. Un credo che oggi vi chiedo di proclamare al momento dell’elevazione, facendo eco a questo mistero gioioso della Pasqua, dicendo al Signore, che ha condiviso con noi la nostra vita e la nostra morte, che egli è il Signore e Dio: “Mio Signore e mio Dio”.

Il tempo pasquale, un tempo per pacificare
Tutto il tempo successivo alla risurrezione del Signore è occupato da lui e dai suoi angeli a pacificare, calmare i cuori, aprire le menti. Il saluto pasquale degli angeli è un saluto di speranza e di coraggio: Non abbiate paura”. E la prima cosa che gli angeli dicono alle donne: “Non spaventatevi, non abbiate paura”. Infatti la paura si era impadronita dei discepoli quando videro il sepolcro vuoto, quando videro quegli angeli. E anche quando appare il Signore, credono di vedere un fantasma, tanto che deve dire loro: “Un fantasma non ha carne e ossa, toccatemi”.

La paura della gioia
San Luca ha una frase molto bella al riguardo. La paura della gioia. Era tale la gioia che provavano che resistevano a credere! Infatti avevano paura che succedesse loro ciò che già era avvenuto, con la prima gioia che si era trasformata in frustrazione. La paura della gioia. Gesù dice: “Non abbiate paura della morte, perché io l’ho sconfitta”. Non abbiate paura dei fantasmi perché io sto in mezzo a voi. Non abbiate paura della gioia, la gioia di quel trionfo che già possediamo... e l’atto di fede che la prima comunità mette sulla bocca di Tommaso racchiude tutto questo: “Mio Signore e mio Dio”.

Dal “Non abbiate paura!” al “Mio Signore e mio Dio”
Il beato Giovanni Paolo ci disse molte volte fin dall’inizio: “Non abbiate paura”, perché viveva contemplando il suo Signore risorto. Egli sapeva che il suo redentore viveva, che a quelle piaghe si abbeverava il suo cuore di pastore, che in quelle piaghe trovava rifugio e coraggio. Volle dunque trasmettercelo dall’inizio: “Non abbiate paura”. Alcuni giorni fa, con un’espressione bellissima, l’arcivescovo di Cracovia, Cardinal Dziwisz, riferendosi a questa frase ha detto: “Quel non abbiate paura (che pronunciò il papa) ha abbattuto dittature”. Il coraggio e la fermezza che ci danno la risurrezione di Cristo, la serenità di essere perdonati dalla misericordia che troviamo nelle sue piaghe ci tolgono la paura.
Che oggi continui a risuonare nei nostri orecchi e nel nostro cuore quella frase di Gesù, degli angeli e del beato Giovanni Paolo: “Non abbiate paura”. E che possiamo rispondere al Signore risorto con il cuore in ginocchio: “Mio Signore e mio Dio”. E così sia.

20,19-31 La domenica della Divina Misericordia [10]

Celebriamo oggi la Seconda Domenica di Pasqua, denominata anche “della Divina Misericordia”. Com’è bella questa realtà della fede per la nostra vita: la misericordia di Dio! Un amore così grande, così profondo quello di Dio verso di noi, un amore che non viene meno, sempre afferra la nostra mano e ci sorregge, ci rialza, ci guida.

Tommaso fa l’esperienza della misericordia…
Nel Vangelo di oggi, l’apostolo Tommaso fa esperienza proprio della misericordia di Dio, che ha un volto concreto, quello di Gesù, di Gesù Risorto. Tommaso non si fida di ciò che gli dicono gli altri Apostoli: “Abbiamo visto il Signore”; non gli basta la promessa di Gesù, che aveva annunciato: il terzo giorno risorgerò. Vuole vedere, vuole mettere la sua mano nel segno dei chiodi e nel costato. E qual è la reazione di Gesù? La pazienza: Gesù non abbandona il testardo Tommaso nella sua incredulità; gli dona una settimana di tempo, non chiude la porta, attende. E Tommaso riconosce la propria povertà, la poca fede. “Mio Signore e mio Dio”: con questa invocazione semplice ma piena di fede risponde alla pazienza di Gesù. Si lascia avvolgere dalla misericordia divina, la vede davanti a sé, nelle ferite delle mani e dei piedi, nel costato aperto, e ritrova la fiducia: è un uomo nuovo, non più incredulo, ma credente.

… e così Pietro e i discepoli di Emmaus
E ricordiamo anche Pietro: per tre volte rinnega Gesù proprio quando doveva essergli più vicino; e quando tocca il fondo incontra lo sguardo di Gesù che, con pazienza, senza parole gli dice: “Pietro, non avere paura della tua debolezza, confida in me”; e Pietro comprende, sente lo sguardo d’amore di Gesù e piange. Che bello è questo sguardo di Gesù – quanta tenerezza! Fratelli e sorelle, non perdiamo mai la fiducia nella misericordia paziente di Dio!
Pensiamo ai due discepoli di Emmaus: il volto triste, un camminare vuoto, senza speranza. Ma Gesù non li abbandona: percorre insieme la strada, e non solo! Con pazienza spiega le Scritture che si riferivano a Lui e si ferma a condividere con loro il pasto. Questo è lo stile di Dio: non è impaziente come noi, che spesso vogliamo tutto e subito, anche con le persone. Dio è paziente con noi perché ci ama, e chi ama comprende, spera, dà fiducia, non abbandona, non taglia i ponti, sa perdonare. Ricordiamolo nella nostra vita di cristiani: Dio ci aspetta sempre, anche quando ci siamo allontanati! Lui non è mai lontano, e se torniamo a Lui, è pronto ad abbracciarci.

… e il figlio minore della parabola…
A me fa sempre una grande impressione rileggere la parabola del Padre misericordioso, mi fa impressione perché mi dà sempre una grande speranza. Pensate a quel figlio minore che era nella casa del Padre, era amato; eppure vuole la sua parte di eredità; se ne va via, spende tutto, arriva al livello più basso, più lontano dal Padre; e quando ha toccato il fondo, sente la nostalgia del calore della casa paterna e ritorna. E il Padre? Aveva dimenticato il figlio? No, mai. É lì, lo vede da lontano, lo stava aspettando ogni giorno, ogni momento: è sempre stato nel suo cuore come figlio, anche se lo aveva lasciato, anche se aveva sperperato tutto il patrimonio, cioè la sua libertà; il Padre con pazienza e amore, con speranza e misericordia non aveva smesso un attimo di pensare a lui, e appena lo vede ancora lontano gli corre incontro e lo abbraccia con tenerezza, la tenerezza di Dio, senza una parola di rimprovero: è tornato! E quella è la gioia del padre. In quell’abbraccio al figlio c’è tutta questa gioia: è tornato! Dio sempre ci aspetta, non si stanca.

… perché Dio risponde alla nostra debolezza con la sua pazienza
Gesù ci mostra questa pazienza misericordiosa di Dio perché ritroviamo fiducia, speranza, sempre! Un grande teologo tedesco, Romano Guardini, diceva che Dio risponde alla nostra debolezza con la sua pazienza e questo è il motivo della nostra fiducia, della nostra speranza (cfr Glaubenserkenntnis, Würzburg 1949, p. 28). È come un dialogo fra la nostra debolezza e la pazienza di Dio, è un dialogo che se noi lo facciamo, ci dà speranza.

La pazienza di Dio deve trovare in noi il coraggio di ritornare a lui…
La pazienza di Dio deve trovare in noi il coraggio di ritornare a lui, qualunque errore, qualunque peccato ci sia nella nostra vita. Gesù invita Tommaso a mettere la mano nelle sue piaghe delle mani e dei piedi e nella ferita del costato. Anche noi possiamo entrare nelle piaghe di Gesù, possiamo toccarlo realmente; e questo accade ogni volta che riceviamo con fede i Sacramenti. San Bernardo in una bella Omelia dice: “Attraverso … le ferite [di Gesù] io posso succhiare miele dalla rupe e olio dai ciottoli della roccia (cfr Dt 32,13), cioè gustare e sperimentare quanto è buono il Signore” (Sul Cantico dei Cantici 61, 4). É proprio nelle ferite di Gesù che noi siamo sicuri, lì si manifesta l’amore immenso del suo cuore. Tommaso lo aveva capito. San Bernardo si domanda: ma su che cosa posso contare? Sui miei meriti? Ma “mio merito è la misericordia di Dio. Non sono certamente povero di meriti finché lui sarà ricco di misericordia. Che se le misericordie del Signore sono molte, io pure abbonderò nei meriti” (ivi, 5). Questo è importante: il coraggio di affidarmi alla misericordia di Gesù, di confidare nella sua pazienza, di rifugiarmi sempre nelle ferite del suo amore.

… sicuri che “dove è abbondato il peccato è sovrabbondata la grazia”
San Bernardo arriva ad affermare: “Ma che dire se la coscienza mi morde per i molti peccati? “Dove è abbondato il peccato è sovrabbondata la grazia” (Rm 5,20)” (ibid.). Forse qualcuno di noi può pensare: il mio peccato è così grande, la mia lontananza da Dio è come quella del figlio minore della parabola, la mia incredulità è come quella di Tommaso; non ho il coraggio di tornare, di pensare che Dio possa accogliermi e che stia aspettando proprio me. Ma Dio aspetta proprio te, ti chiede solo il coraggio di andare a Lui. Quante volte nel mio ministero pastorale mi sono sentito ripetere: “Padre, ho molti peccati”; e l’invito che ho sempre fatto è: “Non temere, va’ da lui, ti sta aspettando, lui farà tutto”. Quante proposte mondane sentiamo attorno a noi, ma lasciamoci afferrare dalla proposta di Dio, la sua è una carezza di amore. Per Dio noi non siamo numeri, siamo importanti, anzi siamo quanto di più importante Egli abbia; anche se peccatori, siamo ciò che gli sta più a cuore.

… c’è sempre la promessa e la possibilità del ritorno
Adamo dopo il peccato prova vergogna, si sente nudo, sente il peso di quello che ha fatto; eppure Dio non abbandona: se in quel momento inizia l’esilio da Dio, con il peccato, c’è già la promessa del ritorno, la possibilità di ritornare a lui. Dio chiede subito: “Adamo, dove sei?”, lo cerca. Gesù è diventato nudo per noi, si è caricato della vergogna di Adamo, della nudità del suo peccato per lavare il nostro peccato: dalle sue piaghe siamo stati guariti. Ricordatevi quello di san Paolo: di che cosa mi vanterò se non della mia debolezza, della mia povertà? Proprio nel sentire il mio peccato, nel guardare il mio peccato io posso vedere e incontrare la misericordia di Dio, il suo amore e andare da lui per ricevere il perdono.

Perciò entriamo nella piaghe di Gesù, lasciamoci amare
Nella mia vita personale ho visto tante volte il volto misericordioso di Dio, la sua pazienza; ho visto anche in tante persone il coraggio di entrare nelle piaghe di Gesù dicendogli: Signore sono qui, accetta la mia povertà, nascondi nelle tue piaghe il mio peccato, lavalo col tuo sangue. E ho sempre visto che Dio l’ha fatto, ha accolto, consolato, lavato, amato.
Cari fratelli e sorelle, lasciamoci avvolgere dalla misericordia di Dio; confidiamo nella sua pazienza che sempre ci dà tempo; abbiamo il coraggio di tornare nella sua casa, di dimorare nelle ferite del suo amore, lasciandoci amare da Lui, di incontrare la sua misericordia nei Sacramenti. Sentiremo la sua tenerezza, tanto bella, sentiremo il suo abbraccio e saremo anche noi più capaci di misericordia, di pazienza, di perdono, di amore.

20,20 “I discepoli gioirono” (EG 5)

Il Vangelo, dove risplende gloriosa la Croce di Cristo, invita con insistenza alla gioia. Bastano alcuni esempi: “ Rallegrati” è il saluto dell’angelo a Maria (Lc 1,28). La visita di Maria a Elisabetta fa sì che Giovanni salti di gioia nel grembo di sua madre (cfr Lc 1,41). Nel suo canto Maria proclama: “Il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore” (Lc 1,47). Quando Gesù inizia il suo ministero, Giovanni esclama: “Ora questa mia gioia è piena” (Gv 3,29). Gesù stesso “esultò di gioia nello Spirito Santo” (Lc 10,21). Il suo messaggio è fonte di gioia: “Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” (Gv 15,11). La nostra gioia cristiana scaturisce dalla fonte del suo cuore traboccante. Egli promette ai discepoli: “Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia” (Gv 16,20). E insiste: “Vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia” (Gv 16,22). In seguito essi, vedendolo risorto, “gioirono” (Gv 20,20). Il libro degli Atti degli Apostoli narra che nella prima comunità “prendevano cibo con letizia” (2,46). Dove i discepoli passavano “vi fu grande gioia” (8,8), ed essi, in mezzo alla persecuzione, “erano pieni di gioia” (13,52). Un eunuco, appena battezzato, “pieno di gioia seguiva la sua strada” (8,39), e il carceriere “fu pieno di gioia insieme a tutti i suoi per aver creduto in Dio” (16,34). Perché non en-trare anche noi in questo fiume di gioia?

20,21-23 La dinamica del perdono [11]

Il Sacramento della Penitenza e della Riconciliazione scaturisce direttamente dal mistero pasquale. Infatti, la stessa sera di Pasqua il Signore apparve ai discepoli, chiusi nel cenacolo, e, dopo aver rivolto loro il saluto “Pace a voi!”, soffiò su di loro e disse: “Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati” (Gv 20,21-23). Questo passo ci svela la dinamica più profonda che è contenuta in questo Sacramento. Anzitutto, il fatto che il perdono dei nostri peccati non è qualcosa che possiamo darci noi. Io non posso dire: mi perdono i peccati. Il perdono si chiede, si chiede a un altro e nella Confessione chiediamo il perdono a Gesù. Il perdono non è frutto dei nostri sforzi, ma è un regalo, è un dono dello Spirito Santo, che ci ricolma del lavacro di misericordia e di grazia che sgorga incessantemente dal cuore spalancato del Cristo crocifisso e risorto. In secondo luogo, ci ricorda che solo se ci lasciamo riconciliare nel Signore Gesù col Padre e con i fratelli possiamo essere veramente nella pace. E questo lo abbiamo sentito tutti nel cuore quando andiamo a confessarci, con un peso nell'anima, un po' di tristezza; e quando riceviamo il perdono di Gesù siamo in pace, con quella pace dell'anima tanto bella che soltanto Gesù può dare, soltanto Lui.

20,21 Unita a Cristo la Chiesa continua la sua missione [12]

Unendosi a Cristo, il popolo della nuova Alleanza, lungi dal chiudersi in se stesso, diventa “sacramento” per l’umanità, segno e strumento della salvezza operata da Cristo, luce del mondo e sale della terra (cfr Mt 5,13-16) per la redenzione di tutti. La missione della Chiesa continua quella di Cristo: “Come il Padre mi ha mandato, anch’io mando voi” (Gv 20,21). Perciò dalla perpetuazione nell’Eucaristia del sacrificio della Croce e dalla comunione col corpo e con il sangue di Cristo la Chiesa trae la necessaria forza spirituale per compiere la sua missione. Così l’Eucaristia si pone come fonte e insieme come culmine di tutta l’evangelizzazione, poiché il suo fine è la comunione degli uomini con Cristo e in Lui col Padre e con lo Spirito Santo.

20,22-23 I doni pasquali del Risorto [13]

Il protagonista del perdono dei peccati è lo Spirito Santo. Nella sua prima apparizione agli Apostoli, nel cenacolo, Gesù risorto fece il gesto di soffiare su di loro dicendo: “Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi” (Gv 20,22-23). Gesù, trasfigurato nel suo corpo, ormai è l’uomo nuovo, che offre i doni pasquali frutto della sua morte e risurrezione. Quali sono questi doni? La pace, la gioia, il perdono dei peccati, la missione, ma soprattutto dona lo Spirito Santo che di tutto questo è la sorgente. Il soffio di Gesù, accompagnato dalle parole con le quali comunica lo Spirito, indica il trasmettere la vita, la vita nuova rigenerata dal perdono.

Il perdono attraverso le piaghe
Ma prima di fare il gesto di soffiare e donare lo Spirito, Gesù mostra le sue piaghe, nelle mani e nel costato: queste ferite rappresentano il prezzo della nostra salvezza. Lo Spirito Santo ci porta il perdono di Dio “passando attraverso” le piaghe di Gesù. Queste piaghe che Lui ha voluto conservare; anche in questo momento lui in Cielo fa vedere al Padre le piaghe con le quali ci ha riscattato. Per la forza di queste piaghe, i nostri peccati sono perdonati: così Gesù ha dato la sua vita per la nostra pace, per la nostra gioia, per il dono della grazia nella nostra anima, per il perdono dei nostri peccati. È molto bello guardare così a Gesù!

Agli Apostoli il potere di perdonare i peccati
E veniamo al secondo elemento: Gesù dà agli Apostoli il potere di perdonare i peccati. È un po’ difficile capire come un uomo può perdonare i peccati, ma Gesù dà questo potere. La Chiesa è depositaria del potere delle chiavi, di aprire o chiudere al perdono. Dio perdona ogni uomo nella sua sovrana misericordia, ma lui stesso ha voluto che quanti appartengono a Cristo e alla Chiesa, ricevano il perdono mediante i ministri della Comunità. Attraverso il ministero apostolico la misericordia di Dio mi raggiunge, le mie colpe sono perdonate e mi è donata la gioia. In questo modo Gesù ci chiama a vivere la riconciliazione anche nella dimensione ecclesiale, comunitaria. E questo è molto bello. La Chiesa, che è santa e insieme bisognosa di penitenza, accompagna il nostro cammino di conversione per tutta la vita. La Chiesa non è padrona del potere delle chiavi, ma è serva del ministero della misericordia e si rallegra tutte le volte che può offrire questo dono divino.

Dimensione ecclesiale del perdono
Tante persone forse non capiscono la dimensione ecclesiale del perdono, perché domina sempre l’individualismo, il soggettivismo, e anche noi cristiani ne risentiamo. Certo, Dio perdona ogni peccatore pentito, personalmente, ma il cristiano è legato a Cristo, e Cristo è unito alla Chiesa. Per noi cristiani c’è un dono in più, e c’è anche un impegno in più: passare umilmente attraverso il ministero ecclesiale. Questo dobbiamo valorizzarlo; è un dono, una cura, una protezione e anche è la sicurezza che Dio mi ha perdonato. Io vado dal fratello sacerdote e dico: “Padre, ho fatto questo…”. E lui risponde: “Ma io ti perdono; Dio ti perdona”. In quel momento, io sono sicuro che Dio mi ha perdonato! E questo è bello, questo è avere la sicurezza che Dio ci perdona sempre, non si stanca di perdonare. E non dobbiamo stancarci di andare a chiedere perdono. Si può provare vergogna a dire i peccati, ma le nostre mamme e le nostre nonne dicevano che è meglio diventare rosso una volta che non giallo mille volte. Si diventa rossi una volta, ma ci vengono perdonati i peccati e si va avanti.

Il sacerdote strumento per il perdono dei peccati
Infine, un ultimo punto: il sacerdote strumento per il perdono dei peccati. Il perdono di Dio che ci viene dato nella Chiesa, ci viene trasmesso per mezzo del ministero di un nostro fratello, il sacerdote; anche lui un uomo che come noi ha bisogno di misericordia, diventa veramente strumento di misericordia, donandoci l’amore senza limiti di Dio Padre. Anche i sacerdoti devono confessarsi, anche i Vescovi: tutti siamo peccatori. Anche il Papa si confessa ogni quindici giorni, perché anche il Papa è un peccatore. E il confessore sente le cose che io gli dico, mi consiglia e mi perdona, perché tutti abbiamo bisogno di questo perdono. A volte capita di sentire qualcuno che sostiene di confessarsi direttamente con Dio…. Sì, come dicevo prima, Dio ti ascolta sempre, ma nel sacramento della Riconciliazione manda un fratello a portarti il perdono, la sicurezza del perdono, a nome della Chiesa.
Il servizio che il sacerdote presta come ministro, da parte di Dio, per perdonare i peccati è molto delicato ed esige che il suo cuore sia in pace, che il sacerdote abbia il cuore in pace; che non maltratti i fedeli, ma che sia mite, benevolo e misericordioso; che sappia seminare speranza nei cuori e, soprattutto, sia consapevole che il fratello o la sorella che si accosta al sacramento della Riconciliazione cerca il perdono e lo fa come si accostavano tante persone a Gesù perché le guarisse. Il sacerdote che non abbia questa disposizione di spirito è meglio che, finché non si corregga, non amministri questo Sacramento. I fedeli penitenti hanno il diritto, tutti i fedeli hanno il diritto di trovare nei sacerdoti dei servitori del perdono di Dio.

20,22-23 Inviati in missione [14]

Quando voglio avere, nella mia azione pastorale, un potere che non è precisamente il potere che mi ha dato Gesù Cristo. O noleggiando poteri ad altri “signori”, o credendo che l’azione pastorale debba essere completamente spogliata di potere: queste due posizioni ci allontanano entrambe dal potere reale di cui ci ha investito il Signore: battezzare, insegnare la dottrina, aiutare a praticarla, benedire, curare, perdonare... (cfr Mt 28,19-20; Gv 20,22-23; Mc 16,15-18).
La mia inamovibilità, sia di luogo sia di atteggiamento, può costituire un’altra delle cose acquistate che mi allontanano dal totale servizio del Signore. Quell’ “io ubbidisco, ma dentro questo perimetro, questa diocesi, questo luogo”. Ciò attenta alla radice stessa dell’istituzione, perché privilegia la mia comodità statica al sempre scomodo ma fecondo “essere inviato in missione”.
Bene, potremmo continuare ad enumerare cose acquistate, e a catalogarle. Ognuno cerchi nel suo cuore (perché questa è la strada) dove ha il suo tesoro, la sua cosa acquistata. E, insieme a quelle cose, ricordi l’altro acquisto, quella che ci ha guadagnato Gesù Cristo, quel «popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere meravigliose di lui che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua ammirabile luce» (1Pt 2,9), ricordiamo quei volti concreti della nostra diocesi che ci sono stati affidati per il pascolo... e paragoniamo i due acquisti: quello del mio cuore meschino e l’acquisto del Signore. E così, decidiamo.

20,24-29 Toccare le piaghe [15]

[Tommaso] era un testardo. Ma, il Signore ha voluto proprio un testardo per farci capire una cosa più grande. Tommaso ha visto il Signore, è stato invitato a mettere il suo dito nella piaga dei chiodi; mettere la mano sul fianco e non ha detto: «E vero: il Signore è risorto!». No! E andato più oltre. Ha detto: «Dio!». Il primo dei discepoli che fa la confessione della divinità di Cristo, dopo la resur-rezione. E ha adorato. [...]
[Il] cammino per l’incontro con Gesù-Dio sono le sue piaghe. Non ce n’è un altro...
Nella storia della Chiesa ci sono stati alcuni sbagli nel cammino verso Dio. Alcuni hanno creduto che il Dio vivente, il Dio dei cristiani noi possiamo trovarlo per il cammino della meditazione, e andare più in alto nella meditazione. Quello è pericoloso. Quanti si perdono in quel cammino e non arrivano. Arrivano sì, forse, alla conoscenza di Dio, ma non di Gesù Cristo, Figlio di Dio, seconda Persona della Trinità. A quello non ci arrivano. E il cammino degli gnostici, no? Sono buoni, lavorano, [...] ma non è il cammino giusto. E molto complicato e non ti porta a buon porto.
Altri hanno pensato che per arrivare a Dio dobbiamo essere noi mortificati, austeri, e hanno scelto la strada della penitenza: soltanto la penitenza, il digiuno. E neppure questi sono arrivati al Dio vivo, a Gesù Cristo Dio vivo. Sono i pela- giani, che credono che con il loro sforzo possono arrivare. [...]
E le piaghe di Gesù tu le trovi facendo le opere di misericordia, dando al corpo - al corpo - e anche all’anima, ma al corpo - sottolineo - del tuo fratello piagato, perché ha fame, perché ha sete, perché è nudo, perché è umiliato, perché è schiavo, perché è in carcere, perché è in ospedale. Quelle sono le piaghe di Gesù oggi. E Gesù ci chiede di fare un atto di fede, a Lui, ma tramite queste piaghe. «Ah, benissimo! Facciamo una fondazione per aiutare tutti quelli e facciamo tante cose buone per aiutarli.» Quello è importante, ma se noi rimaniamo su questo piano, saremo soltanto filantropici. Dobbiamo toccare le piaghe di Gesù, dobbiamo carezzare le piaghe di Gesù, dobbiamo curare le piaghe di Gesù con tenerezza, dobbiamo baciare le piaghe di Gesù, e questo letteralmente. Pensiamo, cosa è successo a san Francesco, quando ha abbracciato il lebbroso? Lo stesso che a Tommaso: la sua vita è cambiata!

 

NOTE
[1] Omelia, Santa Messa con i sacerdoti, religiose, religiosi, consacrati e seminaristi polacchi, Cracovia 30 luglio 2016.
[2] Egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori, in J.M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Nei tuoi occhi è la mia parola. Omelie e discorsi di Buenos Aires. 1999-2013. Introduzione e cura di Antonio Spadaro S.I., Rizzoli, Milano 2016, 566-570; J. M. BERGOGLIO – PAPA FRANCESCO, È l’amore che apre gli occhi, Rizzoli, Milano 2013, 387-393.
[3] Omelia, Visita pastorale ad Assisi, 4 ottobre 2013.
[4] La pace del Signore risorto, in PAPA FRANCESCO – J.M. BERGOGLIO, In lui solo la speranza. Esercizi spirituali ai vescovi spagnoli (15-22 gennaio 2006), Jaca Book (Milano) -LEV (Città del Vaticano) 2013, n.74; J.M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Nel cuore di ogni Padre. Alle radici della mia spiritualità, Introduzione di Antonio Spadaro, S.J., Rizzoli Milano 2014, 199-201.
[5] Angelus, 7 aprile 2013.
[6] La gioia di catechizzare, in J.M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Agli educatori. Il pane della speranza. Non stancarti di seminare, LEV, 2014, 137-143.
[7] J. M. BERGOGLIO – PAPA FRANCESCO, Aprite la mente al vostro cuore, BUR, Rizzoli, Milano 2014, 246-249; FRANCESCO, Non fatevi rubare la speranza. La preghiera, il peccato, la filosofia e la politica pensati alla luce della speranza, Oscar Mondadori – LEV, 2014, 44-46.
[8] Angelus, 12 aprile 2015
[9] Omelia in occasione della messa di azione di grazie per la beatificazione di Giovanni Paolo II, Cattedrale metropolitana di Buenos Aires, 1 maggio 2011, in J.M. BERGOLIO, Impegno, (= Le parole di papa Francesco, 12), Corriere della sera, Milano 2015, 197-200.
[10] Omelia per l’insediamento del Vescovo di Roma sulla Cathedra Romana, 7 aprile 2013.
[11] Udienza,19 febbraio 2014.
[12] 49° Congresso eucaristico internazionale del Québec: “L’Eucaristia, dono di Dio per la vita del mondo”, Québec 18 giugno 2008, in J.M. BERGOGLIO, Misericordia, (= Le parole di papa Francesco, 6), Corriere della sera, Milano 2014.
[13] Udienza, 20 novembre 2013.
[14] Il Signore ci riforma, PAPA FRANCESCO J. M. BERGOGLIO, In lui solo la speranza. Esercizi Spirituali ai Vescovi spagnoli (15-22 gennaio 2006) Jaca Book – LEV, Milano . Città del Vaticano 2013, 83-84.
[15] PAPA FRANCESCO JORGE MARIO BERGOGLIO, La misericordia è una carezza. Vivere il giubileo nella realtà di ogni giorno, a cura di Antonio Spadaro, Rizzoli, Milano 2015, 179-210.

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