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Chiamati a testimoniare

che Gesù è vivo

Domenica III di Pasqua B

papa Francesco

a cura di Gianfranco Venturi

Jesus risen 2

Lc 24,35-48 Testimoni della risurrezione [1]

Essere testimoni
Nelle Letture bibliche della liturgia di oggi risuona per due volte la parola “testimoni”. La prima volta è sulle labbra di Pietro: egli, dopo la guarigione del paralitico presso la porta del tempio di Gerusalemme, esclama: «Avete ucciso l’autore della vita, ma Dio l’ha risuscitato dai morti: noi ne siamo testimoni» (At 3,15). La seconda volta è sulle labbra di Gesù risorto: Egli, la sera di Pasqua, apre la mente dei discepoli al mistero della sua morte e risurrezione e dice loro: «Di questo voi siete testimoni» (Lc 24,48). Gli Apostoli, che videro con i propri occhi il Cristo risorto, non potevano tacere la loro straordinaria esperienza. Egli si era mostrato ad essi affinché la verità della sua risurrezione giungesse a tutti mediante la loro testimonianza. E la Chiesa ha il compito di prolungare nel tempo questa missione; ogni battezzato è chiamato a testimoniare, con le parole e con la vita, che Gesù è risorto, che Gesù è vivo e presente in mezzo a noi. Tutti noi siamo chiamati a dare testimonianza che Gesù è vivo.

La missione del testimone
Possiamo domandarci: ma chi è il testimone? Il testimone è uno che ha visto, che ricorda e racconta. Vedere, ricordare e raccontare sono i tre verbi che ne descrivono l’identità e la missione. Il testimone è uno che ha visto, con occhio oggettivo, ha visto una realtà, ma non con occhio indifferente; ha visto e si è lasciato coinvolgere dall’evento. Per questo ricorda, non solo perché sa ricostruire in modo preciso i fatti accaduti, ma anche perché quei fatti gli hanno parlato e lui ne ha colto il senso profondo. Allora il testimone racconta, non in maniera fredda e distaccata, ma come uno che si è lasciato mettere in questione, e da quel giorno ha cambiato vita. Il testimone è uno che ha cambiato vita.

Il contenuto della testimonianza
Il contenuto della testimonianza cristiana non è una teoria, non è un’ideologia o un complesso sistema di precetti e divieti oppure un moralismo, ma è un messaggio di salvezza, un evento concreto, anzi una Persona: è Cristo risorto, vivente e unico Salvatore di tutti. Egli può essere testimoniato da quanti hanno fatto esperienza personale di Lui, nella preghiera e nella Chiesa, attraverso un cammino che ha il suo fondamento nel Battesimo, il suo nutrimento nell’Eucaristia, il suo sigillo nella Confermazione, la sua continua conversione nella Penitenza.

Ogni cristiano testimone della risurrezione
Grazie a questo cammino, sempre guidato dalla Parola di Dio, ogni cristiano può diventare testimone di Gesù risorto. E la sua testimonianza è tanto più credibile quanto più traspare da un modo di vivere evangelico, gioioso, coraggioso, mite, pacifico, misericordioso. Se invece il cristiano si lascia prendere dalle comodità, dalla vanità, dall’egoismo, se diventa sordo e cieco alla domanda di “risurrezione” di tanti fratelli, come potrà comunicare Gesù vivo, come potrà comunicare la potenza liberatrice di Gesù vivo e la sua tenerezza infinita?
Maria nostra Madre ci sostenga con la sua intercessione, affinché possiamo diventare, con i nostri limiti, ma con la grazia della fede, testimoni del Signore risorto, portando alle persone che incontriamo i doni pasquali della gioia e della pace.

24,35-48 La paura della gioia [2]

Cos’è successo quella sera?
La sera della risurrezione (Lc 24, 35-48) i discepoli raccontavano quello che loro avevano visto. I due discepoli di Emmaus parlavano dell’incontro con Gesù lungo la strada e così anche Pietro. Insomma, tutti erano contenti, perché il Signore era risorto: erano sicuri che il Signore era risorto. Ma proprio mentre parlavano Gesù in persona stette in mezzo a loro e li salutò dicendo: «Pace a voi».
In quel momento è successo tutto il contrario di quello che ci si sarebbe potuti aspettare: altro che pace. Il Vangelo infatti descrive gli apostoli sconvolti e pieni di paura. Essi non sapevano cosa fare e credevano di vedere un fantasma. Così, tutto il problema di Gesù è dire loro: «ma, guardate, io non sono un fantasma, toccatemi, guardate le piaghe!».

La gioia diventa problema
C’è un parola in questo brano del Vangelo che ci spiega bene cos’era successo in quel momento. Si legge nel testo: «Ma poiché per la gioia non credevano...». Questo è il punto focale: i discepoli non potevano credere perché avevano paura della gioia. Gesù infatti li portava alla gioia: la gioia della risurrezione, la gioia della sua presenza fra loro. Ma proprio questa gioia diventa per loro un problema per credere: per la gioia non credevano ed erano pieni di stupore.
In sostanza, i discepoli preferivano pensare che Gesù fosse un’idea, un fantasma, ma non la realtà. E tutto il lavoro di Gesù era far capire che era realtà: “Datemi da mangiare, toccatemi, sono io! Un fantasma non ha carne, non ha corpo, sono io!”». Inoltre, pensiamo che questo accade dopo che alcuni di loro lo avevano visto durante la giornata: erano sicuri che fosse vivo. Poi cos’è successo non si sa...

La paura della gioia
Il passo evangelico suggerisce che la paura della gioia è una malattia del cristiano. Anche noi abbiamo paura della gioia e diciamo a noi stessi che è meglio pensare: «sì, Dio esiste, ma è là, Gesù è risorto, è là!» Come a dire: manteniamo un po’ di distanza» E così abbiamo paura della vicinanza di Gesù, perché questo ci dà gioia.
Tale atteggiamento spiega anche perché ci sono tanti “cristiani da funerale”, la cui vita sembra un funerale continuo. Cristiani che preferiscono la tristezza e non la gioia; si muovono meglio non nella luce della gioia, ma nelle ombre. Proprio come quegli animali che riescono a uscire soltanto nella notte, ma alla luce del giorno non vedono niente. Come i pipistrelli! E con un po’ di senso dell’umorismo, possiamo dire che ci sono “cristiani pipistrelli”, che preferiscono le ombre alla luce della presenza del Signore».
Abbiamo paura della gioia e Gesù, con la sua risurrezione, ci dà la gioia: la gioia di essere cristiano, la gioia di seguirlo da vicino, la gioia di andare sulle strade delle beatitudini, la gioia di essere con lui. Invece noi, tante volte, o siamo sconvolti quando ci viene questa gioia o pieni di paura; o crediamo di vedere un fantasma o pensiamo che Gesù è un modo di agire. Tanto che ci diciamo: «Ma noi siamo cristiani e dobbiamo fare così!». E poco importa che Gesù non ci sia. Ci si dovrebbe piuttosto chiedere: «Ma tu parli con Gesù? Tu gli dici: Gesù, io credo che tu vivi, che tu sei risorto, che tu sei vicino a me, che tu non mi abbandoni?». È questo il dialogo con Gesù proprio della vita cristiana, animato dalla consapevolezza che Gesù sempre è con noi, è sempre con i nostri problemi, con le nostre difficoltà e con le nostre opere buone.

Superare la paura della gioia
Perciò, bisogna superare la paura della gioia e pensare a quante volte noi non siamo gioiosi perché abbiamo paura. Come i discepoli che erano stati sconfitti dal mistero della croce. Da qui la loro paura. E nella mia terra c’è un detto che dice così: «Quando uno si brucia col latte bollente, dopo, quando vede la mucca, piange». E così i discepoli, bruciati col dramma della croce, hanno detto: «no, fermiamoci qui! Lui è in cielo, va benissimo, è risorto, ma che non venga un’altra volta qui perché non ce la facciamo!».

Signore apra la nostra mente
Il Signore faccia con tutti noi quello che ha fatto con i discepoli che avevano paura della gioia: aprire la nostra mente. Si legge infatti nel Vangelo: «Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture». Che il Signore apra la nostra mente e ci faccia capire che lui è una realtà vivente, che lui ha corpo, che lui è con noi e che lui ci accompagna, che lui ha vinto: chiediamo al Signore la grazia di non avere paura della gioia.

24,37.41 Cristo è risorto nella sua carne [3]

Cristo ha sofferto e risorto nella carne…
Esiste in noi una tendenza a «semplificare» le cose. Risulta più facile non soffermarsi a considerare seriamente come è stata la sofferenza carnale di Gesù, uomo e Dio. Lo stesso accade con il suo corpo glorioso dopo la risurrezione. I discepoli stessi hanno avuto dubbi riguardo al corpo di Gesù: «Credevano di vedere un fantasma» (Lc 24, 37). C’è una frase nel Vangelo di Luca che può darci un indizio: «Poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore» (Lc 24, 41). La paura di un’ulteriore frustrazione li bloccava e perciò preferivano credere che fosse lo spirito di Gesù, e non Gesù risuscitato. Un meccanismo simile può prodursi anche in noi: la consapevolezza che Gesù, Cristo e Signore, è vivo in noi, ci riempie di gioia... ma la gioia è così grande che ci fa paura. Perciò si camuffa la risurrezione e si preferisce una predicazione parenetica depotenziata delle radici più vitali, dell’annuncio della radice che dà la vita: Gesù Cristo è risuscitato. Il «triste santo» di santa Teresa non si applica solo al «santo triste» ma anche, e forse più comunemente, al «gioioso a metà». Quando un fedele intraprende il cammino dell’«equilibrio riduzionista» della gioia che procura la risurrezione di Gesù, allora si comprende perché ci siano così tanti impresari del Vangelo, così tanti «manager» del regno.

… per questo dobbiamo avere coraggio (parresia)
Veniamo esortati a pensare che «anche voi avete un corpo» (Eb 13,1-4), e prendendo coscienza di lui comprendiamo la «vicinanza» di Dio nella carne del Salvatore, «come se» (Ibid.) fossimo con coloro che soffrono: cioè, veniamo esortati ad andare, cercare e portare pazienza, condividendo la sorte dei nostri fratelli sofferenti (Ibid), senza l’avarizia di voler trattenere qualcosa per noi (Eb 13,5), come lui non ha trattenuto avidamente la sua condizione divina (Fil 2,1). Considerando la nostra carne e la carne di Gesù, veniamo esortati al coraggio, alla parresia: «Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia per ricevere misericordia e trovare grazia, così da essere aiutati al momento opportuno» (Eb 4, 16). E se dovessimo avere paura, ci viene ricordato con una punta d’ironia che non abbiamo «ancora resistito fino al sangue nella lotta contro il peccato» (Eb 12,4).

24, 39.42 Nelle sue piaghe è la nostra salvezza [4]

Il sacerdozio di Cristo si esercita in tre momenti: nel sacrificio della croce (e in questo senso è stato «una volta per sempre»); attualmente (come intercessore presso il Padre, Eb 7,25); e alla fine dei tempi («senza alcuna relazione con il peccato», Eb 9,28), quando Cristo consegnerà tutta la creazione al Padre.
Nel secondo momento, quello attuale, Gesù Cristo esercita l’intercessione sacerdotale per noi: «Poiché resta per sempre, possiede un sacerdozio che non tramonta. Perciò può salvare perfettamente quelli che per mezzo di Lui si avvicinano a Dio: egli infatti è sempre vivo per intercedere a loro favore» (Eb 7,24-25). Gesù Cristo è vivo e intercede in tutta la sua pienezza di uomo e di Dio: «Poiché abbiamo un sommo sacerdote grande, che è passato attraverso i cieli, Gesù il Figlio di Dio, manteniamo ferma la professione della fede. Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia prendere parte alle nostre debolezze: Egli stesso è stato messo alla prova in ogni cosa come noi, escluso il peccato» (Eb 4, 14ss). Nei misteri della risurrezione, Gesù, già costituito Signore, mostra il suo corpo, si lascia toccare le piaghe, la carne (Gv 20,20.27; Lc 24,39.42). Quel corpo, quelle piaghe, quella carne sono intercessione. E anzi: non c’è altra via di accesso al Padre se non questa.
Il Padre vede la carne del Figlio e la fa accedere alla salvezza... Troviamo il Padre nelle piaghe di Cristo. Egli è vivo, così, nella sua carne gloriosa, ed è vivente in noi.
Partecipare alla sua carne, portare pazienza con Lui nella sua passione per partecipare anche alla sua glorificazione: questo è il concetto chiave della Lettera agli Ebrei: «Noi abbiamo un altare le cui offerte non possono essere mangiate da quelli che prestano servizio nel Tempio» (Eb 13,10). Questo altare è Cristo, il suo corpo appeso alla croce.

NOTE
[1] Regina Coeli, 19 aprile 2015.
[2] Meditazione, 24 aprile 2014.
[3] J. M. BERGOGLIO – PAPA FRANCESCO, Aprite la mente al vostro cuore, BUR, Rizzoli, Milano 2014, 249-251; FRANCESCO, Non fatevi rubare la speranza. La preghiera, il peccato, la filosofia e la politica pensati alla luce della speranza, Oscar Mondadori – LEV, 2014, 46-49.
[4] J. M. BERGOGLIO – PAPA FRANCESCO, Aprite la mente al vostro cuore, BUR, Rizzoli, Milano 2014, 249-251; FRANCESCO, Non fatevi rubare la speranza. La preghiera, il peccato, la filosofia e la politica pensati alla luce della speranza, Oscar Mondadori – LEV, 2014, 46-49.

 

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