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Per una cultura del sì

 

Introduzione a un dossier di NPG

(NPG 1998-01-11)


Non intendiamo certamente moltiplicare le introduzioni a questo dossier. Il primo articolo di Tonelli indica chiaramente non solo lo sviluppo del dossier stesso, nelle sue logiche articolazioni, ma anche il senso di esso così come può evocare il titolo.

In questo corsivo di presentazione vogliamo indicare al lettore il «percorso mentale» che ha indotto la redazione a pensare e presentare questo insieme di studi che offre una proposta per gli educatori dei giovani. Viviamo in una società globale «trasparente», nel senso che la possibilità di municazione permette di essere presenti, quasi in tempo reale, là dove avvengo pio , eventi; dai più minuti ai più grandi; almeno nella possibilità tecnica. Dove indaga l'occhio delle telecamere, o dove è presente un giornalista, immediatamente è povsibilc che l'immagine, la notizia percorrano istantaneamente le vie del mondo, producendo il fatto col semplice riferire la notizia o portando l'immagine.
Questo dato nuovo, rispetto agli standard anche solo di pochi anni fa, offre certamente un'enorme opportunità, la cui dimensione antropologica e sociale non è ancora stata opportunamente valutata. Il mezzo televisivo è naturalmente il tramite più conosciuto e più famoso di questa diffusione a tempo reale della comunicazione, ma altri stanno emergendo sulla scena sociale, quasi con velocità straripante.
Si tratta tutto sommato di uno strumento nuovo del quale non è possibile ancora valutare l'incidenza nella formazione delle possibilità culturali; la sua rilevanza e funzione nei processi di acquisizione dell'identità culturale e sociale. Certamente essa viene a confronto con le tradizionali agenzie che nel passato erano deputate a questo compito: famiglia, chiesa, gruppi, scuola... Non si può in effetti che rilevare come il «peso» di questi nuovi mezzi di comunicazione sia preponderante rispetto a quello delle altre agenzie, se non altro per la continua esposizione ad esso e per essere la più massiva e seducente perché non obbligata.
Un'analisi culturale ed educativa non può che porsi l'obiettivo di valutare appunto tale incidenza anche lungo la traiettoria generazionale, in particolare rispetto ai giovani e adolescenti di oggi, che si trovano di fronte a un mezzo diverso rispetto ai loro genitori.
In effetti gli ultimi decenni hanno visto uno sviluppo del mezzo televisivo nella direzione di alcune caratteristiche nuove, come il massiccio ingresso della pubblicità e la possibilità di fruire di una rilevante quantità dí canali. Tali elementi, uno interno – la pubblicità – l'altro esterno – lo zapping –, impongono di fatto la frammentazione della comunicazione.
Ci si abitua, cioè, a sentire e vedere pezzi di film, pezzi di notizie di cui non si conosce il principio e/o la fine.
Si attenua, così, in maniera rilevante l'esigenza, prima molto forte, di conoscere un fatto, una storia, un evento dal principio alla fine.
Anche i giornali si allineano in questa direzione. Il moltiplicarsi di pagine, dovuto essenzialmente a leggi economiche legate alla pubblicità, fattore decisivo per l'esistenza dei giornali stessi, ci ha abituato al fatto che anche per i giornali e i settimanali il tipo di lettura possibile è l'equivalente dello zapping.
Ciò premesso è bene domandarsi: «quali i contenuti più visibili comunicati dai vari mezzi?».
La stragrande maggioranza di notizie e fatti riguarda eventi negativi, violenti, morti sempre connotate da situazioni drammatiche e/o violente, e questo in singolare continuità con i contenuti della fiction: telefilm, films, ecc., e in situazione di complementarietà ai programmi cosiddetti evasivi di particolare stupidità.
L'effetto è quello di creare da una parte un'immaginario culturale positivamente negativo, dall'altra l'assopimento di molte delle nostre capacità reattive con la semplice operazione di togliere i tempi per una riflessione personale, creativa. L'abitudine di rientrare in casa e automaticamente accendere la tv è l'operazione culturale e materiale con la quale ognuno di noi consente ad altri di inserirsi nei nostri tempi di vita e contemporaneamente rinunciare a tempi personali e interpersonali. Anche i rapporti interpersonali passano per questa realtà.
In sintesi la personalità culturale, la costruzione dell'identità, bene che vada, avviene in negativo: «Sono bravo perché non rubo, non ammazzo, non rapino, ecc. .
Manca nei fattori identificanti l'indicazione positiva che poi diventa condir ione alternativa al furto, all'omicidio, alla rapina.
Quando mi alzo la mattina dico: oggi non rubo, ma di fatto non rubo perché studio, lavoro, insegno, ecc.
La coerenza di prospettazione di realtà positive minaccia seriamente la possibilità di costruzione di identità positivamente forti, con orientamenti espliciti e precisazione di comportamenti coerenti.
Esiste, quindi, uno squilibrio pericoloso tra cultura del no ampiamente (e fortunatamente) rappresentata e ampliata, e cultura del sì, bene che vada genericamente e astrattamente presentata.
Presentazione che il più delle volte assume la forma di un auspicio quasi impossibile a divenire realtà e per di più presentato in termini noiosi, «stupidi» nel senso di non «furbizia» e non concreto.
Emerge allora l'esigenza ineludibile di cambiare la direzione della comunicazione e dell'informazione trovando modi, forme e strumenti per rendere visibile quello che funziona, cercando di capire come e perché funziona per poter così paragonare con quello che, invece, va bene, in una parola con la realtà della vita quotidiana. Non è operazione facile, perché tutti siamo dentro questa cultura del no e non sappiamo prospettare e comunicare la cultura del sì anche perché non sappiamo conoscerla e riconoscerla.
Quanto questo discorso coinvolga gli educatori è facile vederlo, e il dossier che segue ne è una prima analisi e proposta.

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