Soli di fronte a Dio

Fratel Matthias - Bose

11 giugno 2018


In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli 5 «Quando pregate, non siate simili agli ipocriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. 6Invece, quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà. 7Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole. 8Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate».
Mt 6,5-8

Al cuore del discorso della montagna – che occupa i capitoli cinque e sette del vangelo secondo Matteo –, Gesù insegna ai suoi discepoli le parole con le quali possono rivolgersi al “Padre nostro che è nei cieli” (cf. Mt 6,9-13). Ma subito prima di insegnare loro parole – come se fossero formule quasi magiche – insiste sull’autenticità dell’atto stesso della preghiera. Prima di trasmettere formule, indica loro che è l’atteggiamento che scelgono di avere a rendere vera la loro relazione con Dio. Con il brano evangelico odierno siamo dunque interrogati sulla postura che adottiamo quando ci rivolgiamo al Signore e sulla modalità con la quale usiamo le parole che pronunciamo nel dialogo con lui.
“Non siate simili agli ipocriti” e non fate “come i pagani”: le due raccomandazioni che Gesù fa ai suoi si basano sull’osservazione della pratica considerata inopportuna di altri: coloro che cercano di farsi vedere mentre pregano e quelli che pronunciano flussi di parole nell’intento infantile di essere così esauditi. Ma più che additare altri nel loro “falso” pregare, Gesù in realtà si rivolge ai propri discepoli che mette in guardia, usando tipizzazioni i cui tratti sono presenti in ogni credente. Con questi due tipi di atteggiamenti Gesù smaschera prima di tutto nei suoi uditori, in noi stessi, queste tendenze all’ipocrisia e alla loquacità.
In primo luogo (vv. 5-6), a un’etica dell’apparire, in cui il credente fa dipendere la sua vita dallo sguardo che gli altri posano su di lui, Gesù oppone un’etica del segreto, dove la vita non si fonda sull’agire di fronte agli altri ma sulla relazione filiale con il Padre “che vede nel segreto”. Nella logica del Regno, la “ricompensa” è concessa secondo criteri diversi da quelli del mondo (e magari dei nostri desideri segreti), in modo inversamente proporzionale a quanto si scorge a occhio nudo… La preghiera allora è autentica se si rivolge solo a Dio, senza trasformarsi in spettacolo dato agli altri. Da qui l’invito a pregare da soli, nella camera più nascosta, per evitare la ricerca di approvazione umana. E perfino in questo caso il credente deve rimanere attento: non cerchi di apparire davanti a questo testimone spesso così compiacente e ammirato che noi siamo di noi stessi!
L’altra regola data da Gesù sulla preghiera (vv. 7-8) è di non moltiplicare le parole: la fiducia nel Padre che “sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate” (v. 8) invalida una richiesta che mira solamente ad appagare la nostra soddisfazione immediata. Dio sa già, dice Gesù: non ha bisogno di essere informato. Ma perché allora esporgli i nostri bisogni e aspettare da lui un esaudimento? Forse innanzitutto perché è utile a noi stessi: alla luce della presenza di Dio, la preghiera ci fa prendere coscienza di quanto abita in noi e di quello che bramiamo. Comprendiamo allora che la vera preghiera non è tanto un’azione dell’umano su Dio, ma molto di più l’agire di Dio nella persona umana.
Certo, la preghiera si rivolge a Dio, ma serve anche a noi: ci permette di trovare il rapporto giusto da adottare nelle relazioni con lui, ma forse ancora prima con gli altri e con noi stessi.