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L’esperienza vocazionale dei primi discepoli (Gv 1,35-51)

 

Il percorso di fede/vocazionale del "discepolo amato" /1

Giuseppe De Virgilio

(NPG 2017-03-46)

 

I giovani... sulle orme del discepolo amato

L’annuncio del prossimo Sinodo dei Vescovi (Roma, 7-28 ottobre 2018) sul tema: «I giovani, la fede e il discernimento vocazionale»[1] rappresenta un evento che interpella la Chiesa universale, invitandola a riflettere sul variegato mondo giovanile come soggetto e destinatario della proposta evangelica. Ci proponiamo di approfondire il messaggio riassunto nell’icona biblica che accompagna il cammino di preparazione all’evento sinodale. Si tratta del «discepolo amato»[2], la cui valenza esemplare assume un funzione evocativa per la realtà giovanile, per il dinamismo della fede e il discernimento vocazionale.
L’itinerario è composto di cinque tappe, che seguono lo sviluppo progressivo del racconto giovanneo:
1. L’esperienza vocazionale dei primi discepoli (Gv 1,35-51);
2. Il discepolo che Gesù amava nei racconti della Passione (Gv 13-18);
3. Il discepolo che Gesù amava presso la croce del Signore (Gv 19,25-37);
4. Il discepolo che Gesù amava nei racconti pasquali (Gv 20,1-18);
5. Il discepolo che Gesù amava e la testimonianza del Risorto (Gv 21,1-25).
Si legge nel Documento preparatorio: «La figura di Giovanni ci può aiutare a cogliere l’esperienza vocazionale come un processo progressivo di discernimento interiore e di maturazione della fede, che conduce a scoprire la gioia dell’amore e la vita in pienezza nel dono di sé e nella partecipazione all’annuncio della Buona Notizia»[3].


Contesto e disposizione di Gv 1,35-51

Dopo il solenne prologo (Gv 1,1-18), il Quarto Vangelo presenta nel cap. 1 la testimonianza messianica del Battista e il dinamismo vocazionale dei primi discepoli che sperimentano l’incontro con Gesù di Nazaret. Il Battista testimonia come Gesù sia il Figlio di Dio, l’agnello che toglie il peccato del mondo. Su di lui si posa lo Spirito Santo e da quel momento Gesù intraprende il suo ministero (Gv 1,19-34). Nei vv. 35-51 si descrive l’esperienza dei primi discepoli che fanno l’incontro con Gesù e a loro volta diventano testimoni della sua messianicità. Inizia così l’avventura umana e spirituale di alcuni giovani, attratti dalla forte personalità di Cristo, che decidono di seguirlo nella sua missione[4].
I vv. 35-51 descrivono l’invito alla sequela dei primi due discepoli, a cui si associa la figura di Simon Pietro (vv. 35-42) e la successiva testimonianza vocazionale che coinvolge altri discepoli (vv. 43-51). Siamo di fronte a due scene parallele (vv. 35-42; 43-51) che culminano nella professione di fede di Natanaele. La narrazione si compone di due parti strutturate in modo parallelo, con quattro corrispondenze assai marcate: a) si parla della sequela di Gesù (vv. 37s.43); b) viene descritta la chiamata dei discepoli (vv. 40ss.45ss.); c) sono riportate due professioni di fede in Gesù (vv. 41.45.49); d) sono descritti degli incontri con Gesù (vv. 42.47ss). Tutto ha inizio con la “testimonianza» del Battista.

«Venite e vedete»

La prima scena va distinta in due atti: l’incontro tra Gesù e i primi due discepoli che lo seguono e rimangono presso di lui (vv. 35-40) e l’incontro tra Gesù e Simone, condotta dal fratello Andrea (vv. 41-42). La prima parte del brano evidenzia come la relazione tra chiamata dei primi discepoli e testimonianza messianica del Battista. I verbi impiegati sono molto espressivi: Giovanni «fissa lo sguardo (emblépsas) su Gesù che passa» (v. 42). S’indica l’atto di guardare con attenzione, penetrando nell’intimo dell’animo (emblépein), a cui segue la rivelazione: «ecco l’agnello di Dio» (1,29) che prepara la sequela di Cristo. I due discepoli si mettono «a seguire» (ēkoloúthēsan) Gesù dopo aver sentito la testimonianza di Giovanni. La sequela iniziale esprime il desiderio di incontrare Gesù, di sperimentare la sua amicizia, di “condividere” la sua umanità. Nel rapido dialogo emerge il bisogno di “incontrare” una persona speciale, capace di aprire il segreto della vita. Tale “desiderio” si trasforma in sequela (cf. Mc 2,15; Mt 9,9; Lc 5,27s.). La domanda che il Signore rivolge loro ha un profondo valore esistenziale: «che cosa cercate?» (tí zēteîte: v. 38). Questa prima espressione di Gesù nel quarto vangelo possiede un valore programmatico: la narrazione giovannea indica nel lettore la ricerca della persona divina, come suggerisce l’analoga espressione in Gv 18,4.6 (nel contesto del tradimento) e Gv 21,15 (nel contesto delle apparizioni post-pasquali). Alla richiesta dei due discepoli che chiedono «Maestro, dove dimori?» segue la risposta del Signore: «venite e vedrete». La risposta-invito di Gesù indica il percorso spirituale che i due discepoli sono chiamati a fare: un’esperienza personale con l’intimità di Cristo “dimorando” presso di Lui. Si tratta del momento culminante dell’avventura vocazionale dei primi due giovani, evento che è restato così impresso nella memoria di Andrea e Giovanni da ricordare perfino l’ora (v. 39). Il “dimorare” (ménein) non esprime una mera descrizione locale, ma implica una relazione esistenziale profonda, che segna l’inizio di una trasformazione interiore dei discepoli. Va infine sottolineata la connotazione generica dei luoghi, che permette di applicare questo schema narrativo ad ogni esperienza vocazionale.
Nei vv. 41-42 l’esperienza di discepolato si traduce in testimonianza coinvolgente: Andrea narra l’esperienza a Simone, suo fratello e lo conduce al Signore. A differenza dei vangeli sinottici, l’autore giovanneo colloca il primo incontro tra Gesù e Simone in questo contesto relazionale: Gesù «fissa lo sguardo» su Simone e ne definisce l’identità, mutandone il nome: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa». Pietro sarà la roccia e il fondamento su cui Cristo edificherà la sua chiesa. La chiamata di Simone, come quella dei primi due discepoli nasce anche in questo caso dalla testimonianza dell’esperienza vissuta nella fede.

«Seguimi!»

Similmente alla prima scena, la seconda scena (vv. 43-51) descrive la chiamata di Filippo che svolge, come Andrea, un ruolo testimoniale nei riguardi di Natanaele[5]. A fronte dell’incredulità di Natanaele (v. 46), viene riportato un singolare dialogo con Gesù che provoca un entusiastica reazione di fede del discepolo: «Rabbì, tu sei veramente il figlio di Dio, tu sei il re d’Israele» (v. 49). Partendo per la Galilea, Gesù prende l’iniziativa di chiamare alla sequela Filippo, originario di Betsaida. Come Andrea e Giovanni, Filippo decide si seguire il Cristo. Il suo coinvolgimento con Cristo è tanto forte da spingerlo a testimoniare la propria esperienza a Natanaele con un annuncio messianico fondato sulle Scritture: «Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè, nella Legge, e i Profeti: Gesù, il figlio di Giuseppe, di Nazaret» (v. 45). L’evangelista delinea gradualmente la figura di Cristo inserendola non solo nel presente storico dei suoi discepoli, ma anche nella tradizione scritturistica («Mosè e i profeti») delle attese di Israele. La prima reazione di Natanaele è ispirata allo scetticismo, poiché la patria del messia non può essere Nazaret, un villaggio insignificante della Galilea. Allo stesso tempo Natanaele vive il desiderio di incontrare Cristo e si dirige verso di lui. Gesù lo precede con un’affermazione imprevista: «Ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità» (v. 47). Natanaele è chiamato a passare da una precomprensione formale delle Scritture a un incontro personale con il mistero del Figlio di Dio. Parlando al cuore, Gesù mostra di conoscere la sua intimità e ne svela tutto il desiderio di verità. Il “conoscere” (gignóskein) preveniente del Signore apre ad un’amicizia profonda, evidenziando la delicatezza della relazione interpersonale. L’intimità spirituale con Cristo non va interpretata come un atto di violenza nel cuore del discepolo, ma come apertura e disponibilità a un incontro di fede. Dal cuore autentico di Nicodemo sgorga la stupenda professione di fede: «Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele!» (v. 49; cf. 2Sam 7,12-14).

Annunciatori di un incontro

La narrazione culmina in una rivelazione programmatica di Gesù nei riguardi dei suoi discepoli (vv. 50-51). La comunione fraterna con Cristo non si limita a un’amicizia fraterna, ma si apre all’annuncio e alla testimonianza universale. La rivelazione di Gesù aumenta lo stupore di Natanaele e degli altri discepoli: «In verità, in verità io vi dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sopra il Figlio dell’uomo» (v. 51). Il lettore può leggere in queste parole un messaggio programmatico della missione di Cristo e della Chiesa. I credenti sono chiamati a vivere la sequela di Gesù aprendosi a un «mistero più grande» che collega il cielo e la terra, determina il destino dell’umanità. La rivelazione cristologica va compresa alla luce dell’antico racconto della visione di Giacobbe (cf. Gen 28,10-17). Nel corso della sua faticosa esistenza, il patriarca vede il cielo aperto e una scala che scende verso la terra sulla quale vi sono gli angeli di Dio. Il simbolismo contenuto nella visione propone l’idea della «casa di Dio» e della «porta del cielo», esperienze mistiche che schiudono davanti a Giacobbe il progetto della volontà celeste per la sua discendenza. Da parte sua Gesù ha adattato la visione di Giacobbe reinterpretandola in senso cristologico: non è più una scala a sostenere il collegamento tra la sfera celeste e il mondo terreno, ma è il “Figlio dell’uomo”, l’unico efficace mediatore tra il mistero di Dio e la realtà del mondo. Nella sua umanità incarnata, Gesù Cristo compie definitivamente le attese messianiche e rende presente e operante l’opera salvifica di Dio. I discepoli sono chiamati a conformare la loro esistenza alla luce dell’incontro con Cristo, divenendo progressivamente annunciatori del vangelo[6].

Prospettive teologico-pastorali

Segnaliamo alcune prospettive che emergono dal testo giovanneo.
- Una prima prospettiva è costituita dal tema dominante della “testimonianza”, che collega l’intera narrazione. La credibilità della testimonianza del Figlio, introdotta dal Battista, genera l’incontro personale con i discepoli e la conseguente decisione di “seguire Cristo”. La straordinaria figura del Battista rappresenta la prima importante mediazione di un incontro, che schiude il desiderio di uscire da se stessi e di cercare l’incontro con il Messia.
- Una seconda prospettiva è costituita dalla dinamica dell’incontro con Cristo, caratterizzata dal “desiderio intimo” e dalla “ricerca libera e aperta”. Il cuore giovane dei primi discepoli si dilata di fronte al futuro e si prepara ad una novità inattesa. Dal testo giovanneo si coglie il bisogno di senso di quei giovani “in ricerca”, la necessità di poter dare una risposta alle attese messianiche, mettendo in gioco la loro stessa esistenza. Da qui nasce la scelta vitale della sequela: decidere di seguire Cristo significa passare dall’idealità alla concretezza del cammino. Nell’immagine pasquale dell’agnello di Dio si cela il mistero pasquale, che comporta un esodo da se stesso, verso la “terra promessa”.
- Una terza prospettiva è segnata dal dialogo liberante e accogliente di Cristo: «che cercate? – venite e vedrete». E’ il momento cruciale del primo incontro. Esso segna l’ingresso in una nuova esperienza, fatta di volti e di storie nuove. L’evangelista sottolinea la dimensione esperienziale del «dimorare» con Gesù, evitando di riportare discorsi e contenuti. Più che un’idea, i discepoli incontrano una persona storica, concreta, reale, capace di accogliere e di condividere le loro stesse attese e il loro destino.
- Una quarta prospettiva è generata dal dinamismo della testimonianza che diventa “bisogno di annuncio“. Due discepoli interpretano questo motivo: Andrea, che conduce Simone da Gesù, e Filippo. Quest’ultimo, chiamato direttamente dal Signore alla sequela, assimila a tal punto l’intimità del suo incontro irrepetibile con Cristo, da non riuscire più a trattenere l’annuncio: «Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè nella Legge e i Profeti, Gesù, figlio di Giuseppe di Nazaret» (Gv 1,45). Il discepolo, capace di vivere la novità del cambiamento, diventa inevitabilmente “missionario”, per la forza intrinseca dell’incontro con l’Amore che cambia la vita. Annota a proposito papa Francesco:
«Ogni cristiano è missionario nella misura in cui si è incontrato con l’amore di Dio in Cristo Gesù; non diciamo più che siamo “discepoli” e “missionari”, ma che siamo sempre “discepoli-missionari”. Se non siamo convinti, guardiamo ai primi discepoli, che immediatamente dopo aver conosciuto lo sguardo di Gesù, andavano a proclamarlo pieni di gioia: "Abbiamo incontrato il Messia" (Gv 1,41)» [7].
- Una quinta prospettiva è data dalla dimensione «comunitaria e familiare» dell’esperienza dei giovani. L’incontro intimo con Cristo non assume un carattere autoreferenziale e intimistico. La comunità non è mai vista come una “setta” chiusa nel proprio mondo ideologico, bensì come una “famiglia” che ascolta la Parola, accoglie in uno stile di “comunione” e annuncia con trasparenza e verità l’amore salvifico che Dio riserva personalmente per ciascuno[8].

Conclusione

La pagina giovannea conferma la sua attualità nell’odierno contesto ecclesiale e giovanile. La fede implica un dinamismo “transitivo” in grado di accogliere l’invito a “venire e vedere” e di trasformare il cuore dei giovani in una spinta oblativa e missionaria. Dalla gioia di questo incontro si determina il discernimento vocazionale, che schiude il cuore umano a desiderare di annunciare il Vangelo ai confini del mondo. Restano illuminanti le parole di papa Francesco circa la novità dell’evangelizzazione, che presuppone la «memoria grata» dell’incontro con Cristo:
«La gioia evangelizzatrice brilla sempre sullo sfondo della memoria grata: è una grazia che abbiamo bisogno di chiedere. Gli Apostoli mai dimenticarono il momento in cui Gesù toccò loro il cuore: "Erano circa le quattro del pomeriggio" (Gv 1,39)» [9].

 
NOTE

[1] Cf. Sinodo dei Vescovi, XV Assemblea generale ordinaria, I giovani la fede e il discernimento vocazionale. Documento preparatorio, LEV, Città del Vaticano 2016
[2] Cf. Ibidem, 7-9.
[3] Ibidem, 9.
[4] Cf. G. Zevini, I primi discepoli seguono Gesù, «Parola Spirito e Vita» 2 (1980), 140-153; G. De Virgilio, La fatica di scegliere. Profili biblici per il discernimento vocazionale, Rogate, Roma 2010; A. Marchadour, I personaggi del Vangelo di Giovanni. Specchio per una cristologia narrativa, Dehoniane, Bologna 2007, 191-198; F. J Moloney, Una comunità di discepoli chiamati alla fede, in A. Strus – R. Vicent (edd.), Parola di Dio e comunità religiosa, LDC, Leumann 2003, 186-197.
[5] Ritroviamo il prototipo del discepolo, che diventa a sua volta testimone e annunciatore del mistero di Cristo in Mt 8,22; 9,9; Mc 2,14; 10,21; Lc 9,59.
[6] Commenta Moloney: «I primi discepoli volevano comprendere Gesù secondo le categorie proprie del loro contesto religioso, nazionale e sociale. Il prologo, la testimonianza del Battista e la promessa di Gesù ci dicono che esse devono essere trascese. La promessa di Gesù nei vv. 50-51 ci chiede di riconoscere i limiti delle nostre speranze, dei nostri desideri e dei nostri progetti, e di permettere che il cielo si apra sopra di noi. Ci si chiede di essere uomini di fede, che non fanno prevalere i propri modi di pensare e di agire su quelli di Dio. Questa è la provocazione suprema della chiamata al discepolato: noi vedremo cose più grande quando saremo capaci di riconoscere in Gesù il dono di Dio e di plasmare le nostre vite e le nostre attese in accordo con il punto di vista di Dio» (Moloney, Una comunità di discepoli chiamati alla fede, 195).
[7] Francesco, Evangelii Gaudium. Esortazione apostolica (Roma 24.11.2013), n. 120.
[8] Cf. Ibidem, n. 264.
[9] Ibidem, n. 13.

 

 

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