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Il discepolo che Gesù amava nel dolore di Cristo (Gv 18-19)


Il percorso di fede/vocazionale del "discepolo amato" /3


Giuseppe De Vigilio

(NPG 2017-06-50)
 

Dopo aver riflettuto sul ruolo del «discepolo amato» nell’episodio dell’ultima Cena (Gv 13,21-30), fermiamo la nostra attenzione su due episodi della passione secondo Giovanni, che ritraggono il discepolo amato nel cortile della casa del sommo sacerdote Anna, suocero di Caifa in compagnia di Simon Pietro (Gv 18,15-18) e ai piedi della croce insieme con la madre (Gv 19,25-27) fino alla morte di Gesù (19,28-37). Il contesto che caratterizza questa presenza è rappresentato dal drammatico racconto della passione, nel quale Gesù porta a compimento la missione (19,30). Mediante la sua morte Gesù glorifica il Padre e consegnando lo Spirito Santo, affida ai credenti il dono della salvezza[1]. Fermiamo la nostra attenzione sulle scene che caratterizzano due luoghi geografici e assumono un valore simbolico: il «cortile» della casa del sommo sacerdote e il luogo del Cranio detto Golgota.

Il cortile e la casa del sommo sacerdote (Gv 18,15-18)

Al cortile della casa del sommo sacerdote si giunge dopo l’arresto di Gesù avvenuto nel giardino del Getsemani oltre il torrente Cedron (Gv 18,1-12). Gesù è condotto presso la casa del sommo sacerdote Anna (18,13-14). L’episodio che vede la presenta di Simon Pietro insieme all’altro «discepolo» (Gv 18,15-18) si inserisce nella scena riguardante l’interrogatorio di Anna e il rinnegamento di Pietro (Gv 18,12-27)[2]. Ormai tutti i discepoli hanno abbandonato il maestro e sono fuggiti. Solo Simon Pietro, dopo aver inutilmente tentato di difendere Gesù (Gv 18,1011), cerca di seguire il gruppo delle guardie per vedere dove viene condotto. Il testo recita:
«Intanto Simon Pietro seguiva Gesù insieme a un altro discepolo. Questo discepolo era conosciuto dal sommo sacerdote ed entrò con Gesù nel cortile del sommo sacerdote. Pietro invece si fermò fuori, vicino alla porta. Allora quell’altro discepolo, noto al sommo sacerdote, tornò fuori, parlò alla portinaia e fece entrare Pietro. E la giovane portinaia disse a Pietro: «Non sei anche tu uno dei discepoli di quest’uomo?». Egli rispose: «Non lo sono». Intanto i servi e le guardie avevano acceso un fuoco, perché faceva freddo, e si scaldavano; anche Pietro stava con loro e si scaldava» (Gv 18,15-18).
Si parla di Simon Pietro e dell’«altro discepolo». Le problematiche segnalate dai commentatori evidenziano la difficoltà di individuare l’identità del discepolo che accompagna Simon Pietro nel corteo del prigioniero verso la casa di Anna e poi di Caifa[3]. L’intenzione primaria del narratore è quella di presentare la condizione di Gesù «prigioniero» abbandonato dai suoi amici e rinnegato da Simon Pietro (cf. la predizione in Gv 16,32). Il racconto giovanneo presenta alcune incongruenze e fratture rispetto alla tradizione sinottica. Si dà rilievo solo alla comparizione di Gesù davanti alle autorità giudaiche connessa con il triplice rinnegamento di Pietro (18,19-27). Non vi è traccia del giudizio di tutto il sinedrio. Si dice che in un primo momento Gesù viene condotto da Anna, presentato come suocero del sommo sacerdote Caifa che aveva predetto «la morte di un uomo solo a favore di tutto il popolo» (18,13-14). Solo Giovanni rivela il particolare ruolo dell’altro discepolo che accompagna Simon Pietro: egli permette a Simone di entrare ne cortile della casa del sommo sacerdote «perché era conosciuto dal sommo sacerdote». A ben vedere la scena dell’interrogatorio di Gesù spezza in due la sequenza del rinnegamento di Pietro al cospetto della portinaia. In tale contesto si menziona la figura dell’«altro discepolo», che era noto al sommo sacerdote e che fa passare Pietro all’interno del cortile. Segue l’interrogatorio di Gesù da parte del sommo sacerdote (18,19-24) e successivamente l’evangelista descrive il ripetuto rinnegamento di Simon Pietro (18, 25-27), che si conclude con il riferimento al canto del gallo e alla predizione di Gesù verso Pietro (cf. Gv 13,38).
Occorre notare la significativa presenza di Simon Pietro e quella del «discepolo» nel contesto della sofferenza di Cristo. Come nel corso della cena di addio il «discepolo amato» assume una funzione di mediazione nei riguardi di Simon Pietro, così nel racconto del rinnegamento la presenza del «discepolo» consente a Simon in qualche modo di essere partecipe della profezia anticipata da Gesù: Simone vive tutta la sua debolezza e incapacità di testimoniare con coraggio la sua amicizia per Cristo.
In quel momento l’unico «discepolo» che può dare testimonianza del compiersi di questa profezia è colui che accompagna Simon Pietro. In lui occorre vedere il testimone della passione di Cristo (Gv 19,35) e allo stesso tempo della sua «compassione» per il capo della Chiesa[4]. Il «discepolo» anonimo menzionato dall’evangelista è osservatore silenzioso della drammatica debolezza e insieme della straordinaria fortezza, della negazione della verità e allo stesso tempo dell’affermazione di essa. Sembra quasi che tale presenza voglia preparare il lettore allo sviluppo degli avvenimenti della passione. La domanda implicita che caratterizza gli episodi della passione è la seguente: «Da che parte si vuole stare? Dalla parte degli accusatori e del potere violento o da quella di Cristo?». La funzione del «discepolo anonimo» sembra evocare nel cortile del sommo sacerdote l’urgenza della scelta da parte del credente, ricordando che il «giudizio» del mondo implica una «venire alla luce» operando la verità (Gv 3,19-21) [5]. Nella solitudine di Gesù, abbandonato da suoi, maltrattato dalle guardie e giudicato con violenza e disprezzo (Gv 18,19-24), si staglia la figura silenziosa del discepolo che sta accanto al suo Signore e condivide la sua notte.

Ai piedi della croce insieme alla Madre

La presenza del «discepolo amato» presso la croce di Gesù, insieme alla madre, è peculiare nel racconto giovanneo[6]. Dopo essere stato testimone del rinnegamento di Simon Pietro, solo nel Quarto Vangelo il «discepolo» è presentato ai piedi della croce, insieme alla madre. Manca Simon Pietro e mancano gli altri discepoli, a cui Gesù aveva offerto un esempio supremo nel segno della lavanda dei piedi (Gv 13,12). Non è più il Cenacolo né il giardino del Getsemani, ma la dura roccia del Golgota a segnare il contesto del dramma finale di Cristo.
Considerando lo sviluppo della pericope di Gv 19,25-37 si possono individuare tre tappe così tematizzate: a) una madre per dono (vv. 25-27); b) Morire per un nuovo inizio (vv. 28-30); c) La ferita in fondo al cuore (vv. 31-37).

- Una madre per dono
Unanimemente i commentatori collegano di 19,25-27 con l’episodio delle nozze di Cana (2,1-12) per via della ripetizione dei due termini-chiave che sono uniti solo in questi due contesti: la madre è chiamata da Gesù «donna» e il riferimento al tema dell’«ora» (cf. Gv 2,4; 19,26-27)[7]. L’evangelista riferisce in modo essenziale e commovente il dialogo di Gesù, che vede la madre e accanto a le «il discepolo che amava». La madre è nell’ora del Figlio, dopo aver implorato a Cana a favore di una coppia di sposi. La scena assume una valenza rivelativa (cf. l’espressione: «ecco…») senza precedenti e va considerata come il compimento della promessa dell’amore di Dio per l’umanità. Affidando le sue ultime volontà, Gesù dichiara la maternità spirituale di Maria verso il «discepolo amato» e nella sua figura occorre intendere ogni credente. Nella tenerezza di questa relazione materna-filiale si realizza è la consegna finale di Gesù[8]. È il giovane amato da Cristo ad essere destinatario di questa consegna. Nella sua giovinezza egli diventa segno di un presente rinnovato e di un futuro da costruire. La solitudine del Figlio ora si trasforma in comunione di amore: il giovane è chiamato a prendere la madre con sé e a prendersi cura della nuova famiglia, che la tradizione ha individuato nella comunità ecclesiale. La separazione si traduce in un processo di unione, la morte diventa un passaggio ad una nuova vita. Il «discepolo amato» sperimenta l’amore che supera il vuoto di ogni solitudine. «Da quell’ora egli la prese con sè» (19,27): l’espressione indica un nuovo inizio, una nuova chiamata che si origina dal dono di Gesù e si traduce in un impegno per tutta la vita[9]. Ogni credente può vedersi personificato nel ruolo del «discepolo amato», prendendo coscienza di essere con Maria «nella Chiesa» e di vivere con gli altri credenti «come fratelli» (Gv 20,17).

- Morire per un nuovo inizio
Il racconto giovanneo culmina con l’episodio della morte del crocifisso nei vv. 28-30, che segue la disposizione testamentaria. Nel desiderio di bere per l’ultima volta (v. 28) si allude alla sofferenza del giusto evocata nel Sal 69,22 («Mi hanno messo veleno nel cibo e quando avevo sete mi hanno dato aceto»; cf. anche Sal 22,16). Gesù riceve l’aceto per condividere fino alla fine la sofferenza umana. La scena si conclude con la parola: «È compiuto» e con la descrizione dell’evangelista che afferma: «E, chinato il capo, consegnò lo spirito» (19,30). L’inizio (Gv 1,1: archê) della sua missione che vede il Figlio rivolto verso il seno del Padre (Gv 1,1-18) ora vede la «fine» (Gv 13,1; télos; 19,30; tetélesthai), rivelando il nuovo inizio con il dono dello Spirito (cf. 16,28). Nell’atto di morire Gesù mostra il potere di dare la vita per i suoi (10,17-18). Il «discepolo amato» è davanti alla croce, insieme con la madre, ad accogliere il dono dello Spirito e a ricominciare. Solo in questa accoglienza è possibile comprendere il senso della missione e il cammino della croce. È possibile opporsi alla crudeltà, alla violenza, alla ostilità, alla cultura della morte che domina il mondo, solo se ci si accoglie l’amore trinitario di Dio.

- La ferita in fondo al cuore
L’ultima scena (vv. 31.37) assente negli altri racconti evangelici riguarda la richiesta dei Giudei di far rispettare il giorno di Sabato, togliendo dalla croce i condannati (19,31). Pilato acconsente e i soldati eseguono l’ordine spezzando le gambe ai due ladroni. Venuti da Gesù e vedendo che ormai era morto non gli spezzarono le gambe «ma uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua» (19,34). Il discepolo amato diventa il testimone di questo ulteriore estremo segno di amore. La tradizione ecclesiale ha interpretato questo racconto non solo nell’ottica della garanzia della morte, ma nella prospettiva del dono sacramentale che Cristo offre alla Chiesa (cf 1Gv 5,7). Al sangue si collega il dono dell’Eucaristia e all’acqua quello del battesimo: entrambi sgorgano dal costato trafitto, cioè dal cuore stesso di Cristo che «ha amato fino alla fine». È inevitabile il collegamento con l’esperienza della cena di addio, dove il «discepolo amato» pone il suo capo sul petto di Gesù (13,25). Il giovane discepolo fa l’esperienza del cuore ed è l’unico che può dare testimonianza dell’amore di Cristo, dal segno dell’acqua nella lavanda dei piedi a quello del costato trafitto. Quel cuore rattristato dal tradimento di Giuda, ora è trafitto dalla violenza e dall’ingiustizia del potere umano. Morendo come l’agnello immolato «a cui non viene spezzato alcun osso» (Gv 19,36; cf. Es 12,10.46; Nm 9,12), Gesù attira a sé ogni creatura (12,32) per il suo amore disarmante e in questa tensione contemplativa si realizza la profezia di Zac 12.10: «Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto».

- Non più soli
Il sintetico approfondimento collegato alla testimonianza del «discepolo amato» ci aiuta a capire che non siamo più soli, ma uniti a Cristo e alla madre. Quanta differenza con la solitudine notturna di Simon Pietro, colma di scrupoli e di rimpianti. Condividere il dolore significa accettare la logica dell’amore oblativo che si dona senza misura, fino alla fine. Dal giardino del Getsemani al luogo del Golgota la presenza del discepolo amato indica il sentiero per ogni credente e particolarmente per ogni giovane in ricerca. Alla scuola dell’amore trinitario, tutti i giovani sono chiamati a vivere da protagonisti nella Chiesa e nel mondo, fissando lo sguardo nel cuore di Cristo e rimanendo con la madre davanti alla sua croce. È qui che si rivela la pienezza dell’amore trinitario che permette di «conoscere» Dio-Amore, perché «chi non ama non ha conosciuto Dio» (1Gv 4, 8.16).


NOTE

[1] Cf. R. E. Brown, Giovanni, Cittadella, Assisi 1979, 1004-1036; V. Mannucci, Giovanni il Vangelo narrante. Introduzione all’arte narrativa del quarto Vangelo, Dehoniane, Bologna 1997, 229-232; A. Marchadour, I personaggi del Vangelo di Giovanni. Specchio per una cristologia narrativa, Dehoniane, Bologna 2007, 163-165; R. Vignolo, Personaggi del Quarto Vangelo. Figure della fede in San Giovanni, Glossa, Milano 1998, 198-203.
[2] Cf. Schnackengurg, Il vangelo secondo Giovanni, III, 359-368 (il dibattito sulle problematiche letterarie);
[3] Cf. U. Wilckens, Il Vangelo secondo Giovanni, Paideia, Brescia 2002, 344-348; R. Fabris, Giovanni, Borla, Roma 2003, 682-687.
[4] Cf. Brown, Giovanni, 1033-1035.
[5] Commenta Brown: «Giovanni usa la scena del rinnegamento di Pietro in modo squisitamente teologico. Rendendo i rinnegamenti di Pietro contemporanei alla difesa di Gesù davanti ad Anna, Giovanni ha prodotto un contrasto drammatico in cui Gesù affronta coraggiosamente i suoi inquisitori e non nega niente, mentre Pietro trema davanti ai suoi e nega tutto» (Ibidem, 1035).
[6] Cf. Wilckens, Il Vangelo secondo Giovanni, 370-378; Brown, Giovanni, 1147-1160; R. Vignolo, La morte di Gesù nel vangelo di Giovanni, in Parola, Spirito e Vita 32 (1995), 121-142.
[7] Cf. Wilckens, Il Vangelo secondo Giovanni, 371-372.
[8] Cf. I. De la Potterie, Studi di cristologia giovannea, Marietti, Genova 1986, 167-190; Idem, Maria nel mistero dell’alleanza, Marietti, Genova 1986, 229-251.
[9] Commenta Wilckens: «Questo discepolo non perché tra tutti i discepoli avesse il privilegio di essere stimato e amato da Gesù più degli altri,, ricevendo quindi in quanto “discepolo prediletto” (come affetto impropriamente viene chiamato di solito), alla cura di sua madre, ma perché Gesù lo ama così perfettamente e interamente come ha amato tutti i suoi, avendo affrontato la morte per loro, sicché in lui si fa visibile in forma esemplare la perfezione di essere discepolo» (Wilckens, Il Vangelo secondo Giovanni, 372).

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