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L'incredulità caratterizza

i credenti autosufficienti

Domenica XIV del T.O. (B)

a cura di Franco Galeone * 

 Gesù Sinagoga

Ezechiele: un voce scomoda!

1. Le parole dei profeti (molto meno quelle dei sacerdoti!) suscitano irritazione nei credenti autosufficienti e perciò il destino che li attende è il rifiuto. È accaduto a Geremia, minacciato dai suoi paesani (Ger 11,21) e messo in guardia anche da Dio (Ger 12,6). È accaduto a Maometto quando alla Mecca volle scuotere i suoi concittadini troppo attaccati al denaro. A Nazaret è accaduto a Gesù. È accaduto anche a Ezechiele. Poteva avere circa 30 anni quando nel 597 a.e.v. fu deportato a Bavel insieme all’ultimo re di Giuda Tzidqiiàhu e al fior fiore della popolazione. Conquistata Ierushalàim, Nabucodonosor aveva lasciato nel paese solo la gente povera (2Re 24). A questi esiliati, quattro anni dopo, Ezechiele fu inviato da Dio ad annunciare un messaggio sgradito. Essi desideravano tornare a Ierushalàim, ricostruire il Tempio e la Nazione… ma il profeta dissipa i loro desideri e dà loro lo stesso consiglio di Geremia: Costruite case, abitatele, piantate orti e mangiatene frutti; prendete moglie e mettere al mondo figli e figlie. Cercate il benessere del paese in cui siete stati deportati (Ger 29,5).

 2. Nel brano di oggi viene ben descritta la vocazione e missione del profeta. Mentre Ezechiele è prostrato a terra, una voce gli ordina: Alzati, figlio dell’uomo (Ez 2,3). Figlio dell’uomo: significa semplicemente uomo, fragile, mortale. Ezechiele era figlio di Busì, un sacerdote del Tempio di Ierushalàim, era orgoglioso di appartenere a una nobile casta. Il Signore lo richiama alla realtà: figlio dell’uomo, non un angelo, un superuomo ma un semplice uomo, con difetti psichici e mentali da cui nessuno è esente. Difatti Ezechiele alternava momenti di esaltazione a momenti di scoraggiamento, era propenso alla depressione e si chiudeva in lunghi mutismi: Rimasi per sette giorni come stordito (Ez 3,15). Parlava bene, questo sì, e la gente accorreva ad ascoltarlo: Bella è la voce e piacevole l’accompagnamento musicale (Ez 33,32). Ma questo è poco importante: lui è chiamato e incaricato di una missione: non gli viene chiesto di predire un lontano futuro ma di trasmettere la Parola di Dio agli esuli in Bavel.


Gesù: un personaggio scomodo

3. Nell’ambiente ristretto e nella società chiusa di un piccolo popolo della Galilea del sec. I la famiglia e la sinagoga erano (dovevano essere) i due alvei attraverso i quali ogni individuo si integrava nella società giudaica del suo tempo. Questo è capitato nel caso di Gesù? Da quello che racconta questo brano, sembra di no. La famiglia e la sinagoga si sorprendono quando si rendono conto del fatto che Gesù non pensa, non parla e non vive più come ci si doveva aspettare in una persona del popolo ed in un figlio di quella famiglia. Di fatto la condotta di Gesù fu allora considerata così “deviata” che meritò solo “disprezzo”. E quindi nessuno, neanche la sua famiglia più intima, ebbe fiducia in lui. È il prezzo della libertà! Un profeta è disprezzato solo in casa sua (Mc 6, 4). Il doloroso stupore di Gesù era giustificato. Gesù è stato incompreso nell’ambiente dove lo si conosceva meglio, perché è stato considerato come una novità. E se poi è stato rifiutato, è perché è stato considerato come un pericolo. Un pericolo per quella religione (la sinagoga) e per quel modello di società (la famiglia).

Gesù rifiutato dai suoi!

4. I tre sinottici ricordano questo fatto (Mt 13, 53-58; Lc 4, 16-30): segno che è importante. Trascorsi alcuni mesi a Cafarnao, Gesù torna al suo paese Nazaret (Mc 6,1). I suoi parenti già avevano tentato di convincerlo a rientrare in famiglia, a riprendere il dignitoso lavoro del padre. Ma lui, niente, aveva altro per la testa. Ora, di sua iniziativa, torna a Nazaret, non da solo ma con una nuova famiglia. È un gesto significativo: torna per presentare, all’antica famiglia, la sua nuova famiglia, composta da tutti coloro che ascoltano la sua parola (Mc 3,33). L’incomprensione non esplode subito: trascorsi alcuni giorni in famiglia senza incidenti, Gesù va in sinagoga di sabato a insegnare (Mc 6,2). Premesso che Gesù non è mai andato in sinagoga a pregare ma a insegnare, notiamo subito che fin quando Gesù rimane tranquillo nella sua casa, negli schemi tradizionali insegnati dai sacerdoti e condivisi dal popolo, non ci sono conflitti: questi scoppiano quando egli esce di casa e manifesta di voler fondare una nuova casa.

5. I suoi paesani sono meravigliati: Gesù è cresciuto come loro, in una famiglia di buoni ebrei, appartiene a quel popolo che per 119 volte nella Bibbia è chiamato Casa d’Israele. Ora Gesù fa capire di non trovarsi più a suo agio, la casa gli sta stretta, la vuole aprire a tutti! Aveva già iniziato a farlo a Cafarnao, quando elogiò quei quattro uomini che avevano scoperchiato il tetto di casa per introdurvi un paralitico (Mc 2,4). Ha invitato peccatori, prostitute, lebbrosi … ma tutto questo scandalizza i paesani, perché Gesù sta demolendo una casa e delle verità sulle quali essi hanno riposto ogni speranza dal giorno della nascita. Naturale la domanda (Mc 6, 2-3): che garanzia può offrire quel carpentiere, il figlio di Maria che per circa trent’anni ha solo aggiustato porte e finestre? Meglio fidarsi di Abramo e Mosè! Meglio non rischiare, non rinunciare alla vecchia casa e alle sicurezze dell’antica famiglia. Proprio come oggi: chiamati a scegliere, a passare dalla religione alla fede, dalla cristianità al cristianesimo, perché cristiani non si nasce ma lo si diventa grazie ad una libera scelta.

Gesù sfigurato dai suoi stessi credenti!

6. Si dice che l’amore renda ciechi, ma non è vero: è l’abitudine! Questa verità vale anche per noi, perché noi siamo oggi la famiglia di Gesù, la chiesa di Gesù, noi siamo i dottori della legge, i proprietari della verità, i credenti per tradizione. Fu reciproca la delusione tra Gesù e i suoi. Questa delusione è profezia di quanto avverrà sempre. Neppure i suoi fratelli credevano in lui (Gv 7,5); lo stesso Giovani Battista, suo cugino, ci mette trent’anni a riconoscerlo: Io non lo conoscevo (Gv 1,33), e finisce per inviare alcuni a chiedergli: Sei tu il messia o ne dobbiamo aspettare un altro? (Mt 11, 3). Gesù ha invano cercato la fede tra i farisei, gli scribi, i sacerdoti, i devoti, i laureati, i teologati di ieri e di oggi; l’ha trovata invece tra i peccatori, le donne perdute, gli ignoranti, i semplici, i piccoli; lo hanno fatto soffrire molto più i fedeli che gli stranieri, più i credenti che i non credenti, ed è stato crocifisso dalle autorità religiose e politiche della sua nazione. È l’abitudine il pericolo maggiore: quelli che sono troppo abituati a noi finiscono per non guardarci più; è molto peggio che non averci mai visti. Chi non sa, può ancora imparare, ma chi crede di sapere resta nell’ignoranza; chi non crede può ancora convertirsi, ma chi crede di credere, rischia di rimanere sempre ateo.

7. Quante persone si convertirebbero a Gesù se non fosse sfigurato da coloro che sono i suoi rappresentanti e quasi i suoi proprietari! Se aspettiamo che “la chiesa” cambi, aspetteremo sempre: la chiesa non è una cosa diversa da noi cristiani, e se non cambiamo noi, è inutile accusare la chiesa o la gerarchia; la chiesa ci fa, ma anche noi facciamo la chiesa. La riforma inizia a partire da ognuno di noi. Anche ai tempi di Gesù, bisognava lasciare fratelli e sorelle, padre e madre per seguirlo. Anche i dottori e i sacerdoti, i maestri e teologi dovevano ritornare fanciulli, abbandonare le vecchie verità, imparare tutto di nuovo! I giovani protestano contro le ricchezze della chiesa, e hanno ragione, ma domandate loro come immaginano la loro vita, il loro matrimonio! I giovani criticano l’autoritarismo dei loro genitori, e hanno ragione, ma domandate loro se hanno raggiunto un’autodisciplina tale da fare a meno delle leggi! I giovani non sopportano più il fosso che si è scavato tra l’occidente opulento e il miserabile terzo mondo, e hanno ragione, ma domandate loro cosa aspettano a saltare il fosso! Se lo faranno, troveranno molti, pronti a riceverli, perché la chiesa, nonostante tutto, resta sempre una madre ed una maestra, e la santità non è mai mancata tra i suoi figli!

Dio viaggia sempre in incognito

8. Gesù ha vissuto per trent’anni in famiglia, con i genitori, i fratelli, le sorelle, in un villaggio, come tanti, come tutti; ha giocato, lavorato, pregato, amato … e nessuno lo ha notato. E non dobbiamo pensare che lui si nascondesse! Colpa della nostra superficialità, della nostra abitudine. Questa esistenza umile, servizievole, fraterna però era la rivelazione del vero Dio. Dio si trovava a suo agio in quella piccola casa; Dio si esprimeva bene in quei gesti semplici, in quelle relazioni ordinarie. Profondità del mistero contenuto in ogni esistenza! Per osservatori superficiali come noi, gli uomini si assomigliano e si riciclano fino alla nausea: Gli uomini sono tutti molto uguali, molto piccoli, molto rotondi, molto tolleranti, molto noiosi, tutti ingessati negli stereotipi collettivi della famiglia, della società, dello stato, della religione, e obbediscono tutti in gregge al motto del secolo: compiere il dovere (F. Nietzsche). E invece ognuno di noi è un individuo meraviglioso, inesauribile, insostituibile! Che strana creatura è l’uomo: Dio si rivela bene attraverso un volto d’uomo, e a volte vi si incarna del tutto. Vero uomo e vero Dio!

Profeti, non cappellani di corte!

9. Nel brano di vangelo ascoltato, il verbo-chiave è “si scandalizzavano”. Perché i suoi paesani si scandalizzano e rifiutano Gesù? I motivi sono tanti. Anzitutto Gesù non ha alle spalle nessuna carriera accademica, non è un laureato né un teologato, non appartiene a un ceto importante, non ha una genealogia prestigiosa. Lo stesso nome “Gesù” era molto comune in Israele. Per quanto riguarda il suo paese, basta la bruciante domanda di Natanaele registrata nel vangelo: Da Nazaret, cosa può venire di buono? (Gv 1,46). Il suo lavoro, espresso con il greco “tektôn”, poteva essere quello del carpentiere, del manovale, del fabbro. Un lavoro per nulla prestigioso! Ma le critiche più acide riguardano i membri della sua famiglia, elencati con provocante precisione. La famiglia di Gesù è molto modesta, non gode di particolare importanza a Nazaret. Anzi, secondo il capitolo 3, i più ostili a Gesù sono proprio i suoi parenti, che quasi si vergognano di lui, lo credono un pazzo esaltato! Curiosa anche l’assenza di riferimento al padre Giuseppe, forse già morto. Gesù davvero è stato uno di noi, è venuto tra i suoi, di ieri e di oggi, ma non viene riconosciuto!

"Nemo propheta in patria"

10. Gesù, ormai diventato famoso per i miracoli e l’insegnamento, torna nella sua città, Nazaret. Marco scrive soltanto che cominciò a insegnare; ma l’evangelista Luca è più preciso, e ci fa sapere cosa insegnò quel sabato in sinagoga: Sono venuto per annunciare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista (Lc 4,18). Insomma, Gesù proclamava il primo giubileo cristiano della storia, il primo grande “anno santo”, del quale tutti i nostri giubilei non sono altro che commemorazione. Nonostante queste parole di “lieto messaggio”, niente entusiasmo ma solo critiche: Dove ha studiato? Lo conosciamo bene, il falegname figlio di Maria! Gesù deve concludere con amarezza: Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, frase proverbiale semplificata in Nemo propheta in patria. Attenzione però: il pericolo dei nazaretani può toccare anche noi, nati nell’Europa cristiana. Gesù ci lascia davvero liberi, propone la sua grazia ma non la impone a nessuno. Dio ci ha creati senza il nostro consenso, ma non ci salva senza il nostro consenso! Difatti Gesù non pronunciò minacce o invettive contro i paesani, come si racconta invece di Scipione l’Africano, lasciando Roma: Ingrata patria, non avrai le mie ossa! Dio ha davvero rispetto, ma quanta responsabilità in questo rispetto: Gesù potrebbe passare senza essere accolto! Era questa l’inquietudine di Agostino: Timeo Dominum transeuntem.
Buona vita! 

* Gruppo biblico ebraico-cristiano

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