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In una società malata

la missione di un Dio

che guarisce

Luca Mazzinghi


Un ospedale da campo. Non di rado papa Francesco ha descritto la Chiesa con questa immagine. “Io vedo con chiarezza che la cosa di cui la Chiesa ha più bisogno oggi è la capacità di curare le ferite e di riscaldare il cuore dei fedeli, la vicinanza, la prossimità.
Io vedo la Chiesa come un ospedale da campo dopo una battaglia. È inutile chiedere a un ferito grave se ha il colesterolo e gli zuccheri alti! Si devono curare le sue ferite. Poi potremo parlare di tutto il resto. Curare le ferite, curare le ferite... E bisogna cominciare dal basso”. Così si esprimeva Francesco nella lunga intervista rilasciata al direttore p. Antonio Spadaro de “La Civiltà Cattolica” (2013 III / 3918, pp. 461-462).

C’è una umanità malata da curare, con terapie forti. Il libro della Sapienza, che da tempo ci accompagna in queste riflessioni, ci offre qualche spunto interessante al riguardo. Il testo che qui presentiamo (Sap 16,5-14) costituisce una riflessione su un episodio narrato nel libro dei Numeri (Num 21,4-9).

TRA SERPENTI E STRUMENTI MAGICI

Si legge in questo passo come gli israeliti vengono puniti da Dio, durante il cammino nel deserto, con l’invio di serpenti velenosi. Ma vengono poi salvati quando Mosè viene invitato a costruire un serpente di bronzo: chi lo guarda, guarisce dal veleno dei serpenti. Ma ascoltiamo il nostro saggio:

5E persino quando si abbatté su di loro la terribile furia di bestie velenose, ed essi venivano annientati dai morsi di serpenti tortuosi, non durò sino alla fine la tua collera; 6come avvertimento per poco furono turbati, avendo un segno di salvezza, perché si ricordassero del comando della tua legge: infatti chi si volgeva ad esso non era salvato per mezzo di ciò che contemplava, ma da Te, salvatore di tutti.

Il libro della Sapienza non ci dice il motivo della punizione divina; ma dal libro dei Numeri sappiamo che l’invio dei serpenti velenosi è legato all’infedeltà e all’idolatria del popolo. In particolare, il popolo di Israele è tentato di ritornare in Egitto; meglio il cibo del faraone che la difficile libertà nel deserto. Meglio schiavi a pancia piena, che liberi a pancia vuota. Ma, dice il libro della Sapienza, la collera di Dio è alla fine limitata. Il serpente di bronzo (cui il testo allude con l’espressione “segno di salvezza”) non è più, tuttavia, lo strumento attraverso il quale Dio salva il suo popolo. Il v. 7 ci fa comprendere come la salvezza viene direttamente da Dio; il serpente è solo un segno.
Dio non cura le malattie del suo popolo con un oggetto che rischia di diventare solo un oggetto magico – il serpente di bronzo, appunto. Esso serve solo, lo ripetiamo, come “segno” dell’agire divino. È questo un messaggio ancora attuale per tante persone che si credono religiose perché mettono la loro fiducia in immagini, in oggetti sacri, in rituali esteriori, senza tener conto della presenza di Dio o pensando che l’agire di Dio sia legato a quel determinato oggetto.

ALLA SCOPERTA DELLA MISERICORDIA DI DIO

Secondo lo stile proprio della terza parte della Sapienza (Sap 10-19) il testo che stiamo leggendo riflette poi, per antitesi, su ciò che invece è accaduto agli egiziani: mentre gli israeliti venivano salvati dai morsi dei serpenti, gli egiziani venivano colpiti dalle piaghe, qui quella dei mosconi e delle cavallette, narrata in Es 8 e 10.

8E in tal modo persuadesti anche i nostri nemici che tu sei colui che libera da ogni male: 9quelli [gli egiziani] furono uccisi dai morsi di cavallette e di mosconi, né fu trovato un rimedio per la loro vita, perché erano degni di essere puniti con tali mezzi. 10I tuoi figli, invece, non riuscirono a vincerli neppure i denti di rettili velenosi, perché la tua misericordia accorse e li risanò.

Il libro della Sapienza è certamente duro quando parla dei “nemici”; ma tale durezza è legata alla severità con la quale l’autore giudica l’idolatria (si vedano le precedenti riflessioni offerte a proposito di Sap 13-15). L’idolatria, ovvero il sottile tentativo di sostituire al Creatore le sue creature. L’agire di Dio, anche quando sembra essere soltanto un agire che punisce, è in realtà un agire a sfondo pedagogico: persino nella punizione degli egiziani, Dio insegna loro che è Lui a liberare l’umanità da ogni male. E, per chiunque si fida di lui, “la sua misericordia accorse e li risanò” (v. 10).
Come già abbiamo notato in precedenti occasioni, commentando in particolare i capitoli 11-12, il tema della misericordia è davvero centrale nel libro della Sapienza. Se qualche volta gli esseri umani sembrano sperimentare il volto di un Dio severo, scoprono che, in realtà, il Dio di Israele ha un solo volto, che è appunto quello della misericordia.

UNA PAROLA CHE GUARISCE

11Perché si ricordassero delle tue parole [i tuoi figli] venivano punti – ma subito erano salvati – perché, caduti in un oblìo profondo, non restassero esclusi dai tuoi benefici. 12Infatti né una pianta né un impiastro li ha curati, ma la tua parola, Signore, che tutto risani.

La riflessione del libro della Sapienza continua. Anche i momenti negativi della vita (gli israeliti sono stati attaccati e punti nel deserto da serpenti velenosi) possono essere letti dal credente come una occasione di salvezza e come una via per imparare a non dimenticare i benefici che Dio compie per noi. Papa Francesco ricorda, nella Evangelii gaudium, che il credente è una persona dalla memoria grata. Il credente, infatti, dovrebbe conservare nel cuore il ricordo delle molte esperienze dell’amore di Dio da lui incrociate nel corso della sua vita. In una società come la nostra, dominata dalle memorie virtuali legate non alle persone ma a supporti elettronici che ci illudono di poter ricordare tutto, il libro della Sapienza ricorda l’importanza di una memoria viva, che il credente sa conservare e testimoniare.
Ancora una cosa che vale la pena di essere notata: il v. 12 contiene un’ulteriore polemica nei confronti di una fede che si basi solo su realtà esteriori e che si illuda che un determinato oggetto possa realmente guarire l’umanità dalle sue malattie. Neppure la medicina (qui: una pianta medicinale o un medicamento, un “impiastro”) lo può fare, senza l’intervento della parola del Signore. Un Dio “ecologico” che non risana soltanto l’umanità, ma che “tutto risana”, ovvero che dà vita all’intera creazione.

TRA MORTE E VITA

13Tu infatti hai potere sulla vita e sulla morte, conduci alle porte dell’Ade e fai risalire: 14l’uomo, invece, può uccidere nella sua malvagità, ma non restituisce uno spirito esalato né libera un’anima prigioniera.

L’ultima riflessione offerta da questo testo della Sapienza è sulla vita e sulla morte. Gli esseri umani sono in grado di dare la morte, ma non possono dare la vita, meno che mai sono in grado di far rivivere chi ormai è nell’Ade, nel mondo dei morti. Anzi, gli esseri umani sono certamente capaci di uccidere. L’autore della Sapienza è duro, ma molto attuale; dietro tante belle intenzioni e propositi dell’umanità e dei suoi governanti, dietro tanti proclami di civiltà, il nostro mondo sa troppo spesso dare solo la morte: con la guerra, la fame, il crimine, la povertà estrema, la strage di bambini non nati o sfruttati all’estremo, la violenza sulle donne, l’inquinamento che uccide l’intero pianeta… la lista è già molto lunga, ma si potrebbe continuare: “l’uomo, nella sua malvagità, può uccidere”. Il Dio della Bibbia è invece un Dio che è in grado di richiamare alla vita anche i morti. Direbbe Alessandro Manzoni, “quel Dio che atterra e suscita, che affanna e che consola”.

UN DIO DI MISERICORDIA

L’umanità di oggi è troppo spesso chiusa nella sua autosufficienza; Dio è relegato ai margini della vita sociale, politica, economica, non di rado anche per opera degli stessi credenti che vivono la propria fede in modo individualistico e intimistico, talora in modo magico (si veda sopra la polemica contro il serpente di bronzo!). Il libro della Sapienza costituisce un invito a ritrovare la fede in un Dio che con la sua parola è in grado di dar vita all’intera creazione; un Dio di misericordia, che salva e che risana e non che condanna e distrugge.

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