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Le parabole

sul regno di Dio

Giuseppe Florio

In ogni parabola bisogna che si trovi il chiodo che sostiene tutta la narrazione, la descrizione, l’immagine.

A partire dalla ricerca che è stata fatta negli ultimi 50 – 70 anni possiamo oggi identificare meglio, avere una idea più precisa di che cosa è stata la vicenda storica di Gesù di Nazareth. Oggi a differenza dei secoli passati, siamo in grado di collocare Gesù di Nazareth nel suo tempo, di sapere quali erano le grandi correnti religiose, di pensiero. La situazione sociale, economica della regione della Galilea dove di fatto Gesù ha sempre vissuto. Come abbiamo visto nel primo incontro, Gesù di Nazareth sarebbe andato a Gerico, al di là del Giordano, perché i movimenti riformatori come quello di Giovanni il Battista andavano oltre il Giordano, in modo che, i penitenti purificati, riattraversando il Giordano ricominciavano l’avventura del nuovo popolo di Israele. Come al tempo dell’Esodo, come Giosuè che attraversa il Giordano ed entra nella terra promessa.
Nel 28 d.C. al di là del Giordano c’era il Battista, un parente di Gesù. Gesù scende da Nazareth, sono circa 100 km e resta un po’ di tempo con il Battista e ascolta. I vangeli di Matteo, Marco, Luca e Giovanni, in altro modo, sottolineano che Gesù sarebbe rimasto lì e che si sarebbe fatto battezzare. Erano i peccatori che si facevano battezzare.
Il Battista, come abbiamo visto, ha fatto un certo annuncio di predicazione che è di tipo apocalittico. Ricordate al capitolo 3 del Vangelo di Matteo abbiamo visto: “Razza di vipere! Chi vi ha suggerito di sottrarvi all’ira imminente?” (Mt 3, 7); “Già la scure è posta alla radice degli alberi: ogni albero che non produce frutti buoni viene tagliato e gettato nel fuoco.” (Mt 3, 10); “Egli ha in mano il ventilabro, pulirà la sua aia e raccoglierà il suo grano nel granaio, ma brucerà la pula con un fuoco inestinguibile.” (Mt 3, 12). Bisogna che ci abituiamo a sapere cosa era e cosa non era l’apocalittica, perché è molto importante sapere che Gesù di Nazareth non è stato un apocalittico come era il Battista.
A quel tempo gli apocalittici aspettavano la venuta imminente del regno di Dio e l’aspettavano a modo loro con grandi prodigi cosmici e non cosmici e soprattutto con il giudizio. La maggior parte della gente sarebbe andata all’inferno e gli apocalittici avevano lavorato con molta fantasia sull’inferno, da loro abbiamo ereditato certe immagini. Ecco Gesù è lì, al di là del Giordano che ascolta. Quando verso la fine del 28 d.C. massimo gennaio o febbraio del 29 d.C. il Battista viene arrestato, da qui lo portano a Macheronte dove Erode Antipa aveva una fortezza costruita da suo padre Erode, dopo un po’ viene decapitato. Gesù invece di restare lì e di continuare quello che faceva il Battista, che in fondo era un movimento di riforma e di rinnovamento, apocalittico ma di rinnovamento… non abbiamo motivo e spiegazione, Gesù ha lasciato questo luogo e questa attività, non ha continuato sulla scia del Battista, ed è tornato in Galilea.
In Galilea non si è messo a Nazareth, pare che a Nazareth non lo volessero … è vero nessun profeta è ben accetto in patria, e si è stabilito invece a Cafarnao sul lago a casa di Pietro, forse, non lo sappiamo. Quando si è stabilito a Cafarnao ha cominciato a scegliere alcune persone, le ha scelte lui, non il contrario! In genere il maestro veniva scelto dai discepoli, qui invece è lui che chiama; povera gente pescatori, analfabeti. In Galilea a quel tempo gli analfabeti erano tra il 93% – 97% della popolazione. Cosa fa Gesù in Galilea? Comincia ad andare in giro per i villaggi, e di che parla? Parla del regno di Dio.
Anche il Battista parlava del regno di Dio ma così, come ne parla Gesù, è totalmente diverso. Primo, Gesù parla di questo Regno di Dio che sarebbe già presente, gli apocalittici dicevano che il Regno di Dio sarebbe arrivato nel futuro, lo mandavano un po’ più in là, invece Gesù sostiene che il Regno di Dio è già presente.
Secondo, per mostrare che cosa è questo Regno di Dio, Gesù comincia a guarire per dire che non è vero che il mondo è sotto l’ira di Dio, che il Padreterno vuole fare i conti con te, questa era la tesi degli apocalittici. Gesù comincia a guarire le malattie, che come abbiamo già detto, non erano solo un fatto chimico come oggi. Chi era malato, un lebbroso, uno storpio che si era rotto la gamba lavorando o in guerra, era in quello stato perché qualche conto in sospeso con il Padreterno c’è l’aveva, era dunque doppiamente perseguitato: dalla malattia e dal Padreterno.
Questa attività di Gesù se cominciata alla fine dell’anno 28 d.C. ha continuato per tutto il 29 d.C e per tutto il 30 d.C forse fino a Pasqua. Quindi vedete siamo sull’anno e mezzo per i vangeli sinottici: Matteo, Marco e Luca. Giovanni ha tutto un altro schema che storicamente è difficile configurare. Gesù dovrebbe essere morto il 7 aprile dell’anno 30 d.C. è la data che più raccoglie consenso. Quindi vedete si tratta di una attività piuttosto breve se seguiamo i sinottici. Una cosa di grande importanza è come Gesù ha annunciato il Regno di Dio nella sua itineranza in Galilea.
Il come è l’aspetto discriminante, questo non va mai dimenticato, altrimenti il vangelo non c’è più. Gesù non è stato un maestro della legge. Gesù ha parlato del regno di Dio attraverso un linguaggio che nessuno usava per il regno. Gesù ha parlato del regno attraverso le parabole. Le parabole non sono un discorso filosofico o intellettuale, questo non dobbiamo dimenticarlo, altrimenti facciamo i professori ma non serviamo il vangelo. Le parabole sono esattamente all’opposto della filosofica e dell’intelletto. Gesù non ha fatto il professore non si è messo ad insegnare concetti. Vedo che tra noi c’è qualcuno con i capelli bianchi …quando eravate piccoli anche voi avete avuto in mano un catechismo che diceva che: “Dio è l’essere perfettissimo, supremo, …”. I giovani questo non lo sanno, questo è esattamente l’opposto del linguaggio usato da Gesù. Gesù ha usato un linguaggio molto umano, concreto che parte dall’immagine ed è stato molto creativo a trovare le immagini.
Non ha inventato Gesù questo genere letterario, esisteva, non si usava molto, nessuno lo usava per dire del regno di Dio. Gesù lo ha usato per il regno di Dio e lo ha usato in questo modo umanissimo. Chi lo ascoltava, gli analfabeti capivano di che cosa parlava. Se parla del seme, della zizzania, se parla del tesoro nascosto nel campo, la perla preziosa, il semino di senape che poi diventa un albero. Se parla di un figlio scapestrato che poi alla fine, per non morire di fame, torna a casa; se parla del fariseo e del pubblicano che vanno al tempio a pregare. Questo lo capivano tutti. Lo scopo di chi inventa la parabola è di raggiungere, di parlare alla tua volontà. Le parabole sono fatte perché uno quando ha ascoltato poi si decida, faccia qualcosa, prenda un decisione. Le parabole non si rivolgono all’intelletto, si rivolgono alla volontà. Cosa farai tu? che decisione prenderai? per che cosa spenderai la tua vita?
È interessante quello che oggi gli psicologi dicono ed è profondamente vero: le parabole parlano all’inconscio. Il Dio perfettissimo no, le parabole parlano all’inconscio e se possiamo fare una considerazione su tutti questi anni passati da Gesù a Nazareth nel silenzio assoluto, pensate nel 28 d.C. Gesù doveva avere 34 anni, che ha fatto in 34 anni? Il carpentiere, era un artigiano, non era uno schiavo, non era un professore, non era una autorità e non era neanche uno che lavorava a giornata e che poteva patire la fame soprattutto d’inverno.
Era una artigiano in più li vicino a Nazareth 6 km stavano costruendo una città Seffori quindi il lavoro non mancava. In questi 34 anni passati in questo silenzio avrà o no capito e intuito: come parlo alla gente? di che cosa ha bisogno la nostra umanità? La nostra umanità. Ed è credo la maturazione più grande che Gesù di Nazareth ha fatto. Non c’è cosa più veritiera nel parlare di Dio che farlo attraverso la nostra umanità. Non attraverso i concetti filosofici.
Vedremo ora alcune parabole, poi ci soffermeremo su una che a noi fa molto senso, che non quadra per la nostra mentalità moderna: quella degli operai mandati nella vigna, al capitolo 20 di Matteo La parabola ha sempre una immagine, noi moderni diremo: la parabola parte dalla “fiction” per arrivare alla realtà. L’immagine per arrivare a dire una realtà. La parabola ha dei dettagli, attenzione a non soffermarsi sui dettagli che non contano, che non servono, che fanno parte della narrazione.
La parabola è una narrazione, non una lezione. Quando si fanno le lezioni all’università non si fanno le narrazioni, ma il professore viene, e fa: uno, due, tre, quattro quelli sono i punti da li non si esce. La parabola, invece, è creativa, è un linguaggio creativo. Chi inventa una parabola, è molto creativo, è un uomo che ha genio. Quando leggiamo una parabola bisogna che alla fine ci chiediamo quale è quel punto che sostiene la narrazione. Un quadro appeso al muro si sostiene perché c’è un chiodo, anche la parabola ha un “chiodo” che la sostiene. In ogni parabola bisogna che si trovi il chiodo che sostiene tutta la narrazione, la descrizione, l’immagine.
Prendiamo ora il Vangelo di Matteo al capitolo 13. Il Vangelo di Matteo ha cinque discorsi di Gesù, il terzo, è tutto basato sulle parabole. Gesù le avrà dette in giro per i villaggi, Matteo, le mette insieme e ne fa una prima raccolta di parabole sul regno di Dio.

“Egli parlò loro di molte cose in parabole. E disse: “Ecco, il seminatore uscì a seminare.E mentre seminava una parte del seme cadde sulla strada e vennero gli uccelli e la divorarono. Un’altra parte cadde in luogo sassoso, dove non c’era molta terra; subito germogliò, perché il terreno non era profondo. Ma, spuntato il sole, restò bruciata e non avendo radici si seccò. Un’altra parte cadde sulle spine e le spine crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sulla terra buona e diede frutto, dove il cento, dove il sessanta, dove il trenta. Chi ha orecchi intenda”. (Mt 13, 3-9)
Matteo avrebbe potuto mettere un seminatore ma in greco ha scritto il seminatore usci a seminare. Il chiodo? Il regno di Dio sarebbe questo: c’è il seminatore, non un seminatore. Nelle parabole c’è uno sviluppo che è accaduto dopo la morte e risurrezione di Gesù. Lui ha detto che il regno dei cieli è già presente, dopo la morte e la resurrezione, la comunità cristiana ha detto: si è vero, il Regno è già presente, è perché c’è stato Gesù che noi siamo autorizzati a dire che il Padreterno non è adirato con questo mondo e che già ora, senza aspettare la resa dei conti, già ora noi, questo mondo possiamo guarirlo.
Ecco il seminatore allora diventa Lui, non è più una persona vaga qualunque. Certo è che questo seminatore, è strano. Non so se avete dei campi un orto. Guardate che è strano questo seminatore, noi adesso se vogliamo comprare delle sementi andiamo al consorzio le prendiamo e c’è ne è per tutti che problema è? Secondo voi in Galilea le sementi le trovavano cosi a buon mercato? La cosa strana di questo uomo, di questo seminatore è che butta la semente lungo la strada, ma cosa fa? Perché andare a buttare la semente lungo la strada, il terreno sassoso? Ma perché le pietre producono frutti? e poi lo butta anche dove ci sono i rovi e poi anche sul terreno buono. Il punto, provate a pensarci, mi viene in mente il perché parla all’inconscio come ognuno di noi puoi avere una sua idea una sua riflessione, in base all’esperienza, la sua visione delle cose.
Avete un seminatore che butta il seme ovunque, non separa, e quello che ha fatto è stato utile perché di fatto è venuto fuori qualcosa è cresciuto qualche volta il cento, il sessanta, il trenta.
Questo seminatore non ha preclusioni, voi direte è normale. No, è proprio qui la novità: un apocalittico gli avrebbe detto, un fariseo gli avrebbe detto: li non buttarlo, perdi tempo, perdi il seme cosa fai? Capite, il retroterra culturale di dove stava Gesù non gli consentiva di fare una cosa del genere, quindi il punto è: il regno che è già venuto con Gesù di Nazareth, malgrado tutto, i sassi, i rovi la strada, malgrado tutto c’è, cresce! Ma nessuno se ne ritenga il proprietario. Voi non avete idea, un fariseo, un apocalittico, quanta gente avrebbe mandato all’inferno, lo stesso la comunità di Qumran sul Mar Morto. Gesù non ha mai adottato questo modo di guardare al bene, al male e al mondo. Mai!

“Il regno dei cieli si può paragonare a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma mentre tutti dormivano venne il suo nemico, seminò zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi la messe fiorì e fece frutto, ecco apparve anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: Padrone, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene dunque la zizzania? Ed egli rispose loro: Un nemico ha fatto questo. E i servi gli dissero: Vuoi dunque che andiamo a raccoglierla? No, rispose, perché non succeda che, cogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Cogliete prima la zizzania e legatela in fastelli per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio”. (Mt 13, 24-30)
Quando i fanatici di quel tempo, a livello politico e religioso sentivano dire queste cose dicevano che la zizzania va sradicata, non lasciata lì. Gesù, che parla in questo modo di fatto sta dicendo che tu non devi guardare la zizzania, tu prova a guarda quello che cresce, non concentrarti nello sradicare la zizzania. Noi diremmo oggi: guarda quello che c’è di buono. Un altra immagine la trovate al versetto 44: “Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto in un campo; un uomo lo trova e lo nasconde di nuovo, poi va, pieno di gioia, e vende tutti i suoi averi e compra quel campo” (Mt 13, 44). Bellissimo il tesoro nascosto nel campo … uno lo trova arando, poi va vende tutto …. Ha trovato la forza della vita qualcosa per cui vale la pena spendere la vita. Poi ancora: “Il regno dei cieli è simile a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra (Mt 13, 45-46). Il regno dei cieli è simile ad un mercante … contento felice. C’è in molte parabole questo aspetto estremamente positivo. l’influenza della realtà del male non può annebbiarci gli occhi. Gesù conta su tutto quello che i semplici, i poveri, gli ammalati possono fare di buono, quello guarisce il mondo.
Ci vuole coraggio, Gesù avrebbe potuto dire che per guarire il mondo bisogna che tutti osserviamo la legge, la legge di Mosè. Gesù non ha scelto questa strada. Guardate nel Vangelo di Marco capitolo 4 anche lui ha un capitolo che dedica alle parabole sul regno anche lui comincia con la parabola del seminatore e continua come il Vangelo di Matteo. Al versetto 26 torna il tema del seme, questa volta una descrizione che ha solo Marco:

“Il regno di Dio è come un uomo che getta il seme nella terra; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce; come, egli stesso non lo sa. Poiché la terra produce spontaneamente, prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga. Quando il frutto è pronto, subito si mette mano alla falce, perché è venuta la mietitura”. (Mc 4, 26-29).
Chi ascoltava Gesù erano in gran parte contadini e Gesù torna su questo tema del seme: il seme cresce, di notte e di giorno, sempre. Come insiste su questo aspetto notte/giorno non dice quanto ci ha lavorato il contadino, spontaneamente cresce. Qual è il punto, il chiodo di questa parabola? Il punto è la mietitura.
Gli apocalittici erano convinti che se il terreno è buono produce frutto ma qui spontaneamente produciamo i briganti, i peccatori, le prostitute, ecco quindi che deve venire qualcuno a pulire e noi faremo parte di quelli che puliranno il mondo perché il mondo va pulito, il signore lo pulirà ma si servirà di noi che siamo i giusti.
Uno che legge qui capisce che questo regno di Dio non è una realizzazione nostra, tutti siamo chiamati ad esserci in questo regno, ad essere fecondi, a vincere il male con il bene, non a sradicare il male ma il regno di Dio non è in mano nostra, questo è fondamentale, per i farisei era il contrario. Il regno di Dio è in mano nostra perché noi faremmo in modo che tutti arrivino ad osservare la legge e quando noi saremmo riusciti a convertire il mondo alla legge di Mosè allora verrà il regno di Dio. Gesù non ha condiviso questa opinione. Guardate che se come è successo, se pensiamo che siamo noi gli autori del regno di Dio faremo da Costantino in poi quello di cui vergognarci nei secoli. Va bene? Se sapete un po’ di storia, quando noi abbiamo pensato di essere noi gli artefici del regno e non i servitori, non coloro i quali si convertono al regno, noi abbiamo fatto cose orribili, abbiamo ammazzato gente per la gloria di Dio.
Guardate l’altra parabola che ha solo Marco:

“A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? Esso è come un granellino di senapa che, quando viene seminato per terra, è il più piccolo di tutti semi che sono sulla terra; ma appena seminato cresce e diviene più grande di tutti gli ortaggi e fa rami tanto grandi che gli uccelli del cielo possono ripararsi alla sua ombra”. (Mc 4, 30-32)

“A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola …” bellissimo! Marco è un semplice, un liceale, che scrive un po’ così, addirittura vorrebe descrivere il regno di Dio!
Tutti i commentatori dicono che certamente qui possiamo risalire alle parole di Gesù’ di Nazareth. Come mai, perché, se dobbiamo descrivere il regno di Dio “il chiodo” della parabola, va a prendere il seme più piccolo? Io avrei preso come modello non l’albero di senape, avrei preso a modello il cedro, no?
Il cedro è un albero grande che si rispetta. Gli avete visti i cedri del Libano?
No, guardate, qui c’è una scelta dietro. Ecco il “chiodo” se il male fa molto chiasso, se il male si impone, il bene no!
uesta è un cosa che il Padreterno deve aver diffuso nelle culture. Una volta in Cina mi ha impressionato un proverbio: “invece di guardare l’albero che cade guarda la foresta che cresce”. Io ho vissuto nella foresta vergine, non avete idea di cosa succede quando certi alberi, dopo secoli cadono, muoiono. Alberi enormi, ho visto alberi che ci volevano quattro, cinque sei persone per abbracciarli. Quelli alberi un giorno moriranno. Quando cadono, il proverbio cinese dice: non guardare agli alberi che cadono, guarda la foresta che cresce. E’ esattamente la stessa cosa.
Vedete che in fondo Gesù alla gente, incontrata per strada, al mercato, in piazza, gli diceva; non aspettare il regno di Dio con grandi segni fantasmagorici: il sole che cade, la luna che cade sula terra, che ci sono anche nei vangeli, è un po’ passata anche lì questa mentalità apocalittica. Invece dice no, sta attento guarda: il tuo vicino è riuscito a perdonare a quell’altro che si meritava una botta in testa per i torti che gli ha fatto. Lo ha perdonato, non se ne è accorto nessuno, tu devi vedere questo.
Possiamo fare un cenno alla parabola del fariseo e del pubblicano.
Disse ancora questa parabola per alcuni che presumevano di esser giusti e disprezzavano gli altri:

“Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte la settimana e pago le decime di quanto possiedo. Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: O Dio, abbi pietà di me peccatore. Io vi dico: questi tornò a casa sua giustificato, a differenza dell’altro, perché chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato”. (Lc 18, 9-14)
La parabola sin dall’inizio mette le cose in chiaro: il problema è che chi ha l’intima presunzione disprezza gli altri.
Due uomini salgono al tempio e qui già troviamo una anomalia perché il fariseo certamente andava a pregare al tempio, ma il pubblicano no!
Come gli è venuto in mente che il pubblicano va la tempio a pregare? Però, questo è. Gesù dice adesso te la racconto io. Il fariseo pregava tra se non parlava con il Padreterno. Luca scrive bene: “O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano”; che non doveva neanche venire qui. “Digiuno due volte la settimana e pago le decime di quanto possiedo”. Il digiuno era richiesto una volta l’anno, quest’uomo si ritiene un super purificato; non è un povero che muore di fame in Galilea, possiede qualcosa dunque paga la decima, per lui non c’è pericolo di furberie o corruzione al contrario del pubblicano.
Ciò che è specifico di questa parabola per arrivare al “chiodo” è che il pubblicano signori non ha possibilità di conversione. Capito?
I pubblicani erano quelli che gestivano gli appalti dei romani e la riscossione delle tasse. I romani non si sporcavano le mani direttamente, lo facevano fare ad un locale, il quale, cosa volete non c’erano i controlli incrociati per vedere chi ruba e chi non ruba, chi ha pagato, tutto era molto sulla buona fiducia. I romani sapevano che rubavano. Noi abbiamo una idea dell’impero romano basato sulla tolleranza, il rispetto delle culture locali, è vero, più o meno, ma quando i cristiani sono arrivati a dire che non volevano il culto dell’imperatore, allora la ragione di stato ha prevalso, era sacra. Ma i romani nei riguardi di quelli che non pagavano le tasse avevano una crudeltà barbara, non è qui il momento, ma potrei portarvi esempi concreti di una crudeltà barbara. soprattutto con la moglie e i figli di quelli che per i debiti sono scappati e sono diventati briganti.
Non avete idea di come trattavano le mogli e i figli! Il pubblicano è dentro questa “roba” come fa ad uscirne? non può uscirne! Se ne esce lo fanno fuori. Non ha scampo! Quindi se va al tempio, se ci va, ma non ci andava, ma se va al tempio, cosa può dire? Signore se mi togli la misericordia per me non c’è niente altro. Posso contare solo sulla tua misericordia. cosi come sono messo.
Guardate la conclusione che a noi non fa specie, ma ad un ebreo faceva specie, ve lo assicuro: “Io vi dico: questi tornò a casa sua giustificato, a differenza dell’altro”. Ma come? per essere giustificati bisognava andare al tempio e fare il sacrificio, offrire un sacrificio. Questo non ha offerto proprio niente. Si è tenuto anche quello che ha rubato. Capite in che maniera Gesù provoca la gente con le parabole? Questa era un delle cose per la quale le prime comunità cristiane erano molto severe: a quelli che avevano l’intima presunzione di ritenersi giusti veniva detto che non è qui il vostro posto.
Finiamo con il capitolo 20 di Matteo.

“Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Accordatosi con loro per un denaro al giorno, li mandò nella sua vigna.Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano sulla piazza disoccupati e disse loro: Andate anche voi nella mia vigna; quello che è giusto ve lo darò. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano là e disse loro: Perché ve ne state qui tutto il giorno oziosi? Gli risposero: Perché nessuno ci ha presi a giornata. Ed egli disse loro: Andate anche voi nella mia vigna. Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: Chiama gli operai e dà loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensavano che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero un denaro per ciascuno. Nel ritirarlo però, mormoravano contro il padrone dicendo: Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo. Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse convenuto con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene; ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te. Non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono? Così gli ultimi saranno primi, e i primi ultimi”. (Mt 20, 1-16)
Bellissima questa parabola ma quando mai il regno dei cieli era simile ad un “padrone di casa“, uno che ha un terreno, un latifondista? chi lo sa? forse. Purtroppo al tempo di Gesù la Galilea era diventata proprietà dei latifondisti. Una regione splendida, dove nessuno doveva morire di fame ma questo una volta troveremo il tempo di spiegarlo.
Forse era autunno e c’era da vendemmiare, forse il padrone aveva una grande vigna, può darsi. La paga offerta: un denaro al giorno era una cosa piuttosto onesta, si poteva mangiare alla sera con la famiglia il giorno dopo non si sa può darsi.
Quest’uomo poi, sembra un po’ irrequieto o preoccupato, esce in continuazione in cerca di lavoratori, alla mattina, a mezzogiorno, alle tre e ancora alle cinque è proprio irrequieto! Non sopporta le gente che sta tutto il giorno senza far niente!
Poi la domanda fondamentale dei lavoratori della prima ora per arrivare al “chiodo” della parabola:” Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo.” provocante al massimo non solo per la nostra mentalità moderna, noi abbiamo in mente il diritto, ma lo era anche in Palestina a quel tempo. E poi perché cominciare a pagare gli ultimi? Chissà come mai? Perché bisogna cominciare dagli ultimi? Poteva cominciare con i primi, i primi sono i primi o no? La mormorazione è un tema tipico biblico e le mormorazioni non sorgono per dei capricci, le mormorazioni sorgono per delle realtà’ concrete, reali che provocano una reazione. La risposta del padrone: “Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?” Trascrivete: “hai l’occhio cattivo perché io sono buono?”
Guardate qui ci sono molti livelli: c’è un primo livello diciamo noi kerigmatico: il regno di Dio presenta un Dio che non è più il Dio dei meriti. Questo in tutte le religioni: buddismo, islam, giudaismo e cristianesimo questo è un problema in tutte le religioni. La religione di questo regno non ha un Dio che è prima di tutto un Dio dei meriti. Le immagini scelte qui possono far senso ma dobbiamo andare oltre. Non è il Dio dei meriti.
La seconda dimensione, che a noi sfugge totalmente, ma che vi assicuro nelle chiese di Matteo non sfuggiva a nessuno è: tu eri un ebreo tu sei quello della prima ora; tu sei un pagano che è appena entrato in comunità ma cosa pretendi tu? tu sei l’ultimo arrivato, sta buono. Noi oggi abbiamo altri contesti culturali, a quel tempo no, ve lo assicuro, questo provincialismo teologico culturale era fortissimo e ce lo avevano tutti. E c’era anche in queste chiese giudeo cristiane che riflettono il vangelo di Matteo.
Alcuni punti conclusivi sulle parabole del regno.
Primo punto, guardate come mai, a me questo fa pensare, non so a voi, in particolare a chi ha esperienza di annunciare, di fare catechesi, come mai Gesù di Nazareth se ci teneva a far capire una volta per tutte e a tutti cosa era questo regno di Dio e ha voluto parlarne in parabole, perché non le ha scritte! Cosa gli costava?
Guardate che qui c’è un punto, veramente straordinario: il Padreterno e Gesù di Nazareth si affidano all’oralità; quindi in questo caso si affidano a me o a chi domani deve fare quello che sto facendo io.
E chi ha in mano l’oralità, quest’oralità se non ha capito che la cosa è più grande di lui è stupido. Devo ripetere? Guardate noi non siamo all’altezza di raggiungere quello che Gesù voleva dire. Gesù è passato per questa kenosi, per questo svuotamento, si affida a te, a me, alla nostra oralità. Perché non ha evitato questo? Per cui domani in Chiesa l’ultimo arrivato può dire fandonie. Quando parliamo di questo abbassamento di Dio, di Cristo, non c’è solo la realtà della croce, c’è anche questo. Noi abbiamo avuto paura di questa kenosi e abbiamo trasformato il cristianesimo in una dottrina ci siamo sentiti più sicuri, Perché, c’erano è vero, tante interpretazioni, Gesù era solo Dio, no Gesù era solo uomo, nei primi secoli, e abbiamo assunto di fatto la struttura della filosofia greca e siamo diventati un dottrina per cui diciamo chi è Dio? E’ l’essere perfettissimo … e abbiamo perso la dinamica del regno, come Dio passa attraverso l’umanità nostra; non la nostra “professorialità” ma la nostra umanità.
Seconda cosa, le parabole non sono una lezione di filosofia ma le parabole orientano la libertà: come spendi la tua vita? vuoi far crescere qualcosa? mettiti, fai!
Terza cosa, guardate questa è una cosa tipica del cristianesimo che ci caratterizza: parlare del regno significa parlare del presente ma significa anche parlare del futuro. Non ne abbiamo parlato ancora ma ne riparleremo. Il regno è già presente non è ancora compiuto.
Avete sentito questa espressione: “il già e il non ancora”?
Questa espressione l’avete sentita. Bene, sapete una cosa grande che Gesù deve aver trovato il modo di aver spiegato alla gente semplice soprattutto quelli che avevano subito grandi torti, quando tu hai messo la tua vita nell’orizzonte del regno, i valori del regno, il perdono, la gratuità, ti sei convertito a questo volto di Dio, quando tu hai avuto solidarietà, il samaritano, ricordate la parabola, ecco, cosa accade: accade che tu adesso in questa realtà, cosi come è, tu in questa realtà hai anticipato, sottolineo anticipato, qui ed ora, senza bisogno che il mondo venga distrutto e punito, tu hai anticipato qui ed ora qualche cosa che sarà l’armonia totale del regno futuro.
Tu puoi anticipare il regno di Dio se lo vuoi. Se tu hai ricevuto un torto e hai perdonato, quella che sarà l’armonia totale, futura tu l’hai già resa presente adesso! Ecco Perché è finita la categoria del merito, non serve a niente è una stupidità religiosa. O le cose vanno in questa traiettoria della gratuità assoluta di Dio e quindi anche noi, le risposte che diamo, che tentiamo di dare, con la grazia di Dio che c’è che abbiamo, anche noi cerchiamo di rispondere in maniera più gratuita possibile, è questo che arricchisce il mondo, guarisce il mondo, guarisce la storia, è vero!
Non è vero il contrario che noi facendo giustizia, tu sei stato una carogna e adesso te la facciamo pagare; non è vero che cosi guariamo di più il mondo, non è vero. Anche qui è un problema un po’ più grande di noi.
Vedete con che ha a che fare il regno di Dio? Gesù tira fuori delle immagini, delle parabole che tu dici va bene dai, vale la pena, Lui non ha voluto fare né il professore della morale né il rivoluzionario che mandava a casa i romani né quello che mandava a morte i peccatori. Noi possiamo esprimere nel mondo il meglio possibile malgrado tutto il male che c’è. E’ questa la novità che Gesù annuncia.

“Nessuno cuce una toppa di panno grezzo su un vestito vecchio; altrimenti il rattoppo nuovo squarcia il vecchio e si forma uno strappo peggiore. E nessuno versa vino nuovo in otri vecchi, altrimenti il vino spaccherà gli otri e si perdono vino e otri, ma vino nuovo in otri nuovi”. (Mc 2, 21-22)

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1. Abbiamo spedito agli abbonati, in un unico invio, il numero estivo e quello di settembre-ottobre di NPG. Il primo riporta i materiali di approfondimento per la proposta educativo-pastorale salesiana ("Io sono una missione - #perlavitadeglialtri") e il secondo è sul Sinodo "Nel cuore del Sinodo. Temi generativi, sfide provocatorie, inviti alla conversione")

2. Uno splendido omaggio ai nostri abbonati: il libretto dell'INSTRUMENTUM LABORIS del Sinodo, in allegato alla spedizione dei due NPG di cui sopra

3. On line tutta NPG fino all'annata 2013 (come promesso, fino a 5 anni fa), e pulizia-aggiornamento definitivo dei files delle annate precedenti

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