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Le domande di senso

nella letteratura

e i compiti della critica

Francesco Tosto

Sarebbe opportuna nella nostra epoca una rifondazione culturale, che mettesse chiarezza tra contenuti essenziali ma oggi spesso banalizzati e di conseguenza oscurati da significati ambivalenti. In campo etico-religioso, dal quale partiamo per poi ampliare il discorso, il problema risulta evidente. Concetti quali il desiderio di attribuire alle scienze fisiche e sperimentali la capacità di soddisfare tutti i bisogni dell'uomo, la negazione alla vita e all'esistenza di un senso e di una verità, il relativismo e l'indebolimento del soggetto, come pure ogni filosofia materialistica e immanentistica, sono di solito riconducibili -spesso in maniera frettolosa - a termini quali scientismo, nichilismo, pensiero debole, nuovo ateismo, ateologia; termini cioè non sempre utilizzati nella maniera più consona e soprattutto avvertiti in ambito cristiano come pericoli per una ben definita cultura religiosa.
Il problema che qui si pone riguarda, invece, al di là di ogni arbitraria commistione e di ogni schieramento, la possibilità di considerare tali concetti come risorse per una cultura tesa al dialogo, che si incontra con gli "altri" per completarsi, giacché le domande di senso sono presenti in ogni uomo, fanno parte della vita, anche se assumono sfaccettature tanto diverse da connotare spesso la fede di dimensioni e prospettive molto articolate. Ciò non significa che in tal modo la fede cristiana perda i suoi punti di riferimento essenziali, la sua specifica identità, per accogliere ogni forma generica di religiosità – non è questo il nostro obiettivo –, ma auspichiamo da parte della critica, soprattutto religiosa, che l'analisi di un testo utilizzi una criteriologia meno selettiva, atta invece a cogliere e valutare ogni gemito di Assoluto, ogni preoccupazione metafisica, ogni umana ribellione ed ogni altra risorsa esistente tra le pagine di un autore non facilmente classificabile, secondo il comune costume degli studiosi propensi ad una scolastica catalogazione. D'altronde, rimanendo ancora fermi al campo della re ligio, essa è legame tra finito e infinito, trascendenza e immanenza: è raccogliere le varie parti dell'uomo in un centro, legare insieme cose lontane.
Se adattiamo quanto detto al campo della letteratura, tutto può sembrare più comprensibile. Pensiamo, infatti, a quante volte abbiamo ritenuto opportuno collocare scrittori e poeti in un determinato movimento o corrente, sebbene essi, pur essendone originariamente ispirati, imbocchino poi strade diverse, stravolgano gli intenti iniziali, mettano in discussione il loro "specifico". E questo perché succede? Perché la vera letteratura è sempre alla ricerca del fondamento, varia i suoi itinerari in direzione di un nuovo uomo, alla scoperta della sua interiorità; la letteratura procede il più delle volte sulle ali dell'immaginario ma senza dimenticare i fondamenti concreti per cui si muove e quando si ferma su posizioni in apparenza intransigenti sta già preparando nuovi fermenti. Di conseguenza, la netta separazione tra credenti e non credenti, religiosi e laici, atei distruttivi e propositivi, posizioni ideologiche e impostazioni asettiche, mette fuori strada, propone situazioni e personaggi monolitici, che potrebbero invece contenere risvolti di impensabile creatività.
Per le ragioni suddette, l'attribuire un aggettivo alla letteratura, quale potrebbe essere in questo caso "religiosa" – lontano da ogni preoccupazione accademica e, da ogni intento confessionale – significa voler indagare le domande di senso, quella ricerca della verità che accomuna ogni artista il quale, esprimendo il suo io, libera da sé quel mondo riposto ma pulsante e incline ad emergere in ogni momento. La letteratura è una forma di conoscenza e, in quanto tale, racconta l'esperienza dell'interiorità che si alimenta dell'alterità. La letteratura non teme la possibilità laica, atea o religiosa, si apre ad ogni pista gnoseologica e intende considerare i cosiddetti pericoli della postmodernità non come ostacoli alla sua espressione ma come nuove possibilità di integrazione e comprensione.
Per fermarci alla tematica su cui qui scrivo (le domande di senso nella letteratura), non possiamo negare che essa sia stata quasi sempre considerata, apologeticamente e non come si dovrebbe criticamente, di stampo cattolico. E ancora oggi si continua a mantenere inalterati i soliti pregiudizi dimenticando che poeti e scrittori, volenti o nolenti, percorrono spesso piste esistenziali e, attraverso l'invenzione poetica, superano la storia per attingere all'universale; un progetto forse ambizioso e che non tutti gli scrittori hanno posto nelle intenzioni originarie, ma ci sembra onesto da parte del critico non sovrapporre la propria natura a quella dello scrittore, semmai lasciandosi condurre dai testi, senza presumere di voler delineare, all'interno dell'itinerario di ricerca, confini categorici tra indifferenza, rifiuto, speranza e rassegnazione.[1]
La presenza di un'impostazione, per così dire "orizzontale", ha impedito, dai canali consueti della comunicazione sociale per molti anni l'imporsi di un'idea "alta" di letteratura, protesa verso la verità dell'esistenza; hanno fatto la parte del leone le metodologie sociologiche, storicistiche, politiche. Ci sembra sia stata scartata nello scrittore - indipendentemente dagli esiti a cui esso è pervenuto, e senza da parte nostra operare inutile forzature - un'attenzione verso una possible tensione al mistero un vero e proprio itinerario verso una dimensione "altra". La poesia e la prosa, quando si interrogano sull'ignoto, sulla gioia e sulla sofferenza, sulle bellezze della vita e sull'angoscia della morte, si•ongono in direzione dell'ineffabile, in quanto veicoli di mediazione tra il finito e l'infinito, sulle tracce di una conoscenza ulteriore. Le peculiarità della scrittura letteraria e quelle della scrittura religiosa, non sono realtà tra loro estranee, ma complementari, che si vogliono parlare per integrarsi proficuamente. Il Novecento, ad esempio, e gli anni Duemila, si mostrano alla nostra curiosità come un coacervo di angosce e crisi esistenziali, tra interrogativi spesso senza risposte e attese inquietanti. Ed è proprio l'inquietudine che caratterizza questo periodo storico, l'inquietudine di chi cerca un legame per comunicare, per sconfiggere l'esilio di chi vuol comprendere e catturare - senza riuscirvi - la propria identità, di chi cerca un nuovo umanesimo, un re-incanto che sappia opporsi alla cultura mediatica dei nostri giorni.
Considerando tutto ciò come premessa, vorremmo dire basta alle sterili divisioni. Anche i non credenti hanno una loro spiritualità, che si nutre dell'esperienza dell'interiorità e dell'alterità. Il loro ateismo può essere fecondo, non contrario alla fede, forse tragico ma non indifferente. Un credente e un non credente sono dentro di noi. Il cammino, pertanto, è comune. Accomuna tutti la ricerca dell'essenziale,[2] non l'asetticità o la tendenziosità. Le domande di senso sono dentro tutti gli uomini e producono ricchezza nell'ostinato movimento della ricerca e nello sforzo dell'uomo per costruire un mondo che abbia un significato. Non si tratta di irrazionalità e di misera illusione, come sostiene il genetista Edoardo Boncinelli.[3] Le domande radicali sono una domanda aperta, che prescinde dalla ricostruzione di un contesto (per sé utile, valido, necessario ma non esclusivo). Non meravigliamoci, pertanto, per le recenti riletture in chiave religiosa di autori la cui opera è stata irrimediabilmente ritenuta lontana da percorsi spirituali da critici spesso incline ad imporre la loro natura a quella degli scrittori. Occorre invece scorgere all'interno del percorso poetico di un autore quei conflitti esistenziali, quelle fasi dubbiose, che uno scrittore o poeta possa aver attraversato senza con ciò sentire da parte nostra la necessità di definizioni o etichette fuorvianti.[4]
Pensiamo, quindi, ad una letteratura, il cui obiettivo non implichi una finalità, ma una ricerca di senso, di una realtà ulteriore e metastorica, un bisogno di infinito, di assoluto e di incondizionato, magari non esplicito nelle forme quanto nell'essenza; una letteratura, insomma, come interrogazione di se stessi e del proprio destino, che interagisce con quell'inquietudine umana, non riconducibile ad una integralità di fede, ma ad una dimensione umana questionante e permanente. D'altronde, l'elemento "spirituale" costituisce la base di una civiltà letteraria e artistica, non è un elemento allotrio, ma un veicolo sulle tracce della verità. Diceva in tempi ormai lontani Giorgio Petrocchi: «religiosità e irreligiosità si intrecciano, si danno battaglia»,[5] esprimendo quella ricerca costruttiva dell'uomo, quella condizione del dubbio e del cercare insiti nella natura umana.
Tale messaggio trova spesso poca corrispondenza nella società e anche nella scuola, dove spesso il nichilismo emerge nei manuali di letteratura, che - secondo le indicazioni moderne - "vivisezionano" i testi come se fossero cruciverba culturali, ponendo come metodo essenziale di analisi il tecnicismo, lo stereotipo, denotando uno spaventoso vuoto di idée e offrendo ai giovani studenti una alfabetizzazione a basso livello. Anche nel mondo accademico notiamo spesso, e senza troppa fatica, una visione dello studioso come scienziato asettico, come se lo storico potesse essere solo fornitore di fonti grezze e non un interprete; come se lo storico potesse agire senza passione. [6] La verità è che non esistono scienze esatte ed obiettive; il passato esiste solo nella rielaborazione che ne facciamo. E allora appare indispensabile dare voce alle opere senza la pretesa di dominarle in vista della dimostrazione di una propria tesi da difendere ad ogni costo. Negli atenei predomina spesso lo scientifically correct, che si propone di spiegare ogni cosa. Sia dato, invece, credito alla letteratura senza schemi precostituiti, «porta dell'invisibile» [7] che indaghi l'uomo nella sua interiorità, nei suoi percorsi umani e spirituali, una letteratura che non viva solo del mito della parola, ma una letteratura che trovi l'humus nelle radici più intime dell'uomo; una letteratura che non trascuri la scienza del cuore umano, il peso della coscienza e dell'antropologia sulla storia. In sintesi, una letteratura che si faccia carico di raccontare l'uomo in situazione e in movimento.
Sarebbe pertanto opportuno rileggere con animo diverso i maestri "perduti", recuperando il dialogo interrotto e ridando così vigore a quel passato/radice della nostra cultura, spesso ridotto alla museificazione a causa della stanchezza dovuta alla cultura consumistica e anoetica, cioè non pensante, che depaupera la dignità personale, spesso ridotta a calcoli di sopravvivenza.[8] Ci riteniamo forse ancora eredi di una filosofia didattica ottocentesco-risorgimentale - la cultura desanctisiana - per cui la letteratura assolveva solo un compito di esemplificazione pedagogica civile. Questa mentalità non consentiva deviazioni metafisiche, [9] ritenute non necessarie alla formazione del cittadino. Oggi nuove prospettive culturali consentono nuovi orizzonti e nuove metodologie. Consideriamo ad esempio la poesia che spesso cerca di catturare l'infinito e l'eterno come atto supremo dell'anima,[10] pur svolgendo una funzione civile. Non dimentichiamo che l'homo poeticus è anche politicus, in quanto la poesia è una forma di conoscenza che allontana l'uomo dalla logica dell'utile e affronta temi decisivi in un'epoca di erosione delle certezze relazionali. La vera poesia dice la verità sofferta di un'epoca e svolge una funzione civile. I poeti, come alberi, affondano le radici nella terra, nostra madre comune e da qualsiasi estrazione provengano condividono una grammatica della domanda e vivono in una zona di confine (liminare),[11] che permette loro di tenere i piedi ben piantati nella loro realtà fisica, ma gli occhi protesi verso un oltre misterioso e tutto da scoprire.[12]
I versi esaltano l'uomo nella sua integralità, suggeriscono le grandi domande, per cui il critico ha il compito di estrapolare un'esperienza-vita, valorizzando ciò che è implicito nel fluire dei versi. È possibile, quindi, trovare scrittori insospettabili che, con una comunicazione indiretta, esprimono una via esistenziale o spirituale. Si potrebbe, a questo punto citare Boccaccio, il quale afferma: «La teologia e la poesia quasi una cosa si possono dire dove uno medesimo sia il soggetto: anzi dico di più, la teologia niun'altra cosa è che la poesia d'Iddio».[13] L. Wittgenstein afferma con decisione che «i fatti del mondo non sono poi tutto».[14] Quello che vediamo non è quello che guardiamo. La letteratura ci offre la possibilità di avviare un processo di conoscenza del nostro io e non secondo una tecnica ma per un viaggio, una continua tensione. Il luogo della letteratura-insegnava Giorgio Bàrberi Squarotti - è il possibile, il gratuito, l'artificioso, l'altro, un mondo alternativo rispetto a quello storico-fenomenico, rispetto all'accaduto, al dato.[15] La letteratura, aggiungiamo, è un'attitudine per conoscere se stessi; essa contiene una domanda esistenziale, una vertigine, un abisso. Senza tutto questo diventa mestiere, dazio da pagare all'istruzione. E invece la letteratura è un atto critico nei confronti della vita; trasforma la realtà e partecipa con pieno diritto all'evoluzione della società. Enzo Bianchi, molto sensibile a questi concetti, parla di una letteratura che tenti di afferrare il fondamento supremo e misterioso dell'essere,[16] che non contenga nella sua criteriologia coincidenze necessarie con principi codificati ma che coinvolga tutti gli uomini, con le loro ideologie, le loro indipendenze, le loro sconfitte. Pertanto, come annotavo all'inizio di questa mia riflessione, dal punto di vista religioso, anche una lettura nichilistica o atea o a-teologica del mondo, possono essere fonti inesauribili di conoscenza o di integrazione alla conoscenza. Sono, infatti, scrittori spirituali coloro la cui opera consiste nel riscatto che il mondo invisibile ottiene nel confronto con quello visibile e riconosciuto. Una letteratura che mantiene una sua affascinante "ambiguità" tra l'autore che cerca e il lettore che nel disagio altrui legge la propria richiesta di senso.
Ricerca e richiesta, tra attrazione e ripulsa, scorgono nel gioco supremo della letteratura giustificazioni e rassicurazioni. È legittima, pertanto - secondo Carlo Ossola - una letteratura in cui si incontrano la costruzione di un mondo nuovo di significati (l'opera letteraria) e la tensione profetica del messaggio religioso e dei suoi valori, una letteratura che rispetti il valore e l'artificio e soprattutto li postuli come suoi elementi fondanti che reciprocamente si richiedono.[17] Non è agevole, quindi, separare una religiosità denotative (di contenuto) da una religiosità connotative (forma e ispirazione), in quanto esse convivono sinergicamente; così come convivono nell'uomo l'angoscia, la morte e il bisogno di Dio, «le tre zone di reazione spirituale», secondo il noto pensiero di Carlo Bo.[18]
Non si presenta certo facile il compito del critico, il quale osserverà gli elementi fondamentali di una ricerca serena, non arrogante, ma costruttiva e disponibile all'ascolto. L'importante per il critico è servire il testo, rilevare la genialità dello scrittore, analizzare la fonte senza prevaricarla ma scrutarla con quella metodologia della «carezza»[19] che intende svelare senza del tutto possedere. Una critica libera da schemi soffocanti, da burocrazie inutili, che si accosti allo scrittore con empatia, con la giusta tensione, valorizzando l'avarizia del testo e agendo con interazione alla scoperta del dinamismo intrinseco del testo. La letteratura non ha bisogno di critici burocrati ma di appassionati lettori in dialogo con l'opera, liberi da sovrastrutture ideologiche, pazienti nell'attendere con umiltà il rivelarsi del senso. Il critico onesto ha il dovere di saper cogliere le zone ombrose dell'inespresso, per cui quando un'opera si affranca dal contesto socio-culturale, va "criticata" attraverso un esercizio, secondo il quale il critico si impone di tacere dinanzi all'opera letteraria, sperando di ricavare da quel silenzio l'attesa illuminazione, che può fornire un accrescimento del tono vitale, un maggiore attaccamento alla vita [20] oppure può deprimere e svuotare la vita di ogni senso. In questo caso la letteratura perderebbe la consistenza e il suo valore etico. L'artista crea e il critico svela la sua creazione, conservando la consapevolezza che la comprensione è diveniente, procede a ondate nel tempo. L'arte, in tal modo, diviene una forma superiore di conoscenza,[21] affine al divino, citando il Simposio platonico, con una precisa funzione epifanica, che svela il mistero che è in noi. Non ci si può pertanto limitare a giudicare uno scrittore solo dalla sua forma, ma per i valori che incarna e che vanno aldilà della sua persona e perfino della sua opera. La letteratura, così concepita, è specchio di una realtà più profonda e spesso segreta; sembra dimostrarlo molta narrativa recente liberate dalla scorza dell'effimera esteriorità.[22] Afferma Elmar Salmann: «Il romanzo è lo specchio e forse il riflesso della nascita e della scomposizione del soggetto moderno; del cristianesimo esso offre un'immagine non ridotta a dogma o a morale, ma aperta a varie possibilità di luce e di conoscenza, a una visione dialettica».[23]
Il critico si accosta al testo come verità filologica per collocarlo poi in una verità ontologica. Tale impegno da parte del critico può certamente correre il rischio di letture troppo integrali o di travisamenti arbitrari del pensiero; in tal caso il critico perderebbe di credibilità. Nonostante la precarietà del suo mestiere, egli ha, comunque, il diritto di esaminare la letteratura come avventura dello spirito, cercando di credere nel possibile, in quanto il reale è soltanto una parte dell'infinito pensabile. Il critico ha necessità di legare le sue osservazioni, a volte disorganiche, in una visione che le spieghi salvaguardando, oltre il giudizio letterario, anche la dimensione etica della letteratura, che la critica non può esimersi dall'esprimere. In ogni caso, l'etica riguarda l'umanità nella sua interezza, in quanto legame originario con l'alterità, responsabilità di fronte all'altro. La critica non è flatus vocis, non si può separare dalla ricerca profonda di senso; essa deve mirare all'essenziale, cioè a quella ricerca o immersione naturale e permanente della verità, senza steccati tra ragione-fede o scienza-fede.[24]
Dovremmo volere una letteratura in un certo senso "assoluta",[25] insofferente di qualsiasi forma di schiavitù sociale e messaggera di una conoscenza autonoma, che sappia accogliere poeti e scrittori in qualità di uomini. Essi, come letterati, si consegnano giustamente al giudizio della critica; come uomini interessano tutti perché testimoni sia della fragilità umana che del desiderio di conoscere, per via di una condizione naturale, che rende la condizione umana intrepida fino alla fine. Del resto, le celebri domande del pastore errante leopardiano sono rimaste senza risposta e quell'antica «melanconia» si è solo travestita di angoscia. La ricerca del senso della vita è una categoria dello spirito umano e la letteratura è un viaggio alla ricerca della drammaticità della condizione umana.[26]
È lecito - concludo - scorgere nella letteratura un orientamento conoscitivo, una prospettiva forse come risposta alla crisi gnoseologica del Novecento e oltre, o come speranza alternative al mondo che non soddisfa? L'interrogativo giustifica il rilancio della ricerca dell'uomo nelle letterature e nelle arti, luoghi privilegiati in cui è possibile cogliere la sua dignità e scoprire i suoi valori.


NOTE

1 Non sono pochi gli studiosi che hanno trattato le problematiche relative alle domande di senso nella letteratura. Ci limitiamo ad alcuni nomi significativi: F. Castelli, di cui citiamo tra la ponderosa bibliografia, l'ultimo suo testamento: A volte trovano. Scrittori in ricerca, Ancora-La Civiltà Cattolica, Milano 2014; M. Ballarini, Lo spirito e le lettere, voll. 2, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 2015-16 e Id., Teologia e letteratura, Morcelliana, Brescia 2015; M. Naro, organizzatore e curatore di molti convegni sulle domande radicali, i cui atti sono pubblicati da Sciascia Ed., Caltanissetta-Roma, negli anni 2002-2012 e anche da Città Nuova e Rubbettino più recentemente. Ci sembra importante ed utile ricordare sempre di M. Naro il suo Sorprendersi dell'uomo. Domande radicali ed ermeneutica cristiana della letteratura, Cittadella Ed., Assisi 2012; E. Gioanola, La malattia dell'altrove, Jaca Book, Milano 2013; P. Citati, La malattia dell'infinito. La letteratura del Novecento, Mondadori, Milano 2014; E. Noè Giradi, Letteratura italiana e religione negli ultimi due secoli, Jaca Book, Milano 2008; E Boitani, Letteratura e verità, Studium, Roma 2013; C. Ossola, Il continente interiore. Cinquantadue stazioni, Marsiho, Venezia 2010; G. Ferroni, La passione predominante. Perché la letteratura, Liguori, Napoli 2009; A. Spadaro, A che cosa serve la letteratura, Elledici, Roma- Leumann 2002 e Id., Abitare nella possibilità. L'esperienza della letteratura, Jaca Book, Milano 2008; F.D. Tosto, La letteratura e il sacro, 5 voli.: 3,,o11. I, II, III, ESI, Napoli 2009-2011; voll. IV e V, Bastogi, Roma 2016. Da segnalare, infine, i convegni curati da G. Langella, La ricerca del fondamento-Apocrifi moderni-Chierici e laici, Ladolfi, Borgomanero 2011, 2013, 2014.
2 Si veda J. Guitton, Silenzio sull'essenziale. Riflessioni di un pensatore cristiano, Paoline, Milano 2002.
3 E. Boncinelli, Contro il sacro. Perché le fedi ci rendono stupidi, Rizzoli, Milano 2016.
4 A proposito di riletture in chiave religiosa e precisamente biblica, segnaliamo K. Schöpflin, La Bibbia nella letteratura mondiale, Queriniana, Brescia 2013; M. Naro (ed.), Mi metto la mano sulla bocca, echi sapienziali nella letteratura italiana contemporanea, Città Nuova, Roma 2014; S. Bonati -S. Fontana, Bibbia e Letteratura, Claudiana/Emi, Torino-Bologna 2014.
5 G. Petrocchi, La religiosità, in La letteratura italiana, a cura di A. Asor Rosa, vol. V: Le questioni, Einaudi, Torino 1986, 125.
6 Cf. D. Rondoni, Contro la letteratura. Poeti e scrittori. Una strage quotidiana a scuola. Il Saggiatore, Milano 2010.
7 L. Artusi, La letteratura porta dell'invisibile, in «Feeria» 50 (1/2016) 16-18.
8 Si veda G. Casoli, Maestri perduti da ritrovare. Silone, Pasolini, Leopardi, Foscolo. Cinque Italie possibili, rimosse, urgenti, Città Nuova, Roma1990; Id., Da Petrarca a Dante. Un viaggio nella cultura moderna alla ricerca delle fonti, Città Nuova, Roma 1992.
9 Sarebbe opportuno leggere il tema del rilancio della metafisica nel numero monografico di «Hermeneutica. 2005, Quale metafisica?
10 Aristotele, Poetica, IX.
11 Così si esprime J.P. Jossua in molte sue opere. Citiamo, tra le altre, La passione dell'Infinito nella letteratura, Argo Software, Ragusa 2015 e ancora La letteratura e l'inquietudine dell'assoluto, Diabasis, Reggio Emilia 2005.
12 Sulla poesia che guarda oltre si vedano: G. Langella, Poesia come ontologia. Dai Vociani agli ermetici, Studium, Roma 1997; M. Beck, Le mani e le sere. Incroci tra fede e letteratura, Ladolfi, Borgomanero 2015; G. Ladolfi, La poesia del Novecento: dalla fuga alla ricerca della realtà, voll.5, Ladolfi, Borgomanero 2015.
13 G. Boccaccio, Commento alla "Divina Commedia" e gli altri scritti intorno a Dante, I, Laterza, Bari 1918, 36-43.
14 L. Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus e Quaderni 1914-1916, Einaudi, Torino 1964, 174.
15 G. Barberi Squarotti, Il sogno della letteratura, Franco Angeli, Milano 1988, 113-125.
16 E. Bianchi, Poesie di Dio, Einaudi, Torino 1999.
17 C. Ossola, L'ambito della "letteratura religiosa "capriccio e moralità?", in Rivista di Storia e Letteratura Religiosa» 7 (1/1971) 134-143.
18 C. Bo, Letteratura come vita, a cura di S. Pautasso, Rizzoli, Milano 1994.
19 E. Lèvinas, Totalità e Infinito. Saggio sull'esteriorità, Jaca Book, Milano 1980.
20 M. Luzi - C. Cassola, Poesia e romanzo, Rizzoli, Milano 1973, 65.
21 M. Naro (ed.), Non so se hai presente un uomo. Domande radicali e linguaggi dell'arte, Rubbettino, Soveria Mannelli 2016. Cfr. pure Alister E. Mc Grath, La grande domanda, Bollati-Boringhieri, Torino 2016.
22 Per una vasta panoramica della narrativa contemporanea si legga attentamente la nota 1.
23 E. Salmann, La teologia è un romanzo. Un approccio dialettico a questioni cruciali, Paoline, Cinisello Balsamo 2000.
24 Cf. M. Lavagetto, Eutanasia della critica, Einaudi, Torino 2005; R. Luperini, La fine del post-moderno, Guida, Milano 2005.
25 R. Calasso, La letteratura degli dei, Adelphi, Milano 2001, 141-149.
26 Cf. i due volumi di E Castelli, Nel grembo dell'Ignoto. La letteratura come ricerca dell'assoluto, San Paolo, Cinisello Balsamo, 2001 e 2006, in cui questi concetti vengono approfonditi.

(FONTE: Ho theológos, XXXVI (1/2018), pp. 89-97)

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