Confini e frontiere

Marco Aime

«Se ti sedessi su una nuvola non vedresti la linea di confine tra una nazione e l’altra, né la linea di divisione tra una fattoria e l’altra. Peccato che tu non possa sedere su una nuvola», scriveva Khalil Gibran.
Mentre il piccolo aereo a elica si solleva dall’isola di Lampedusa, una domanda viene spontanea: è qui che inizia (o finisce) l’Europa? È questa la frontiera che separa questo continente dall’Africa?
Il 12 aprile del 1961 Jurji Gagarin, protagonista del primo volo spaziale, fu il primo uomo a vedere interamente il nostro pianeta. Guardando la terra dalla sua piccola Soyuz, avrà visto le vene d’acqua, le rughe di pietra dei monti, il verde delle foreste, il blu dei mari. Nessun confine. Il mondo, prima di noi, non ne aveva. Poi quell’idea si è fatta roccia, muro, barriera, che segna terra, acqua, aria. Pensiero che incide il terreno, come l’aratro fa con il solco, quel solco che divise i fratelli di Roma e tante genti a venire. Quell’idea ci ha poi condizionati tutti, è penetrata nelle nostre menti, fino a diventare un dogma. Una verità a cui con difficoltà pensiamo neppure di sfuggire e per la quale si può uccidere o morire. Quanti i monumenti ai caduti di ogni patria? Ogni Stato celebra i suoi morti in guerra, perché è grazie a loro se esiste, come scrive cinicamente Ambrose Bierce nel suo Dizionario del diavolo alla voce “cannone”: «Strumento impiegato per la rettifica dei confini nazionali»[1].
Gli Stati nascono sull’idea di confine, che separa le genti, divide “noi” dagli “altri”. Noi chi? Noi quali? E quali altri? È il diverso a creare il confine o è quest’ultimo a creare diversità? È ancora Bierce a venirci in aiuto con la sua definizione di “frontiera”: «In geografia politica, linea immaginaria tra due nazioni, che separa i diritti immaginari dell’una dai diritti immaginari dell’altra»[2].
Nel suo bellissimo libro Comunità immaginate[3] lo storico inglese Benedict Anderson ci mostra come tutte le nazioni siano il prodotto di un processo di immaginazione costruito dall’alto, dai fautori dei nazionalismi. Immaginate, sì, ma non immaginarie, se poi si combatte e si muore in loro nome. Diventano talmente reali da essere pensate come “naturali”. Naturalizzare, è questo il verbo che usiamo quando concediamo la nazionalità a uno straniero, come se fosse naturale averla, come se la natura ci dotasse di un passaporto.
Anche i confini, le frontiere diventano naturali: fiumi, monti assurgono a limiti intangibili. Quegli stessi fiumi e quegli stessi monti, che la gente prima guadava e valicava, diventano barriera per volontà di qualcuno, per decreto. Scrive Régis Debray: «Rilievi e corsi d’acqua hanno un forte potere di suggestione, ma non possono elevarsi alla dignità di frontiere se non attraverso un atto di registrazione solenne, l’unico in grado di trasformare un dato di natura in una norma di diritto»[4]. Pertanto, come sottolinea saggiamente Pierre Larousse: «La natura è assolutamente innocente rispetto alle frontiere che la accusiamo di avere creato».
A Istanbul, osservando dall’alto della collina di Sultanahmet la striscia grigia del Bosforo mi erano tornate in mente le parole del «Filemazio, protomedico, matematico, astronomo, forse saggio» della canzone di Francesco Guccini, Bisanzio.

Me ne andavo l’altra sera quasi inconsciamente,
giù al porto Bosforeion là dove si perde,
la terra dentro al mare, fino quasi al niente
e poi ritorna terra e non è più Occidente.
Che importa a questo mare essere azzurro o verde?

Appunto. Europa, Asia, che importa? Tutte le guide turistiche e i libri sulla città enfatizzano il confine tra i due continenti e il Bosforo assurge a simbolo di linea d’acqua tra due mondi, due civiltà, due culture. Di qua l’ellenica e razionale Europa, di là il mondo ottomano delle delizie degli harem e delle affilate scimitarre di sultani assetati di sangue cristiano. Eppure a Istanbul – già Costantinopoli, già Bisanzio – delle astrazioni dei geografi e degli storici, impegnati a separare continenti, e delle fantasie dei romantici esotici nulla importa. Esiste, uguale a se stessa, sulle due sponde, gli stessi venditori di noci e mandorle, gli stessi locali annebbiati dal fumo dei narghilé, lo stesso tè alla mela. Sembra che nessuno abbia detto alla gente del posto che vive a cavallo di un orizzonte generato dagli occidentali, specialisti nel creare confini.
Tutte le frontiere, tutti i confini sono concepiti dall’uomo e dunque sono artificiali. «A chi interessano i confini? – si chiedeva Victor Hugo. – Ai re. Dividere per regnare. Un confine implica una garitta, una garitta implica un soldato. Non si passa, motto di ogni privilegio, di ogni proibizione, di ogni censura, di ogni tirannia. Da questo confine, da questa garitta, da questo soldato nascono tutte le calamità umane. Chi dice confine dice legame, vincolo. Tagliate il legame, cancellate il confine, togliete il doganiere, togliete il soldato, in altri termini siate liberi: la pace verrà».
Cum-finis, “insieme alla fine”, questa è l’etimologia da cui deriva il termine confine, linea che segna la separazione tra due spazi, fisici o culturali. Una linea che al contempo indica una divisione, ma anche una vicinanza: perché un confine esista, occorre che i due futuri spazi formino una continuità: solo così ha senso (e non sempre ne ha) separarli. E dopo la divisione, rimangono vicini, uno di fronte all’altro. Infatti, anche il termine frontiera, spesso usato come sinonimo, nasce dall’idea di una vicinanza: si sta di fronte, ci si vede, si è vicini. Franco La Cecla, nel suo libro dedicato al malinteso, sottolinea la differenza, che la lingua italiana non aiuta a cogliere, tra confine e frontiera: il primo indicherebbe un limite da non valicare, mentre la frontiera richiama non una linea, ma una fascia di territorio dove due diversità «si fanno fronte», si incontrano. Il confine è rigido, la frontiera fluttuante. «Le frontiere sono il “faccia a faccia” tra due compagini, due culture, due Paesi […]. Le frontiere dovrebbero essere il luogo dove il confronto sostituisce lo scontro, dove la relazione può essere appagata nella indifferenza della terra di nessuno o nella differenza delle demarcazioni oltre le quali si trova l’altro, lo straniero a noi»[5].
Nella lingua italiana come in quella francese confine e frontiera sono diventati sinonimi. In inglese, invece, border e boundary indicano delle linee di demarcazione, mentre frontier è lo spazio aperto, quello da conquistare, quello su cui si è costruita l’intera epopea del West. Nel tedesco attuale il termine Grenze indica entrambi i significati, ma fino al XIII secolo si usava anche Mark (marca in italiano). Infatti, questi concetti hanno assunto diverse forme nel tempo e nello spazio. Nel Medioevo il confine più che una linea netta era uno spazio spesso fluido. I limiti degli imperi erano segnati dalle “marche”, zone territoriali addossate alla linea di separazione. Negli antichi regni africani il confine era legato al luogo dove si spostavano i sudditi e trattandosi in molti casi di popolazioni nomadi o seminomadi, erano confini fluttuanti, che indicavano più un dominio che una demarcazione territoriale. Di fatto è con il trattato di Westfalia del 1648 che nascono le prime frontiere negoziate e bisognerà attendere il XIX secolo perché si imponga l’intangibilità delle frontiere (uti possidetis juris).
«La gente non è fatta per vivere in situazioni di frontiera, cerca di sfuggire o di liberarsene il prima possibile. E tuttavia non fa che imbattercisi, trovarle e sentirle ovunque» ha scritto Ryszard Kapuściński. Infatti, che ci piaccia o meno, con confini e frontiere bisogna fare i conti continuamente. Sono i confini che ci conferiscono una nazionalità, un passaporto e sono ancora i confini che ci garantiscono o ci negano i diritti di cui godiamo. «Nel corso della mia vita ho visto francesi, italiani, russi… So anche, grazie a Montesquieu, che è possibile essere persiani. Ma quanto all’uomo, dichiaro di non averlo mai incontrato in tutta la mia vita»[6]. Così scriveva lo statista e diplomatico francese Joseph de Maistre. Parole ciniche, che riflettono però una mentalità molto diffusa ancora oggi, quasi dominante. Quando si parla di un individuo, l’origine, l’appartenenza, la nazionalità vengono prima del suo far parte del genere umano. Con una finzione che trasforma la nascita in nazione, si finisce per creare un divario, generare una barriera tra coloro che consideriamo “dei nostri” e gli altri.
Per gli antichi greci il confine era una linea netta, che li divideva dai barbari, vale a dire lo spazio della civiltà da quello del mondo selvaggio. Lo ricorda anche l’idea delle colonne d’Ercole, identificate con lo Stretto di Gibilterra, il punto di massima vicinanza tra Europa e Africa, che per quasi duemila anni continuò a rappresentare il limite del mondo, da cui sarebbe stato folle uscire.
Anche nella Roma delle origini il confine era indispensabile per definire l’identità dei romani rispetto agli altri. Romolo fonda Roma proprio tracciandone i confini nella terra con un aratro. Questa linea era il pomerium, la linea sacra che separava la città dallo spazio indistinto.
Tracciare un confine comporta sempre una doppia conseguenza: da un lato si rinchiude al suo interno ciò che consideriamo “nostro”, “noi” compresi, contemporaneamente però si creano “l’altro” e l’alterità, togliendo a chi lo traccia la possibilità di essere ciò che pensa di essere. Qui nasce una domanda centrale: è il confine a creare la diversità o, al contrario, è quest’ultima a far nascere un confine?
Quante volte la differenza è il frutto di una diversa visione piuttosto che un dato sostanziale? Parafrasando Gabiel Garcia-Marquez: «La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla»[7], potremmo dire che la realtà è spesso quella che noi creiamo culturalmente. Talvolta basta un semplice cambiamento di punto di vista, per vedere il mondo in maniera diversa. Lo sapeva bene Pascal, quando scriveva: «Tre gradi di latitudine sovvertono tutta la giurisprudenza; un meridiano decide della verità; nel giro di pochi anni le leggi fondamentali cambiano; il diritto ha le sue epoche (…). Singolare giustizia che ha come confine un fiume! Verità di qua dei Pirenei, errore di là. Essi affermano che la giustizia non consiste in queste costumanze, bensì in leggi naturali, riconosciute in ogni Paese. E, certo, lo sosterrebbero ostinatamente, se, tra le leggi umane che la temerarietà del caso ha disseminato, ce ne fosse almeno una di universale; ma il buffo è che il capriccio degli uomini si è così ben diversificato che non ce n’è nessuna. Il furto, l’incesto, l’uccisione dei figli o dei padri, tutto ha trovato posto tra le azioni virtuose. Si può dar cosa più spassevole di questa: che un uomo abbia il diritto di ammazzarmi solo perché abita sull’altra riva del fiume e il suo sovrano è in lite con il mio, sebbene io non lo sia con lui?»[8].
Spesso ciò che reputiamo essere una “nostra” specificità, su cui fondare un senso di identità, altro non è che il prodotto di una rappresentazione, l’esercizio di una finzione, l’invenzione di una tradizione, come ci hanno spiegato Eric Hobsbawm e Terence Ranger[9]. Si può anche giungere a ipotizzare un popolo, senza che nella lingua, nella cultura o addirittura nella discendenza, nel “sangue” degli uomini, sia cambiato qualcosa. Soltanto una cosa è cambiata: la storia, o più precisamente l’immagine che gli uomini si costruiscono della loro storia[10]. E come affermano un po’ cinicamente Julian S. Huxley e Alfred C. Haddon «una nazione è una società unita da un errore comune riguardo alle proprie origini e da una comune avversione nei confronti dei vicini»[11].


NOTE

[1] A. Bierce, Il dizionario del diavolo, Sugarco, Varese, 1995, p. 22.
[2] A. Bierce, Il dizionario del diavolo, cit., p. 43.
[3] B. Anderson, Comunità immaginate, Manifestolibri, Roma, 2009.
[4] R. Debray, Elogio delle frontiere, Add, Torino, 2012, p. 14.
[5] F. La Cecla, Il malinteso, Laterza, Roma-Bari, 2003, pp. 133-34.
[6] J. De Maistre, Œuvres complètes, Lyon, 1884-1887, vol. VIII, p. 284.
[7] G. Garcia-Marquez, Vivere per raccontarla, Mondadori, Milano.
[8] B. Pascal, Pensieri.
[9] E. Hobsbawm e T. Ranger, L’invenzione della tradizione, Einaudi, Torino, 1987.
[10] W. Pohl, Le origini etniche dell’Europa, Viella, Roma, 2000, p. 2.
[11] J.S. Huxley e A.C. Haddon, Noi Europei. Un’indagine sul problema «razziale» (1935), Edizioni di Comunità, Torino, 2002, p. 15.

(Volerelaluna - 27 luglio 2018)