I laici non sono da buttare


Nino Barraco

(NPG 1969-12-56)

 

Le inquietudini del laicato d'oggi, Il dialogo con i Vescovi, le compromissioni della politica in uno scritto del nostro giovane collaboratore Nino Barraco, che all'attività giornalistica accomuna quella di «laico» attento al dialogo con il mondo.

 

UN DISCORSO SULLA SPERANZA

Il Concilio ha fatto il discorso della speranza. Tanto ottimismo: ci pare che sia questo il primo dovere dei laici. La sfiducia è la bestemmia che offende di più: è il silenzio, la rassegnazione e, talvolta, il rimprovero dei figli che si lamentano sempre con il Padre.
La speranza incomincia con il mondo, che è stato creato da Dio, redento da Lui, e che, perciò, non può giustificare il giudizio della mia disperazione o la mia rassegnazione alla temporalità dei fatti. Prigionie, battiture, pericoli di morte, in città, nel deserto, sul mare, pericoli da parte della sua gente, pericoli da parte dei falsi fratelli: la seconda lettera di Paolo ai Corinti è una frustata alla nostra pigrizia e alla nostra delusione.
I modelli apostolici di oggi si incontrano con una società in tumulto che fa saltare ogni caposaldo. La realtà parrocchiale è sotto la pressione di una crescita che urge, che richiede forze, entusiasmo ed aperture. Da
qui la necessità che i laici non abbiano solo una funzione esecutrice, ma acquistino una dignità pensante ed attivamente responsabile. Una pastorale ecumenica, aperta e missionaria, non può tollerare i complessi dei laici e dei sacerdoti, le tentazioni dell'autoritarismo od il funzionalismo burocratico, l'atmosfera statica e clericale nel senso peggiore della parola o la protesta laicale puramente rivendicatrice e fine a se stessa.
Testimonianza comunitaria, si dice. Ma questa, che avviene attorno al sacerdote, si sviluppa in una comunione culturale, di pensiero, di riflessione, di esperienza viva e sacramentale, ove non è prevista né la timidezza né la temerarietà né il servilismo muto né la critica incontrollata.
 Avanzano i tempi, e se è consentito il paradosso, le posizioni si capovolgono oggi. Sono i laici che chiedono la collaborazione del Clero, poiché i sacerdoti sono pochi e debbono curare le anime nell'abbraccio universale e carismatico dell'altare. Il laico, che riceve tutto dal sacerdote, per la sua stessa vocazione di cristiano è chiamato a dare tutto! Né questo – si capisce – significherà giammai che il sacerdozio dei laici possa essere identificato con la vertiginosa, esclusiva funzione ministeriale dell'Unto di Dio!
La mia incarnazione: essere come Chiesa nel mondo, e come mondo nella Chiesa. Ecco l'entusiasmante convinzione del nostro apostolato. Impegno per una casa comune, in cui Cristo sia inquilino e cittadino, sia uomo, sintassi, grammatica, linguaggio, sacramento. Cristo intero: c'è, purtroppo, in taluni nostri ambienti, aria di fine stagione, in questi tempi. Ribassi, svendite, saldi, sconti al 30 e 50 per cento. Non si parla più di croce e di aldilà.
♦ E non si parla più di «organizzazione». Ma in questo, siamo d'accordo. Ci spieghiamo meglio. C'è un fenomeno caratteristico di questo periodo post-conciliare, anche se è incominciato molto tempo prima. Assunta la consapevolezza che la Chiesa è innanzitutto sacramento e mistero, e che l'istituzione avviene in un secondo momento, si è sviluppato, quasi di pari passo, il fenomeno dei cosiddetti «gruppi spontanei», dei gruppi, cioè, che non si muovono più dentro le classiche strutture organizzative, ma esprimono il loro impegno in una testimonianza personale, a rischio
– si capisce – tutto proprio di sbagliare e di essere condannati. Che l'organizzazione non sia più un idolo, ci pare un fatto positivo. Che, però, possa essere smantellata, sarebbe un delirio iconoclasta. Che debba essere alimentata dall'apporto libero e vocazionale si sembra l'unica strada da seguire per una moderna metodologia della problematica laicale. Ecco, allora, il significato dei gruppi spontanei, come noi li intendiamo: iniziative non ufficiali (libere, cioè, dalla Gerarchia in modo da non comprometterla, ma nello stesso tempo disponibili al giudizio della Chiesa), le quali raccolgano gli stati di insoddisfazione, di tormento, e svolgano dei piani temporali di riscatto, di esperimento e di sollecitazione.
Su questo terreno, la speranza dei Vescovi si è espressa con una dichiarazione meravigliosa e dialogante, quando, appunto, ha affermato: «Nei nuovi fermenti di rinnovamento, nonostante qualche inquietudine più accentuata, ci sono aspirazioni e fatti positivi, che si concretano in atteggiamenti ed iniziative di vera efficacia spirituale».
Si tratta di non deludere l'attesa del mondo, che non vuole essere disorientata. E di non tradire la libertà della Chiesa, che si risolverebbe, poi, nel fallimento di questa esaltante pienezza di vita. La posta è altissima. Il sacerdote è di tutti, non può legarsi ad una parte. La sua paternità dev'essere al di sopra di ogni sospetto; la sua libertà dalle vicende temporali, una garanzia dell'eterno. Spetta ai laici assumere la responsabilità degli eventi e dei valori del tempo, calare il proprio cristianesimo-nelle dimensioni che passano. Più il laico saprà fare il suo «mestiere» di laico, e più facile sarà per il sacerdote adempiere il suo. Più acuto sarà il bisogno del mondo di avvicinare l'altare per incontrarsi con la verità che non passa.

LE COMPROMISSIONI CON LA POLITICA

«Certo la Chiesa – ha scritto il Card. Lercaro – non può né deve assidersi arbitra nelle contese politiche fra le nazioni. Ma la Chiesa non può essere neutrale di fronte al male, da qualunque parte venga: la sua via non è la neutralità, ma la profezia. Pertanto, nell'umiltà più sincera, nella consapevolezza degli errori commessi nella sua politica temporale del passato, nella solidarietà più amante e più sofferta con tutte le nazioni del mondo, deve tuttavia portare su di esse il suo giudizio. È meglio rischiare la critica immediata di alcuni che valutano imprudente ogni
allo conforme all'Evangelo, piuttosto che essere alla fine rimproverati da tutti di non aver saputo – quando c'era ancora il tempo di farlo – contribuire ad evitare le decisioni più tragiche o almeno ad illuminare le coscienze con la luce della Parola di Dio».

Il discorso che fanno i laici oggi è abbastanza chiaro, e ci pare di poterlo riassumere così: siano energicamente ripulite dalla presenza dei preti le anticamere dei partiti, e siano altrettanto ripulite dalla presenza dei partiti, quelle dei preti.
♦ Ne deriva una duplice proposta:
• affermare sempre più la povertà e la purezza della Chiesa con una coraggiosa pulizia estetico-morale degli ambienti e delle manifestazioni religiose;
• mettere alle corde la responsabilità dei politici perché siano chiamati a render conto della loro azione dinanzi alla comunità in attesa. Scandalo per il coraggio di queste parole? No; sono idee che formano il respiro cattolico del mondo d'oggi, il fiato, vorrei dire, dell'anima postconciliare dei nostri giorni.
L'assemblea universale dei Vescovi è stata, a riguardo, lucidissima. Chiesa e Stato distinti nel loro ordine. La Chiesa, in ragione del suo ufficio e della sua competenza, in nessuna maniera si può confondere con la comunità politica, né può essere legata ad alcun sistema di partiti. Ciò, però, non vuol dire separazione, ma rispetto delle competenze e, nello stesso tempo, finale collaborazione al servizio dell'uomo. Sempre e dovunque, infatti, e con vera libertà, la Chiesa ha il diritto di predicare la fede e insegnare la sua dottrina sociale, esercitare senza ostacoli la sua missione tra gli uomini e dare il suo giudizio morale anche su cose che riguardano l'ordine politico, quando tale intervento sia richiesto dai diritti fondamentali della persona.
♦ Certamente, le cose terrene e quelle che, nella condizione umana, superano questo mondo, sono strettamente unite, e perciò la Chiesa stessa si serve delle cose temporali nella misura richiesta dalla propria missione. Tuttavia, Essa non pone la sua speranza nei privilegi offerti dall'autorità civile. Anzi – afferma il Concilio – si trova pronta a rinunziare all'esercizio di certi diritti legittimamente acquisiti, ove viene a costatare che il loro uso possa far dubitare della sincerità della sua testimonianza. È, senza dubbio, di grande importanza che, in una società pluralistica, si abbia oggi una giusta visione dei rapporti tra la comunità politica e la Chiesa, e che si faccia una chiara distinzione tra le azioni che i fedeli, individualmente o in gruppo, compiono in proprio nome, come cittadini guidati dalla coscienza cristiana, e le azioni che essi compiono in nome della Chiesa in comunione con i propri Pastori.
Il punto fondamentale ed importantissimo è questo.
♦ Parliamoci chiaro: nessun partito è autorizzato a credere di avere una funzione vicariata, una investitura ecclesiastica, una rappresentanza delegata del cattolicesimo apostolico, che si risolverebbe in una sorta di avvocatura degli interessi secolari della Chiesa. I piani, quello politico e quello religioso, sono distinti e non vanno confusi. C'è di più: l'impegno dei cattolici in politica rende un servizio alla religione nella misura in cui costituisce una forza liberante della Chiesa dalle compromissioni e dalle confusioni con la politica, sì che i sacerdoti possano, in piena libertà e disponibilità, adempiere alla loro missione religiosa, ed i laici più responsabilmente alla loro testimonianza.
Per la verità, non sono pochi gli uomini politici che si sentono sinceramente in regola, che sanno di non essere né dei contaminatori del tempio né degli spregiudicati o irresponsabili che intendano servirsi della Chiesa e di una interessata dogmatica per il comodo delle proprie ambizioni. Si pensi alle angosce di quei laici cattolici che, consapevoli delle loro autonome responsabilità, hanno precorso i tempi, pagando di persona, talvolta anche rispetto agli atteggiamenti storici della Chiesa ufficiale, nella difesa della loro autonomia e delle lotte per la libertà. Basti ricordare il dramma dei cattolici francesi all'epoca del Concordato tra Pio VII e Bonaparte, talune sofferenze della cattolicità tedesca il giorno della pace tra Leone XIII e Bismark, i patimenti di Murri e Sturzo.
Con lealtà e anche con riconoscenza bisogna essere grati a quanti lavorano in politica come cattolici che sanno di potersi bruciare o essere bruciati, che non intendono confondere o coinvolgere le responsabilità della Chiesa con le proprie esclusive responsabilità, ma che credono sinceramente di assolvere ad un compito di animazione cristiana del temporale. Non mancano, d'altra parte, gli speculatori ed i traditori, ed è appunto su questo terreno, sulla realtà di questi temi così avvertiti dal nostro tempo e che implicano sviluppi e prospettive di ampie risonanze, che il servizio più efficace non è certamente dato dalla paura che fa silenzio, ma dal coraggio di una presa di coscienza responsabile e serena.

SONO FINITI GLI ANATEMI

Pensare dopo il Concilio significa, per davvero, ritrovarsi in un'area di libertà mai intravista per il passato. Il difficile è vivere in questa libertà, soprattutto e appunto ora che gli anatemi sono finiti. È il fatto nuovo, positivo del cristianesimo di oggi. Le impostazioni dilettantistiche, gli schemi da parata, quel tipo di linguaggio ormai tramontato, che si sviluppava spesse volte in termini estranei alla mentalità moderna, respirano a stento in una società che tende alla presenza, alla essenzialità ed alla logica. È ormai caduto, insomma, quel tipo di religiosismo immobile, pigro e senza mordente, che si esprimeva per alcuni in un conformismo di pura appartenenza.
Un documento del Vaticano II, che ebbe vasta risonanza nel mondo, fu il Decreto sull'Apostolato dei Laici. Con esso si disse subito che si era attuata una vera e propria promozione laicale nell'ambito della Chiesa. Per la verità, la vigorosa spinta data da Pio XI negli anni trenta, aveva operato un notevole avvicinamento alla «classe» ecclesiastica. Il Concilio ebbe ad aprire nuovi orizzonti. Col nome di laici – veniva specificato – sono da intendersi non più e solo quelli «inquadrati», ma tutti i fedeli che «nella loro natura, resi partecipi dell'Ufficio sacerdotale, profetico e regale di Cristo» per la loro parte compiono la missione propria di tutto il popolo di Dio.
L'indole peculiare è la secolarità. Il dominio è il mondo. In esso operano e, in virtù della loro vocazione, «trattano le cose temporali ordinandole secondo Dio». Uno choch? No, l'abbiamo detto. Non è da oggi che si vanno affermando certe cose, che non c'è Chiesa, cioè, se non ci sono i laici. Sottolineando questa verità, il Concilio ha, però, definitivamente rivalutato la posizione del laico, che non può essere più considerata come quella del manovale, di chi mescola soltanto la calcina e non sa niente del progetto e della costruzione!
Laicato, intelligente e spigliato, e sacerdozio, consapevole e carismatico, sono oggi, pertanto, alla scoperta di questa verità di sempre che diventa nuova ad ogni mattina, attuale, pregnante, capace di riscaldare la terra. E questo è Concilio. A costo, però, e questo è altrettanto giusto, che l'opinabilità della ricerca non travolga l'assoluto, e che le nuove formulazioni del «deposito» non distruggano la più profonda ed intima certezza dell'immutabile.
Qui, certamente, il discorso si fa serio. Le teologie della cosiddetta morte di Dio», mentre rappresentano uno sforzo imperioso ed acuto di trovare un punto d'incontro tra la fede cattolica e le istanze spregiudicate del mondo attuale, non sempre, ci pare, assicurano, in tutto e per tutto, tale salvaguardia. L'importante, comunque, per noi cattolici è di non scandalizzarcene. Facciamo male alla Chiesa rivendicando sperimentalismi avveniristici e teologie protestatarie, ma facciamo anche male nell'aggrapparci a quel testardo convenzionalismo che non fa altro che ripetere: «Le conseguenze del Concilio dovremo ancora piangerle».
No, non c'è niente da scandalizzarci. La Chiesa, purificata anche per merito di quanti l'accusano, ha vissuto momenti ancora più inquieti di questo attuale. La libertà è un rischio, ma è la nostra dignità di figli di Dio. Se togli la libertà, togli la dignità. Certamente – e questo andrebbe maggiormente capito – altro è discutere, altro è decidere. È facile sentirsi delusi nell'impazienza; più difficile precorrere i tempi senza correre il rischio di polverizzare l'eterno. Così, quando si parla di «dialogo» e per noi questa parola giovannea è fede – siamo i primi a credere in questa esperienza meravigliosa, che significa stimare e voler bene a chi lotta fortemente su posizioni che non sono le nostre. Però, anche qui, può accadere che il laico, trovandosi nel mondo, studiando il pensiero altrui, frequentando una società non cristiana, arrivi a spingere la propria tolleranza fino a condividere la posizione dei dissidenti, a tenere il dialogo coi lontani offendendo intanto i vicini, a parlare di apertura più per andarsene dalla casa del Padre che per farvi rientrare i lontani.
E questo non è Concilio.

IL COLLOQUIO CON IL MONDO

Cos'è il dialogo? In fondo è la certezza che ogni uomo è creatura di Dio, capace di affermare la realtà di Dio. Si pensi al ladrone sulla croce, l'unico a testimoniare, quando nessuno dei discepoli ne ebbe il coraggio, il regno di Cristo, senza dubbi, senza perplessità. Dialogo: umile e profonda convinzione che in ogni tesi ci può essere una verità. Si rifletta sul fanatismo di quegli sciocchi costretti a contraddire, e sempre, il comunista: e il comunista diceva che i sacramenti sono sette!
♦ Dialogo: conoscere, anzitutto. Sapere con esattezza, avendo giustamente diffidenza di ogni letteratura di propaganda, interessata e passionale. Veniva suggerito, a questo proposito, in una sessione di studi, un lavoro interessantissimo: la formazione di un dizionario su quattro colonne. Prendiamo – si diceva – come esempio la parola «pace». Accanto alla parola «pace» si scriverebbe nella I colonna il senso che dà a questa parola il Presidente Nixon. Nella II colonna si metterebbe il significato che il Presidente Nixon pensa che il Presidente Mao Tsè Tung dia a questa parola. Nella III colonna si indicherebbe il significato dato dal Presidente Mao Tsè Tung a questa parola. Nella IV colonna si indicherebbe il significato che il Presidente Mao Tsè Tung pensa che il Presidente Nixon dia a questa parola. Si può sostituire, in questo gioco, «Nixon e Mao Tsè Tung» con le parole «marito e moglie» che non si intendono, con «neri e bianchi» in America, con «cattolici e protestanti» in Irlanda, con «destra e sinistra» in Italia, con «fiamminghi e valloni» in Belgio, con «colonizzati e colonizzatori».
Lacordaire concedeva ai suoi avversari la massima libertà di espressione e di rispetto per le personali opinioni. «Io non cerco – afferma – di confutare il mio avversario per i suoi errori, ma di avvicinarmi a lui in una verità più alta». Per chi è in «buona fede», una obiezione può trasformarsi in un aiuto inatteso; una contraddizione, nell'apertura di una nuova prospettiva; una critica, in uno stimolo all'approfondimento; una richiesta in una maggiore chiarificazione.
Iddio pose il dialogo all'origine dell'uomo. Lungo il cammino dell'uomo. Al fine dell'uomo. Oggi, a cento anni di distanza, è possibile misurare il cammino della Chiesa, confrontando il Sillabo e la Quanta Cura di Pio IX con la Ecclesiam Suam di Paolo VI. Nel 1864, parve necessario calare sul mondo una serie di drastiche condanne. Nel 1964 – in un clima storico completamente mutato – Paolo VI consegna agli uomini un'Enciclica programmatica nella quale Egli indica: «Non una ma cento forme possibili di contatti»:
a) «aperti e facili alcuni». Con quelli che hanno una fede, un fondo di propizia recettività; b) «delicati e complicati altri». Rivolti a coloro che restano chiusi nell'involucro delle loro problematicità, vittime di alcuni arrugginiti pregiudizi; c) «ostili e refrattari moltissimi altri». Per coloro che, nel vortice tortuoso dell'errore e del male, si trincerano nella indifferenza, nella ostilità o nel disprezzo, precludendo ogni possibilità di dialogo.
 Il colloquio della Chiesa col mondo sorge all'inizio della storia di ogni uomo e si ricrea giorno per giorno, sospinto – diremmo con Paolo VI – dall'abitudine ormai diffusa di concepire relazioni tra il sacro e il profano, dal dinamismo della società moderna, dal pluralismo delle sue manifestazioni, dalla maturità dell'uomo, sia religioso che non religioso, fatto abile a pensare, a parlare, a trattare con chiara visione della propria dignità, con coscienza del proprio peso nei rapporti con gli altri uomini.

Chi sono, in definitiva, gli altri?

• Innanzitutto – è stato scritto – siamo noi stessi! Noi stessi per quella parte di noi che è manchevole, insufficiente; per quella parte della nostra anima che ha bisogno di una continua sollecitazione per stare vigilante, che ha bisogno di ritrovarsi in mezzo ai fratelli per completarsi e sentirsi più Chiesa: un ritrovarsi da cui scaturisca non solo una ulteriore reciproca conoscenza, ma un confronto di idee e di impulsi caritativi, grazie ai quali la nostra sofferta limitatezza si apra, proprio per la presenza dei fratelli, all'approfondimento, alla rinnovata professione di fede, al sempre più sentito comunitarismo delle forze spirituali, impegnata al servizio di Dio, all'incoraggiamento, alla costanza.

• Gli altri sono, poi, tutti i cristiani consuetudinari, cosiddetti sociologici, perché costituiscono il tessuto massivo del contesto sociale, fanno il costume e dànno il volto alla società. Purtroppo il loro cristianesimo si riduce, nella migliore delle ipotesi, alla Messa domenicale. Per il resto è totalmente, o quasi totalmente, disimpegnato: esso segue una morale naturale più o meno laica, sommersa come è da una cultura sociale laica. Una grande ignoranza storico-teologica dei princìpi della Chiesa e del contenuto della Scrittura decolora la loro fede iniziale; l'ozio mentale, poi, impedisce l'interessamento elementare circa lo stesso significato e destino della vita. Hanno bisogno estremo di una crisi, di una più cosciente assunzione di responsabilità culturale, morale, religiosa.

• Infine gli altri sono quelli che stanno al di là della barricata, gli ostili. Dobbiamo avere il coraggio di confessare a noi stessi che spesso il loro, più che un problema di fede, è uno stato d'animo, non solo determinato dalla richiesta insoddisfatta di una nostra effettuale testimonianza, ma determinato anche da una nostra mancata cultura, da un nostro mancato linguaggio, da una nostra insensibilità nei riguardi delle loro talvolta legittime esigenze, e quindi, da un nostro mancato potere di aggancio. Diciamocelo: certo pietismo, certo tradizionalismo gretto, certo nostro manicheismo, tanto intollerante e perentorio quanto bolso e superficiale, certa nostra chiusura alla cultura del mondo, ha accomunato questi altri in un sentimento di antipatia e in un giudizio di condanna di tutta la Chiesa.
Da noi agli altri: ecco il dovere continuo della testimonianza, della profezia. Ma i laici sono preparati a questo dialogo? Il pluralismo delle idee non significa, infatti, negazione di una verità in senso assoluto, di quella verità che ha fatto fortemente esclamare a Paolo VI: «Nessuno osi travisare la dottrina del Concilio con proprie interpretazioni private né osi alcuno proporre le proprie congetture come fossero certa verità». Lo dicevo ad un valoroso collega di un giornale di pomeriggio: parlare di «cattolici inquieti» può essere per alcuni un invito a nozze. Il Concilio ha affermato di credere ormai in un «laicato adulto ed operante», che sa vivere in coerenza la propria fede, senza il continuo sostegno degli anatemi; però «non autorizza certamente, anzi contiene e corregge gli arbitri dottrinali e disciplinari che qualche spirito inquieto ne vorrebbe derivare». Per la prima parte, perciò, guai se non fossimo degli «inquieti», se non ci sentissimo implicati in ogni dramma umano; ma per la seconda parte, siamo in molti a non rammaricarci di essere... fuori gara.

IL DIALOGO CON I VESCOVI

Ma c'è – vorrei dire in partenza – un dialogo dentro la stessa vita ecclesiale. L'aumento costante della popolazione, il progresso scientifico e tecnico, le relazioni umane che si fanno sempre più strette, non solo hanno allargato lo spazio dell'apostolato dei laici, ma hanno, altresì, sottolineato la necessità di una più stretta partecipazione al pensiero e alle decisioni della Gerarchia.
A questo punto, non si può tacere il nostro peccato. È avvenuto, infatti, e spesse volte, che le decisioni del Vescovo siano state assunte sulla responsabilità del nostro silenzio pusillanime, e quindi colpevole, somigliando noi a quei tali di cui scrive San Giovanni della Croce: «In Capitolo tacciono, cercando ognuno di conservarsi il posto e di soddisfare la propria ambizione, invece di vegliare sul bene dell'Ordine: alcuni poi non hanno esitazione a criticare fuori del Capitolo».
Il peccatum taciturnitatis: non ce ne facciamo colpa. Pronti, invece, appena siamo fuori, ad usare, magari una critica che non è affatto costruttiva e non è, perciò, la correctio fraterna, quella critica cristiana, cioè, che suppone non un risentimento contro la Chiesa, ma che si fonda sull'amore alla Chiesa; che associa l'umile critica dei propri difetti ad un impegno responsabile di tralcio legato, e non disciolto da indipendenza, alla vita comunitaria.
Questa critica Paolo ha usato rispetto a Pietro; e la Chiesa ha dichiarato santi, apostoli che, mentr'erano in vita, non tacquero sotto lo scudo di una facile santità. Una cosa, infatti, sono le verità essenziali, altro le questioni dottrinali liberamente discusse e sulle quali il magistero della Chiesa non soltanto non ha ancora preso posizione ma chiede, per di più, la nostra opinione. In realtà, nel dialogo ci si conosce: gli angoli si smussano, le prevenzioni cadono, si stabilisce una certa armonia spirituale che aiuta a trovare l'accordo come composizione di posizioni di partenza diverse e forse opposte.
Anche il Concilio vuole che tra Gerarchia e laicato si stabilisca un clima di dialogo, e da questo attende grandi benefici: «Da questi familiari rapporti tra i laici ed i Pastori si devono attendere molti vantaggi per la Chiesa: in questo modo, infatti, è fortificato nei laici il senso della propria responsabilità, ne è favorito lo slancio, e le forze più facilmente vengono associate all'opera dei Pastori. E questi, aiutati dall'esperienza dei laici, possono giudicare con più chiarezza e opportunità sia in cose spirituali sia temporali; e così tutta la Chiesa, sostenuta da tutti i suoi membri, compie con maggiore efficacia la sua missione per la vita del mondo».
♦ Evidentemente, il dialogo presuppone la fiducia reciproca; e presuppone anche la possibilità di esprimersi liberamente, senza rischio di essere malvisti dall'autorità, o di passare facilmente per cristiani ribelli, criticoni, o poco amanti della Chiesa. Ora chi potrebbe affermare – si domanda Padre Tucci in una interessante lezione sulla libertà dei giornalisti – che queste condizioni per il dialogo si verifichino sempre? Che nell'autorità non ci sia mai un eccesso di paura della critica, o il timore che la critica diventi ribellione, o che possa in qualche modo nuocere al rispetto dovuto all'autorità da parte dei fedeli? E chi potrebbe ignorare nei laici, interlocutori della Gerarchia, frequenti cariche di aggressività, di amarezze e di violenza, tendenze ad affermarsi di fronte all'autorità portandosi su posizioni estremiste e spericolate, spirito critico che non risparmia niente e nessuno?
 È per questo che il dialogo all'interno della Chiesa, deve essere fondato sulla carità, virile ed umile, sul desiderio di ricercare coraggiosamente ed umilmente il sensus Ecclesiae. Guai a noi che coviamo nel nascondimento il nostro peccato, pronti ad organizzare requisitorie angeliche contro tutti, con false crociate di purità e di rinnovamento che investono la stessa Gerarchia della Chiesa, i Pastori, i sacerdoti che pure ci hanno dato la salvezza e che noi siamo pronti, invece, ad affossare nell'irriverenza e nella denigrazione, non senza smania di apparire in questo modo à la page! La Chiesa non ha paura di noi. Sa di essere «santa» e non teme di confessare le proprie colpe. Nobilissima, a proposito, la testimonianza dell'allora Cardinale Montini, in una sua introduzione alla missione di Firenze: «Io non dirò che l'uomo e le cose della Chiesa siano senza colpe; sarei piuttosto tentato io stesso di deplorare le manchevolezze, colpevoli o no, del mondo ecclesiastico. L'avvertenza della sproporzione che passa fra ciò che la Chiesa umanamente apparisce e ciò che essa dovrebbe essere, è un dolore continuo e cocente per chi ha in essa qualche funzione responsabile. Io provo spesso disagio e sofferenza osservando come siamo noi uomini di Chiesa, certe volte, ad offrire pretesto e cagione all'avversione alla Chiesa ed alla religione in un mondo privo forse di cultura e pronto a giudicare sommariamente i valori spirituali dal modo con cui il Clero ed i cattolici li personificano».
La Chiesa recita il suo confiteor e non spetta, certamente, a noi, che ci diciamo figli della Chiesa, di essere i suoi accusatori ed assassini. Francesco d'Assisi, quando volle contestare, diventò prima santo. A noi spetta trascinare la croce dinanzi ai Vescovi. Da essi il Concilio si attende che «riconoscano e promuovano la dignità e responsabilità dei laici nella Chiesa», che «lascino loro libertà e campo di agire», ed anzi «li incoraggino perché intraprendano delle opere anche di propria iniziativa», che «riconoscano loro quella giusta libertà che a tutti compete nella città terrestre». Quanto dire: lungo la strada (Andate, predicate, battezzate...) di questo cammino insieme, i laici non sono da buttare!