La fede come ascolto

Domenica XXIII del T.O. (B)

a cura di Franco Galeone *

Deaf man

Fides et ratio

1. L’attualità di questo vangelo è avvincente. Viviamo nella società delle tecnologie informatiche, che ci riempiono di notizie, ma ci nascondono le verità. E soprattutto ci allontanano dalle persone, dai problemi delle persone, dal dolore e dalla gioia che vivono gli esseri umani. Sappiamo molto degli altri, ma non li conosciamo, i loro veri problemi non li sentiamo come nostri. E così capita che ogni giorno siamo più soli. E finiamo con l’essere più egoisti. Oggi abbiamo un’eccellente “teoria dell’azione comunicativa” (J. Habermas). Ma di fatto l’informazione (manipolata) sta rendendo ogni giorno più complicata la vera comunicazione che rende più trasparenti le persone. Da alcuni anni, si cerca di costruire l’uomo del mucchio, di realizzare l’uomo fotocopiato, riciclato, clonato. Si confonde, al solito, l’avere con l’essere, l’azione con la contemplazione, l’ammuc¬chiata con la pienezza, le informazioni con la sapienza. E così scompare la responsabilità. A volte il nostro comportamento è strano; infatti, facciamo salti mortali per guarire, per stare bene in salute. Giustamente, appena siamo colti da una malattia, corriamo dal medico. Per la salute dell’anima, però, ci preoccupiamo meno; siamo un po’ tutti sordi, ciechi … Quell’imperativo “Effatà… Apriti”, perciò, è rivolto a ciascuno di noi!

 

Dialogare per comunicare

2. Viviamo con lessici diversi, alfabeti senza comunicazione. Questa noncomunicazione del linguaggio è sempre più preoccupante. Eppure la cultura è diffusa, la scuola dell’obbligo è estesa in tutta la penisola, finalmente abbiamo una cultura di base comune, i mezzi di comunicazione lanciano immagini e messaggi in tutte le capanne degli apartheid cittadini; finalmente tutti hanno la parola. Ma non è vero! E non mi riferisco al mondo degli emarginati veri e propri, degli esclusi del Terzo Mondo, dei Paesi ex-coloniali … Accanto a noi, nella nostra stessa famiglia, quartiere, scuola, chiesa, ci sono persone che non si ascoltano, sorde ad ogni linguaggio.

3. Ripenso a quel grande testimone di don Lorenzo Milani, che ha dato la parola ai muti e l’udito ai sordi. Però, per fare questo, ha dovuto ricordare alle professoresse e ai professori che loro erano i sordi e i muti. Se ci riconosciamo bisognosi di dialogare, allora impariamo l’alfabeto della comunicazione. Ma non è facile, perché noi ci aggrappiamo al linguaggio della nostra consorteria, che ci rende graditi e omogenei. Gesù, che liberava i sordi e i muti, in senso fisico e in senso morale, era considerato un pazzo; egli non andava verso gli ultimi per conto del sistema, come può andare un maestro inviato dal ministero a fare la sua lezione, secondo i programmi stabiliti dall’alto. Gesù era inviato solo dal Padre, perciò diceva cose che turbavano profondamente i detentori del potere civile e religioso; per questo fu vestito da pazzo prima della crocifissione, e ancora oggi le sue parole passano per folli in certi ambienti. Ci è difficile capire, per esempio, che il bambino non è un recipiente da riempire di parole nostre, ma un maestro da ascoltare; ci è difficile capire che il peccatore, prima di essere un oggetto da redimere, è un soggetto da ascoltare; ci è difficile capire che è in circolazione una sapienza che non è riconosciuta dalle università e dalle facoltà.

La fede e la parola

4. Dei quattro evangelisti, Marco è quello che racconta i fatti in maniera molto vivace e popolare; si intuisce con facilità che dietro la sua parola scritta c’è qualcuno che racconta a viva voce, attingendo al serbatoio della memoria, cioè l’apostolo Pietro. Questo spiega l’immediatezza di scene come quella della guarigione del sordomuto, piena di simboli e di parole aramaiche, come “Effatà”. Ma dobbiamo stare attenti, perché gli episodi evangelici, anche i più lineari, si caricano di un potenziale metaforico, che ne dilata il significato.
▪ Per esempio, un aspetto poco sottolineato nelle nostre assemblee liturgiche è quello di “Gesù liberatore”. Chi segue Gesù, deve condannare tutte quelle tradizioni umane che sono un ostacolo alla libertà. Tutto il vangelo è davvero una sequenza di belle notizie; oggi ce ne annuncia una: le barriere vanno demolite! La barriera tra ebrei e pagani era alta e invalicabile; gli ebrei vivono in un volontario apartheid, si considerano il popolo eletto, la razza preferita, ed ecco che Gesù compie miracoli in terra straniera, e annuncia che l’eredità del regno passerà nelle mani dei pagani.
▪ Così quelle parole entusiastiche del popolo: “Fa udire i sordi e fa parlare i muti”, derivano da un testo di Isaia; e quelle altre: “Ha fatto bene ogni cosa”, richiamano quelle altre ben più intense: “Egli fa nuove tutte le cose”. Ecco perché il miracolo del sordomuto diventa, soprattutto in sant’Agostino, l’itinerario della conversione, e viene ripreso durante il rito del battesimo: “Il Signore Gesù, che fece udire i sordi e parlare i muti, ti conceda di ascoltare presto la sua parola”. Vi è qui un esplicito richiamo ai genitori e ai padrini del bambino, che dovranno educare alla fede con la loro testimonianza di fede. “Effatà” è un imperativo rivolto a ogni uomo, a fare entrare la parola di Dio nella propria vita. Fu questo anche il grido di Giovanni Paolo II nel giorno dell’inaugurazione del suo ministero pontificale: “Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!”.
Gli portarono un sordomuto: alla lettera un sordo balbuziente (moghilàlos), un uomo imprigionato nel silenzio, una vita a metà, ma “portato” da una piccola comunità di persone che gli vogliono bene. Che bello avere nel momento della difficoltà un amico che ti aiuta, che ti porta, che ti sta vicino. Oggi con facilità anziani e malati vengono emarginati: è un male per loro che restano soli, ma anche per noi che ci chiudiamo nell’egoismo.
Lo pregarono di imporgli le mani, ma Gesù fa molto di più, non impone solo le mani con un gesto ieratico e freddo, ma mostra la sua umanità, la sua vicinanza: “gli mise le dita negli orecchi, con la saliva gli toccò la lingua”. La saliva era considerata, nella mentalità popolare, una specie di concentrato dell’alito, una materializzazione del respiro; toccando, con la sua saliva, la lingua del sordo balbuziente, Gesù intende comunicargli il suo spirito. Si tratta di un gesto intimo, coinvolgente: Ti do qualcosa di mio, come nel bacio profondo. Vangelo di contatti, di odori, di sapori: il contatto fisico piace a Gesù e i corpi diventano luogo santo di incontro con Dio.
Effatà: parola aramaica, il dialetto di casa, la lingua del cuore. Un invito ad aprire una finestra alla luce del sole e della vita. Apriti alla vita, libera la bellezza che è in te. Apriti agli altri e a Dio. Gesù non guarisce i malati perché diventino credenti o si mettano al suo seguito (cattiva pastorale!), ma per formare uomini liberi, guariti, felici, perché “Gloria di Dio è l’uomo vivente” (S. Ireneo).

Né spiritualismo né temporalismo!

5. Gli “spiritualisti” devono leggere questa pagina di vangelo con molta attenzione. Gesù non ha detto “occupatevi dell’anima” ma “guarite i malati”; essi parlano di trascendenza, perché trovano comodo trascendere, scavalcare la realtà scomoda della sofferenza; essi invitano a guardare il cielo, perché non gradiscono vedere l’ingiustizia sulla terra. La Madonna esalta un Dio che “ha rovesciato i potenti dai troni”. È ipocrisia consolare chi vive nella miseria, facendogli credere che è “ricco di fede”. Questo messaggio non è cristiano, ma beffa e frode. È vero che il messaggio cristiano non si esaurisce in un progetto di riscatto sociale, che la liberazione investe soprattutto la sfera del peccato; ma questo non significa che il vangelo non tocchi anche il corpo, la materia, la storia, l’economia, la fame, il dolore. È un errore “fermarsi lì”, al temporale, ma è anche un errore non promuovere cammini di liberazione; è vero che la chiesa è portatrice di “qualcos’altro”, ma è anche sbagliato parlare sempre … di “altro”. Anche in questo Gesù è un maestro di equilibrio: alle folle affamate ha prima dato il pane della terra, e poi ha fatto il discorso del pane del cielo! Pensiamoci!
Buona vita!

* Gruppo biblico ebraico-cristiano