Gesù ristabilisce

la comunicazione

Domenica XXIII del T.O. (B)

papa Francesco

a cura di Gianfranco Venturi

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7,31-37 Il cammino vero: la fede [1]

Il Vangelo (Mc 7,31-37) racconta la guarigione di un sordomuto da parte di Gesù, un evento prodigioso che mostra come Gesù ristabilisca la piena comunicazione dell’uomo con Dio e con gli altri uomini. Il miracolo è ambientato nella zona della Decapoli, cioè in pieno territorio pagano; pertanto quel sordomuto che viene portato da Gesù diventa simbolo del non-credente che compie un cammino verso la fede. Infatti la sua sordità esprime l’incapacità di ascoltare e di comprendere non solo le parole degli uomini, ma anche la Parola di Dio. E san Paolo ci ricorda che “la fede nasce dall’ascolto della predicazione” (Rm 10,17).

 

Il cammino del sordomuto
La prima cosa che Gesù fa è portare quell’uomo lontano dalla folla: non vuole dare pubblicità al gesto che sta per compiere, ma non vuole nemmeno che la sua parola sia coperta dal frastuono delle voci e delle chiacchiere dell’ambiente. La Parola di Dio che il Cristo ci trasmette ha bisogno di silenzio per essere accolta come Parola che risana, che riconcilia e ristabilisce la comunicazione.
Vengono poi evidenziati due gesti di Gesù. Egli tocca le orecchie e la lingua del sordomuto. Per ripristinare la relazione con quell’uomo “bloccato” nella comunicazione, cerca prima di ristabilire il contatto. Ma il miracolo è un dono dall’alto, che Gesù implora dal Padre; per questo alza gli occhi al cielo e comanda: “Apriti!”. E le orecchie del sordo si aprono, si scioglie il nodo della sua lingua e si mette a parlare correttamente (cfr v. 35).
L’insegnamento che traiamo da questo episodio è che Dio non è chiuso in sé stesso, ma si apre e si mette in comunicazione con l’umanità. Nella sua immensa misericordia, supera l’abisso dell’infinita differenza tra lui e noi, e ci viene incontro. Per realizzare questa comunicazione con l’uomo, Dio si fa uomo: non gli basta parlarci mediante la legge e i profeti, ma si rende presente nella persona del suo Figlio, la Parola fatta carne. Gesù è il grande “costruttore di ponti”, che costruisce in sé stesso il grande ponte della comunione piena con il Padre.

Anche noi sordomuti
Ma questo Vangelo ci parla anche di noi: spesso noi siamo ripiegati e chiusi in noi stessi, e creiamo tante isole inaccessibili e inospitali. Persino i rapporti umani più elementari a volte creano delle realtà incapaci di apertura reciproca: la coppia chiusa, la famiglia chiusa, il gruppo chiuso, la parrocchia chiusa, la patria chiusa… E questo non è di Dio! Questo è nostro, è il nostro peccato.
Eppure all’origine della nostra vita cristiana, nel Battesimo, ci sono proprio quel gesto e quella parola di Gesù: “Effatà! - Apriti!”. E il miracolo si è compiuto: siamo stati guariti dalla sordità dell’egoismo e dal mutismo della chiusura e del peccato, e siamo stati inseriti nella grande famiglia della Chiesa; possiamo ascoltare Dio che ci parla e comunicare la sua Parola a quanti non l’hanno mai ascoltata, o a chi l’ha dimenticata e sepolta sotto le spine delle preoccupazioni e degli inganni del mondo.

7,32-35 Gesù apre alla parola [2]

All’inizio della sua missione Gesù si presenta aprendo il rotolo del profeta Isaia (cfr Lc 4,17); e in un modo simile si conclude il libro dell’Apocalisse: come agnello immolato, come leone della tribù di Giuda, egli è l’unico «degno di aprire il libro e scioglierne i sigilli» (Ap 5,2). Gesù risorto è colui che «aprì [...] la mente» dei discepoli di Emmaus «per comprendere le Scritture» (Lc 24,45), e loro ricorderanno: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scrittture?» (ivi, 32). Molti miracoli si orientano a quest’apertura alla Parola: «Due ciechi lo seguirono [...]. Allora toccò loro gli occhi e disse: “Avvenga per voi secondo la vostra fede”. E si aprirono loro gli occhi» (Mt 9,27 30); «Gli portarono un sordomuto [...] e gli disse: “Effatà”, cioè: “Apriti!". E subito gli si aprirono gli orecchi» (Mc 7,32-35). Quando Gesù «apre la bocca», nelle parabole si spalanca il Regno dei cieli: «Si mise a parlare e insegnava loro» (Mt 5,2); «Aprirò la mia bocca con parabole» (Mt 13,35). Quando Gesù si umilia e si fa battezzare, quando entra in preghiera (cf. Lc 3,21), il cielo si apre e risuona la voce amorosa del Padre: «Questi è il Figlio mio, l’amato» (Mt 3,17). Ed è ancora il Signore a esortarci: «Bussate e vi sarà aperto» (Le 11,9), e la Chiesa supplica «perché Dio ci apra la porta della Parola» (Col 4,3), infatti «quando egli apre nessuno chiude» (Ap 3,7). L’invito chiaro e definitivo, che concentra in sé con un’imma¬gine fortemente personale tutti i gesti di apertura del Signore, è espresso nella lettera alla chiesa di Laodicea: «Se qualcuno [...] mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (ivi, 20).

NOTE

[1] Angelus, 6 settembre 2025.
[2] Lettera ai sacerdoti dell’arcidiocesi, 1 Ottobre 1999, in J. M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, È l’amore che apre gli occhi, Rizzoli, Milano 2013, 236-241; J.M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Nei tuoi occhi è la mia parola. Omelie e discorsi di Buenos Aires. 1999-2013. Introduzione e cura di Antonio Spadaro S.I., Rizzoli, Milano 2016, 35-38.