Rino Fisichella [1]


Laicità è un concetto antico eppur moderno. Se il cristianesimo ne rivendica la paternità non è per arroganza, ma per rispetto a una verità storica difficilmente contestabile. Come per alcune tematiche simili, assistiamo a corsi e ricorsi che ne determinano l’attualità, e con essa la precisazione del concetto e un’inevitabile maturazione che lo spirito del tempo porta con sé. In questo senso non è mai fuori luogo una sua rivisitazione che, ripensando i termini della questione, permetta di coglierne sia la peculiarità sia lo sviluppo sotteso.

1. Un tema a interesse alterno

In questi ultimi anni il tema è ritornato di frequente, soprattutto per un dialogo tra laici e cattolici che lascia ben sperare se gli uni e gli altri si allontanano da fondamentalismi di vario genere per cercare insieme la via della verità. Alcuni esempi vanno necessariamente ricordati per non lasciare nel vago il richiamo e verificare direttamente quanto efficace e positivo sia il confronto.
Nella sua Lettera a Marcello Pera, l’allora cardinale Joseph Ratzinger scriveva così:
«“Laicità” significa anche libero pensiero e libertà da ogni costrizione religiosa, ciò comporta anche l’esclusione dei contenuti e dei valori cristiani dalla vita pubblica; ne deriva naturalmente anche la fondamentale “soggettivizzazione” dell’intero ambito della fede e della morale nella coscienza moderna. Grazie a Dio nel frattempo i fronti si sono un po’ ammorbiditi; il panorama della laicità ora è vario, e, d’altro canto, il Concilio Vaticano II ha fatto suoi tutti gli sforzi compiuti da teologia e filosofia in duecento anni affinché si aprissero le porte che dividevano illuminismo e fede e potesse iniziare un fecondo scambio […]. [L]aici e cattolici, coloro che cercano e quelli che credono nel folto intreccio dei rami dell’albero con tanti uccelli devono andare incontro gli uni agli altri con una nuova capacità di apertura. Anche i credenti non smettono mai di cercare, e chi cerca, d’altra parte, è toccato dalla verità e come tale non può essere qualificato come un uomo senza fede o senza principi morali ispirati alla fede cristiana. Ci sono modi di appartenenza alla verità nei quali gli uni danno agli altri, ed entrambi possono sempre imparare qualcosa dall’altro. È per questo che la distinzione tra cattolici e laici deve essere relativizzata. I laici non sono un blocco rigido, non costituiscono una confessione fissa, o peggio una “anticonfessione”. Sono uomini che non si sentono in grado di fare il passo della fede ecclesiale con tutto ciò che un tale passo comporta; ma molto spesso sono uomini che cercano appassionatamente la verità, che soffrono per la mancanza di verità dell’uomo, riprendendo proprio così i contenuti essenziali della cultura e della fede e spesso rendendoli, con il loro impegno, ancora più luminosi di quanto possa fare una fede scontata, accettata più per abitudine che per conoscenza sofferta».[2]
Nel suo ultimo libro, dal sintomatico titolo Perché dobbiamo dirci cristiani, Marcello Pera ritorna sulla questione e afferma:
«Sono convinto che le idee in proposito oggi prevalenti fra i liberali - che è opportuno non dar peso o voce alla religione, che la religione è irrilevante per la vita pubblica, che è di ostacolo, oppure che è superata nel mondo moderno o postmoderno - siano insostenibili in dottrina e rovinose in pratica, soprattutto in Europa».[3]
Se queste considerazioni si attestano maggiormente nel contesto culturale e tendono a distinguere tra «laicità» e «laicismo» senza trovare spesso concordi gli interlocutori, alcuni interventi di uomini politici ripropongono il tema riportandolo di nuovo alla ribalta del dibattito. Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano vi ha fatto un chiaro riferimento nella visita a papa Benedetto XVI il 20 novembre del 2006[4] e il presidente francese Nicolas Sarkozy si è espresso in modo coraggioso durante la visita compiuta dal Papa a Parigi lo scorso 12 settembre 2008.
«È legittimo per la democrazia e rispettoso della laicità dialogare con le religioni. Queste, e in particolare la religione cristiana, con la quale condividiamo una lunga storia, sono patrimonio di riflessione e di pensiero, non solo su Dio, ma anche sull’uomo, sulla società e persino su quella preoccupazione, oggi centrale, che è la natura e la tutela dell’ambiente. Sarebbe una follia privarcene, sarebbe semplicemente un errore contro la natura e contro il pensiero. È per questo che faccio appello ancora una volta a una laicità positiva. Una laicità che rispetti, una laicità che riunisca, una laicità che dialoghi. E non una laicità che escluda e che denunci. In questa epoca in cui il dubbio e il ripiegamento su se stessi pongono le nostre democrazie davanti alla sfida di rispondere ai problemi del nostro tempo, la laicità positiva offre alle nostre coscienze la possibilità di scambiare opinioni, al di là delle credenze e dei riti, sul senso che noi vogliamo dare alla nostra esistenza».[5]
Come si nota, il tema ritorna ai nostri giorni con una sua attualità, scevro da fronzoli ideologici e spinto da una positiva ricerca di dialogo che prelude a una nuova fase di rispetto e confronto tra le parti in causa.

2. Per una memoria storica

Non è il caso di entrare di nuovo all’interno della complessa derivazione storico-semantica del termine «laicità». Diversi studi sono già stati dedicati alla tematica e li riteniamo conosciuti e, per quanto possibile, condivisibili.[6] Ciò che emerge potrebbe essere facilmente riassunto in due punti. Il primo fa riferimento al valore semantico. Il termine «laico» ha la sua forza nello sviluppo dato dal cristianesimo. L’aggettivo laikós, infatti, indicava originariamente un membro della Chiesa, che è il «Popolo di Dio» (laós tou theou). La cosa diventa ancora più evidente nella traduzione latina, dove il corrispettivo semantico plebs indicava la comunità cristiana. L’inevitabile sviluppo dei secoli successivi segna non solo il riflesso di condizioni storiche particolari - nel nostro caso specifico i prolegomeni sono da individuare nelle divisioni che si crearono nel XVI-XVII secolo all’interno del cattolicesimo con la Riforma protestante -, ma anche e soprattutto l’orizzonte culturale che sta alla sua base e ne segna lo sviluppo. Si è così giunti progressivamente a identificare «laicità» con autonomia della politica dalla sfera religiosa e con indice di raggiungimento della verità con la sola ragione, prescindendo dalla fede.
Nell’uno come nell’altro caso, il termine soffre di riduzionismi tali che non danno ragione del valore semantico raggiunto. Se da una parte, infatti, è facile convergere verso la distinzione dei poteri e dei ruoli che spettano rispettivamente alla Chiesa e allo Stato, difficilmente è condivisibile la tesi secondo cui uno Stato è «laico» perché nel suo legiferare prescinde completamente dalla religione e dai suoi contenuti. Avere paura che la verità della fede possa attentare all’autonomia della ragione oppure teorizzare che solo questa possa raggiungere la verità, si è manifestato essere una chimera tale che meraviglia quanto gli stessi fautori non ne siano coscienti e persistano in questa visione parziale e unilaterale.[7]
Per essere fedeli allo sviluppo semantico, quindi, si dovrebbe meglio dire che «laicità» indica un modo di riflettere, di analizzare e di produrre idee e contenuti non a prescindere dalla fede come se questa non esistesse o fosse di impedimento, ma in maniera indipendente e autonoma, facendo leva sulla forza di una ragione retta, libera di ricercare la verità e di proporla quando l’ha trovata. Ciò che preme, insomma, dinanzi ai termini «laicità » e «laico» è non cadere nel conflitto delle interpretazioni, ma dare piuttosto spessore al significato che possiedono e al ruolo che devono assumere. Se si è arrivati a questa concezione moderna nell’ambito sia filosofico sia politico, questo è stato possibile - è bene ribadirlo - perché all’interno del cristianesimo si ponevano le forme concettuali ed espressive che hanno permesso di giungere all’identificazione oggi essenzialmente condivisa, pur nell’uso ambiguo e spesso strumentale che ne viene fatto. Rivendichiamo per il cristianesimo la primogenitura di questa concezione. Non è una questione di orgoglio: ci preme esclusivamente che sia riconosciuta una originalità che non può essere ignorata almeno per rispetto alla verità storica.
Un secondo punto è nell’orizzonte politico. Si deve osservare che il ricorso alla laicità avviene nell’epoca moderna come una polemica richiesta di autonomia nei confronti della religione. Sotto il termine «laicità», insomma, si sono enucleati alcuni principi che hanno segnato la vita dell’Occidente nell’epoca moderna. Sotto lo stesso nome, comunque, si tenta di codificare un nuovo rapporto tra Stato e Chiesa ai primordi della postmodernità, che mostra la tendenza a estendere il concetto verso altri ambiti della vita sociale senza, probabilmente, avere piena coscienza dei pericoli sottostanti.
Alla luce di queste brevi considerazioni appare quanto mai del tutto ingiustificato e frutto di un’incredibile miopia storica quanto affermava, ad esempio, John Stuart Mill nel suo On Liberty: «Quel po’ di considerazione che l’idea di obbligo civile si è conquistata nella morale moderna non la si deve a fonti cristiane, ma greche e romane. Parallelamente, quanto nella morale della vita privata c’è di magnanimità, nobiltà di sentimenti, dignità personale, senso dell’onore compreso, non deriva dalla componente religiosa della nostra educazione, ma da quella puramente umana, e mai si sarebbe potuto sviluppare da un modello etico il cui unico valore, apertamente riconosciuto, è quello dell’obbedienza».[8] Per quanto possa essere accattivante il suo pensiero, da questa prospettiva porta con sé l’anacronismo del non voler riconoscere il positivo apporto che il cristianesimo ha dato alla storia universale e, nello specifico, allo sviluppo del concetto di democrazia e di etica.
Certamente era impensabile per l’antica Grecia appellarsi al concetto di laicità, come lo era per la cultura romana. D’altronde, concetti quali: impero, tirannide, oligarchia, così ricorrenti nella cultura dell’epoca, non ammettevano in sé alcun riferimento alla laicità. Lo stesso concetto di democrazia presso i greci era talmente differente da quanto si pensa nella cultura moderna che il solo riferimento può arrestarsi alla semantica e non andare oltre. È necessario, quindi, riconoscere quanto sia stato importante per lo sviluppo della responsabilità sociale e politica l’apporto del cristianesimo che, per la sua peculiarità sul modo di concepire la laicità, non ha confronti con altre religioni impossibilitate ad addentrarsi nei meandri di una distinzione così fondamentale per la cultura moderna.
Per quanto si possa contestare l’agire della Chiesa in diversi momenti della sua storia, l’origine di quella sana distinzione tra Chiesa e Stato appartiene proprio al cristianesimo. «Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio» (Marco 12, 17) permane come il criterio fondamentale a cui Chiesa e Stato si richiamano per giustificare il proprio spazio di intervento. È necessario, comunque, comprendere il senso profondo del testo perché non diventi un’espressione ovvia e insignificante. La domanda posta a Gesù dai suoi interlocutori inizia con una captatio benevolentiae: gli viene riconosciuto che è buono, che parla con verità e che il suo insegnamento è fatto non per piacere agli uomini ma a Dio.
Questa modalità viene spesso utilizzata nei confronti della Chiesa finanche ai nostri giorni, come se il tempo non fosse mai passato. Difficile non riconoscere alla Chiesa il suo impegno per la pace, per la solidarietà nei confronti dei poveri e per la conservazione del creato. Come nel passato, tuttavia, questa captatio benevolentiae nasconde in sé una trappola che sembra senza via d’uscita: se promoviamo la pace contro la guerra, soprattutto se questa è di matrice nordamericana o israeliana, siamo lodati e il nostro intervento è un contributo positivo alla vita internazionale; se, al contrario, affrontiamo questioni di etica e di difesa della vita umana dal suo concepimento fino alla sua conclusione naturale, allora siamo stigmatizzati come conservatori, nemici del progresso e della scienza e ogni nostro intervento diventa un’ingerenza nella vita politica del Paese. Passano i tempi, ma il preconcetto rimane inalterato. La domanda posta a Gesù possedeva la stessa tendenziosità che si verifica oggi. Se egli avesse risposto che bisognava pagare le tasse ai romani sarebbe stato condannato come nemico del suo popolo, se la sua risposta fosse stata positiva allora sarebbe stato portato davanti al governatore come sovversivo. La risposta che Gesù fornisce non può essere fraintesa come una forma di sudditanza allo Stato. Il senso del suo rimandare a Cesare e a Dio ha una notevole differenza che si manifesta nel valore della congiunzione. Una traduzione corretta dovrebbe essere: «Date a Cesare quello che è di Cesare, ma date a Dio quello che è di Dio». Si deve, dunque, allo Stato ciò che gli appartiene e questo impedisce al cristianesimo di pensare in termini di teocrazia. A Dio, però, appartiene l’uomo che è stato creato a sua immagine. Quanto Gesù insegna, quindi, è che si deve riconoscere, in primo luogo, il primato di Dio. L’imperatore non potrà mai decidere quanto appartiene a Dio; tenga pure la sua moneta e se la faccia restituire dai cittadini, ma sappia che tutto ciò che tocca l’uomo e la sua vita appartengono a Dio e a lui solo.
La distinzione non è di poco conto e soprattutto oggi, dinanzi ad alcune tendenze di certi Stati, nelle loro differenti articolazioni, a volersi appropriare di alcune sfere della vita dei cittadini, merita non solo di essere rinvigorita, ma mantenuta sempre come una bussola orientativa. Il cristianesimo, diversamente da altre religioni, è legato a un’evidenza cristallina: la teocrazia non gli appartiene e, per quanto le condizioni lo hanno permesso, i cristiani hanno sempre cercato di distinguersi dallo Stato. Come la Sacra Scrittura attesta, siamo chiamati a pregare per quanti ci governano, a offrire loro leale collaborazione e obbedire alle leggi dello Stato in cui viviamo se non sono contrarie alla legge di Dio; non potremo mai, tuttavia, offrire loro l’incenso che è dovuto solo al Signore. Ciò non comporta che il cristianesimo potrà ridursi a un semplice sentimento soggettivo, vissuto individualmente nella sfera privata; ben al contrario, esso impone una testimonianza pubblica della verità a cui aderiamo perché crediamo che essa sia sorgente di verità e felicità per ogni persona in ricerca del senso della propria vita. È all’interno di queste premesse, pertanto, che si gioca la comprensione della «laicità» nel suo senso positivo e come reale contributo che tutto sono tenuti a offrire nella società in cui sono chiamati a vivere.

3. Il confronto sulla laicità

Non è retorica pessimistica pensare che l’allargamento arbitrario del concetto di laicità a diversi settori della vita politica, sociale ed etica porti a una forma di anarchia difficilmente controllabile. L’uomo dei diritti che caratterizza il nostro presente e le società occidentali non può far dimenticare i rischi a cui una simile estensione condurrebbe. È sotto gli occhi di tutti lo slittamento che progressivamente si è venuto a creare tra «diritti della persona» e «libertà del diritto individuale». Mentre i primi erano contrassegnati fin dall’origine da un’antropologia forte di un corretto rapporto con la natura e la trascendenza, le seconde fanno leva sulla pretesa che lo Stato sarebbe obbligato a riconoscerle e tutelarle al di sopra del diritto alla vita senza ulteriori considerazioni e malgrado lo Stato stesso. In una parola, la tendenza sempre più applicata dal legislatore a garantire il diritto in forza di una libertà individuale sta stringendo alle corde il diritto fondamentale alla vita e alla dignità della morte - da sempre garantito dallo Stato - facendolo ritenere un affare privato, pur di salvaguardare la libertà individuale. Situazione questa contraddittoria per la sussistenza dello stesso Stato. Il legislatore, infatti, sembra non percepire il grave pericolo che si nasconde in questa pretesa. Il diritto dell’individuo, infatti, si scontra con la convivenza sociale e la pretesa della libertà individuale cozza con la presenza dello Stato che ormai è chiamato a legiferare su casi singoli pur drammatici, delegando in alcuni casi alla magistratura ciò che gli appartiene come competenza propria.[9] Il diritto di libertà individuale trova spesso succube il legislatore che, di conseguenza, sovverte l’ordine stesso della fonte del diritto. Insomma, i «diritti fondamentali dell’uomo» dipendono dal riconoscimento che ne può fare il diritto alla libertà individuale. Questa radicalizzazione, che a torto si vuole presentare come frutto dell’autonomia dalla religione, crea di fatto un nuovo pantheon valoriale con l’attestarsi di una religione civile costruita sul solo desiderio individuale. Per paradossale che possa sembrare, alcune tesi illuministiche già decretate defunte dalla storia, riemergono come l’araba fenice riportando indietro le lancette e dando l’illusione che si sta entrando in una nuova fase epocale, senza rendersi conto, invece, che piuttosto se ne sta decretando la fine.
Dal richiamo a questo tipo di laicità derivano di fatto due conseguenze che meritano la nostra attenzione. Da una parte, emerge il riferimento all’etica e alla coscienza; dall’altra, per quanto concerne le religioni, il rinvio alla tolleranza. Si sente sempre più parlare, ultimamente, di «etica laica». Cosa si nasconda dietro questa espressione è facile immaginarlo alla luce di quanto appena accennato sul primato del diritto individuale. Di fatto, questa prospettiva intende imporsi per accreditare la tesi di un’autonomia, soprattutto dalla sfera cattolica, in grado di favorire la scienza e così produrre progresso. Quanto questa visione sia ingenua è facile immaginarlo. Per sua stessa natura l’etica non ha alcuna colorazione e pleonastica si dimostra ogni qualificazione. L’etica, infatti, riconosce il primato della ragione (ratio) e con essa raggiunge i principi fondamentali che stanno alla base della vita personale. Certo, sarà da verificare il concetto di ratio a cui si fa riferimento e da parte nostra permane l’orizzonte di condivisione più ampio possibile; è necessario, comunque, che la ratio non sia essa stessa sottoposta a principi che ne vanificano la sua stessa natura, forza speculativa e azione. Pretendere, ad esempio, che la ragione non abbia alcun legame con il trascendente e che, pertanto, ne derivi un’etica atea, non ci sembra onestamente conforme alla ragione. Questa posizione, piuttosto, appare come il frutto della precomprensione che limita la forza e la capacità della ragione stessa e come tale non rende un buon servizio né alla ratio né alla possibilità di dialogo. Difendere nell’ambito della politica un’«etica laica» dalla «morale cattolica» è giusto e corretto; ciò, tuttavia, non può equivalere a contrapporre i loro contenuti. Significherebbe non percepire il nesso costitutivo che intercorre tra etica e morale cattolica e offrire una visione strumentale di un’inesistente contrapposizione. Per quanto possa apparire estraneo, il concetto di laicità esposto dal presidente Sarkozy, offre oggi agli Stati la possibilità di confrontarsi più onestamente con la questione della verità. Sono chiamati a fare di tutto e a non lasciare nulla di intentato per ricercarla e proporla ai cittadini soprattutto quando questa è in riferimento ai diritti fondamentali della persona quali la vita e la morte. In una parola, dinanzi ai problemi etici in cui emerge in modo particolare la conflittualità, lo Stato è chiamato a percorrere il confronto con la verità e in modo particolare con quella proposta dalla religione, che meglio di ogni altra presenta la forma più alta di dignità della persona.
La seconda categoria chiamata in questione è quella di tolleranza. Oggi appare estremamente diffusa - si pensi ad esempio alla tolleranza razziale, politica, etnica, sessuale, culturale - e la sua invocazione non aiuta a uscire dalle secche conflittuali in cui ci si trova. Lo Stato non può permanere in una sorta di neutralità che tutti accoglie e nessuno predilige. Certamente deve essere capace di riconoscere e difendere le minoranze anche religiose, ma questo non può andare a detrimento della maggioranza presente nel Paese che ne rappresenta la storia, la tradizione e l’identità. In questa sua ricerca e attuazione della verità, lo Stato democratico è chiamato a vivere espressamente della qualifica che possiede, cioè «democratico». In altri termini, questo Stato non solo accetta laicamente di confrontarsi con la Chiesa, ma anche sa accogliere — e a tempo debito circoscrivere — le eventuali ingerenze che questa potrebbe avanzare, mentre non sarebbe ammissibile l’opposto. Qui non è questione di laicità, ma di democrazia matura che sa accettare i rischi di questa condizione. La Chiesa, in quanto si richiama a principi che hanno un’origine superiore a quella umana, non potrebbe mai accettare un’ingerenza dello Stato nei confronti dei suoi contenuti. Questo non rende una superiore all’altro, piuttosto è la condizione per rispettare l’autonomia e l’autoctonia delle due rispettive istituzioni. La cosa può apparire paradossale e lo è. La democrazia, d’altronde, è obbligata ad accogliere in sé elementi che vanno oltre la sfera della politica e trova in sé anche i mezzi per neutralizzare eventuali schegge impazzite. La concezione di democrazia moderna, dopotutto, non avrebbe mai potuto neppure essere concepita se il cristianesimo non avesse posto le premesse fondamentali per la sua genesi e il suo sviluppo.
La democrazia, per l’intera coscienza dell’Occidente, è una conquista tale che si pone come uno dei valori irrinunciabili su cui costruire un sistema politico e su cui giudicare non solo la sua legittimità, ma la stessa forma dei rapporti sociali. In un sistema democratico, quindi, anche la fede è chiamata in questione. I suoi contenuti, tuttavia, non possono essere assunti come surrogati in un momento storico di crisi valoriale per essere poi gettati al vento in un momento successivo. La Chiesa, da parte sua, ben conosce i limiti entro cui può operare. Gli Stati, a volte, si danno lo strumento del Concordato per ratificare la collaborazione fra le due istituzioni; è, comunque, uno strumento e non un fine. Ciò che caratterizza la presenza della Chiesa nella società è il suo annuncio di una vita che non si ferma alle leggi date dagli Stati, ma che prosegue oltre. Siamo consapevoli che questo annuncio di verità non appartiene agli uomini, ma è frutto di rivelazione; in forza di questo chiediamo che anche chi non crede si confronti con essa per verificare le ragioni delle sue e delle nostre posizioni. Non si comprende perché un simile intervento debba essere interpretato come un’ingerenza nella vita politica di un Paese. Illuminare la coscienza di ogni credente e provocare chiunque a riflettere dovrebbe essere giudicato, piuttosto, come un esercizio di libertà e assunzione di responsabilità. Rendere irrilevante il messaggio cristiano, pertanto, potrebbe dare l’impressione di una laicità acquisita dallo Stato; in effetti, si tratterebbe solo di debolezza congenita alle strutture che, in questo modo, manifesterebbero la povertà culturale a cui vanno incontro.
Certo, i discepoli di Voltaire potrebbero storcere il naso; e, tuttavia, non potranno contraddirsi. Saranno obbligati, oggi più di ieri, a legittimare l’esistenza del cristianesimo all’interno della società; eppure, non potranno mancare di aggiungere che siamo un’anomalia, una presenza fortuita, accidentale, fastidiosa; anzi, in questi ultimi tempi, particolarmente fastidiosa perché ingombrante con le sue certezze e i suoi dogmi. La pretesa di verità che portiamo con noi contraddice il loro principio di tolleranza — espressione genuina di dogmi laicisti — per cui sarebbe meglio per tutti e per il progresso della società se fossimo confinati nel privato senza alcuna possibilità di esprimerci in pubblico su questione di carattere sociale ed etico. Non sono lontani da questa stessa tentazione, comunque, quanti si richiamano a una rinnovata comprensione dello Stato etico che legifera non solo prescindendo dalla morale presente nella società, ma arrogandosi gratuitamente il diritto di essere istanza morale assoluta. Nell’uno come nell’altro caso si tratta di verificare se il concetto di laicità e democrazia è solo un’ipotesi di lavoro per scrivere libri e articoli o un’azione politica da cui non si può prescindere senza compiere un atto di violenza come la discriminazione nei confronti dei credenti.

(Orientamenti sociali, 2/2009, pp. 91-99)


NOTE

[1] Arcivescovo, Presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione.
[2] Pera M. – Ratzinger J., Senza radici. Europa, relativismo, cristianesimo, Islam, Milano, Mondadori 2004, 105, 111 s.
[3] Pera M., Perché dobbiamo dirci cristiani. Il liberalismo, l’Europa, l’etica, Milano, Mondadori 2008, 18.
[4] Per il testo dei discorsi di Benedetto XVI e del presidente Napolitano cfr «Visita ufficiale del Presidente della Repubblica al Papa», in Aggiornamenti sociali, 1 (2007) 63-68. [N.d.R.]
[5] Per il testo del discorso del presidente francese cfr Benedetto XVI – Sarkozy N., «Viaggio apostolico del Papa in Francia», in Aggiornamenti Sociali, 11 (2008) 690-702. [N.d.R.
[6] Cfr tra i più recenti: Savagnone G., Dibattito sulla laicità. Alla ricerca di una identità, Elledici, Torino 2006; Cardia C., Le sfide della laicità. Etica, multiculturalismo, Islam, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2007; Della Torre G. (ed.), Lessico della laicità, Studium, Roma 2007; Scola A., Una nuova laicità. Temi per una società plurale, Marsilio, Venezia 2007.
[7] Si pensi, ad esempio, alle tesi di Flores D’Arcais P., «Aut fides aut ratio», in Micromega, 5 (1998) 187, e di Giorello G., Di nessuna chiesa. La libertà del laico, Raffello Cortina, Milano 2005, 15-16
[8] Mill J. S., Sulla libertà, Bompiani, Milano 2000, 165 (ed. or. 1859).
[9] È quanto avviene, ad esempio, nei Paesi Bassi circa la decisione di eutanasia nei casi di infermità infantile e quanto è drammaticamente avvenuto in Italia nei mesi scorsi, per la mancanza di una legge, con la sentenza che autorizza a togliere l’idratazione e il nutrimento a una donna in stato vegetativo permanente.