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Essere coppia=Essere unità

XXVII Domenica del T.O. (B)

a cura di Franco Galeone * 

 Marriage1

È lecito a un marito ripudiare la propria moglie?

1. La questione è il divorzio, che la legge di Mosè permetteva al marito qualora “avesse trovato in lei qualcosa di indegno” (Dt 24,1); su questo “qualcosa di indegno” i giuristi ebrei avevano opinioni diverse: per qualcuno si trattava dell’adulterio (al solito è preso in considerazione solo quello della donna!), per qualche altro poteva trattarsi anche della minestra scotta o dell’alito cattivo! Gesù non nega la possibilità di divorziare, ma ne individua la causa: la “sklerokardìa” o durezza di cuore, origine di ogni male e di ogni divisione. All’origine non era così, come leggiamo in Genesi 2: Dio sogna per la prima coppia una unità assoluta; quando all’orizzonte dell’uomo solitario appare la donna, l’uomo dice: “Questa volta è vita della mia vita”, e nasce un legame che neppure la morte spegne, perché “forte come la morte è l’amore” (Ct 8). Il matrimonio cristiano non è solo un contratto, la sanatoria di un errore, una sistemazione sociale, la somma di due patrimoni … ma un sacramento che va scelto e preparato. Il cristiano ha il diritto/dovere di vivere il sesso e l’eros, ma il sesso da solo è biologia, e l’eros da solo è egoismo; è l’amore che trasforma il sesso e l’eros in comunione, in sacramento, in gioia; è l’amore che fa passare dalla genitalità alla sessualità, alla persona, al dialogo, alla fecondità, alla famiglia.

 

Diversi ma uguali

2. La domanda dei farisei non era la domanda sul divorzio, ma sulla disuguaglianza di diritti tra l’uomo e la donna. Cioè, i farisei domandavano se i privilegi dell’uomo fossero praticamente illimitati, come sosteneva la scuola teologica di Hillel. Ebbene, questo è quello che Gesù non tollera. La disuguaglianza di diritti è direttamente contraria al Vangelo. Inoltre, si deve ricordare che i cristiani - per lo meno fino al sec. VIII - si sono sposati come tutti i cittadini dell’Impero (J. Duss-von-Werdt). E in quanto all’indissolubilità, il papa Gregorio II nel 726 permette il divorzio, come risulta in una lettera dello stesso papa (Migne, PL 89, 525). Gesù argomenta a favore dell’uguaglianza di diritti ricorrendo al progetto originale di Dio: che l’uomo e la donna “non sono due, ma una sola carne”, cioè si fondono in un’unità che equivale ad una perfetta uguaglianza in dignità e diritti, sebbene siano così evidenti le differenze. La differenza è un fatto. L’uguaglianza è un diritto. Dedurre da questo vangelo una presunta superiorità dell’uomo sulla donna è manipolare quello che Gesù ha detto.

3. Il verbo “tentare” (πειραζειν) appare nel Vangelo di Marco al suo inizio (1,13), nell’episodio delle tentazioni del deserto, dove Gesù appare tentato da Sathan e poi, nel corso del Vangelo, sempre in bocca ai farisei (8,11), una volta con gli erodiani. Alcuni farisei si avvicinano a Gesù per tentarlo. Perché per tentarlo? Perché vedono che Gesù sta prendendo le distanze dalla legge e vogliono trovare uno strumento per poterlo accusare e poi condannare a morte. Quella che chiedono a Gesù è una cosa ovvia e risaputa: “se è lecito a un marito ripudiare la moglie”. Chiaro che sì, tutta la tradizione religiosa lo permetteva. Ebbene Gesù prende le distanze e dice “che cosa vi ha ordinato Mosè?” Gesù, da ebreo, avrebbe dovuto dire “che cosa ci ha comandato Mosè?”.

4. E la risposta che danno i farisei è presa dal libro del Deuteronomio (24, 1), che dice che Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di ripudiarla. Ebbene, Gesù anche qui prende le distanze e li accusa “per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma”. Per Gesù non tutto quello che è scritto nella legge è di autorità divina. Quello che sta dicendo Gesù è grave perché era prevista la pena di morte per chi osava affermare che anche una sola parte della legge non era stata pronunciata o voluta da Dio. Ebbene, per Gesù la legge scritta non sempre riflette la volontà di Dio, e per questo non ha valore duraturo e permanente. E Gesù non si rifà al Dio legislatore, il Dio di Mosè, ma al Dio della creazione, e cita il Libro della Genesi (1,27; 2,24), dove c’è scritto che “l’uomo lascerà suo padre e sua madre perché si unirà a sua moglie, e i due diventeranno una sola carne”. Questo è il significato del matrimonio.

5. Ebbene, i discepoli, naturalmente, non sono d’accordo con questa visione restrittiva di Gesù e “in casa lo interrogano su questo argomento”. E Gesù lo conferma perché lui si mette sempre dalla parte più debole. In questo frangente, gli presentano dei bambini, dei ragazzini (παιδία), e i discepoli lo rimproverano perché non vogliono che Gesù accolga anche queste persone che sono considerate le nullità della società. E qui Gesù fa una dichiarazione importantissima: “Non glielo impedite. A chi è come loro, infatti, appartiene il Regno di Dio”. I bambini, i ragazzini, a quell’epoca non avevano valore, erano gli ultimi della società. Ai suoi discepoli, animati dal desiderio di ambizione, Gesù ricorda che il Regno di Dio appartiene proprio agli ultimi. Quindi quelle persone che vengono considerate gli ultimi, sono in realtà i primi ad entrare nel Regno del Signore.

L’uomo non separi…

6. Se un amore vuole essere eterno, deve essere fedele, assumere un impegno, risorgere anche dopo un’infedeltà. Il cambio del partner dà l’illusione del rinnovamento, mentre in realtà non è che un nuovo inizio di una nuova fine. Quando una persona si sente amata, cambia, fiorisce, si sviluppa. Gli sposi si sono amati un tempo perché avevano sperimentato che uno trasformava l’altra, che la vita trascorreva diversamente. Ma poi si sono adagiati sulla loro unione, indissolubile sulla carta in forza di una firma. Gli sposi dovrebbero lavorare per tutta la vita a legarsi, e invece si credono di colpo non più separabili: lui si dedica agli affari; lei, delusa, si volge verso i figli o una professione. Morire inconsciamente è quello che sappiamo fare meglio di ogni altra cosa! Se non ci si scrive più, si finisce per non avere più voglia di scriversi; se non ci si parla più, si finisce per non avere più nulla da dirsi; se non ci si guarda più, si finisce per non vedersi più. Non sono le liti, la povertà, neppure le infedeltà che uccidono un matrimonio: è l’abitudine. Gli uomini vivono di “invenzioni” che presto diventano “convenzioni”. Padre Laurentin ha scritto che “il formalismo mantiene indefinitamente delle coppie effimere, distrutte, senza ombra di speranza”. L’indissolubilità non è una legge ma un programma, non è una negatività ma una possibilità, non è fondata sul contratto ma sulle esigenze dell’amore, non è una firma ma è una scelta, non è imposta da un’autorità civile o religiosa, ma è la conseguenza di un amore vero; non è un guanciale su cui gli sposi possono addormentarsi: è una chiamata quotidiana a rendere il loro amore sempre vivo, attraverso i piccoli gesti della vita.

… ma Dio li ha davvero uniti?

7. Il matrimonio è fondato sul consenso, ma oggi la psicanalisi dimostra che molti consensi, apparentemente liberi, sono inconsciamente viziati. Le tre cause classiche previste dalla legge civile per chiedere il divorzio (adulterio, percosse, ingiurie gravi) non significano niente; un matrimonio può esistere e resistere nonostante le percosse o l’infedeltà o le ingiurie; ma bisogna anche riconoscere che a volte un matrimonio non è mai esistito o non esiste più. La morte del corpo scioglie gli sposi, ma la morte dell’amore, debitamente documentata, scioglie ugualmente gli sposi. “L’uomo non separi ciò che Dio ha unito”. Ma siamo sicuri che Dio li ha uniti? E Dio unisce gli sposi senza amore? Di quante coppie si potrebbe dire: “Padre, perdona loro, non sanno quello che fanno!”. La fedeltà a un amore, a una persona, è una bella qualità umana; ma la fedeltà a un errore si chiama ostinazione, e nessuno può farne una virtù! Ai miei confratelli nel sacerdozio, vorrei solo dire che la chiesa è maestra ma anche madre; nessuno deve trasformarsi in giudice degli altri, nessuno deve distribuire premi ai buoni e castighi ai cattivi, perché è difficile distinguere i giusti dagli ingiusti. Il comando di Gesù: “Non giudicate” vale per tutti, preti compresi, perciò dobbiamo accogliere, ascoltare, curare con profondo rispetto e con infinita delicatezza. Il giudizio spetta a Dio, perché lui ci ama, lui ha mandato il Figlio a salvarci. E poiché ci ama, non giudica nessuno!

Non “usa e getta” ma “usa e rammenda”

8. Questo brano del vangelo di Marco è il topos classico per condannare il divorzio. Più che lanciare condanne contro divorziati e separati, vorrei indicare come Gesù non si limita a condannare divorzi e separazioni, ma suggerisce anche come fare per non rompere un matrimonio; insomma Gesù fa opera di prevenzione più che di repressione. Anche nel matrimonio è entrata la mentalità di “usa e getta”, come se il matrimonio fosse un qualunque apparecchio elettronico o un elettrodomestico comune; perciò sono scomparsi anche quanti riparavano le eventuali rotture, proprio per mancanza di lavoro, e quindi oggi tutti vendono, buttano, comperano, nessuno ripara. Ma il matrimonio non appartiene alla sfera dell’avere, delle cose, del possesso, ma dell’essere, della vita, dei sentimenti. Cosa si potrebbe fare? Un’arte semplice, dimenticata ma necessaria: il rammendo. Alla mentalità di “usa e getta” occorre sostituire quella di “usa e rammenda”. Oggi sembra un disonore portare un vestito, una scarpa, una maglia rammendata! Passi per i vestiti, ma non per il matrimonio, dove occorre rammendare e subito, perché con il passare del tempo la smagliatura dei sentimenti, lo strappo dell’amore potrebbe allargarsi pericolosamente. Ce lo ricorda anche l’apostolo Paolo: “Non tramonti il sole sopra la vostra ira”. Il segreto è saper ricominciare; come la vita ricomincia ogni mattina. Volerlo tutti e due, perché “domani è un altro giorno”.
Buona vita!

* Gruppo biblico ebraico-cristiano

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