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Lasciare e unirsi

simbolo della

storia della salvezza

Domenica XXVII del T.O. (B)

papa Francesco

a cura di Gianfranco Venturi 

 Marriage 2

Mc 10,1-12 Gesù, riporta il matrimonio e la famiglia alla loro forma originale (AL 63)

Gesù, che ha riconciliato ogni cosa in sé, ha riportato il matrimonio e la famiglia alla loro forma originale (cfr Mc 10,1-12). La famiglia e il matrimonio sono stati redenti da Cristo (cfr Ef 5,21-32), restaurati a immagine della Santissima Trinità, mistero da cui scaturisce ogni vero amore. L’alleanza sponsale, inaugurata nella creazione e rivelata nella storia della salvezza, riceve la piena rivelazione del suo significato in Cristo e nella sua Chiesa. Da Cristo attraverso la Chiesa, il matrimonio e la famiglia ricevono la grazia necessaria per testimoniare l’amore di Dio e vivere la vita di comunione. Il Vangelo della famiglia attraversa la storia del mondo sin dalla creazione dell’uomo ad immagine e somiglianza di Dio (cfr Gn 1,26-27) fino al compimento del mistero dell’Alleanza in Cristo alla fine dei secoli con le nozze dell’Agnello (cfr Ap 19,9).

10, 1-12 Giustizia con misericordia [1]

Tre gruppi seguivano Gesù
C’erano tre gruppi di persone che seguivano Gesù (Mc 10,1-12) Anzitutto, la folla che lo seguiva per imparare, perché lui parlava con autorità. Certo lo seguiva anche, per farsi guarire. Il secondo gruppo è composto da dottori della legge che, invece, lo seguivano per metterlo alla prova: si avvicinavano e per metterlo alla prova domandavano cose. Ci sono poi i discepoli, il terzo gruppo: lo seguivano perché erano attaccati a lui, Gesù stesso li aveva chiamati per essere vicini. E così questi tre gruppi seguivano sempre Gesù.

I dottori
Marco racconta che al Signore si avvicinano questi dottori della legge: è chiaro, lo dice il Vangelo, per metterlo alla prova domandavano a Gesù se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie. Ma Gesù non risponde se sia lecito o non sia lecito; non entra nella loro logica casistica, perché loro pensavano soltanto alla fede in termini di “si può” o “non si può”, fino a dove “si può”, fino a dove “non si può”. Però in quella logica della casistica Gesù non ci entra. Anzi, a loro rivolge una domanda: “Che cosa vi ha ordinato Mosè?”. In pratica chiede: “Che cosa c’è nella vostra legge?”.
Nel rispondere a questa domanda di Gesù, i dottori della legge spiegano il permesso che ha dato Mosè per ripudiare la moglie, e sono proprio loro a cadere nel tranello, perché Gesù li qualifica “duri di cuore”. E si rivolge loro così: “Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma”. E così Gesù dice la verità, senza casistica, senza permessi, la verità: “Dall’inizio della creazione, Dio li fece maschio e femmina”. E continua: “Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre” e si mette in cammino, e “si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola”. Perciò “non sono più due, ma una sola carne”. E questa non è né casistica, né permesso: è la verità; Gesù dice sempre la verità.

I discepoli
Marco, poi, racconta nel suo Vangelo anche la reazione del terzo gruppo, i discepoli, a casa: lo interrogarono di nuovo su questo argomento per capire meglio, perché loro conoscevano questo permesso di Mosè, questa legge di Mosè. E Gesù è ancora molto chiaro: “Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio verso di lei; e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio”.
Dunque Gesù dice la verità. Egli esce dalla logica casistica e spiega le cose come sono state create, spiega la verità. Ma sicuramente, qualcuno può pensare: “Sì, la verità è questa, ma tu, Gesù, tu sei andato lì a parlare con un’adultera!”. E anche tante volte adultera: cinque, credo. Perciò, così facendo, sei diventato impuro. E sei diventato impuro anche perché quella era pagana, era una samaritana. E parlare con uno che non era ebreo ti faceva impuro e sei diventato impuro, anche perché hai bevuto dal bicchiere di lei, che non era stato purificato. Allora, come mai tu dici che questo è adulterio, che questo è grave, e poi parli con quella, le spieghi il catechismo e bevi anche quello che lei ti dà? E ancora: Un’altra volta ti hanno portato un’adultera - chiaro a tutti: l’hanno presa in adulterio - e tu, alla fine, cosa hai detto? “Io non ti condanno, non peccare più”. Ma come si spiega questo? si potrebbe, dunque, obiettare.

Dalla casistica alla verità…
È il cammino cristiano. Si tratta del cammino di Gesù, perché anche lui - pensiamo a Matteo, a Zaccheo, ai banchetti che fa con tutti i peccatori - andava da loro, a mangiare. E il cammino di Gesù, si vede chiaro, è il cammino dalla casistica alla verità e alla misericordia: Gesù lascia fuori la casistica. E a quelli che volevano metterlo alla prova, a quelli che pensavano con questa logica del “si può”, li qualifica - non qui, ma in altro passo del Vangelo - ipocriti. E questo vale anche con il quarto comandamento: questi negavano di assistere i genitori con la scusa che avevano dato una bella offerta alla Chiesa, ipocriti! Perché la casistica è ipocrita, è un pensiero ipocrita: “si può, non si può”. Un pensiero che poi diventa più sottile, più diabolico: “Ma fino a qui posso? Ma di qui a qui, non posso”. È l’inganno della casistica. Invece no: dalla casistica alla verità ma la verità è questa”. E Gesù non negozia la verità, mai: la dice tale e quale è.

…e alla misericordia
Ma non c’è solo la verità. C’è anche la misericordia, perché lui è l’incarnazione della misericordia del Padre e non può negare se stesso. E non può negare se stesso perché è la verità del Padre, e non può negare se stesso perché è la misericordia del Padre. E questa è la strada che Gesù ci insegna a percorrere: non è facile, nella vita, quando vengono le tentazioni: pensiamo alle tentazioni di affari. In quel caso “gli affaristi” dicono: “Io posso fare fino a qui, licenzio questi dipendenti e guadagno più di qua”. È la “casistica”, appunto. Quando la tentazione ti tocca il cuore, questo cammino di uscire dalla casistica alla verità e alla misericordia non è facile: ci vuole la grazia di Dio perché ci aiuti ad andare così avanti. E dobbiamo chiederla sempre.

10,1-12 Dio non è un'equazione [2]
La folla
“Gesù, partito da Cafàrnao, venne nella regione della Giudea e al di là del fiume Giordano”, e la folla accorse di nuovo a lui e di nuovo egli insegnava loro, come era solito fare.
Protagonista è la folla che viene a lui: lui insegnava e loro ascoltavamo. Tutte quelle persone seguivano Gesù proprio perché avevano piacere ad ascoltarlo. Il Vangelo dice che lui “insegnava con autorità, non come insegnavano gli scribi e i farisei”. Per questo la folla, il popolo di Dio, era con Gesù.

I farisei e le loro domande sul matrimonio
Però c’era anche, dall’altra parte, quel piccolo gruppetto di farisei, sadducei, dottori della legge che sempre si avvicinavano a Gesù con cattive intenzioni. Il Vangelo ci dice chiaramente che la loro intenzione era di metterlo alla prova: erano sempre pronti a usare la classica buccia di banana per far scivolare Gesù, togliendogli così “l’autorità”.
Queste persone erano staccate dal popolo di Dio: erano un piccolo gruppetto di teologi illuminati che credevano di avere tutta la scienza e la saggezza. Ma a forza di cucinare la loro teologia, erano caduti nella casistica e non potevano uscire da quella trappola. Tanto da ripetere continuamente: “Non si può, non si può!”. Di queste persone Gesù parla tanto nel capitolo 23 di Matteo e le descrive bene.
[…] Per due volte, nel Vangelo, questo piccolo gruppetto rivolge una domanda a Gesù sul matrimonio. In particolare una volta i sadducei, che non credevano nella vita eterna, hanno presentato una domanda sul levirato”, cioè riguardo a quella donna che si era sposata con sette fratelli e poi alla fine morì: “quale sarà il marito di questa nell’aldilà?”. Una domanda pensata proprio per tentare di mettere in ridicolo Gesù.
Invece l’altra domanda è questa: “È lecito ripudiare una donna?”.

La risposta di Gesù: la pienezza della verità del matrimonio…
Ma Gesù, in ambedue le situazioni, non si ferma sul caso particolare, va oltre: va alla pienezza del matrimonio.
Nel caso del levirato Gesù va alla pienezza escatologica: “In cielo non ci saranno né marito né moglie, vivranno come angeli di Dio”. Egli va alla pienezza della luce che viene da quella pienezza escatologica. Dunque, Gesù ricorda la pienezza dell’armonia della creazione: “Dall’inizio della creazione, Dio li fece maschio e femmina”.
È chiaro che lui non sbaglia, lui non cerca di fare una bella figura davanti a loro: “Dio li fece maschio e femmina”. E subito aggiunge: “Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e la donna lascerà suo padre e sua madre e si unirà al marito - è sottointeso - e i due diventeranno una carne sola”. Questo è forte: Una simbiosi, una carne sola; non sono più due, ma una sola carne. Dunque “l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto”.
Sia nel caso del levirato sia in questo Gesù risponde dalla verità schiacciante, dalla verità contundente - questa è la verità! - dalla pienezza, sempre. Del resto Gesù mai negozia la verità. Invece questo piccolo gruppetto di teologi illuminati negoziava sempre la verità, riducendola alla casistica. A differenza di Gesù, il quale non negozia la verità: questa è la verità sul matrimonio, non ce n’è un’altra.

… e la misericordia…
Tuttavia Gesù è tanto misericordioso, è tanto grande che mai, mai, mai chiude la porta ai peccatori. Lo si comprende quando domanda loro: “Cosa vi ha comandato Mosè? Cosa vi ha ordinato Mosè?”. La risposta è che “Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio”. Ed è vero, è vero. Ma Gesù risponde così: “Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma”.
Qui c’è la pienezza della verità, quella verità forte, contundente, ma anche la debolezza umana, la durezza del cuore. E Mosè, il legislatore, fece questo, ma le cose restino chiare: la verità è una cosa e un’altra la durezza del cuore che è la condizione peccatrice di tutti noi. Perciò Gesù lascia qui la porta aperta al perdono di Dio ma a casa, ai discepoli, ripete la verità: “Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra commette adulterio”. Gesù lo dice chiaramente, senza giri di parole: “E se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio”.

Verità e misericordia nel matrimonio…
Il passo evangelico ci rivela le verità che Gesù ci dà, che sono verità piene, ricevute da Dio, dal Padre, che sono sempre così. E ci mostra anche il modo, cioè come Gesù si comporta davanti ai peccatori: con il perdono, lasciando la porta aperta. E in questo riferimento a Mosè, lascia un po’ qualcosa per il perdono della gente che non è riuscita a portare avanti questo compromesso. Del resto, anche oggi, in questo mondo in cui viviamo, con questa cultura del provvisorio, questa realtà di peccato è tanto forte.
Gesù, ricordando Mosè, ci dice che c’è la durezza del cuore, c’è il peccato. Ma qualcosa si può fare: il perdono, la comprensione, l’accompagnamento, l’integrazione, il discernimento di questi casi. Con la consapevolezza che la verità non si vende mai, mai. Gesù è capace di dire questa verità tanto grande e, allo stesso tempo, essere tanto comprensivo con i peccatori, con i deboli. Invece questo gruppetto dei teologi illuminati, che cadono nella casistica, sono incapaci sia di orizzonti grandi sia di amore e comprensione nei confronti della debolezza umana.

… da vivere nella propria carne, non come equazione matematica
Noi dobbiamo camminare con queste due cose che Gesù ci insegna: la verità e la comprensione. E questo non si risolve come un’equazione matematica, ma con la propria carne: cioè, io cristiano aiuto quella persona, quei matrimoni che sono in difficoltà, che sono feriti, nel cammino di avvicinamento a Dio. Resta il fatto che la verità è quella, ma questa è un’altra verità: siamo tutti peccatori, in strada”. E sempre c’è questo lavoro da fare: come aiutare, come accompagnare, ma anche come insegnare a quelli che vogliono sposarsi qual è la verità sul matrimonio.

… sempre con delicatezza
È curioso notare che Gesù, parlando della verità, dice le parole chiare: ma con quanta delicatezza tratta gli adulteri. E così a quella donna, che hanno portato davanti a lui per essere lapidata, con quanta delicatezza dice: “Donna nessuno ti ha condannata, neppure io, va in pace e non peccare più!”. E con quanta delicatezza Gesù tratta la samaritana, che aveva una bella storia di adulteri”, dicendole: “chiama tuo marito” e lasciando che lei dica: “io non ho marito”.
Gesù ci insegni ad avere con il cuore una grande adesione alla verità e anche con il cuore una grande comprensione e accompagnamento a tutti i nostri fratelli che sono in difficoltà. E questo è un dono: lo insegna lo Spirito Santo, non questi dottori illuminati che per insegnarci hanno bisogno di ridurre la pienezza di Dio a una equazione casistica.

10,1-12 Quando fallisce un amore [3]

L’autorità morale di Gesù
Gesù stava sempre con la gente (Mc 10,1-12). E in mezzo alla gente il Signore insegnava, ascoltava e guariva gli ammalati. Qualche volta però, tra la folla, si presentavano anche i dottori della legge che volevano in realtà metterlo alla prova, cercando in qualche modo di farlo cadere. La ragione è presto detta: loro vedevano l’autorità morale che Gesù aveva. Un fatto evidente che però sentivano come un rimprovero per loro. E così cercavano di farlo cadere per togliergli questa autorità morale.
Il Vangelo di Marco racconta che i farisei, proprio per metterlo alla prova, pongono a Gesù questo problema sul divorzio. Una questione presentata con il loro solito stile basato sulla casistica. Quanti volevano mettere in difficoltà Gesù, infatti, non gli ponevano mai una problematica aperta. Preferivano invece ricorrere alla casistica, sempre al piccolo caso, domandandogli: “È lecito questo o no?”

La trappola della casistica
La trappola che volevano tendere a Gesù è insita in questo modo di vedere le cose. Perché dietro la casistica, dietro il pensiero casistico, sempre c’è una trappola, sempre! Una trappola contro la gente, contro di noi e contro Dio, sempre! Così, racconta l’evangelista Marco, la domanda che i farisei fanno a Gesù è: “se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie”. E Gesù risponde anzitutto chiedendo loro cosa dice la legge e spiegando perché Mosè ha fatto quella legge così.

Dalla casistica al centro del problema…
Il Signore tuttavia non si ferma a questa prima risposta e dalla casistica va al centro del problema. Anzi, qui va proprio ai giorni della creazione, ricorrendo a un riferimento biblico tanto bello, al libro della Genesi: “Ma dall’inizio della creazione Dio li fece maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola. Così non sono più due, ma una sola carne”.
Il Signore si riferisce al capolavoro della creazione. Infatti Dio ha creato la luce e ha visto che era buona. Poi ha creato gli animali, gli alberi, le stelle: tutto buono. Ma quando ha creato l’uomo è arrivato a dire che era “molto buono”. Infatti la creazione dell’uomo e della donna è il capolavoro della creazione. Anche perché Dio non voleva l’uomo solo: lo voleva con la sua compagna, la sua compagna di cammino.

… all’inizio dell’amore
Questo è anche il momento dell’inizio dell’amore. E tanto poetico è proprio l’incontro tra Adamo ed Eva. A loro Dio raccomanda di andare avanti insieme “come una sola carne”. Ecco allora che il Signore prende sempre il pensiero casistico e lo porta all’inizio della rivelazione. Ma questo capolavoro del Signore non è finito lì, nei giorni della creazione. Infatti il Signore ha scelto proprio questa icona per spiegare l’amore che lui ha verso il suo popolo, l’amore che lui ha con il suo popolo. Un amore grande al punto che quando il popolo non è fedele, comunque lui parla con parole di amore. Pensiamo alla descrizione che il Signore fa dell’infedeltà del suo popolo, nel capitolo sedicesimo del profeta Ezechiele.
Così il Signore prende questo amore del capolavoro della creazione per spiegare l’amore che ha con il suo popolo. E un passo in più: quando Paolo ha bisogno di spiegare il mistero di Cristo, lo fa anche in rapporto, in riferimento alla sua sposa. Perché Cristo è sposato: aveva sposato la Chiesa, il suo popolo. E proprio come il Padre aveva sposato il popolo di Israele, Cristo sposò il suo popolo.
Questa è la storia dell’amore. Questa è la storia del capolavoro della creazione.

Davanti al fallimento dell’amore: dolore, vicinanza e accompagnamento
E davanti a questo percorso di amore, a questa icona, la casistica cade e diventa dolore. Dolore davanti al fallimento: Quando lasciare il padre e la madre per unirsi a una donna, farsi una sola carne e andare avanti, quando questo amore fallisce - perché tante volte fallisce - dobbiamo sentire il dolore del fallimento. E proprio in quel momento dobbiamo anche accompagnare quelle persone che hanno avuto questo fallimento nel loro amore. Non bisogna condannare, ma camminare con loro. E soprattutto non fare casistica con la loro situazione.
Tutto questo fa pensare a un disegno di amore, al cammino d’amore del matrimonio cristiano che Dio ha benedetto nel capolavoro della sua creazione, con una benedizione che mai è stata tolta. Neppure il peccato originale l’ha distrutta. E quando uno pensa a questo, trova naturale riconoscere quanto bello è l’amore, quanto bello è il matrimonio, quanto bella è la famiglia, quanto bello è questo cammino. Ma anche quanto amore, e quanta vicinanza, anche noi dobbiamo avere per i fratelli e le sorelle che nella loro vita hanno avuto la disgrazia di un fallimento nell’amore. Un amore che comincia poeticamente, perché la seconda narrazione della creazione dell’uomo è poetica, nel libro della Genesi. E che finisce nella Bibbia, poeticamente, nelle lettere di san Paolo, quando parla dell’amore che Cristo ha per la sua sposa, la Chiesa.
Però, anche qui dobbiamo stare attenti che non fallisca l’amore, finendo magari per parlare di un Cristo troppo “scapolo”: Cristo sposò la Chiesa! E non si può capire Cristo senza la Chiesa, come non si può capire la Chiesa senza Cristo. Proprio questo è il grande mistero del capolavoro della creazione. Il Signore ci conceda la grazia di capire questo mistero e anche la grazia di non cadere mai in questi atteggiamenti casistici dei farisei e dei dottori della legge.

10,6 Lasciare e unirsi: simbolo della storia della salvezza [4]

Nel corso della storia di salvezza, il matrimonio è concepito come storia di stirpe e di popolo, come storia di famiglia, che si basa sul precetto di Dio (Gn 1,27ss; 2,24), ripetuto spesso nel Nuovo Testamento (Mc 10,6; Mt 19,4; Ef 5,31). Si parla di lasciare il padre e la madre, di unirsi. È un mettersi in movimento che implica il separarsi per fondersi, essere una sola carne. Tuttavia, non finisce qui: uniti insieme, l’uomo e la donna vivranno la loro vita con le loro vicissitudini, tra cui non si escludono la rottura (l’adulterio) o la separazione (la vedovanza), ed entrambi tenderanno alla pienezza. Tutto viene concepito per tappe: il fidanzamento (Adamo sogna Eva prima di conoscerla), il matrimonio (tempo di esultanza e gioia), il cammino verso la pienezza (“Che tu possa vedere i figli dei tuoi figli fino alla terza e quarta generazione”).
Tutto questo diventa simbolo della storia di salvezza. C’è il tempo dell’attesa, del fidanzamento, prima di Cristo; c’è il tempo delle nozze, la presenza terrena del Messia promesso; un tempo di separazione, la vedovanza; un tempo di cammino verso la consumazione finale, l’attesa del “matrimonio finale”, escatologico.
Da una parte, pertanto, il matrimonio è concepito come storia di stirpe e di popolo; dall’altro, come storia del popolo di Dio che si avvale dei simboli sponsali per definire se stesso. Ecco che i concetti neotestamentari relativi sia al matrimonio, sia alla storia di salvezza vengono inseriti nella storia dell’ “ora” (anche escatologico) della presenza di Gesù, tendendo verso l’“Ora” definitivo della consumazione finale.

10,10-11 La famiglia immagine della Trinità (AL 71)

Gesù, che ha riconciliato ogni cosa in sé e ha redento l’uomo dal peccato, non solo ha riportato il matrimonio e la famiglia alla loro forma originale, ma ha anche elevato il matrimonio a segno sacramentale del suo amore per la Chiesa (cfr Mt 19,1-12; Mc 10,1-12; Ef 5,21-32). Nella famiglia umana, radunata da Cristo, è restituita la “immagine e somiglianza” della Santissima Trinità (cfr Gn 1,26), mistero da cui scaturisce ogni vero amore. Da Cristo, attraverso la Chiesa, il matrimonio e la famiglia ricevono la grazia dello Spirito Santo, per testimoniare il Vangelo dell’amore di Dio.

10,14 A chi è come i bambini appartiene il regno di Dio [5]

I bambini ci ricordano che siamo stati totalmente dipendenti…
I bambini ci ricordano che tutti, nei primi anni della vita, siamo stati totalmente dipendenti dalle cure e dalla benevolenza degli altri. E il Figlio di Dio non si è risparmiato questo passaggio. È il mistero che contempliamo ogni anno, a Natale. Il Presepe è l’icona che ci comunica questa realtà nel modo più semplice e diretto. Ma è curioso: Dio non ha difficoltà a farsi capire dai bambini, e i bambini non hanno problemi a capire Dio. Non per caso nel Vangelo ci sono alcune parole molto belle e forti di Gesù sui “piccoli”. Questo termine “piccoli” indica tutte le persone che dipendono dall’aiuto degli altri, e in particolare i bambini. Ad esempio Gesù dice: “Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli” (Mt 11,25). E ancora: “Guardate di non disprezzare uno solo di questi piccoli, perché io vi dico che i loro angeli nei cieli vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli” (Mt 18,10).
Dunque, i bambini sono in sé stessi una ricchezza per l’umanità e anche per la Chiesa, perché ci richiamano costantemente alla condizione necessaria per entrare nel Regno di Dio: quella di non considerarci autosufficienti, ma bisognosi di aiuto, di amore, di perdono. E tutti, siamo bisognosi di aiuto, d’amore e di perdono!

… siamo sempre figli
I bambini ci ricordano un’altra cosa bella; ci ricordano che siamo sempre figli: anche se uno diventa adulto, o anziano, anche se diventa genitore, se occupa un posto di responsabilità, al di sotto di tutto questo rimane l’identità di figlio. Tutti siamo figli. E questo ci riporta sempre al fatto che la vita non ce la siamo data noi ma l’abbiamo ricevuta. Il grande dono della vita è il primo regalo che abbiamo ricevuto. A volte rischiamo di vivere dimenticandoci di questo, come se fossimo noi i padroni della nostra esistenza, e invece siamo radicalmente dipendenti. In realtà, è motivo di grande gioia sentire che in ogni età della vita, in ogni situazione, in ogni condizione sociale, siamo e rimaniamo figli. Questo è il principale messaggio che i bambini ci danno, con la loro stessa presenza: soltanto con la presenza ci ricordano che tutti noi ed ognuno di noi siamo figli.

I bambini portano all’umanità tanti doni…
Ci sono tanti doni, tante ricchezze che i bambini portano all’umanità. Ne ricordo solo alcuni.
Portano il loro modo di vedere la realtà, con uno sguardo fiducioso e puro. Il bambino ha una spontanea fiducia nel papà e nella mamma; ha una spontanea fiducia in Dio, in Gesù, nella Madonna. Nello stesso tempo, il suo sguardo interiore è puro, non ancora inquinato dalla malizia, dalle doppiezze, dalle “incrostazioni” della vita che induriscono il cuore. Sappiamo che anche i bambini hanno il peccato originale, che hanno i loro egoismi, ma conservano una purezza, e una semplicità interiore. Ma i bambini non sono diplomatici: dicono quello che sentono, dicono quello che vedono, direttamente. E tante volte mettono in difficoltà i genitori, dicendo davanti alle altre persone: “Questo non mi piace perché è brutto”. Ma i bambini dicono quello che vedono, non sono persone doppie, non hanno ancora imparato quella scienza della doppiezza che noi adulti purtroppo abbiamo imparato.

… la capacità di ricevere e dare, sorridere e piangere
I bambini inoltre - nella loro semplicità interiore - portano con sé la capacità di ricevere e dare tenerezza. Tenerezza è avere un cuore “di carne” e non “di pietra”, come dice la Bibbia (cfr Ez 36,26). La tenerezza è anche poesia: è “sentire” le cose e gli avvenimenti, non trattarli come meri oggetti, solo per usarli, perché servono…
I bambini hanno la capacità di sorridere e di piangere. Alcuni, quando li prendo per abbracciarli, sorridono; altri mi vedono vestito di bianco e credono che io sia il medico e che vengo a fargli il vaccino, e piangono … ma spontaneamente! I bambini sono così: sorridono e piangono, due cose che in noi grandi spesso “si bloccano”, non siamo più capaci… Tante volte il nostro sorriso diventa un sorriso di cartone, una cosa senza vita, un sorriso che non è vivace, anche un sorriso artificiale, di pagliaccio. I bambini sorridono spontaneamente e piangono spontaneamente. Dipende sempre dal cuore, e spesso il nostro cuore si blocca e perde questa capacità di sorridere, di piangere. E allora i bambini possono insegnarci di nuovo a sorridere e a piangere. Ma, noi stessi, dobbiamo domandarci: io sorrido spontaneamente, con freschezza, con amore o il mio sorriso è artificiale? Io ancora piango oppure ho perso la capacità di piangere? Due domande molto umane che ci insegnano i bambini.

Per questo a chi è come loro appartiene a loro il regno di Dio
Per tutti questi motivi Gesù invita i suoi discepoli a “diventare come i bambini”, perché “a chi è come loro appartiene il Regno di Dio” (cfr Mt 18,3; Mc 10,14).
Cari fratelli e sorelle, i bambini portano vita, allegria, speranza, anche guai. Ma, la vita è così. Certamente portano anche preoccupazioni e a volte tanti problemi; ma è meglio una società con queste preoccupazioni e questi problemi, che una società triste e grigia perché è rimasta senza bambini! E quando vediamo che il livello di nascita di una società arriva appena all’uno percento, possiamo dire che questa società è triste, è grigia perché è rimasta senza bambini.

 

NOTE
[1] Meditazione, 24 febbraio 2017.
[2] Meditazione, 20 maggio 2016.
[3] Meditazione, 28 febbraio 2014.
[4] L’epifania della sposa, in J.M. BERGOGLIO – PAPA FRANCESCO, Aprite la mente al vostro cuore, BUR, Rizzoli, Milano 2014, 128-139; FRANCESCO, Non fatevi rubare la speranza. La preghiera, il peccato, la filosofia e la politica alla luce della speranza, Oscar Mondadori Milano – LEV Città del Vaticano 2014, 75-84.
[5] Udienza, 18 marzo 2015.

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