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Il primo, cioè l'ultimo

Domenica XXXI del T.O. (B)

a cura di Franco Galeone * 

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Per diventare come Dio, basta servire il prossimo!

Come già domenica scorsa, l’evangelista Marco insiste nel presentarci Gesù “catechista” dei discepoli durante il viaggio verso Gerusalemme, dove celebrerà la pasqua; durante il viaggio, egli fa un secondo, esplicito annuncio della sua morte e risurrezione. Come dopo il primo annuncio della passione era esplosa la protesta di Pietro, così ora l’evangelista sottolinea l’incomprensione dei discepoli, e Gesù riprende la sua paziente catechesi: Chi vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti. In questo modo Gesù risolve il problema delle precedenze: l’unica autorità nella chiesa dev’essere quella del servizio.
Il vangelo di oggi documenta bene la drammatica situazione tra i pensieri di Dio e i pensieri degli uomini (Mc 8,33). Gesù ha appena confidato ai discepoli i suoi pensieri più intimi, la sua necessità di andare incontro alla morte, la sua totale fiducia nell’amore del Padre … ma essi non comprendono. Anzi, lasciano solo Gesù con i suoi pesanti pensieri, rallentano il passo, lontani da lui, cominciano a litigare circa i primi posti da occupare nel regno. Gesù li ha sentiti, tanto la discussione era accesa, e una volta arrivati alla meta, li interroga, ma loro, come scolaretti colti in difetto, tacciono. E allora Gesù consegna la regola d’oro del suo regno, la vera gerarchia della sua chiesa: Chi vuole essere il primo, si faccia l’ultimo e il servitore di tutti (Mc 9,33). Oggi la chiesa delle beatitudini è diventata a volte la società dei titoli onorifici, del fasto ostentato, delle etichette e delle precedenze. Noi non accettiamo né un Dio senza gloria né un capo senza prestigio. Ma Gesù ha rivelato un Dio che non vuole essere servito, che non chiede genuflessioni, che si cinge i fianchi a lavare i piedi o servire a tavola. Uno scandalo! Ma la più grande originalità di Gesù è proprio qui, nella rivelazione di un Dio che lascia tutti i suoi diritti e chiede solo di poter servire.
L’uomo nella sua miseria inventa un dio che sia immagine dei suoi desideri, la compensazione delle sue debolezze. Poiché l’uomo è debole, malato, povero, impotente, ignorante, mortale, dipendente … gli piace rappresentarsi un dio che sia forte, sano, ricco, onnipotente, immortale, onnisciente, immortale, indipendente; per diventare come Dio, egli crederà di dover diventare ricco, potente, servito. E avrà imitato solo il diavolo! I re delle nazioni le signoreggiano. Ma voi non fate così (Lc 22,25). Il cristiano è invece avvertito: per diventare come Dio, deve solo amare di più, servire di più, perdonare di più. L’onnipotenza di Dio è di amore e non di forza; Dio è Dio non perché è il primo servito ma perché è il primo servitore. Gli apostoli, come noi, messi davanti a questa rivoluzionaria rivelazione, si rifiutano: Pietro si mise a rimproverare Gesù (Mt 16,22), e non basta: No, tu non mi laverai i piedi (Gv 13,8). Noi aspiriamo sempre a diventare i principi di questo mondo, i padroni dell’atomo, i conquistatori dello spazio, gli sfruttatori della materia, gli esploratori del conscio e del subconscio. Gesù, che preferisce lavare i piedi del povero anziché possedere tutti i regni con la loro gloria (Mt 4,8), ci sbalordisce con la sua innata nobiltà, e ci rimprovera la nostra innata superbia. 
Il contrasto tra Gesù e gli apostoli (i Dodici) è forte, il più forte che si possa immaginare; quando Gesù sta parlando loro della tragica fine che lo attende, essi non capiscono nulla, non si rendono conto di una cosa così chiara e poi non vogliono capire, perché sentono paura nel chiederglielo. Gli apostoli hanno paura dell’evento centrale del Vangelo. Gli apostoli ci fanno una brutta figura; non si rendono conto di nulla, hanno paura, sono codardi e, al colmo, proprio quando Gesù sta dicendo loro che la sua vita finirà come finiscono gli ultimi di questo mondo (processati, condannati e giustiziati come maledetti), gli apostoli si mettono a discutere con la pretesa di essere loro i primi. Questo fa pensare. Quando questo vangelo fu scritto, gli apostoli erano noti nelle comunità ecclesiali. I Dodici erano famosi: erano i testimoni ufficiali della risurrezione di Cristo (1Cor 15,5), rappresentavano le dodici tribù del “nuovo Israele” (Mt 19,28; Lc 22,30; At 26,7; Ap 21,12), era noto il loro modo di vivere e di lavorare (1Cor 9,4-5). E sorprende che di questi uomini, ai quali tanto doveva la Chiesa nascente, i vangeli non hanno avuto la minima difficoltà nel raccontare tutte le loro ignoranze, codardie, paure e contraddizioni. Il Vangelo ci dice quindi che per la Chiesa il meglio non è la buona immagine dei suoi capi, ma la verità e la trasparenza che ognuno vive nella sequela di Gesù. 

 

Chi accoglie uno di questi bambini …

In che cosa Dio somiglia a un bambino? Gesù ha voluto dirci che i bambini sono innocenti? Eppure noi sappiamo bene che i bambini possono mostrarsi falsi, litigiosi, crudeli quanto gli adulti. Il riferimento ai bambini va compreso in relazione con altri passi della Scrittura: Gesù elogia il povero, la vedova, il piccolo, il peccatore, il pacifico … In comune, tutte queste persone hanno il fatto di non avere importanza, considerazione sociale. Forse questo non è più vero per i bambini del nostro tempo, dal momento che sono diventati merce rara. Ma nel tempo antico le famiglie erano molto numerose, la mortalità infantile era alta, e quindi il bambino aveva poca o nessuna importanza. I filosofi e i teologi affermano che Dio ha creato il mondo per la sua gloria, che è l’essere supremo, l’alfa e l’omega di tutto. Gesù invece afferma che Dio è come il povero, il piccolo, il mite … cioè come colui che non conta. E bisogna diventare come lui, per entrare nel regno dei cieli. Dio non si preoccupa della sua gloria; si stacca totalmente da sé e si attacca appassionatamente all’uomo; non pretende nulla per sé, dona tutto agli altri. Perciò è Dio!
Conservarsi capaci di meraviglia, come i bambini!
Parlando di bambini, scartiamo subito due errori: che i bambini siano innocenti e che siano umili. Gesù fa riferimento ai bambini perché questi sono simili alla mano vuota di un mendicante, non hanno meriti di cui vantarsi. Gesù non idealizza i bambini, però una cosa distingue i bambini dagli adulti: il bambino è per natura fiducioso, disposto a ricevere, capace di lasciarsi guidare. La Bibbia non è il libro del giovane che a vele spiegate naviga come Ulisse, oltre le colonne d’Ercole. La Bibbia è il libro del bambino, dell’uomo e della donna, nella misura in cui dentro di loro il bambino è rimasto vivo. Gesù restò bambino tutta la vita, perché non aspettava nulla da se stesso, non faceva nulla da se stesso, ma tutto dal Padre e con il Padre. Il bambino diventa un modello perché non ha posizioni da conservare, ruoli da reclamare, privilegi da rivendicare. È un essere libero; non c’è ancora in lui quella furbizia, quell’arrivismo che spesso distingue l’adulto. Per concludere, il bambino è uno che non ha fatto l’abitudine alla vita, ma è capace sempre di porre domande, di meravigliarsi, di sorprendersi. Lo spettacolo più deprimente è quello di un bambino viziato e vizioso, che sa tutto, che ha tutto, che fa tutto. È invece commovente trovare alcuni anziani che si sono conservati giovani, non rassegnati alla vita, ancora capaci di meravigliarsi e di ringraziare! 

Dalla “scienza” alla “sapienza”

Sappiamo bene che il vangelo non ha pretese scientifiche, anche se è pieno di scienza del suo tempo. Il suo messaggio non tocca le situazioni cangianti della storia umana; il suo annuncio è sempre escatologico, e illustra l’orizzonte ultimo verso cui l’uomo deve tendere. Noi dobbiamo sentirci coinvolti, orgogliosi di partecipare a questo dinamismo storico, ma senza mai affidare alla scienza quelle risposte che ci vengono solo dalla sapienza. Tutti i prodotti della scienza sono destinati ad essere superati, perché inadeguati a coprire l’intero arco delle inquietudini umane. Dobbiamo, quindi, accogliere quanto l’uomo realizza, con rispetto e ottimismo, ma senza fanatismi e idolatrie. Il dramma che noi viviamo è dovuto anche al fatto che la nostra religione aveva preteso di essere la risposta a tutti i problemi di tutti i tipi, una sorta di tariffario per ogni richiesta; ebbene, questa religione oggi si trova spiazzata davanti a tanti e rapidi mutamenti. L’atteggiamento giusto è quello di cercare la sapienza, la quale non compete con la scienza, perché la sua dimensione è più profonda, riguarda gli orientamenti fondamentali dell’uomo, quelle opzioni di fondo da cui scaturiscono le scelte del bene e del male. La scienza non ha fini, è per sua natura a-finalistica, a-valutativa, non ha progetti che tocchino la qualità dell’esistenza; la scienza vuole solo sapere, ricercare, inventare. Solo dalla sapienza si dipartono i grandi tracciati che indicano all’uomo il destino umano ultimo. Ed è qui che il vangelo ha la sua parola da dire. Liberato dalle incrostazioni culturali, restituito alla sua profonda verità, il vangelo diventa luce per l’oggi.
Essi non comprendevano questa parole!
In queste parole di Marco, c’è la storia di tutto il cristianesimo. Dopo venti secoli che parliamo di Gesù, che abbiamo messo il Crocifisso in infiniti luoghi sacri e profani, pubblici e privati, non abbiamo ancora compreso le sue parole. I suoi discepoli (discepoli, non gente avventizia, ma le future colonne della chiesa!), dopo che Gesù ha parlato del suo destino di morte e di risurrezione, discutono tra di loro su chi sarà il più grande! L’incomprensione dei discepoli è continuata. Gesù semplifica quello che vuol dire prendendo un bambino; nel vangelo, che non soffre di romanticismi per l’infanzia, il bambino è sinonimo di povero, è l’impotenza messa di fronte ai potenti, è il negativo di fronte al positivo. Gesù è il bambino, il servo, il pezzo di pane, il crocifisso, che è vissuto senza potere e senza capacità di difesa. Pietro sfoderò la spada perché aveva la mentalità del potente, Gesù invece è mite, si offre liberamente alla sua passione (Messa, canone 2). Ma questa sua mitezza è la dinamite del mondo! Solo la lotta dei miti, la rivoluzione dei pacifici farà crollare gli oppressori, senza violenza, e perciò sarà positiva ed efficace.

Lezioni di umiltà sulla via della croce

Gesù è incamminato verso Gerusalemme, la città della croce e della gloria; lungo la via, Gesù fa tre annunci di passione e di risurrezione, e dopo ogni annuncio tiene una lezione pratica di umiltà. In perfetto stile orientale, Gesù tiene la sua lezione in tre momenti: a) il primo momento si basa sull’insegnamento: Se uno vuol essere il primo…; b) il secondo consiste in un’azione: Preso un bambino, lo pose in mezzo e abbracciandolo …; c) il terzo ci consegna una sentenza: Chi accoglie uno di questi bambini … Il bersaglio da colpire è sempre uno: l’orgoglio, perché i Dodici, lungo la strada, avevano discusso tra loro su chi fosse il più grande. Ricordiamo che in oriente il bambino è un essere marginale, imperfetto, inaffidabile. Oggi il bambino corre il pericolo inverso, quello di essere vezzeggiato, idolatrato, considerato come un giocattolo di lusso. Presso gli ebrei, i bambini erano certo una benedizione di Dio per la famiglia, soprattutto i maschi; nel rito del matrimonio, sovente veniva schiacciata una melagrana perché apparissero i grani, a simboleggiare i numerosi figli augurati alla coppia. Possiamo dire che i figli erano considerati più per il loro numero che per la loro dignità singola. Gesù, diversamente dalla mentalità corrente, si identifica con i piccoli, vuole che i suoi discepoli somiglino loro, e loda Dio che rivela le cose grandi ai piccoli. Questo messaggio è stato raccolto da Teresa di Gesù Bambino, da don Bosco e da tanti altri santi.
Questo vangelo è sempre attuale. Dobbiamo prestare più attenzione ai nostri bambini, la cui infanzia è spesso negata per l’instabilità delle famiglie, per l’incapacità della scuola, per le violenze della società sui minori; pensiamo alla pedofilia, al lavoro minorile, all’abbandono scolastico. Un grande autore russo ha scritto che la bellezza salverà il mondo; parafrasando, possiamo dire che i bambini salveranno il mondo: i loro occhi, la loro fragilità, la loro pulizia interiore faranno breccia sui nostri cuori induriti, sulle nostre intelligenze presuntuose. Ne sapeva qualcosa anche Hermann Hesse quando, alla ricerca della scintilla divina che è in noi, diceva che possiamo riconoscerla incrociando gli occhi pieni di fiducia di un bambino che ci guarda, perché in quei momenti ognuno di noi sa che Dio, l’unico, vive in ciascuno di noi, sa che ogni punto della terra è per noi patria, ogni essere umano nostro fratello, che la cognizione di questa divina unità smaschera ogni separazione in razze, popoli, tra ricchi e poveri, tra adepti di fede e partiti. Possiamo, come impegno di questa messa, prendere la raccomandazione di papa Giovanni: Tornando a casa, fate una carezza ai vostri bambini.

Chi è il più grande?

Due volte leggiamo nel vangelo di Marco l’invito di Gesù a diventare ultimi e servi; altrettante volte lo leggiamo in Matteo e in Luca. Gesù prende lo spunto dai Dodici, questi suoi cari amici ancora grossolani e ambiziosi, che Gesù sta preparando per farne le colonne della sua chiesa. Interessante notare che Giacomo e Giovanni, spalleggiati dalla madre, erano quelli che più brigavano per ottenere i primi posti (Mt 20,20); ebbene, proprio Giacomo poi scriverà in una sua lettera che nella comunità cristiana non ci devono essere gerarchie, primi posti, preferenze per i ricchi (Gc 2,1): aveva imparato bene la lezione di Gesù! È a partire da queste pagine di vangelo che il servizio, anche se a volte mal realizzato, è diventato la divisa del cristiano.
Come al solito, Gesù risolve le nostre questioni, ma a suo modo; parte sì dalle precedenze ma capovolge i termini: È giusto parlare che ci siano primi posti, ma questi vanno dati ad altri; è giusto che vi facciate avanti, ma per servire gli altri. Come si vede, Gesù non abolisce le gerarchie, ma queste vanno capovolte; c’è un primo e un ultimo che però sono opposti ai nostri. L’importanza non è data dal biglietto da visita, ma dalla capacità di accogliere persone senza importanza; sei rispettabile nella misura in cui rispetti quelli che nella società non ricevono nessun rispetto.

Se uno vuole essere il primo…

Tutti vogliamo essere i primi! Persino nella fisica, per il principio di Archimede, un corpo immerso in un liquido, riceve una spinta verso l’alto tanto più forte quanto più esso è voluminoso; dentro di noi c’è una forza analoga, che ci spinge a emergere, a primeggiare: Se volessimo rappresentarci tutti gli uomini, li vedremmo tutti in punta di piedi, che cercano di appoggiarsi sulle spalle dell’altro, che gridano scompostamente: Ci sono anche io! (Schopenhauer). Oggi questa tendenza a emergere si è accentuata, fino a compiere azioni strane, fino a commettere delitti. Anche il filosofo F. Nietzsche prendeva atto di questa energia presente in ogni uomo, di questa volontà di potenza, che il cristianesimo cerca di spegnere con il suo ideale di umiltà e di rinuncia. Ma il lucido pazzo di Zarathustra non aveva compreso bene il vangelo. Se uno vuole essere il primo… Dunque, è possibile essere il primo, non è proibito cercare di essere il primo. Gesù non condanna questa tendenza, anzi, la incoraggia. Solo che questo primato non va ottenuto a spese degli altri ma a vantag-gio degli altri: “Sia il servo di tutti”. La via in su è diventata via in giù. Nella volontà di potenza uno comanda e gli altri servono; nella volontà di servizio è grande lui e fa grandi gli altri, innalza se stesso innalzando gli altri insieme a sé.
Buona vita!

* Gruppo biblico ebraico-cristiano

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