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Pane e letteratura

Predrag Matvejević

Il pane è presente nei modi di dire che cercano di riassumere l'esperienza e la saggezza, creando così una sorta di enciclopedia popolare: essere «buono come il pane», «guadagnarsi il pane», ottenere il pane «con il sudore della fronte», «dividere il pane» con gli altri, restare «senza pane» cioè senza lavoro, mangiare il «pane bianco» nella ricchezza e il «pane nero» nella povertà, elemosinare un «tozzo di pane», restituire «pan per focaccia», vivere «non di solo pane», sopravvivere a «pane e acqua» in carcere, perdere il «sapore del pane» nella malattia, «dimenticarsi anche il pane» nella disgrazia, comunicarsi con il «pane benedetto» in punto di morte.
«A chi ti colpisce con le pietre tu rispondi con il pane».
Il pane compare fin dagli inizi della letteratura. I salmi antichi richiamano il fatto che l'uomo «estrae il pane dalla terra». Lo celebrano i cori nel dramma, nella tragedia, nella commedia antica. Viene invocato nei dialoghi di Euripide e di Aristofane. La Clitemnestra eschilea maledice il «pane della schiavitù». La Retorica di Aristotele distingue «il pane duro da quello morbido» nella vita e nella morale. La Repubblica di Platone non dimentica neppure «quelli che hanno solo del pane secco e tuttavia fanno festa». Plutarco interpreta e completa Euripide: «Dicono che la speranza sia il pane dell'esule [.. .], ma alla realizzazione di questa speranza si giunge con difficoltà».
Il pane è presente anche nella tradizione latina, in prosa e in poesia. Nell'Eneide Virgilio tende la mano a colui che «porta il pane per i suoi figli». Tacito negli Annali richiama al pericolo che il pane diventi ragione di «dipendenza, schiavitù o eccesso». Seneca ricorda pazientemente come «con l'acqua si bagna la farina e con faticoso impasto si appronta e prepara il pane» (tunc farinam aqua sparsit et adsidua tractatione perdomuit finxitque panem).
I tempi nuovi hanno descritto e cantato il pane in mille maniere. Dante nel suo Convivio proclama beati coloro che siedono alla tavola dove si mangia il pane degli angeli. L'esule non dimentica la propria vecchia esperienza neppure quando si avvicina alle porte del Paradiso:
«Tu proverai sì come sa di sale / lo pane altrui».
Per Petrarca «l'acqua e il pane sono più importanti di tutte le pietre preziose». Leonardo nei suoi quaderni di appunti evidenziava la contraddizione umana: «L'uomo colpirà rudemente ciò che gli permette di vivere – l'uomo batterà il grano». Oppure: «Seminando, gli uomini gettano via le proprie provviste».
Su un'isola dove non c'era grande abbondanza di frumento, la letteratura, prima e dopo Shakespeare, non ha dimenticato il pane quotidiano. Riccardo II ha conosciuto «l'amaro pane dell'esilio» (the bitter bread of banishment), mentre Romeo e Giulietta nel loro amore conosceranno «il pane divino [.. .] che fa impazzire». Il grande autore di queste opere non perse l'occasione di farsi beffe del basso livello dello «humour da pane e formaggio» (the humour of bread and cheese). Per Tennyson il pane è pegno di verità: «Dico la verità così come vivo di pane!» (I speak the truth, as I live by bread!). Francis Bacon ammoniva i suoi connazionali: «Rifuggi dai pani furfanteschi della perversa dottrina» (touch not the thievish breads of perverse doctrine). Anche il «cavaliere dalla triste figura» dalla famosa opera di Cervantes cercava consolazione nel pane: «Quando c'è pane anche il dolore è più lieve» (los duelos con pan son menos). Robinson Crusoe, solo sull'isola deserta, non sapeva «trasformare il chicco in farina» né «prepararsi il pane con la farina».
Il pane non è figlio della solitudine, benché il destino lo riduca spesso a esserlo.
Manzoni nei Promessi sposi racconta della rivolta di chi è affamato di pane. Nella sua opera riecheggiano esclamazioni e proteste simili a quelle annotate dai testimoni della rivoluzione francese: «Pane. Non ci servono le promesse, vogliamo pane e lo vogliamo subito» (Du pain. Ce ne sont pas des promesses quil nous faut, c'est du pain et tout de suite). Già prima della rivoluzione, sulle pubbliche piazze si chiedeva «il pane dell'uguaglianza» (pain d'égalité). I mugnai e i fornai venivano accusati di produrre fame. I santi proclamati protettori dei fornai si mostrarono evidentemente troppo deboli per proteggerli dalla furia della massa. Victor Hugo alzò la sua voce di repubblicano: «Il teatro deve trasformare il pensiero nel pane della massa» (le pain de la foule).
Secondo lo scrittore cristiano Charles Péguy, «colui a cui manca il pane quotidiano perde anche il senso di quello eterno». Majakovskij, alla vigilia del suicidio, scrisse alla donna amata e al suo «corpo che [io] prego come i cristiani pregano il nostro pane quotidiano». In uno dei suoi viaggi, forse immaginario, Apollinaire si affezionò a dei panini chiamati «polka, simili a dei fusi d'oro e d'argento, e in particolare a una piccola focaccetta locale, chiamata betulla». In tempo di guerra, quando ormai era diffusa la carestia, Francis Ponge scrisse una poesia che scopre nel pane una sorta di geografia: «come se sotto la nostra mano ci fossero le Alpi, il Tauno o la Cordigliera delle Ande».
Il pane e la terra si uniscono in continuazione, ogni volta come se fosse la prima volta.
La canzone dell'anziano suonatore d'arpa nel romanzo di Goethe Gli anni di noviziato di Wilhelm Meister sono diventati un modo di dire popolare, passando di bocca in bocca, da un orecchio all'altro: «Chi non ha mangiato pane fra le lacrime, non conosce la potenza del cielo [himmlischen Mächte]». Gli artisti maledicevano nella stessa lingua quell'arte da cui non si poteva trovare il modo di sopravvivere, e che non aiutava l'artista a saziare la fame e a guadagnarsi il pane: Eine brotlose Kunst.
Mohamed Choukri, scrittore di origine berbera e di lingua araba, riporta nel suo libro pane nudo un ricordo davvero doloroso. Affamato e solo, stava a guardare un pescatore che mangiava una focaccia e gettava in acqua i bocconi che gli erano avanzati. Si tuffò ad afferrarli, «ne agguantò un pezzo stringendolo nel pugno... proprio in un posto dove insieme al pane galleggiavano anche le feci». E si mangiò l'una e l'altra cosa. Džibran (Gibran Khalil) , il libanese che ha passato la sua vita nel Nuovo Mondo, arabo di lingua inglese, parlava saggiamente del pane: «Se impastate il pane con indifferenza, ne avrete un pane amaro che può saziare solo a metà la fame dell'uomo».
Miroslav Krleža ebbe modo di ascoltare con attenzione le parole della sua nonna in dialetto croato kaikavo e le registrò nel suo libro Djetinjstvo u Agramu (Infanzia ad Agram): «Pane da contadini che neanche un cane vorrebbe mangiare. O per converso pane di granoturco, fine, di luppolo come la ciambella salata che consuma la povera gente [...] . Quello dei soldati è acido e raffermo come il "pisello" di un carabiniere». Il poeta croato Ivan Maíuranic prese la parola a nome degli insorti serbo-montenegrini che si erano sollevati contro la schiavitù imposta dagli ottomani: «Pane, pane, padrone! È da tempo che non vediamo pane». Il suo connazionale Tin Ujevic cantò mestamente il «pane del veleno e dell'amarezza».
L'America settentrionale e quella meridionale, la prima nella fretta e la seconda nella miseria, hanno trascurato forse più di altri il pane e la sua qualità. Henry Miller nel XX secolo ammoniva i suoi connazionali (nel saggio intitolato The Staff of Life) su tutte le malefiche conseguenze che può procurare un pane scadente: «Pane scadente – significa denti deboli, cattiva digestione, stitichezza, alito pestilenziale, debolezza sessuale, membra artificiali, tavolo operatorio, difficoltà urinaria e renale, perdita della vista e dei capelli» e così via.
Nel «villaggio globale» il pane diventa spesso uniforme, privo di un gusto particolare.
«Agli eremiti manca appunto il pane»: così parlò Zarathustra, e Nietzsche lo ha annotato. «Pietre o pane, è la questione sociale centrale: non si tratta di una profezia [...]. Nessuna cosa è tanto positiva come il pane»: sono parole di Dostoevskij.
Poeti lungimiranti seppero scoprire un tempo nel pane lo splendore delle pietre preziose e la luce del sole. «Possa il nostro pane quotidiano essere un rubino [yaqut] sulle tue labbra» è un verso del poeta persiano Hafiz, che sapeva il Corano a memoria. Il bardo persiano Firduzi, che di nome faceva Abu al-Kassin Pansur, ha cantato il seme: «Io semino dappertutto, ho patito molto». Aggiungendo: «La luce del sole è il mio pane». Nel poema di Hölderlin dedicato Al pane e al vino, la luce ha benedetto il pane: «Il pane è il frutto della terra, che è benedetto dalla luce» (doch ist vom Lichte gesegnet). È il verso che, senza il nome del suo autore, si trova collocato all'inizio di questo libro.
Il Mahatma Gandhi, che nel suo esilio predicava la non violenza attiva e cercava di difendere «i figli di Dio» (Harijan) privi di qualsiasi diritto, ebbe a pronunciare un saggio giudizio sul pane e sulla fede: «In un mondo dove ci sono tanti affamati, Dio può apparire solo nel segno del pane». E Cristo così è comparso come Dio e come uomo.
Fu condannato e crocifisso.
Ci sono molte opere che descrivono sia il pane sia il nostro rapporto con esso. Nella storia recente gli strumenti hanno sempre più teso a sostituire la mano dell'uomo, gli apparecchi automatici l'uomo stesso. La produttività è cresciuta a scapito dell'abilità. Ormai le macchine arano, seminano, raccolgono, impastano, cuociono. «Della terra dove sei nato e dove sei cresciuto – se te ne sei dovuto andare, e soprattutto se sei stato esiliato – ti resta il sapore del pane. Non c'è nulla che lo possa sostituire»: sono le parole che ho sentito in un monastero armeno ai piedi del monte Ararat.
La poetica del pane è dispersa come i chicchi nello spazio e nel tempo, fra i paesi e i popoli, nella quotidianità e nell'eternità. Ne scopriamo la presenza nella poesia, nelle immagini, nella preghiera. Questa saga è presente nel sonno e nella veglia, e pure «fra sonno e veglia», negli attimi brevi della vita e nella «lunga durata» della storia.
Ce la portiamo dentro di noi, ricordandola e dimenticandocela nello stesso tempo.

(Pane nostro, Garzanti 2010, pp. 201-207)

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