Beati perché invitati

Fratel Matthias - Bose

6 novembre 2018


In quel tempo 15Uno dei commensali, avendo udito le parole di Gesù, gli disse: «Beato chi prenderà cibo nel regno di Dio!». 16Gli rispose: «Un uomo diede una grande cena e fece molti inviti. 17All'ora della cena, mandò il suo servo a dire agli invitati: «Venite, è pronto». 18Ma tutti, uno dopo l'altro, cominciarono a scusarsi. Il primo gli disse: «Ho comprato un campo e devo andare a vederlo; ti prego di scusarmi». 19Un altro disse: «Ho comprato cinque paia di buoi e vado a provarli; ti prego di scusarmi». 20Un altro disse: «Mi sono appena sposato e perciò non posso venire». 21Al suo ritorno il servo riferì tutto questo al suo padrone. Allora il padrone di casa, adirato, disse al servo: «Esci subito per le piazze e per le vie della città e conduci qui i poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi». 22Il servo disse: «Signore, è stato fatto come hai ordinato, ma c'è ancora posto». 23Il padrone allora disse al servo: «Esci per le strade e lungo le siepi e costringili ad entrare, perché la mia casa si riempia. 24Perché io vi dico: nessuno di quelli che erano stati invitati gusterà la mia cena»».
Lc 14,15-24

“Beato chi prenderà cibo nel regno di Dio!” (v. 15): questa beatitudine che apre il brano odierno, pronunciata non da Gesù ma da uno dei suoi uditori, ne è per così dire il titolo. Anche nell’Apocalisse si trova una simile affermazione: “Beati gli invitati al banchetto di nozze dell’Agnello!” (Ap 19,9). Sì, beati sono gli invitati che prestano attenzione all’invito a loro rivolto! La parabola di Gesù traduce questa esclamazione in un racconto.
Siamo nel contesto di un pranzo di festa. A tavola, Gesù aveva evidenziato che l’atteggiamento generoso e gratuito, sia di un invitato, sia di chi invita, anticipa la logica del regno di Dio, costituendone come un segno precursore (cf. Lc 14,7-11). Per questo il suo interlocutore – all’inizio del nostro brano (cf. v. 15) – afferma che è felice chi prenderà parte non più solo al segno, bensì al banchetto stesso nel Regno.
Ma Gesù distoglie la sua attenzione da quell’avvenire per incentrare il suo interesse sul momento specifico dell’invito alla festa. E risponde con una parabola: un invito per una grande cena viene recapitato con largo anticipo; poi, secondo gli usi, all’ultimo momento, un servo va a ricordare ai convitati che l’ora è venuta (cf. v. 16-17). Questa maniera di fare – distante da ogni modo informale o improvvisato – sottolinea il grande valore dell’invito e l’onore fatto a chi vi è chiamato. Ora, in modo piuttosto inverosimile, tutti gli invitati si rifiutano di presenziare (cf. v. 18-20). Ognuno invoca una scusa, ispirata alla vita quotidiana, che tradisce la scelta di un’altra priorità rispetto alla gratuità dell’invito: questioni di commercio, faccende lavorative o obblighi familiari.
Il ritorno infruttuoso del servo provoca la collera del suo padrone (cf. v. 21): non tanto contro gli invitati stessi, quanto piuttosto per l’occasione che hanno mancata, perché non hanno saputo riconoscere il dono per loro predisposto, la grazia a loro offerta. Manda allora il suo servo per la città a raccogliere nuovi invitati, “poveri, storpi, ciechi, zoppi” (v. 22); ma essi non occupano tutti i posti preparati. La ricerca si estende dunque alle campagne circostanti, per trovare chi riempia la casa. L’ingiunzione fatta al domestico di “costringerli a entrare” (v. 23) – anche se è stata interpretata da Agostino come un permesso dato alla chiesa di forzare le anime – deve in realtà solo illustrare narrativamente il paradosso della ricerca sfrenata di commensali da parte del padrone di casa.
Certo, nel vangelo, la parabola si legge come un’allegoria della storia della salvezza: il primo invito – rifiutato – era quello rivolto da Dio a Israele; il secondo – smisurato – quello ai popoli, recapitato a più riprese dal servo, Gesù: “Venite, è pronto” (v. 17).
Ma questo invito si rivolge ancora a noi: il momento presente è infinitamente serio, è quello della decisione; l’invito è alla nostra portata. E l’esclusione non è un destino o una costrizione: è il risultato di una scelta da parte degli invitati stessi, di quei “tutti” (v. 18) sempre tentati da scuse e da rifiuti di fronte alla gratuità incommensurabile della grazia offerta, e che non sanno riconoscersi come “beati” (v. 15).