Annate NPG

PG salesiana al nuovo varo

Inserito in NPG annata 2014.

 

20 domande a d. Fabio Attard, Consigliere generale dei Salesiani per la pastorale giovanile

A cura di Giancarlo De Nicolò

(NPG 2014-03-11)

 

IN SINTESI
La Congregazione Salesiana è – nella visione di don Bosco e come tutti sanno – una porzione di chiesa che vive la sua consacrazione e missione per i giovani per aiutarli ad essere (a diventare) "buoni cristiani e onesti cittadini in terra per essere poi un giorno fortunati abitatori del cielo" mediante un'azione integrata di educazione ed evangelizzazione. È in sintesi la pastorale giovanile come anima, obiettivo, metodo dell'azione di coloro che vivono il carisma del Santo dei giovani.
Strutturalmente la Congregazione ha uno specifico Dicastero di PG... non per "isolare" l'azione pastorale dal resto (Formazione, Missioni, Comunicazione Sociale, Economia...) ma per innervarne lo spirito e tenerne desta l'ispirazione in ogni campo della missione salesiana. 
Tale Dicasero, sotto la guida di esperti responsabili, ha prodotto nel tempo riflessione e proposte per adeguare il sistema preventivo alle mutate condizioni dei tempi e dei giovani, fino quasi a "codificare" - agli inizi del 2000, in un "quadro di riferimento" condiviso - quanto i Capitoli Generali e il magistero dei Rettori Maggiori aveva elaborato, in una feconda ermeneutica tra pensiero originario di don Bosco e azione-riflessione prodotta dai Salesiani lungo la storia.
Nulla è eterno, ovviamente... e la fecondità di un'azione si mostra anche nella capacità di essere adeguata e di rinnovarsi sotto le urgenze e le nuove sfide e domande del vissuto, e questo compito di ripensamento è stato assunto del Consigliere generale d. Fabio Attard, su esplicita richiesta del capitolo generale 26.
In questo articolo-intervista, come nelle due precedenti pubblicate in NPG e a cui qui sotto rimandiamo mediante qr-code, ripercorriamo motivazioni, sfide, orizzonti, contenuti e metodi di questo ripensamento, che è giunto alla sua concretizzazione mediante la presentazione (al Capitolo Generale 27) di un nuovo "Quadro di Riferimento della Pastorale Giovanile Salesiana".
Pensiamo dunque utile portare a conoscenza del lettore il cammino fatto e il “cosa” è stato prodotto, senza dimenticare il punto di partenza, il “perché” di tale lavoro che ha coinvolto persone, comunità ed esperti.
Confidiamo che tale presentazione possa risultare di utilità anche per chi non è della Congregazione, ma è comunque "del mestiere", cioè i nostri lettori operatori pastorali.
I giovani ci chiedono sempre di non riposare troppo su schemi consolidati e cristallizzati, ma di avere le antenne ben dritte e deste. È quanto con coraggio i Salesiani hanno intrapreso e ora con semplicità offrono alla considerazione di tutti.


L'ESIGENZA DI UN RIPENSAMENTO

1. Riannodiamo i fili del discorso sul senso del lavoro fatto.
Possiamo anzitutto tracciare un quadro di un patrimonio salesiano e carismatico assodato e sempre valido nel cammino della PG, quasi dei paletti fermi da cui non si può né si deve recedere?
Attard: Prima di tutto una parola di gratitudine per questa nuova opportunità di condividere il cammino fatto in questi ultimi anni. Iniziamo con i punti irrinunciabili, i "paletti fermi". A questo punto però vorrei parlare non tanto dei contenuti (che vedremo più avanti), ma degli atteggiamenti di fondo della Congregazione.
Sono questi atteggiamenti i "paletti fermi" e le "colonne portanti" fondamentali che assicurano che l’edificio continui a crescere e a svilupparsi sia in solidità e armonia che in sostanza. Si tratta di un cammino che è iniziato all’interno di una comunità chiamata ad evangelizzare ed educare, la Congregazione salesiana. Lo sviluppo e la crescita di questo cammino - perché di crescita e di maturazione si tratta - va letto e interpretato all’interno di questo ‘pellegrinaggio’, un cammino che ha una meta chiara.
Ecco, allora, il primo punto fermo: la consapevolezza che in tutti questi anni c’è stato un enorme sforzo di riflessione, di una lettura della pastorale giovanile sia in chiave umana che spirituale e carismatica. Far tesoro di questo ricordo e mantenere viva la memoria di questi processi che hanno segnato il cammino della Congregazione è per tutti noi un dovere, perché è patrimonio nostro e della Chiesa.
Un secondo punto fermo è di richiamo ecclesiale. Studiando a fondo gli ultimi Capitolo Generali ci si accorge subito di questa insistenza, che altro non è che la visione e il modello della Chiesa offertaci nella Lumen Gentium. Il sensus ecclesiae non è un elemento che va aggiunto come un optional, ma è l’anima della nostra pastorale giovanile. Su questo punto c’è tanta strada da fare. Sentirci comunità che è chiamata a vivere e trasmettere la buona notizia, il Vangelo, è un lavorio interiore prima di essere azione esteriore. Evangelizzare nell’esperienza educativa e in maniera educativa è un impegno bello e gioioso, ma anche esigente.
Un terzo punto fermo è la centralità dei giovani. Ascoltare la loro storia, essere loro servitori non possiamo considerarlo solo qualcosa di ‘scontato’. Esiste il rischio di sottovalutare questa dimensione del servizio in una cultura globalizzata dove anche noi corriamo il pericolo - e qualche volta ci caschiamo in pieno a nostra insaputa - di essere risucchiati nel paradigma mercantilista o mercatistico di ‘offrire un prodotto’, quello di una educazione che assicuri risultati. E così qualche volta dimentichiamo il fatto che siamo chiamati a proporre processi nei quali noi siamo ‘pellegrini’ dei giovani perché siamo con i giovani.
Ho accennato a questi tre punti fondamentali perché è attorno ad essi che poi si costruiscono quelle proposte pastorali che, a loro volta, esplicitano e rendono attuale il patrimonio che il nostro Padre e Maestro don Bosco ci ha trasmesso.

Novità e sfide

2. Dopo anni di – per così dire – sviluppo senza eccessive scosse della PG negli ambienti salesiani, che ha trovato un suo momento di sintesi condivisa con il Capitolo Generale 23 e la proposta di educazione dei giovani alla fede, fino a una organizzazione sistematica nel documento “La pastorale giovanile salesiana. Quadro di riferimento fondamentale” (1998-2000) del Dicastero di PG (Consigliere d. Antonio Domenech)... quali sfide esigevano un ripensamento dell’impostazione e organizzazione della PG salesiana?
Attard: Vorrei rifarmi a come il Capitolo Generale 26 presenta l’anatomia delle sfide che dobbiamo affrontare. Esso denuncia che nelle comunità e in alcune persone si riscontrano superficialità spirituale, attivismo frenetico, stile di vita borghese, debole testimonianza evangelica, dedizione parziale alla missione. Ciò si traduce nel disagio a far emergere la propria identità di consacrati e in timidezza apostolica… Le nostre iniziative non sono sempre chiaramente orientate all’educazione alla fede… La mancanza di organicità e continuità, frutto anche di insufficiente riflessione e studio, ha portato talora ad attuare più una pastorale delle iniziative e degli eventi che dei processi (cfr. CG26, nn.27, 28).
Da questa lettura critica e molto attenta, gli stessi membri del CG26 hanno chiesto al Rettor Maggiore che con il suo Consiglio curasse, attraverso i Dicasteri competenti, l’approfondimento del rapporto tra evangelizzazione ed educazione, per attualizzare il Sistema preventivo e adeguare il Quadro di Riferimento della Pastorale Giovanile Salesiana alle mutate condizioni culturali (cfr. CG26, n.45).
Da questi accenni risulta chiaro che il centro delle sfide si trova nella persona di chi è chiamato ad essere evangelizzatore ed educatore dei giovani. Di conseguenza, era importante non tanto iniziare dalle linee programmatiche, ma dalle persone, da noi salesiani e dai nostri collaboratori. Qualunque processo di ripensamento dell’impostazione e dell’organizzazione della PG salesiana doveva essere pensato, prima, come un processo e poi come un processo che tocchi il cuore delle persone.
Credo che l’Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium di Papa Francesco abbia indicato questa sfida non solo come prima, ma come primaria! La sfida si chiama conversione personale e pastorale: senza vita nuova, senza autentico spirito evangelico, senza “fedeltà della Chiesa alla propria vocazione”, qualsiasi nuova struttura si corrompe in poco tempo (cfr. EG 26).
Nei miei incontri con i delegati salesiani di PG in tutto il mondo, si conferma sempre di più che come Congregazione abbiamo un tesoro, una immensa ricchezza di riflessione e di contenuto attorno al tema e all’esperienza della PG. Però il rischio è sempre lo stesso: quello di aver ricevuto un talento ma di averlo nascosto, o per paura, o per stanchezza, o per altro!
Il ripensamento allora, prima di tutto, non è diretto a cosa dobbiamo fare ma chi dobbiamo essere. Per cui alcune delle domande che ci siamo posti e occorre sempre porsi sono: Cosa ci sta dicendo oggi il Signore? Cosa ci stanno chiedendo i giovani che sono alla ricerca del senso della loro vita, che stanno disperatamente cercando una speranza che non deluda?
A modo di sintesi, la sfida del ripensamento tocca prima di tutto il pastore dei giovani e dopo la pastorale giovanile.

Una elaborazione condivisa

3. Siamo così arrivati a un nuovo documento, che è anche una nuova proposta, un nuovo progetto che sarà presentato al Capitolo Generale 27 (2014). Esso non è stata una elaborazione a tavolino, fatta da esperti o accademici.
Quali sono stati i passi, i processi che ne hanno accompagnato la stesura e continua riscrittura?
Attard: La risposta viene come conseguenza alle considerazioni finora fatte. Se i paletti e le sfide sono quelli che abbiamo accennato, era importante tracciare un processo che li rispettasse e li incontrasse. È vero, non abbiamo fatto un lavoro a tavolino. Abbiamo, al contrario, proposto un cammino che partiva da due sponde: quella della riflessione pastorale e quella del vissuto pastorale.
In un primo tempo ci siamo chiesti: come fare per arrivare alle comunità, alle singole Comunità Educative Pastorali (CEP)? Che tipo di domande, di processi dobbiamo proporre?
Per rispondere a questi interrogativi avevamo una chiara convinzione: che qualunque sia il processo, esso deve riflettere la dimensione internazionale della Congregazione. Eravamo convinti che ogni processo doveva rispecchiare e respirare la dimensione mondiale della Congregazione. Questa convinzione è facile dirla e proporla. Però è abbastanza impegnativa a tradurla in pratica. Ma a questo punto questa era la strada da prendere. Per questo, fin dall’inizio, ogni équipe e ogni gruppo di lavoro doveva riflettere la faccia della Congregazione. E così è stato.
Una prima équipe di teologi e pastoralisti ha redatto un documento di studio che abbiamo inviato a 30 istituzioni o persone. Eravamo convinti che la loro riflessione è un dono per la Congregazione. Abbiamo ricevuto 25 risposte che ci hanno aiutato a formulare un piccolo documento che abbiamo inviato a tutte le comunità di tutte le ispettorie perché fosse studiato all’interno della comunità salesiana e della CEP. Per facilitare la raccolta di tutta questa grande riflessione, abbiamo chiesto ad ogni ispettoria che mandasse al Dicastero della PG a Roma una sintesi delle riflessioni fatte nelle loro comunità. 86 ispettorie su 90 hanno mandato la loro riflessione.
A questo punto era importante far tesoro di questa enorme quantità di materiale che offriva una fotografia della Congregazione. Per questo, i membri del Dicastero hanno fatto una ulteriore sintesi a base continentale, che fu l’oggetto di studio della Consulta PG del mese di febbraio 2013. I membri di questa Consulta erano i vari delegati regionali della PG da ogni continente. Sono persone che hanno il polso della loro regione o del loro continente. Partendo dalle sintesi continentali, ai membri della Consulta PG è stato chiesto di offrire quei punti chiave che dovevano essere presi in considerazione nella nuova edizione del Quadro di Riferimento della Pastorale Giovanile Salesiana (d'ora in poi: Quadro di Riferimento)
Nella parte finale del processo, un’altra équipe internazionale aveva come obiettivo di adeguare il Quadro di Riferimento alle mutate condizioni culturali (cfr. CG26, n.45). Partendo dalla seconda edizione, l’équipe ha integrato i punti che sono emersi dalla riflessione fatta nelle comunità, insieme a tutta la riflessione maturata nella Chiesa e nella Congregazione in questi ultimi anni.

I riferimenti magisteriali

4. Prima di passare in rassegna i principali contenuti (e le “novità” offerte), vorremmo chiedere in che cosa la nuova sensibilità che gli ultimi Papi hanno portato (e anche i loro interventi diretti in importanti occasioni salesiane) ha contribuito a delineare orizzonti e tematiche nella “nostra” PG.
Attard: Molta attenzione abbiamo prestato ai contributi della Evangelii Nuntiandi e alla Redemptoris Missio. Sono documenti fondamentali per il cammino della Chiesa. Il modello di Chiesa - come lo troviamo nella Lumen Gentium - trova in questi due importanti documenti la sua declinazione evangelizzatrice. Essere parte del corpo mistico di Cristo non è teoria, non si reduce ad uno slogan. Per noi salesiani questa appartenenza deve essere la fonte radicale, l’ispirazione che illumina, dà vita e accompagna il nostro essere Chiesa per i giovani.
Vorrei insistere su questa dimensione per un motivo particolare. La presenza del magistero dei Papi non è questione di rispetto al magistero, ma ancora di più è un segno di fedeltà alla Chiesa, di fedeltà alla nostra chiamata che è iniziativa di Dio, di fedeltà ai giovani. Noi salesiani non siamo chiamati a essere liberi battitori, avventurieri solitari, una cellula autocefala. Noi siamo parte del corpo mistico di Cristo. La parola dei Papi non è una parola aggiunta a tante altre parole.
Qualche volta si ha l’impressione che la conoscenza di questo patrimonio magisteriale sia debole, non familiare. Le conseguenze sono dolorose: ci crediamo autosufficienti e ci illudiamo di dover inventare di nuovo la ruota!
Illuminati da questa profonda riflessione a contemplare l’evangelizzazione come “il” vissuto della Chiesa, molte cose si chiariscono, alcune prese di posizione si vedono per quelle che sono.
Come frutto di questo contributo, ecco allora il primato di evangelizzatori evangelizzati, di un processo di conversione personale e pastorale, l’urgenza di ascoltare la cultura e di pensare alla proposta pastorale come frutto di un vissuto evangelico e carismatico e non solo frutto di una capacità imprenditoriale.
A questo punto devo fare una doverosa aggiunta. Nel corso del nostro lavoro, non abbiamo potuto ovviamente rifarci alla Evangelii Gaudium di papa Francesco, il suo documento programmatico per una Chiesa più missionaria e capace di varcare i confini abituali in cui paure e forse pigrizia l'avevano confinata. Il documento in effetti è stato pubblicato quando eravamo già giunti al termine del nostro cammino. Con umiltà e serenità crediamo che lo spirito di questo documento è anche lo spirito che ha sollecitato la nostra riflessione. Mi rifaccio a quanto ha affermato il nostro Rettor Maggiore come commento immediato a tale Esortazione Apostolica, mettendone appunto in rilievo una "affinità tensionale" alla nostra stessa missione e dunque pastorale giovanile.
Così il Rettor Maggiore: "Ecco perché non possiamo non evangelizzare, ecco perché dobbiamo sentire in noi l’urgenza apostolica di comunicare ad altri, in particolare ai giovani, la gioia e la bellezza della fede che viene a dare senso, speranza e futuro alla nostra vita e al nostro impegno nella collaborazione alla costruzione di un mondo migliore per tutti, specialmente i più poveri, svantaggiati ed emarginati". E ancora, come riferimento al lavoro non solo del prossimo Capitolo generale, ma di tutta la nostra visione di Chiesa: "Ecco come il Papa ci dice che deve essere la Chiesa: senza paura del mondo moderno, che cerca nuove forme di predicare il Vangelo, più missionaria, più misericordiosa, più coraggiosa per fare tutti i cambiamenti necessari.
Una Chiesa che superi la paura di uscire dalle proprie strutture e di perdere le sue false sicurezze, che nel fondo ci rendono più rigidi ed evangelizzatori meno efficaci. Una Chiesa che sa denunciare un modello economico che fa del denaro un idolo, che genera esclusione sociale e crea una cultura dello scarto e dell’indifferenza. Una Chiesa, perciò, che ha una speciale predilezione per i poveri e un deciso impegno per la giustizia sociale e la pace".

Le ricchezze di tutti

5. Per sottrarci ad ogni rischio di provincialismo (o europeismo, con la possente presenza di pensiero e azione di Italia e Spagna), e visto che Lei e collaboratori avete girato il mondo (salesiano) intero per raccogliere riflessioni e nuove “buone pratiche”, quali sono stati gli apporti che vengono dai vari “continenti” nel quadro complessivo della PG e in riferimento alla sua traduzione operativa?
Attard: Uno sguardo sul mondo salesiano offre un mosaico fatto di una varietà di tasselli. Senza dubbio dovunque uno vada, coglie subito lo spirito salesiano, lo spirito di famiglia. Al di là della natura delle opere - e stiamo parlando di circa tremila opere nel mondo - esiste una fisionomia ambientale che è tipicamente salesiana. Questo primo dato conferma il genio del carisma di don Bosco, ma non lo esaurisce. Il modo poi come la presenza si snoda, nel pieno rispetto dello spirito salesiano, varia secondo le culture, secondo i destinatari, secondo la proposta pastorale.
Accanto al grande contributo teorico e pratico che nel campo della pastorale giovanile hanno svolto nazioni (e centri di riflessione) come l'Italia, la Spagna, la Germania e altre nazioni latinoamericane, oggi riconosciamo come tante nuove sfide, risposte e risorse vengono da nuovi continenti e nuovi paesi, dove i Salesiani hanno avuto l'opportunità di confrontarsi con i loro giovani, con le loro specifiche domande e attese. Anche qui si sta sviluppando un pensiero e una azione che sono un grande arricchimento per tutta la Congregazione. Questa d'altra parte è la grande ricchezza della Congregazione, così come si mostra visibilmente nel Capitolo generale e – più in piccolo – negli incontri mondiali di pastorale giovanile attivati dal Dicastero. Ma questo lo specificherò meglio più sotto.
Premesso questo, vengo alla risposta. Gli apporti che si presentano confermano, prima di tutto, che c’è un nucleo che è irrinunciabile. È un nucleo che parla dell’esperienza originale e carismatica di don Bosco. Il don Bosco di Valdocco è il cuore di ogni presenza e di ogni forma di apostolato. Da questo deriva una responsabilità e una sfida non indifferenti: come continuare a far si che la memoria di don Bosco non sia soltanto una collezione di fatterelli ma una fonte che continua ad ispirarci oggi, nella varietà della culture e dei continenti? Tradurre questo apporto in termini operativi, per quanto difficile possa sembrare, è una strada obbligatoria.
Un secondo apporto è quello attorno al tema della evangelizzazione. In culture multireligiose e multiculturali, si coglie subito la domanda: come tradurre il messaggio evangelico evitando forme e azioni che alla fine sono contrarie allo stesso spirito del vangelo? Cosa vuol dire il rispetto delle culture e delle religioni per noi evangelizzatori ed educatori che abbiamo scelto Cristo e la sua parola liberatrice? In questi contesti il pericolo grande è quello di credere che l’evangelizzazione consista solo nel ‘dire’ e nel ‘fare’, mentre sappiamo bene che il messaggio di Gesù va al di là del puro gesto esteriore. Basta leggere alcuni numeri della Evangelii Nuntiandi e Redemptoris Missio, e anche della Evangelii Gaudium per accorgerci che esiste una visione molto più ampia di evangelizzazione.
Il messaggio evangelico ha le sue radici nel cuore dell’evangelizzatore ed educatore. La sua testimonianza è vissuta nella maniera più rispettosa dei giovani là dove essi si trovano, ma anche nella loro ricerca del bene, del senso della vita per cui il vangelo è una mappa straordinaria. Questo apporto ha gettato luce su una sfida che in alcuni ambienti si sta vivendo con grande creatività pastorale.
Un terzo apporto è la varietà di opere e di frontiere nelle quali la Congregazione è presente. Cercare di offrire una pista che dica l’essenziale alla varietà di presenze è un impegno arduo, ma irrinunciabile perché alla fine si tratta di ‘un’ solo carisma che ha come fine di portare la buona notizia e di educare il giovane, dovunque si trovi. La varietà dei contesti, la molteplicità delle culture e il mosaico delle religioni non è un problema da risolvere, ma una opportunità che ci obbliga a pensare in profondità il carisma per poterlo vivere con gioia e ottimismo là dove il Signore ci manda.

L'ORIZZONTE DI RIFERIMENTO

6. Più che procedere all’esame dei singoli capitoli del Documento, analizziamo le idee generative, che possano aiutare a costruirsi il quadro preciso.
Anzitutto il criterio di riferimento, l’esperienza viva di don Bosco e dello spirito salesiano, sempre vivo e operante nei vari continenti e nelle varie opere. Quale lo “sguardo” con cui si lavora con e per i giovani? Le sembra che lo sguardo di don Bosco perduri nell’oggi della Congregazione?
Attard: Questa è una sfida di primo ordine. Non dimentichiamo che il processo triennale di preparazione al secondo centenario della nascita del nostro Fondatore è stato inaugurato dal Rettor Maggiore con un invito a conoscere don Bosco. Su questo versante credo che dobbiamo lavorare sodo e molto. Non possiamo permetterci che la figura di don Bosco ci tocchi solo emotivamente. Don Bosco non è una collezione di emozioni, per quanto forti e coinvolgenti. Don Bosco è una storia scritta dallo Spirito Santo. Il carisma salesiano è la risposta che, sotto la spinta dello Spirito, si snoda nella vita di don Bosco. Leggiamo nel primo articolo delle nostre Costituzioni: Con senso di umile gratitudine crediamo che la Società di san Francesco di Sales è nata non da solo progetto umano, ma per iniziativa di Dio. Per contribuire alla salvezza della gioventù, “questa porzione la più delicata e la più preziosa dell’umana società”, lo Spirito Santo suscitò, con l’intervento materno di Maria, san Giovanni Bosco... Da questa presenza attiva dello Spirito attingiamo l’energia per la nostra fedeltà e il sostegno della nostra speranza.
Lo Spirito di Dio che chiamava don Bosco a vivere come Gesù, buon pastore, è il motivo principale per il quale noi salesiani dobbiamo conoscere la storia del nostro Padre e Maestro.
Solo conoscendo don Bosco come dono dello Spirito arriviamo a intravvedere i grossi pericoli da evitare e le sfide che oggi dobbiamo affrontare. Parlo del pericolo, per esempio, che noi salesiani diventiamo più gestori che pastori, il pericolo che ci chiudiamo nei ruoli di amministratori dimenticando la chiamata ad essere maestri, il pericolo che la nostra formazione ci porti ad essere esperti freddi di un settore della conoscenza, perdendo l’orizzonte più grande che ci chiede di essere anche esperti con il cuore oratoriano. Il richiamo degli ultimi Rettori Maggiori in questo senso è una prova di quanto sia reale il pericolo e dell’urgenza di non perdere questo ‘sguardo’ del nostro Padre e Maestro. Con una osservazione a margine e che ritengo molto positiva, segnalo come l’impegno che si sta offrendo all’UPS sugli studi salesiani non è solo una scelta lungimirante e giusta, ma promette molto bene per il futuro e le sfide che abbiamo in questo campo.
Posso dire - nella mia esperienza di responsabile del Dicastero e nelle mie visite a tante opere salesiane nel mondo e nell'incontro con tanti giovani presenti in esse – che questa fiamma è viva, come il segreto che anima Salesiani e Famiglia Salesiana, e come il motore della loro azione e della loro stessa vocazione. Una fiamma che ovviamente deve essere tenuta viva e custodita con cura, anche con l'aiuto dei giovani stessi che "hanno bisogno" di qualcuno che li aiuti a diventare "uomini e cristiani".

Il "nodo gordiano"

7. Uno dei criteri di fondo della nostra PG è la capacità di tenere insieme – come obiettivo e come metodo – i due orizzonti dell’evangelizzazione e dell’educazione, in una sintesi viva e organica, senza negazioni o strumentalizzazioni: è la fedeltà a Dio e all’uomo (al giovane). Nel passato sono stati però anche fonte di incomprensioni e ambiguità. Come si sono affrontate ed eventualmente risolte le interrelazioni?
Attard: Ecco, qui arriviamo alla domanda che, come si suol dire, vale un milione di dollari! Il tema è specificamente trattato in un capitolo della nuova edizione del Quadro di Riferimento. Qui entrano in gioco alcuni elementi che abbiamo esposto sopra.
Non possiamo trattare il tema dell’evangelizzazione e dell’educazione solo a livello teorico. Qui è richiesta una forte e radicata comprensione della sfida all’interno dello stesso cuore della persona che educa. Una comprensione frutto di un processo, che a sua volta ne mette in moto altri.
Mi spiego. Non si può cogliere la bellezza dell’educazione dalla dimensione dell’evangelizzazione se l’approccio all’educazione non è accompagnato da un cuore innamorato di Dio. Nell’assenza di un cuore mistico, si arriva forse ad avere educatori, certo, ma senza la dimensione dell’evangelizzazione: educatori "a una dimensione", da una visione orizzontale, o navigatori costieri, per usare metafore note.
Attenzione però, perché può anche capitare il contrario. Se privilegiamo l’evangelizzazione come contenuto senza essere attenti ai processi educativi, si arriva ad avere una trasmissione fredda dei contenuti della fede, una trasmissione senza futuro perché senza un presente. Per usare delle metafore, scalatori dell'Everest senza le maschere di ossigeno, o esploratori del polo Nord senza l'equipaggiamento adeguato.
Papa Benedetto esprime bene questa sfida nella Lettera che scrive a don Pascual Chávez, il nostro Rettor Maggiore, in occasione del CG26: "Il loro (dei salesiani) carisma li pone nella situazione privilegiata di poter valorizzare l'apporto dell’educazione nel campo dell'evangelizzazione dei giovani. Senza educazione, in effetti, non c'è evangelizzazione duratura e profonda, non c’è crescita e maturazione, non si dà cambio di mentalità e di cultura. I giovani nutrono desideri profondi di vita piena, di amore autentico, di libertà costruttiva; ma spesso purtroppo le loro attese sono tradite e non giungono a realizzazione. È indispensabile aiutare i giovani a valorizzare le risorse che portano dentro come dinamismo e desiderio positivo; metterli a contatto con proposte ricche di umanità e di valori evangelici; spingerli ad inserirsi nella società come parte attiva attraverso il lavoro, la partecipazione e l'impegno per il bene comune".
Per rafforzare questo legame offro un’altra citazione, tratta dalla nuova edizione del Quadro di Riferimento che, riferendosi alla Evangelii Nuntiandi, afferma: "Evangelizzare ed educare in questi contesti significa accogliere, ridare la parola, aiutare a ritrovare se stessi, accompagnare con pazienza lungo un cammino di recupero di valori e di fiducia. Questa scelta determinante è parte essenziale della spiritualità salesiana, che professa la forza redentrice della carità pastorale e proclama il desiderio e la determinazione di “salvare” coloro che sono da tutti abbandonati. È un amore che si esprime in risposte agili e immediate di fronte al disagio giovanile, un amore che s’impegna a dare vita e speranza. Questo originario compito della Chiesa e della Congregazione è il nucleo dell’annuncio di Cristo" (cfr. EN 32).
Queste due citazioni – tra le tante che potevamo annotare anche e soprattutto dal nostro Magistero – confermano come la comprensione del rapporto tra evangelizzazione ed educazione sia una sfida a tutto campo, una sfida che tocca il cuore dell’educatore e la stessa CEP. È un appello alla nostra capacità di amore, di ascolto della cultura e delle aspirazioni dei giovani, e di conseguenza, un invito a creare sinergie verso una pastorale organica e non frammentata, una pastorale che sia educativamente evangelizzatrice, ma anche una educazione che sappia accompagnare i giovani verso una sintesi effettiva-intellettuale e affettiva-spirituale, per richiamare una espressione di San Francesco di Sales.

Al centro, la vita dei giovani

8. Giovane e vita quotidiana come soggetto e luogo dell’educazione-evangelizzazione, come “luogo teologico” dell’evento della salvezza (o della proposta di vita piena e felicità). Quali sono gli ambiti privilegiati (nella vita del giovane) dove questo incontro “domanda-offerta” è possibile ed eventualmente proficuo? Una volta si parlava di “senso” o domanda religiosa. In un contesto come quello attuale di presentismo e perdita di speranza, quali “luoghi” teologici promuovere o attivare?
Attard: Questa domanda mi fa ricordare una bellissima Lettera circolare di don Juan Vecchi, Esperti, testimoni e artefici di comunione (ACG 363). In essa don Vecchi commenta i cosiddetti "luoghi" nella logica dell’esperienza umana, spirituale e educativa. Si tratta di "luoghi" dove si sente che si è in un ambiente di accoglienza, in un ambiente di rapporti sani, ricchi di proposte umanamente, culturalmente e spiritualmente valide. In altre parole i "luoghi" richiamano relazioni, cammini, e proposte.
Scrive che la comunità salesiana "è una comunità non soltanto per i giovani ma con i giovani: condivide la vita di questi e si adegua alle loro esigenze. La presenza dei giovani determina gli orari, lo stile di lavoro, la modalità della preghiera. Restare con don Bosco significa voler stare tra i giovani, offrire loro tutto ciò che si è e si ha: cuore, mente, volontà; amicizia e lavoro; simpatia, servizio. In questo rapporto e in questo ambiente matura l’identità della comunità e dei singoli".
E più avanti nella Lettera si rifà all’esperienza originaria carismatica del nostro Fondatore: “Don Bosco creò a Valdocco una scuola di spiritualità che si esprimeva nell’ambiente, nel lavoro quotidiano, nel tono della fraternità e nella preghiera: semplice in apparenza, ma sostanziale e autentica. Invitò i suoi giovani e quanti volevano collaborare con lui a fare un cammino assumendo lo stesso spirito, secondo la propria condizione e possibilità. ‘In Valdocco, ricorda il CG24, si respirava un clima particolare: la santità era costruita insieme, condivisa, reciprocamente comunicata, tanto che non si può spiegare la santità degli uni senza quella degli altri’ (GC24, 104)”.
Credo che in questi due richiami, quello della ricerca attuale dei giovani che ci deve interpellare, e quello dell’esperienza carismatica del nostro Padre e Maestro, abbiamo due indicatori forti che ci sfidano ad andare oltre la pura dimensione "fisica" e gestionale della nostra presenza (pur senza negarne l'importanza). Vivere come pastori questi “luoghi teologici” significa dare vita a quello spirito pastoralmente creativo che legge i bisogni con gli occhi del vangelo e risponde con il cuore del buon pastore.
Infine, questi stessi “luoghi teologici” trovano nella parola di Dio, theoú-lógos, le loro radici. Solo da un cuore innamorato di Dio illuminato da queste radici vive, possono sorgere esperienze che producono frutto. La speranza, la ricerca del senso sono virtù ed esperienze trasmesse solo da chi veramente le ha assunte e abbracciate nella propria esistenza.

SPIRITUALITÀ, COMUNITÀ, PROGETTO

9. Fermiamoci un attimo. Nella visione e nella proposta di una PG salesiana rinnovata, a quale progetto di spiritualità ci si ispira, o quale immagine di cristiano essa persegue e propone?
Attard: Una domanda che suona bene nell’anno in cui don Pascual Chávez con la sua Strenna 2014 ci invita a “attingere all’esperienza spirituale di Don Bosco, per camminare nella santità secondo la nostra specifica vocazione”.
Non parlerei di "progetto di spiritualità" come se fosse qualcosa di nuovo che si va introducendo. La nostra spiritualità è quella che ci ha trasmesso don Bosco e che trova una sua sintesi in quelli che per noi oggi sono gli elementi fondamentali della spiritualità giovanile salesiana. Don Pascual Chávez nella sua lettera della Strenna 2014 esplicita in maniera molto bella come la spiritualità è l’espressione concreta della carità pastorale.
La santità giovanile è la meta dell’esperienza pedagogica e pastorale di don Bosco. La sua intensa carità pastorale - quell’energia interiore che ha unito inseparabilmente in lui l'amore di Dio e l'amore del prossimo - porta ad una sintesi di attività evangelizzatrice e attività educativa.
Se poi snodiamo gli elementi, dobbiamo rifarci alla riflessione così magistralmente presentata nel CG23. Troviamo nella proposta di spiritualità giovanile salesiana il profilo del giovane cristiano a cui mira la proposta spirituale salesiana.
Primo, che il giovane sia una persona che vada accompagnata a scoprire il senso del quotidiano come luogo dell'incontro con Dio. Ai giovani si trasmette una comprensione del quotidiano che sia spazio del mistero di Dio. La valutazione positiva della vita come esperienza fatta di dovere, gioia, socialità, gioco, tensione di crescita, vita di famiglia, sviluppo delle proprie capacità, prospettive di futuro, richieste di intervento, aspirazioni.
Per questo la spiritualità salesiana è una spiritualità pasquale della gioia e dell’ottimismo. Non parliamo di una gioia e di un ottimismo frivoli e superficiali, ma come frutti di un cammino segnato dall’impegno. La gioia, in quanto è l’espressione più nobile della felicità, insieme alla festa e alla speranza, è caratteristica della spiritualità salesiana.
Ecco allora la proposta di una esperienza adulta e significativa di amicizia e di relazione personale con il Signore Gesù. La spiritualità giovanile salesiana porta il giovane all’incontro con Gesù Cristo e rende fattibile una relazione di amicizia con Lui. Una relazione che è alimentata nella fiducia, in un ambiente di comunità e di reciproca fedeltà.
È una spiritualità che inserisce i giovani nella comunità credente che con Maria vive la bellezza della Pentecoste. L’esperienza e l’intelligenza adeguata della Chiesa sono distintivi nella spiritualità cristiana. Non si è cristiani per abitudine, o per forza, o per folclore. Don Bosco presenta ai giovani una esperienza di Chiesa ampia e coinvolgente. Propone una devozione a Maria Ausiliatrice che rende i giovani figli e liberi.
Infine è una spiritualità del servizio responsabile. Non si è cristiani per comodità. Camminare con Gesù è un camminare che guarda l’altro come fratello, sempre e ovunque. La Chiesa è una esperienza di comunione-servizio dove ciascuno ha un posto e dove c’è bisogno dei doni di tutti: la vita si porta dentro una vocazione di servizio.
Ciò trova largo riscontro nell’esperienza di don Bosco, giovane e apostolo. A partire dal sogno dei nove anni, egli ha percepito e vissuto la propria esistenza come vocazione. Ascolta e risponde con cuore generoso a un invito: mettersi tra i giovani per salvarli. Per questo la spiritualità giovanile salesiana non può che essere apostolica: ha la convinzione che siamo chiamati a collaborare con Dio nella sua missione, con dedizione, fedeltà, fiducia e disponibilità totale. Un impegno concreto al servizio del bene secondo le proprie responsabilità sociali e i bisogni materiali e spirituali degli altri.
In questi termini nel Quadro di Riferimento si presenta la spiritualità.

La cultura per uscire dal nichilismo

10. Torna varie volte nel testo la dicitura: “Evangelizzare la cultura”. Quali gli snodi problematici e come e da chi attivare un simile compito?
Attard: Il discorso sulla evangelizzazione della cultura diventa sempre più urgente in una società globalizzata dove il rischio reale è di un appiattimento totale che lascia un vuoto pietoso. Il tema lo tratta in modo esplicito Paolo VI nella Evangelii Nuntiandi. Lo riprende con forza il Beato Giovanni Paolo II e in maniera sistematica Benedetto XVI. Papa Francesco lo declina come un punto fisso nel suo magistero.
Detto questo, per quel che tocca noi salesiani, bisogna ricordarci che siamo persone consacrate per testimoniare la bellezza della fede nel campo educativo. Ciò vuol dire che per tutto ciò che ha a che fare con l’educazione noi dobbiamo essere ben preparati. Preparati sul come il discorso educativo si sta muovendo più sul versante della conoscenza e meno sul versante dell’accompagnamento; come si privilegia più la ‘informazione’, e meno la ‘formazione’.
Ma con quali conseguenze ciò sta avvenendo? Un salesiano, un educatore può sottovalutarle?
Non possiamo chiudere gli occhi e semplicemente rimanere soddisfatti che il nostro ‘prodotto’ si venda (quasi una mercificazione della cultura e dell'educazione, secondo lo spirito mercantilistico che ha un'anima nichilista, o relativista di negazione della verità). In altre parole, c’è da affrontare continuamente la domanda se le nostre presenze offrono una visione della vita ispirata al vangelo, oppure se stiamo - anche se forse inconsapevolmente - sostenendo un sistema che rafforza una visione unilaterale del sapere, quella funzionale e produttiva.
E qui la sfida si pone a livello di che tipo di salesiano stiamo formando. Accettare il fatto che se noi la cultura non la conosciamo bene, finiamo per subirla. Qui lo spazio di manovra è piccolo. Le scelte che abbiamo davanti a noi sono ridottissime. Se la gente non ci vede come uomini di Dio con una parola da dire e da dare, allora, al meglio, ci vede solo come dei buoni socializzatori che assicurano ai "clienti" il raggiungimento di risultati accademici.
Lo stesso vale per le altre presenze, come quella degli oratori o centri giovanili. Stiamo o non stiamo offrendo cammini di crescita integrale, in pieno rispetto ai giovani, dove si trovano, della loro cultura e costumi? Stiamo o non stiamo leggendo bene e in profondità le loro aspirazioni nascoste e non espresse?
Sono interrogativi che agiscono come cartine di tornasole sui punti delicati della nostra missione.
Nei miei giri per il mondo colgo due cose. La prima, la più ovvia, quella della diversità culturale che ogni luogo offre. E devo dire che è una cosa affascinante, bella. C’è tanto da imparare. Però colgo anche un secondo punto. Nel cuore di tanti giovani che ho incontrato esiste uno strato profondo dell’anima umana che è identico: la ricerca della bontà, il gusto della comunione, l’apprezzamento dell’accoglienza, il desiderio di crescere e la prontezza di fare sacrifici quando ne vale veramente la pena. E questo a tutte le età e a tutte le latitudini.
Ecco noi, in questo crocevia esistenziale, siamo chiamati a ‘scendere’ e porre la nostra ‘tenda’. È lì che dobbiamo cogliere il battito di un cuore che vuole crescere; è lì che tocchiamo l’impronta che Dio ha lasciato nel cuore di ogni giovane.
Evangelizzare la cultura, allora, chiede da noi questo duplice cammino: un impegno intellettuale e una vita mistica. Due poli che in don Bosco sono stati tenuti vivi e sprigionanti energia da una ascesi e da una mistica che dobbiamo rimettere a fuoco.

Senza comunità, non si dà pastorale feconda

11. Una grande sottolineatura di questo Documento è il richiamo alla comunità educativa pastorale. È solo un tentativo di superare il soggettivismo (e relativismo) pastorale o ci sono ragioni più profonde?
Attard: Il richiamo è il frutto evidente dell'insistenza fatta nei Capitoli Generali e nelle Lettere dei Rettori Maggiori, ma non solo. Ribadisco quanto già detto: essendo questo documento frutto di un cammino della Congregazione, insieme ad una lettura dello stato attuale della stessa, l’urgenza di lavorare ancora di più sulla Comunità Educativa Pastorale (CEP) come espressione privilegiata dell’educazione salesiana è venuto fuori in chiare lettere.
Riconosciamo con gratitudine il fatto che in varie parti del mondo la nostra pastorale ha già fatto un bel cammino. Esistono buone esperienze di CEP veramente esemplari. Però c’è ancora molto da fare, ci sono ancora cuori da convertire!
Alla luce di tutto questo, abbiamo operato un cambio di metodo nel Quadro di Riferimento: e cioè quello di presentare la CEP prima del Progetto Educativo Pastorale Salesiano (PEPS). Non è un cambio cosmetico. È una scelta che dice che non esiste un progetto educativo se non c’è la comunità che educa. L’educazione salesiana nella sua anima profonda esprime il vissuto di una comunità che educa. Senza un ambiente comunitario non esiste una vera educazione salesiana.
Con questo non si intende mettere in secondo piano o accantonare la centralità dei salesiani "consacrati" come punto di riferimento del nucleo animatore. Non tanto come "priorità storica" o per esigenza sociologica (il salesiano è sempre presente nell'opera), quanto per esigenza carismatica, per la presenza esplicita e testimoniale nella comunità della "consacrazione", della chiamata da parte del Signore ad essere con Lui e come Lui operatori del Regno.
Nella stessa Lettera citata sopra, don Vecchi esprime ciò con grande chiarezza, cogliendo bene l’invito che abbiamo davanti a noi: "Collocarsi bene comunitariamente, considerando la comunità educativa e i suoi componenti destinataria prima della nostra azione in favore dei giovani e assumendo insieme, mentalmente e progettualmente, il lavoro di animazione, porterà a chiarirsi la valenza salesiana e pastorale dell’animazione… Non siamo chiamati soltanto a dinamizzare un gruppo di educatori o collaboratori con metodi opportuni; siamo chiamati a suscitare “un’esperienza di Chiesa”, a estendere e dare consistenza ad una realtà vocazionale. Si tratta non soltanto di impiegare meglio le risorse disponibili, per esempio i laici, ma di comunicare la fede e lo spirito salesiano" (ACG 363).
Ecco, allora si possiamo dire che l’insistenza sulla comunità e sul suo nucleo animatore è un modo non solo di affrontare il soggettivismo e relativismo pastorale, ma anche di superare altri due costanti pericoli intimamente legati a quelli già menzionati. Il primo è quello della frammentazione pastorale che qualche volta è una scelta di comodo, anche se ha tutte le connotazioni di una scelta spirituale e generosa. Questo tipo di scelte sembra soddisfare una urgenza pastorale, ma a scapito di una visione progettuale seria e completa. Il secondo pericolo è quello di una mancata visione ecclesiale. Il nostro carisma lo viviamo all’interno di una CEP che diventa esperienza di Chiesa-comunione: comunione con Dio e con il mondo. Fallire in queste due dimensioni sarebbe un autentico peccato, un allontanamento dall'originale esperienza di Valdocco.

Un progetto, ma non a tavolino

12. Una dinamica importante per ogni PG è la dialettica tra eventi e vita quotidiana, che trovano la loro sintesi e integrazione nel progetto. Come è impostato il progetto salesiano di PG, come renderlo dinamico e vitale nella vita dei giovani e nell’azione educativa nei vari ambienti, e non statico, preoccupato solo della completezza formale?
Attard: Come abbiamo visto, la riflessione sul progetto non può che venire dopo quella sulla comunità progettante e progettuale. In effetti, solo all’interno di una comunità che assuma con gioia e convinzione il suo compito, la sua chiamata, può avere senso il progetto. Il progetto è la risposta non meccanica o funzionale, ma pregata, riflessa, condivisa tra tutti i protagonisti della CEP – salesiani, educatori, giovani animatori – a favore dei giovani.
Chiaro che qui entra in gioco uno degli aspetti più delicati, e direi forse anche il più impegnativo. Parlo della capacità della CEP di leggere la cultura dei giovani, dialogare con la loro storia. Sappiamo bene che in mancanza di questo si creano bolle di sapone (colorate sì ma fragilissime), esperienze parallele che non lasciano nessun segno sulla vita dei giovani. Il rischio è reale anche per il fatto che rischiamo di accontentarci di risultati di medio termine, solitamente funzionali, ma non necessariamente ci lasciamo interrogare se stiamo favorendo la costruzione di una storia, di un progetto personale di vita.
Il progetto educativo pastorale è una risposta nobile alla improvvisazione, al ‘pressappochismo’. I giovani meritano tutta la nostra energia, intelligenza, generosità e autenticità. Sono già ampiamente circondati da chi li usa e li sfrutta. In noi, salesiani ed educatori, essi desiderano trovare persone che sanno quel che stanno proponendo (con parole grosse diciamo: la verità della vita) e che sono consapevoli di come proporlo. Nel Quadro di Riferimento abbiamo prestato molta attenzione a questo elemento, che si presenta come un ponte tra i grandi ideali di una CEP e l’importanza di tradurli in cammini veri, veritieri e verificabili. Mi pare che solo così si evitano quei pericolosi formalismi, quella impressione che tutto sembra andare bene, ma che in effetti dietro la facciata rischia di esserci poco o niente.

ALCUNI SNODI FONDAMENTALI

13. La PG si attua certo nella vita dei giovani, e – nel contesto educativo salesiano – nei vari ambienti dove essi si incontrano e si preparano alla vita.
Quali sono i problemi e le risorse, i processi che si attiveranno nei diversi contesti educativi? E quale dialogo-confronto con le varie risorse educative come famiglia, chiesa, territorio?
Attard: Due cose qui vorrei commentare. Prima di tutto, è andata sviluppandosi una certa chiarezza sul fatto che l’educazione non è un prodotto fatto in fabbrica (come si dice in un'espressione inglese: one size fits all – una misura valida per tutti). Non si può omologare le esperienza educative. Come Congregazione questo ci ha portato a fare una validissima riflessione sui vari ambienti pastorali, ma anche su proposte trasversali, come l’animazione vocazionale, il volontariato, la comunicazione sociale e il Movimento Giovanile Salesiano.
Ogni ambiente e settore, anche se mantiene linee generali comuni, nella sua quotidianità, nel suo progetto educativo dialoga con i giovani che appartengono a quella esperienza particolare. Una cosa è se uno lavora con giovani in una Scuola o Centro di Formazione Professionale, e diverso è se uno sta lavorando in un centro di accoglienza per ragazzi della strada. Nel Quadro di Riferimento abbiamo valutato tutta la riflessione già presente nelle precedenti edizioni, arricchendola con le buone pratiche che sono attualmente presenti in Congregazione e nella Chiesa.
In secondo luogo c’è il discorso delle risorse che bisogna trovare o proporre nei vari ambienti in sinergia tra di loro. Penso per esempio nell’ambiente dell’educazione superiore, dove molte ispettorie hanno istituzione universitarie e terziarie di grande valore. Il cammino fatto dalle Istituzioni Salesiane di Educazione Superiore – IUS è un esempio di come la Congregazione ha saputo accompagnare una realtà che fino a pochi anni fa non era ancora coordinata. Una volta iniziato il processo delle IUS, notiamo con piacere un cammino ben coordinato, un coinvolgimento di tutte le ispettorie verso una visione comune e con delle linee di animazione condivise. Ecco un caso tipico che vediamo ripetuto anche in altri campi, per esempio nella scuola e nei CFP, nel settore della emarginazione in vari continenti.
Certo, una dimensione oggi più che mai evidente - e devo dire da molti pienamente assunta - è quella delle sinergie a tutto campo. Parlo del dialogo con le varie risorse educative come famiglia, chiesa, territorio. Cito il grande impegno nel cercare sinergie con altri agenti che come noi sono impegnati nella difesa dei diritti umani. È una strada che deve essere percorsa e maggiormente sollecitata e condivisa: collaborazione con altri agenti nella formazione professionale, nel settore universitario e in tutti gli ambiti della nostra azione educativa.

14. Il CG23 aveva individuato alcuni nodi-snodi nell’educazione dei giovani alla fede: la formazione della coscienza, l’educazione all’amore, la dimensione sociale della carità. Quali sono stati individuati adesso?
Attard: Nella seconda parte del CG23 abbiamo una sintesi della proposta spirituale salesiana che è ancora molto valida. Noto con dispiacere che è un Capitolo Generale poco conosciuto e che deve essere ancora esplorato. Durante il processo di ripensamento sulla pastorale giovanile, il CG23 è stato come un faro e le molte citazioni del testo lo testimoniano.
Detto questo, veniamo ai nodi. È importante dire che questi nodi emergono all’interno di una spiritualità che ha una meta. È lo stesso CG23 che dice: "Il cammino di educazione alla fede rivela progressivamente ai giovani un progetto originale di vita cristiana e li aiuta a prenderne consapevolezza. Il giovane impara ad esprimere un modo nuovo di essere credente nel mondo, e organizza la vita attorno ad alcune percezioni di fede, scelte di valori e atteggiamenti evangelici: vive una spiritualità" (CG23, 158).
Questa meta presuppone un processo dinamico che si svolge in quattro dimensioni fondamentali, che sono come aspetti integranti e complementari. Il tutto costituisce un quadro di riferimento antropologico, pedagogico e spirituale coerente per l’accompagnamento dei giovani nel delicato processo di crescita della loro umanità nella fede.
È all’interno di questo cammino che il CG23 offre alcuni nodi dell’educazione alla fede, mettendone a fuoco tre: la formazione della coscienza, l’educazione all’amore, la dimensione sociale della carità.
Sono nodi intessuti all’interno della proposta di pastorale salesiana. Come dice lo stesso CG23, "non si tratta di punti particolari ma di “spazi” dove si concentra il significato, la forza e la conflittualità della fede” (CG23, 181).
Di conseguenza non è che adesso questi tre nodi si ritengono superati o bisogna sostituirli. Il loro valore risulta dal fatto che essi appartengono al cammino della spiritualità giovanile salesiana. Nel testo del Quadro di Riferimento questi nodi sono presentati all’interno di un cammino di formazione integrale che nelle dimensioni fondamentali di cui esso è costituito trovano le loro radici e nelle proposte pastorali la loro attualità.

Per concretizzare l'onesti cittadini

15. A parte l’esperienza del volontariato (educativo o missionario), l’educazione sociopolitica non è in genere tra le attenzioni educative dei contesti salesiani...
Attard: Credo che qui abbiamo un punto sul quale dobbiamo impegnarci di più. È una sfida alla quale si è dato risalto nel Quadro di Riferimento perché qui sta una frontiera dove come salesiani abbiamo una parola da dire, una esperienza da condividere.
È importante richiamare qui l’impulso che ha dato don Pascual Chávez al tema dei diritti umani, e come tale orizzonte debba impegnare a tutti i livelli, perfino là dove si fanno le politiche giovanili. Una sua riflessione offre in sintesi ciò che ci si aspetta in questo campo: "Come salesiani l’educazione ai diritti umani, in particolare quelli dei minori, è la via privilegiata per realizzare nei diversi contesti l’impegno di prevenzione, di sviluppo umano integrale, di costruzione di un mondo più equo, più giusto, più salubre. Il linguaggio dei diritti umani ci permette anche il dialogo e l’inserimento della nostra pedagogia nelle differenti culture del mondo" (ACG 400).
In alcune ispettorie abbiamo delle buone pratiche dove come salesiani stiamo lavorando bene a favore di una coscientizzazione anche a livelli politicamente alti. Abbiamo altre esperienze dove agenzie ci chiamano per collaborare con loro nella difesa dei diritti dei ragazzi. Qui è importante anche richiamare l’impegno di tante ispettorie che con le loro presenze offrono appoggio per operazioni a favore di rifugiati. Però come detto all’inizio, rimane una sfida che ha molta strada davanti a sé.

La sfida delle altre religioni

16. Ci sono peculiarità salesiane della PG in contesti di diversa religione? Come attuare in essi la imprescindibile dimensione evangelizzatrice?
Attard: Questa domanda evidenzia uno dei punti cruciali della pastorale giovanile in vari contesti. Sappiamo bene che una buona parte della presenza salesiana si trova in contesti non-cristiani, contesti segnati da una o più religioni. Ecco allora il Quadro di Riferimento ha colto questo aspetto che vivono molti dei nostri salesiani e ha cercato di fare una proposta che aiuti tutti coloro che sono impegnati in questi ambienti. È interessante richiamare come i due documenti Evangelii Nuntiandi e Redemptoris Missio hanno un pensiero molto forte a proposito. Lo stesso vale per il nostro magistero salesiano.
Partendo dalle esperienze sul campo, va subito rilevato come il Sistema Preventivo ha dentro di sé questa capacità di dialogo con la diversità religiosa e culturale. Ponendo la persona del giovane al centro della sua attenzione, l’educazione salesiana incontra il giovane là dove si trova. Lo accetta così come è, con la sua storia, religione e cultura. L’educatore salesiano cammina con questi giovani nella loro ricerca del senso, del bene, del sacro. Li educa nel loro impegno di crescita. Li prepara ad un futuro dove la loro vita sia un segno di umanità riuscita.
In questo senso l’ispirazione del vangelo è fondamentale come spina dorsale della proposta educativa salesiana. Rimangono sempre forti e attuali le parole che il Beato Giovanni Paolo II scrive nella Redemptoris Missio, citando una famosa frase di Paolo VI dall’esortazione Evangelii Nuntiandi: "La prima forma di evangelizzazione è la testimonianza. L'uomo contemporaneo crede più ai testimoni che ai maestri (EN 41), più all'esperienza che alla dottrina, più alla vita e ai fatti che alle teorie. La testimonianza della vita cristiana è la prima e insostituibile forma della missione: Cristo, di cui noi continuiamo la missione, è il testimone per eccellenza (Ap 1,5; 3,14) e il modello della testimonianza cristiana… Il missionario che, pur con tutti i limiti e difetti umani, vive con semplicità secondo il modello di Cristo, è un segno di Dio e delle realtà trascendenti" (RM 42).
Su questo aspetto occorre dire qualcosa di non scontato né programmato a tavolino, ma lasciarsi sfidare e proporre cammini diversi e articolati, e prima ancora riflettere sulle nuove prassi. Durante il processo di ripensamento la presenza di salesiani da vari ambienti della Congregazione ha facilitato l’ascolto di questa sfida e altre simili. Credo che in questo senso una metodologia di un ascolto ad ampio raggio sia vincente perché non solo fa venire a galla le sfide che ci aspettano ma anche favorisce una lettura delle grandi possibilità che il carisma salesiano ha dentro di sé.

UN PROCESSO DI PERSONALIZZAZIONE E SPERIMENTAZIONE

17. Quali processi formativi verranno messi in atto per la socializzazione, interiorizzazione e messa in opera di questo modello di PG, presso le comunità e i salesiani, soprattutto quelli più giovani? E quali ulteriori passi devono essere fatti perché non ci si fossilizzi in magari nuovi slogan e categorie, senza tenere conto del cammino della storia e della società (e dei giovani e della chiesa)?
Attard: Questa è stata una priorità fin dall’inizio. È importante dire che il processo di ripensamento non è stato una ‘fase’, ma un cammino. Un cammino che nella sua prima parte ha visto il coinvolgimento delle comunità nella riflessione sul vissuto e nell’ascolto della propria storia. Però adesso il cammino continua, segue una seconda parte, quella di una riflessione sul Quadro di Riferimento capace di incoraggiare, sostenere e illuminare la nostra azione pastorale.
Anche qui la metodologia adoperata sarà quella di proporre cammini che coinvolgono varie persone in tutte le ispettorie così che loro stessi diventino protagonisti di processi sistematici e consistenti. Negli ultimi incontri regionali abbiamo chiesto a tutti i delegati della PG come loro vedono e proporrebbero la socializzazione del nuovo Quadro di Riferimento. Come Dicastero abbiamo ascoltato e accolto le loro idee e proposte. L’intenzione è che appena finisce il Capitolo Generale si pensi a proporre un cammino sistematico di studio, riflessione e formazione che coinvolga il maggior numero possibile di salesiani e laici in tutte le ispettorie.
In questa seconda fase è importante trasmettere il documento non come un insieme di ‘indicazioni per l’uso’, ma piuttosto come un tesoro che la Congregazione ha accumulato durante la sua storia, una storia bella da vivere e da raccontare. Spesso parlando con i delegati della PG riconosciamo che come salesiani abbiamo impiegato molta energia nella riflessione e nel vissuto della pastorale giovanile. Nella Chiesa a noi è stato affidato questo dono, che è anche una responsabilità. È bello riconoscere che abbiamo un tesoro che ci è stato affidato. Ma, come nella parabola dei talenti, guai a noi se lo nascondiamo, guai a noi se invece di gioia e ottimismo, questo dono ci procura paura e stanchezza.
Avendo vissuto questa prima fase del ripensamento, durante la quale ho incontrato tanti salesiani e laici generosi e dediti completamente alla missione giovanile, sono convinto che i prossimi sei anni offriranno una grande opportunità di crescita e di rafforzamento della pastorale giovanile salesiana.

Un testo per aiutare la comprensione e l'interiorizzazione

18. Il testo risulta arricchito con tavole, icone, citazioni, box, ecc. In cosa possono risultare utili o anche preziose?
Attard: Nel testo si nota subito che è stato dato grande rilievo alla riflessione della Chiesa e delle fonti salesiane. Di conseguenza, ci pareva importante dare risalto a questa ricchezza non tanto attraverso l’uso delle note a pie' di pagina, ma piuttosto integrando tali citazioni nel testo mettendole in un box, usando anche il sistema di disegni e icone per richiamare questi testi. È una scelta metodologica che speriamo porti a un uso maggiore e più facile di queste fonti.

19. La PG salesiana è articolata a livello organizzativo con delle figure e dei gruppi o équipe. C’è una modalità comune suggerita o tutto è lasciato ai diversi contesti nazionali e adattabile alle situazioni?
Attard: In questo caso, come d’altronde in ciò che ha a che fare con le scelte pastorali di fondo, il livello cosiddetto organizzativo non è intenzionato verso una funzionalità. Tanto per prendere un esempio, la figura del Direttore o del Delegato di PG non sono figure che assicurano una gestione. La loro è una missione. Sono chiamati a portare avanti una responsabilità, un ministero.
Qui non è che ci sono dei cambiamenti. Sappiamo bene che le figure di governo e di animazione trovano il loro paradigma nella stessa figura di don Bosco, pastore, guida, amico dei giovani.
La modalità comune allora non bisogna interpretarla come una camicia di forza. Piuttosto sono modalità che si sono sviluppate durante la nostra storia, sempre in riferimento alla esperienza originaria di Valdocco.

IL "SOGNO" SALESIANO

20. Cosa immagina o cosa sogna dopo tutto questo lavoro di elaborazione? In cosa potrà anche essere una indicazione o offerta ad altri contesti e ambienti pastorali non salesiani?
Attard: Sogno che ogni salesiano scopra quanto è bello seguire Gesù sui passi di don Bosco! Sogno una Congregazione dove il salesiano parla ai giovani attraverso il suo viso sereno, gioioso, felice. Sogno un cortile dove i giovani - quando incontrano il salesiano, un educatore/educatrice salesiani - sentono che si trovano davanti ad una persona autentica, di fede, che sa accogliere e donarsi senza risparmio. Sarà anche un po’ di poesia, questa. Ma i sogni si esprimono meglio con la poesia!
Intanto, accanto al sogno, vorrei che come Congregazione ci impegnassimo a conoscere meglio don Bosco, il suo patrimonio così ricco, bello e attuale. E la sua storia continua nella vita di ognuno e di ognuna di noi.
Vorrei concludere con una breve storia che mi è capitata qualche anno fa.
Mentre visitavo una certa ispettoria, mi hanno chiesto di offrire un pensiero a delle persone appartenenti a vari gruppi della Famiglia Salesiana. Ho deciso di iniziare con due domande. La prima: "Carissimi, voi amate don Bosco?". Ovviamente ho ricevuto un grande e sostenuto "Sì". Mi sono detto compiaciuto, poi ho proseguito: "Bene, adesso viene però la seconda domanda: Voi conoscete veramente don Bosco?". Ne seguì un silenzio un po' imbarazzante. Ho cercato di evitare lo sguardo diretto sui presenti. I pochi secondi che seguirono sembravano un'eternità. Dopo un po’, ho ripreso la parola, e con molto rispetto e calma ho detto: "Guardate, se noi non conosciamo don Bosco, quale don Bosco amiamo? Non possiamo veramente amare chi non conosciamo. Sarà una persona frutto della fantasia e non una persona reale. Don Bosco merita meglio!".
Ecco, concludo chiedendo al Signore che alla soglia del secondo centenario della nascita di don Bosco ci dia il coraggio e l’intelligenza spirituale per scoprire il nostro Padre e Maestro, conoscere la sua storia, la sua esperienza educativa e la sua spiritualità. Solo così giungeremo ad amarlo e a farlo amare dai giovani. Un amore - quello per don Bosco - che ha una sola destinazione – l’incontro e l'amicizia con il Signore Gesù!