Stampa
PDF

L’amore fra sessualità e fecondità (Dossier "La verità, vi prego, sull'amore" /3)

 

Roberto Carelli

(NPG 2015-02-6)


Il corpo dell’amore

Il fatto che la parabola occidentale dell’amore innamorato di se stesso abbia isolato l’amore dalle sue radici naturali e dal suo radicamento soprannaturale, dalla concretezza dei sessi e dal concretissimum di Dio, ha numerose ripercussioni non solo pratiche, ma anche teoriche. La diagnosi di Marion è che le filosofie dicono poco e male dell’amore, mentre le teologie dicono bene ma troppo: lo interpretano talmente alla luce della Passione «da annullare le passioni, senza prendere il tempo di rendere giustizia alla loro fenomenalità» . Il duplice rischio è dunque quello di naturalizzare l’amore ovvero di spiritualizzarlo: ciò che va perso è il corpo dell’amore, la sua effettività . Così, nel pensiero laico, il tema dell’amore viene perlopiù dirottato verso le “astrazioni” dell’affettività e della sessualità – scienza sexualis vs ars erotica, denuncia M. Foucault – mentre nella cultura cattolica viene troppo in fretta ricondotto al concetto di “persona”, ma a prescindere dalle sue determinazioni concrete . In entrambi i casi si tende a «dissolvere il valore architettonico che la polarità maschio-femmina assume nella tradizione culturale universale. Quel valore appare fastidioso, nel senso di divenire principio di discriminazioni e sofferenze» .
Ciò che urge, sia per rispetto alla realtà, sia per rigore metodico, è «il definitivo congedo da un razionalismo che non riconosce il debito radicale della coscienza nei confronti dell’esperienza pratica del senso – è questo l’apriori fenomenologico – ossia il superamento di una ermeneutica che rinuncia all’istanza veritativa» .
Il che, detto più semplicemente, significa che prima di interpretare (atteggiamento ermeneutico) c’è qualcosa da riconoscere (atteggiamento fenomenologico), ché altrimenti si rinuncia alla verità. E infatti non è che non si parli di sesso, che caso mai se ne parla troppo, ma non si parla dell’amore fra l’uomo e la donna, che della sessualità sono i referenti reali. D’altra parte lo abbiamo visto: «né l’amore romantico, né la relazione pura assumono il corpo sessuato nella sua dinamica intenzionale… Assorbito dall’intensità del sentimento o chiuso nella ricerca del proprio piacere o del vantaggio emotivo che la relazione può comportare, il soggetto non riesce a riconoscere il fondamento di quella stessa esperienza sessuale e affettiva che lo affascina» .
Inoltre, svincolata dalla polarità maschio-femmina e dai vincoli riproduttivi, la sessualità assume una figura polimorfa totalmente funzionale all’arbitrio dell’individuo e alla logica della “relazione pura”: «il corpo viene ad assumere una totale plasticità in funzione dei desideri soggettivi, senza che i dati naturali della sua configurazione biologica possono costituire un qualsiasi riferimento normativo, stabilito dalle consuetudini o dalle leggi della società. Così quelle che al tempo della normatività naturale erano considerate perversioni, sono ora soltanto forme di un legittimo pluralismo» .
Hadjadj sintetizza l’attuale lacerazione e derealizzazione dell’amore promossa in modo radicale dalle ideologie e politiche di Gender, in una «sconnessione radicale del rapporto sessuale rispetto alla fedeltà amorosa e alla procreazione: il primo viene ricondotto all’igiene, la seconda appare come un pericolo per l’esclusiva obbedienza al partito, la terza è appannaggio dei genetisti .
Bisogna tuttavia riconoscere che anche in teologia il plesso tematico di uomo, donna e generazione resta confinato nell’ambito della morale speciale, senza riuscire ad imporsi come tema capitale dell’antropologia teologica. È però chiaro che non è più possibile parlare dell’uomo ignorando che egli è figlio, che esiste solo come uomo e donna ed ha una destinazione paterna e materna. Il genere e la generazione non si aggiungono all’antropologia, la determinano costitutivamente .
È oggi tempo di rivendicare il carattere paradigmatico dei legami familiari: i legami nuziali e filiali sono il referente primario di cosa intendere per amore, è in essi che si realizza il primo apprendistato all’amore, è lì che se ne sperimentano le dimensioni costitutive e le sfumature più delicate. Un’indagine sull’amore che non prenda l’avvio dal suo referente familiare resta “campata per aria”, rischia di essere ininfluente e inconcludente, poco incisiva sul piano teorico e poco efficace all’atto pratico. In altri termini, gli affetti umani non sono un presupposto o una conseguenza dell’idea di amore, foss’anche dell’amore di Dio, perché proprio in essi l’idea di amore prende forma e l’amore di Dio si rivela. Sequeri dice giustamente che occorre «esplicitare il nesso che l’amore cristiano intrattiene con l’elaborazione dell’ordine umano degli affetti: nei pressi del giusto rapporto fra eros e philia. L’esplorazione non comincia dall’ordine del cuore e degli affetti della mente dell’homo sapiens: muove, concretamente, a partire dai legami dell’uomo, della donna, della generazione… Bisogna infatti che la lingua di agape sia capace di nominare e di articolare sin dall’inizio il suo rapporto con l’eros che prende forma in quei legami» .
Certo, l’eros fra uomo e donna e l’affetto fra genitori e figli non totalizzano l’esperienza dell’amore né assorbono le sue molteplici forme, ma è indubbio che ne sono l’archetipo. Tra gli altri, è G. Ambrosio ad aver chiarito bene la funzione globalmente umanizzante dei legami familiari, e dunque il profondo legame che intercorre fra famiglia e civiltà, precisamente fra lo sviluppo civile dei legami familiari e la radice familiare dei vincoli civili: «la famiglia resta la matrice fondamentale del processo di civilizzazione, nel senso che una società non può esistere se non dispone di una cultura che possa pensare e vivere in modo familiare ciò che sta oltre il suo orizzonte, ciò che è sconosciuto, estraneo, non-familiare. Anzi, la capacità di sviluppo di ogni società consiste nel saper tradurre il non-familiare in familiare. E, per fare questo, deve ricorrere a categorie simboliche che hanno nella famiglia il loro archetipo» .
Anche Papa Benedetto ha espresso vivacemente questa convinzione nella sua prima enciclica, mostrando di non voler parlare dell’amore di Dio senza includere l’amore umano, né parlare dell’eros umano deducendolo semplicemente dall’agape di Dio: «in tutta la molteplicità di significati, l’amore tra uomo e donna, nel quale corpo e anima concorrono inscindibilmente e all’essere umano si schiude una promessa di felicità che sembra irresistibile, emerge come archetipo di amore per eccellenza, al cui confronto, a prima vista, tutti gli altri tipi di amore sbiadiscono» .
Almeno cinque sono i motivi elementari e radicali che rendono paradigmatici gli affetti familiari per ogni altro tipo di amore. Il primo è che in essi si compie in tutti i sensi il gesto del dare e ricevere la vita che identifica l’essenza dell’amore come “dedizione” (Gv 15,13): vale per la mutua dedizione degli sposi, vale per il far esistere e ricevere l’esistenza dei genitori e dei figli. Il secondo è che i legami familiari sono costitutivi della nostra identità, particolarmente della nostra identità affettiva, ma non estranei alla nostra identità somatica, cognitiva e volitiva. Il terzo è che gli affetti primari congiungono spontaneamente la qualità biologica e la qualità spirituale della vita, poiché sono precisamente legami “d’amore”, ma di un amore che letteralmente “genera” legami. Il quarto motivo risiede nel fatto che proprio in famiglia si congiungono e si distinguono bisogni e desideri, piaceri primari e godimenti personali, amore affettivo e amore oblativo, affermazione di sé e promozione dell’altro, intimità familiare e apertura al sociale. Molto sagge sono in questo senso le parole di Lewis, che sottolineano bene la corporeità dell’amore e l’inopportunità di spiritualizzarlo: «esiste un innegabile continuità tra i nostri piaceri più elementari e i nostri affetti verso le persone. Poiché ciò che è in alto non si regge senza ciò che è in basso, sarà opportuno cominciare dal basso, dalle semplici predilezioni… Come la famiglia ci offre il primo gradino per il superamento dell’egocentrismo, così questo tipo d’amore ci offre il primo gradino per il superamento dell’egoismo familiare» .
L’ultimo motivo è la trasparenza teologale del mistero familiare in ordine al mistero trinitario di Dio. La creazione dell’uomo a immagine e somiglianza di Dio ha tanti riscontri, ma non può certo essere dichiarato insignificante – senza peraltro assecondare alcun letteralismo biblico – il fatto che «maschio e femmina li creò» dicendo loro «siate fecondi e moltiplicatevi» (Gn 1,27-28). In altre parole, nella famiglia splende non semplicemente la traccia del Creatore, ma di un Creatore trinitario. Come infatti l’amore trinitario di Dio porta in sé la distinzione delle persone, la loro unità e la loro fecondità, così è significativo che anche la famiglia, analogicamente, sia il sistema affettivo (libero, non “sistematico”) determinato dalla circolazione di identità, comunione e fecondità, il luogo di un amore triadico in cui c’è l’uno, l’altro e l’oltre, l’amante, l’amata e il frutto personale del reciproco amore. L’analogia, congelata da molti secoli, è certo ancora tutta da sviluppare, con rigore teologico e prudenza pastorale , ma intanto le parole di Giovanni Paolo II nella sua bella Lettera alle Famiglie hanno un sapore programmatico: «alla luce del Nuovo Testamento è possibile intravedere come il modello originario della famiglia vada ricercato in Dio stesso, nel mistero trinitario della sua vita. Il “Noi” divino costituisce il modello eterno del “noi” umano; di quel “noi” innanzitutto che è formato dall’uomo e dalla donna, creati ad immagine e somiglianza divina (n. 6)».
Come minimo, la relazione di famiglia e Trinità potrebbe ricordare che l’amore, se certo non può essere un monologo, non può ridursi neanche al dialogo: l’amore vero non è solo unitivo ma anche diffusivo, non solo scambio ma anche frutto, non solo corrispondenza ma anche eccedenza.

Il carattere nuziale e filiale dell’amore

Il fatto che l’amore di Dio si sia ultimamente rivelato come Padre e Figlio nello Spirito non dovrebbe essere un piccolo suggerimento per la riflessione sull’amore! Lévinas, filosofo di origine ebraica, riteneva giunto il momento che la categoria di “generazione” assumesse dignità ontologica , ma le ragioni cristiane di un pensiero della generazione sono ancora più stringenti. L’uomo non è solo e non principalmente ragione e libertà: l’uomo è prima e dopo tutto figlio! Anche la ragione e la libertà hanno radici affettive: senza amore i pensieri non si sviluppano e la libertà non matura. L’identità dell’uomo è un’identità costitutivamente familiare, nuziale, filiale e fraterna, perché l’origine e il destino dell’uomo è l’Amore. Lo sviluppo di un’antropologia dichiaratamente nuziale e filiale, oltre che fraterna, non può essere a nostro avviso più a lungo rimandato . Il tentativo dei nostri giorni di decostruire l’idea di famiglia chiamando “famiglia” qualunque aggregato affettivo è solo un motivo in più e non il più importante.
Sono quasi intuitivi i vantaggi di un pensiero della generazione. Ad esempio, si pensi come cambierebbe l’approccio all’eterna questione del rapporto fra essere e divenire nel quadro di un’ontologia della fecondità, cioè a procedere dall’intimo rapporto di amore e vita che è l’evento della generazione: è appunto questo l’evento che determina l’essere personale nella sua sussistenza e nella sua esistenza, cioè nella permanenza della sua identità e nella sua storia, nel riconoscimento della sua provenienza e nell’apertura al proprio destino. Qui ontologia e antropologia si illuminano a vicenda: il motivo per cui l’essere diviene sta proprio nel fatto che l’essere è amore, che è orientato in senso personale all’incessante dinamismo – la Scrittura direbbe “di generazione in generazione (da Gn 17,7 a Lc 1,50) – del riceversi in dono, riconoscersi come dono e farsi dono a propria volta. Similmente si può dire della coppia ontologica immanenza-trascendenza: un pensiero della fecondità non avrebbe difficoltà ad indicare la loro giusta articolazione proprio nell’evento della generazione: la fecondità è quella qualità immanente del dono d’amore fra gli sposi che dà luogo alla reale trascendenza del figlio . Ma ascoltiamo Cozzi nella sua recensione degli autori che più di tutti hanno contribuito a dare l’avvio a un pensiero in chiave generativa: «la differenza-unità Dio-uomo va misurata in termini di generazione filiale e non unicamente in termini di rapporto essere-ente o creatore-creatura… Ogni opera divina è paterna in se stessa e filiale nei suoi effetti, perché Dio è essenzialmente Padre… La verità dell’uomo va colta nella proporzione tra il riceversi, l’essere sé e il dono di sé. Ne deriva la forma familiare dell’umano come figura insuperabile di tutti rapporti. Ne emergono i due assi costitutivi dell’uomo: l’apriori parentale dell’umano e la sua figura filiale» .
A cavallo fra la teologia e la filosofia, uno dei teorici emergenti in tema di generazione, paternità e filiazione è senz’altro E. Tourpe. Limpide le sue parole nel riscattare la figura dell’uomo e dell’amore dal biologismo scientifico e dall’apriorismo filosofico. L’idea è che il corpo dell’uomo non è un semplice ente di natura, ma un ente evidentemente filiale, e la logica del dono non è uno schema generale di rapporti, ma ha il suo terreno di insorgenza primordiale nella filialità, poiché in essa, prima di ogni altro dono, ci è donata la vita stessa, e ci è donata come dono d’amore: «una ontologia analogica della fecondità, che sia la punta di eccellenza di un’ontologia dell’amore, deve ugualmente offrire a quella le coordinate di lavoro che né il biologismo nascosto, né l’astrazione evidente di molta etica del dono, possono pienamente offrire… In questo senso, la famiglia non è solamente chiesa domestica, essa è, come unione sponsale e come fecondità, la prima immagine di Dio e dell’essere… La fecondità di Dio è la chiave della fecondità dell’essere. Qui bisogna non passare vicino a San Tommaso, ma portare avanti San Tommaso» .
Certo, se riportiamo il discorso sul piano culturale e pastorale, è abissale la distanza fra questi pensieri e la piega che l’etica e il costume civile hanno preso in occidente. Recalcati, dalla sua postazione psicologica, denuncia in maniera vibrante, come del resto aveva già fatto Freud, l’ottuso e diffuso pensiero che dall’“autonomia”, passando per il mito dell’“autorealizzazione”, giunge ai giorni nostri al delirio tecnoscientifico dell’“autogenerazione”: «la celebrazione dell’io è per la psicoanalisi la follia più grande… Divenire genitori di se stessi è una follia pari a quella dell’io padrone in casa propria… In questo senso la libertà viene degradata a capriccio. Il capriccio è una forma della libertà separata dal senso etico della responsabilità… L’etica del capriccio è ridotta ad una estetica della sensazione immediata» .
Chiaro che la schiavitù della convinzione e del sentimento immediato di cui soffre l’uomo d’oggi dipende in larga parte da un deficit di amore filiale, che, quando c’è e gode di buona salute, ha radici e porta frutti, è sempre memoria e profezia. Propositivamente, Botturi, nel quadro di un pensiero teso ad integrare genealogia del soggetto e categorie generative (capace dunque di valorizzare criticamente la modernità), ha messo in evidenza come il rapporto di paternità/maternità e filiazione non è ancora l’ultima parola. Promettente sarebbe invece promuovere la categoria del “familiare” come luogo sintetico dei legami d’amore, anche qui in controtendenza rispetto ai tentativi di ridurre la famiglia a “modelli di famiglia” culturalmente condizionati: la famiglia non è «generativa perché fa figli, ma fa figli perché è preceduta da una relazione generativa, portatrice di una simbolica generativa peculiare ed esemplare. In questo senso bisogna dire che il paradigma più completo non è neppure la paternità ma l’essere famiglia. In questo senso è vero che, attraverso la pluralità delle sue forme, l’idea occidentale di famiglia incorpora un modello di umanità, sintesi di iniziativa della libertà, tempo della fedeltà e fecondità della relazione, in cui prendono forma le libertà dell’io-tu di coppia, il noi della relazione stabile, il lui-loro del terzo-terzi» .

L’iniziazione familiare dell’amore

In tema di affetti familiari e di famiglia affettiva occorre a nostro avviso evitare le forme del pessimismo e dell’ottimismo che ricorrono anche nel dibattito pastorale: il pessimismo dei profeti di sventura che annunciano la morte della famiglia, l’ottimismo di chi richiama sempre la permanenza del desiderio di famiglia nei giovani di oggi. Al di là dell’ovvietà dei due dati – fragilità e desiderio dei legami familiari – ai primi bisogna rispondere che il male non ha né la prima né l’ultima parola, ai secondi che il desiderio del bene non è però ancora la sua realizzazione. Ciò che conta è l’impegno teorico e pratico nel riscatto culturale della famiglia quale dimora primordiale dell’amore. Segnali di speranza ci sono, e li si rintraccia proprio laddove i legami sono fragili e desiderati. Ci sembra molto bello quanto dice Recalcati sui giovani di oggi, sul loro anelito a legami nuovi, in cui la legge e il desiderio ritrovino armonia, lasciandosi alle spalle il tempo delle trasgressioni edipiche e quello delle depressioni narcisistiche: «è indubbio che le giovani generazioni di oggi assomiglino più a Telemaco che a Edipo. Esse domandano che qualcosa faccia da padre, domandando che qualcosa torni dal mare, domandano una legge che possa riportare un nuovo ordine e un nuovo orizzonte nel loro mondo» .
Proviamo, in questa ottica di speranza, a disegnare un’agenda essenziale di obiettivi teorici che potrebbero intercettare l’interesse comune della società civile e della missione ecclesiale. La strategia che proponiamo è quella di valorizzare l’apporto specifico offerto dal legami familiari in quanto relazioni qualificate, portatrici di istruzioni non altrimenti reperibili in ordine alla sapienza dell’amore: troppo a lungo sono state ricondotte al tema generale delle relazioni, mentre sono queste a dover procedere da quelle. Lo riconosce molto bene S. Petrosino: «l’estremo interesse per la relazionalità non ha favorito un’adeguata indagine del legame genitori figli… Si potrebbe sostenere che la continua attenzione per la relazione abbia comportato una sostanziale disattenzione nei confronti di ciò che si stabilisce tra il genitore e il figlio» .
Si noti: pensare le relazioni “a procedere” dai legami familiari non significa “ridurle” ai legami familiari: il riscatto della famiglia non può avallare alcun “familismo”. Lo sanno bene i credenti, che da sempre assegnano un primato ai rapporti verginali in ordine alla testimonianza dell’amore di Dio, ben sapendo che i consacrati originano dai coniugati. Si ascolti questo mirabile passaggio di Guitton: «prerogativa del cristianesimo è di aver esaltato la famiglia fondata sull’amore e di aver saputo realizzare il puro amore al di fuori del sesso e della famiglia. Esso insomma non ha mai accettato che l’amore generatore basti a se stesso, o che basti a se stesso l’amore verginale; ha invece accordato questi due amori con delle affinità così profonde che la verginità ha bisogno della famiglia e la famiglia ha a sua volta bisogno di una partenosfera» .
1. Ci sembra anzitutto essenziale mettere mano a una fenomenologia dell’esperienza sessuale capace di riscattare, o quantomeno di impedire che resti oscurata, la differenza dei sessi . La relazione uomo-donna offre le istruzioni primordiali intorno alla dinamica dell’amore: nel loro scambio d’amore si apprende cosa sia un’unità duale e una dualità unificata, quale paradosso rappresenti il fenomeno dell’amore come unità differente e differenza unificata, come vadano chiariti e quale valore assumano i concetti di complementarietà e reciprocità, in che modo si possano integrare praticamente l’identica dignità e l’evidente asimmetria del dare e del ricevere, dell’agire e del patire, del dialogo e del silenzio, del rispetto dell’intimità dell’altro e della costruzione dell’intimità con l’altro. In una fenomenologia dell’esperienza sessuale, dice bene Chiodi, «viene alla luce l’impossibilità di dire se stessi se non con e per l’altro. La differenza sessuale si presenta come un modello esemplare e decisivo per comprendere nella coscienza la circolarità di identità e relazione nella differenza… nel senso di una reciprocità dialogica asimmetrica» .
Di modo che termini come “uguaglianza” o “parità”, senz’altro comprensibili nel loro peso etico-politico, vengano riconosciuti nella loro relativa astrazione e nell’effettiva carica ideologica che vi si è aggiunta. Anche perché, a ben vedere, se c’è un’esperienza che in sé non può suggerire il dominio e la soggezione, è proprio l’esperienza sessuale, che per quanto vulnerabile, manipolabile e pervertibile, è esperienza di spossessamento più che di possesso, di perdita di padronanza più che di gestione del potere, di contatto con un mistero permanente piuttosto che di banale comprensione. I fenomeni del corpo sessuato , dell’estasi erotica, della gravidanza e del parto, e poi tutte le gioie e le fatiche del vincolo coniugale e parentale, ne sono documento convincente e abbondante. Splendida l’illustrazione della Marzano: «la sessualità consente l’uscita del soggetto dal registro del dominio… La sessualità è un luogo di paradossi. Dandosi all’altro, si cede ciò che, di per sé, è inalienabile: il proprio corpo, la propria intimità, se stessi. Ma è proprio l’alienazione dell’incontro sessuale che caratterizza l’inalienabilità della persona. Oscillando tra regressione e maturazione, rimozione e ricostruzione, l’io emerge contestualmente alla perdita rinunciando al controllo di sé e dell’altro e accettando il rischio del coinvolgimento dell’abbandono, si scopre la possibilità di ritrovarsi nei propri gesti e in quelli dell’altro… Dare e prendere sono tutt’uno: si dà prendendo e si prende dando, in una circolazione infinita di avere e non avere. E se c’è sempre qualcosa dell’altro che si riesce a cogliere, c’è anche una parte che continuamente sfugge, che resta da desiderare» .
L’idea che l’uomo e la donna si comprendano solo nella reciproca relazione riconoscendo e valorizzando la rispettiva distinzione è tutta da guadagnare anche per le sue implicazioni educative. Non solo per la sua intrinseca verità, ma anche perché il carattere paradigmatico dell’intimità uomo-donna potrebbe utilmente diventare sorgente di ispirazione anche per i rapporti pubblici, per salvarli dall’anonimato impersonale e burocratico in cui sono precipitati. Ascoltiamo ancora Sequeri in un intervento sui percorsi di maturazione affettiva nella società odierna: «il contrafforte dell’esigenza, per altro sbandierata, di una migliore etica pubblica della cittadinanza moderna, potrebbe verosimilmente essere edificato dall’opportuna elaborazione antropologica della competenza materna-paterna-fraterna dell’iniziazione all’umano. Non dunque nel senso di un ulteriore rinforzo della retorica familistica; ma piuttosto nella direzione di un’antropologia che ne riconosca apertamente le virtualità insostituibili» .
Il punto è che tali “virtualità” vanno esplicitate e rese disponibili. Il riconoscimento della differenza uomo-donna, la valorizzazione del “genio” maschile e femminile e della rispettiva competenza paterno-materna a riguardo dei figli e al di là dei figli, devono essere riscattate nella loro elementare verità e nell’equilibrio della loro reciprocità: «l’attenzione e la sensibilità che nutrono la maturazione di questo spessore dell’interiorità sono simbolicamente materne. La riflessività e la progettualità che assicurano l’evoluzione della sua apertura sono simbolicamente paterne… La critica del patriarcato ha i suoi lati necessari. Un progetto e una storia senza attenzione e sensibilità per l’umano e i suoi affetti profondi, non sono una vita: al più una carriera. La madre-femmina concorre alla pari, nel gioco della trasmissione dell’umano. Ma ora sembra necessario che l’elemento femminile-materno, che ha saturato la scena della rappresentazione dell’umano attraendo i figli esclusivamente a sé, concorra ad indirizzare lo sguardo verso il padre-maschio».
Evidente è del resto lo sbilanciamento dei percorsi affettivi e dei processi formativi non più in senso patriarcale ma in senso nettamente “matrifocale”: «i mutamenti del secolo hanno avviato il ripensamento della tradizionale separazione dei compiti fra i genitori, e del tradizionale sbilanciamento dell’iniziazione verso i figli maschi. Effetto concomitante più vistoso, per il momento, è l’attenuazione dei ruoli genitoriali, che affollano indistintamente la zona primaria dell’accudimento e svaniscono in quelle successive. Inoltre, invece che il pareggiamento di iniziazione specificamente femminile (ovvero di una nascita spirituale forte compiuta anche per le donne), appare soprattutto l’attenuazione di quella maschile, onde assicurare pari opportunità ad entrambi» .
2. Contestualmente, una delle massime urgenze attuali, dopo l’epoca della “morte del padre”, è il riscatto della figura paterna. Il tratto tipico dell’amore paterno, assolutamente decisivo per riconciliare affetti e legami, e dunque restituire il giusto assetto ai legami familiari, la cui struttura portante si situa all’incrocio fra il “codice affettivo” e il “codice etico” , è quello responsabilizzante, ed è marcatamente differente da quello materno, tendenzialmente rassicurante. E infatti, mentre l’amore materno è realmente e simbolicamente unificante, connettivo, l’amore paterno è contrassegnato dalla funzione separante, distintiva. Ed è proprio l’unificazione dei due codici ciò che realizza il paradosso dell’identità filiale: essere figlio è esserci al modo del riceversi, è provenire e progettare, dover dir grazie di sé e decidere di sé, istinto di attaccamento e capacità di distacco, insomma essere di altri e essere se stessi, appartenere ed essere unici, avere una casa e saperla lasciare.
La versione paterna dell’amore è interessante, perché corregge e integra l’opinione comune per cui l’amore starebbe soprattutto sul versante del “vincolo” – quindi l’affetto, la tenerezza, l’intimità, l’immanenza – quando invece, se c’è qualcosa che oggi manca e che i giovani in fondo desiderano, è proprio la figura di un padre e con essa la capacità di un felice “svincolo”, che in nessun modo esprimerebbe un amore più piccolo. Introduce bene Botturi: «quella paterna è la sola relazione possibile con l’unicità stessa di un altro, è l’autentica figura di trascendenza verso altri… Nel rapporto di paternità viene tratteggiata la notevole figura del desiderio come energia attiva e attivatrice di un altro desiderio e quindi come dono non di qualcosa, ma come donazione del potere di dono… Coincide con la capacità del logos umano di farsi altro restando se stesso e di essere se stesso facendosi altro» .
Recalcati ha scritto pagine molto belle sulla figura del padre come figura distintiva, capace di correggere la deriva fusionale e confusionale che oggi affligge gli affetti giovanili. La specializzazione paterna, con la sua presenza asimmetrica e la sua funzione distintiva, consisterebbe nel non richiamare tanto la relazione quanto la dignità dei soggetti in gioco: «il richiamo alla relazione e alla reciprocità non è sufficiente per leggere il dramma, ma al tempo stesso anche l’estrema opportunità, che sempre accompagna il modo d’essere del padre e il modo d’essere del figlio… La paternità e la figliolanza rappresentano delle relazioni uniche nelle quali il primato spetta sempre ai termini in relazione, all’unicità dei termini relati… Il termine che forse meglio di altri sorprende il senso di un simile emergere è quello di liberazione: il padre è padre nel riconoscere il figlio, ma egli lo riconosce come figlio, e dunque si rivela come il padre, solo nel momento in cui lo libera consegnandolo a se stesso, chiamandolo alla sua unicità… Una relazione di tipo unico, e cioè una dipendenza votata all’indipendenza, dipendenza all’interno della quale l’essere del padre coincide con l’interesse stesso per la liberazione di indipendenza del figlio» .
Anche Marion ha pagine molto intense sul paradosso della paternità: poiché essere padre è generare un altro se stesso che è veramente altro, l’amore paterno è quello che con la sua tipica “marginalità” e “mancanza” esclude strutturalmente la reciprocità, ma proprio così afferma in tutta gratuità il figlio, propiziandone ed esaltandone l’autonomia, l’unicità e la novità. Già Lévinas lo aveva intuito: «il padre non è semplicemente causa del figlio» . In questo modo si intende chiarire che la cosiddetta “assenza dei padri” è inaccettabile dal punto di vista culturale, ma è determinante da un punto di vista affettivo: come la madre è colei che in qualche modo “è presente”, il padre è colui che in qualche modo “manca” e “ritorna”, propiziando l’atto umanizzante per eccellenza, l’atto di riconoscimento, che superando il dato biologico, rende padre un uomo e rende figlio un bambino . Il passo di Marion che riportiamo è davvero notevole: «il padre manca, è colui che manca. La mancanza del padre è la sua caratteristica principale, in quanto egli è presente soltanto nel momento della procreazione e poi scompare, non avendo il rapporto di immanenza che il figlio ha con la madre, e, dunque, non identificandosi con il figlio così come fa la madre…Il padre si eclissa e il suo mancare è la condizione della filiazione, perché il padre diviene tale quando riconosce il figlio e quando è riconosciuto dal figlio. In questo senso, dunque, il padre, per il suo ritirarsi iniziale, è il donatore assente, che parte e riparte di nuovo… un cattivo padre è colui che è sempre là, che è sempre presente, mentre un buon padre è colui che non è mai là, anche se, tuttavia, ritorna. Chi sta sempre là è un tiranno, è qualcuno che ha fallito, che non dovrebbe stare là. Il padre è colui che non deve essere là e che può tornare. Ha il diritto di ritornare, ma non di stare sempre là. Questa è la condizione perché la filiazione diventi un dono. Se il padre non è colui che manca, la filiazione non è un dono ma un possesso» .
Non per niente nella Scrittura il padre è la benedizione e la legge, è colui che con la sua testimonianza – che è presenza e assenza, dedizione e martirio – si smarca in onore e a favore della paternità assoluta e trascendente di Dio. Ciò equivale a dire che un padre dispotico e autoritario non è un buon padre, esattamente come non lo è un padre debole e privo di autorità. Non per niente l’atteggiarsi di Gesù nei riguardi dei discepoli in vista della sua passione è quello di una promessa di irrevocabile presenza – il dono dello Spirito, la Sua vita! – che però comporta un doloroso distacco e un’inequivocabile assenza – la sua passione, la Sua morte e Ascensione al cielo!
3. Il breve richiamo alla figura del padre suggerisce un ultimo spunto utile a riscattare il valore architettonico dei legami familiari per l’apprendistato dell’amore. Abbiamo talmente interiorizzato la specializzazione affettiva della famiglia, sentita come luogo dell’accudimento e della soddisfazione dei bisogni, da relegare alla sfera pubblica l’istanza etica, peraltro ridotta in senso convenzionale, procedurale e utilitaristico. Accade così che il soggetto debba proteggersi sia dalla vischiosità dei legami di sangue che dalla competitività dei vincoli professionali. Oltre all’effetto, già ricordato, dell’invadenza del pubblico, l’altro effetto è l’insofferenza per il privato. Sembra cioè che la famiglia non aiuti a maturare, ma a ristagnare. In realtà, quando il codice materno e il codice paterno sono attivi e collaborativi, la famiglia è al tempo stesso il luogo della gratuità e il luogo della responsabilità. È proprio in famiglia che si impara ad amare in maniera responsabile e a rispondere dell’altro per amore. Con Ambrosio, bisogna ammettere che «la famiglia è il luogo per eccellenza degli affetti più profondi ma anche il luogo sorgivo della responsabilità nei confronti dell’altro. La qualità etico-affettiva costituisce la struttura portante delle diverse relazioni» .
In effetti, in famiglia si impara ad amare perché in essa non si impara solo a vivere i legami ma anche ad affrontare i distacchi: è il luogo delle esperienze radicali del nascere e del morire, del dimorare e del partire, del prendersi cura e dell’affidare ad altre cure, dell’apertura di possibilità e del contatto con il limite. Pertinente è anche in questo caso uno spunto di Recalcati, che segnala la corrispondenza fra il gesto paterno del generare e il gesto filiale dell’ereditare. In entrambi i casi – il codice paterno lo ha messo in luce – non vi è nulla di automatico. Come in termini generali ogni dono richiede accoglienza, analogamente non c’è generazione senza investitura paterna e riconoscimento filiale, e per lo stesso motivo non vi è autentica eredità se non nella sua libera appropriazione. Prendendo spunto da un famoso aforisma di Goethe, nel quale si dice “ciò che hai ereditato dai padri, conquistalo per possederlo”, Recalcati – richiamando tra l’altro le parole di Gesù a Nicodemo – espone la tesi che ereditare è come nascere una seconda volta: «l’eredità non è mai per natura, per destino, per necessità. È solo in un movimento di riconquista del proprio passato. L’eredità non è una rendita. Erede non è colui che incassa dei beni o dei geni; l’eredità autentica non è un fatto di sangue o di biologia» .
Certo, se il farsi erede è il modo con cui un figlio onora il suo essere generato, e questo consiste nella soggettivazione della propria provenienza, è chiaro che l’amore familiare può ammalarsi in due modi, che in fondo coincidono con le figure dei due figli della parabola del Padre misericordioso: o per eccesso di vincolo, nell’attaccamento o nella soggezione al passato, o per eccesso di svincolo, nel rifiuto insofferente di ogni debito. Ma in entrambi i casi la circolazione di beni che è propria dello scambio d’amore si interrompe, e la figura filiale dell’uomo scompare: «Il movimento dell’ereditare può fallire in due modi fondamentali: assimilando l’eredità alla mera ripetizione di ciò che è già stato… Ma ereditare non è ripetere. Anzi, la ripetizione del passato, l’eccesso di identificazione, di incollamento, di alienazione, l’assenza di separazione dal passato, sono modi in cui l’atto dell’ereditare può fallire… Esiste un altro modo di fallire l’eredità. Si tratta della recisione del legame con il passato, del rifiuto della memoria, della cancellazione del debito simbolico che accompagna la nostra provenienza. Ma senza memoria non c’è eredità» .
Gli spunti educativi, in questa parte, sono già abbondanti. Uno mi sembra li possa riassumere come indicazione strategica. La crisi della famiglia trascina con sé anche il desiderio di generare e il compito di educare. La tentazione è allora quella di sostituire la famiglia con altre agenzie: per intenderci, fecondazione assistita ed educazione di stato. Ma la famiglia rimane insostituibile. Va semplicemente sostenuta e accompagnata, e per questo occorre investire nella formazione alla famiglia e della famiglia. Almeno quattro i punti di insistenza:
- Non osi separare l’uomo ciò che Dio ha unito e ciò che in Dio è unito. Formare alla famiglia è aiutare a percepire la trama delle relazioni familiari come il riflesso primordiale dell’ordine dell’amore, che è sempre circolazione di differenza, comunione e fecondità. Come abbiamo visto, ciò richiede oggi precise disposizioni d’animo: rialfabetizzare la distinzione uomo-donna, assicurare le condizioni del dialogo integrando codice affettivo e codice etico, bilanciare l’amore materno con il riscatto della figura paterna, al fine di regolare quella giusta vicinanza e distanza, quel saper prendere e saper perdere, quel prendere in consegna e saper riconsegnare, quella libertà del dono e quel dono della libertà, che insieme costituiscono il “respiro” dell’amore.
- Se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori. Formare alla famiglia è portare ad interiorizzare che la sola forza degli affetti umani ha il fiato corto se non si rivolge alla sorgente con la preghiera e non si declina nel concreto col servizio. L’amore familiare è dono e compito: è la grazia dell’Eucaristia e del Matrimonio, che abilita gli sposi ad amare come Gesù, che è Servo e Signore, ed è il compito quotidiano di riconoscersi signori nell’amore e di farsi servi per amore, di una signoria non dispotica e di un servizio non servile.
- L’amore ha le sue regole: quanto agli affetti familiari, nella Bibbia le regole sono due, l’onore e l’obbedienza. Sono una via sicura: preservano dalle due minacce sempre ricorrenti, la secolarizzazione dei rapporti o la loro spiritualizzazione. “Onorare” è rendersi conto di chi è l’altro di fronte a me, di chi sono io per l’altro, di come nel concreto scambio tra le generazioni, tra gli sposi e con i figli avvengono innumerevoli passaggi di Dio. E “obbedire” è aderire a queste relazioni, coltivarle responsabilmente, rifuggendo sia dalla ribellione che dal conformismo, dalla disobbedienza e dall’obbedienza servile.
- La famiglia e lo spirito di famiglia: in un tempo in cui le forme dell’amore sono scosse fin dalle fondamenta il potere configurante degli affetti familiari per ogni altro legame raccomanda di valorizzare esplicitamente la famiglia non solo come destinatario dell’azione pastorale, ma anche come soggetto dotato di una responsabilità non trasferibile e di un’originale incidenza missionaria. E rende impensabile una pastorale giovanile dissociata dalla pastorale familiare: la presenza, l’affetto, la testimonianza, il servizio e soprattutto la titolarità educativa delle famiglie, ciascuna secondo le età e i doni di natura e grazia di cui sono ricche, sono la migliore forma di educazione affettiva che si possa offrire, perché è dotata di quella forza persuasiva che nessuna catechesi o corso formativo possono sostituire. Piuttosto, ogni incontro formativo potrà sempre esplicitare ed approfondire le ragioni, le finezze e le ferite di quell’amore e quell’eredità familiare che si sono incontrati nella comunità domestica e nella comunità cristiana, e che in qualche modo, in bene e in male, hanno plasmato la nostra identità.


NOTE

[1] Il fenomeno erotico, 5.
[2] Molto penetrante è in questo senso il giudizio di Guitton: «avendo staccato l’amore dalla società familiare e religiosa, si rischia di realizzare da un lato una società coniugale senza amore o persino una religione senza amore, e dall’altro un amore al di fuori della società naturale e della religione stabilita» (Saggio sull’amore umano, 47).
[3] Cf. M. Foucault, Storia della sessualità, Feltrinelli, Milano 2013.
[4] M. Chiodi, Maschio e femmina e reciprocità personale, in Maschio e femmina, 33-87, 53.
[5] G. Angelini, Introduzione, in Aa.Vv., Maschio e femmina, 7-32, 31.
[6] M. Chiodi, Maschio e femmina e reciprocità personale, 80.
[7] L. Melina, Il corpo nuziale e la sua vocazione all’amore, in Maschio e femmina, 89-116, 93.94.
[8] Ibi, 92. Sintomaticamente “senza amore” – il quale riconcilia unità e differenza – sono le oscillazioni di gran parte del femminismo teorico: dalla rivendicazione dell’uguaglianza, alla radicalizzazione della differenza, fino al superamento del binarismo dei sessi (cf. G. Angelini, Eros e agape, 287).
[9] Mistica della carne, 154.
[10] Cf. G. Angelini, Ripensare l’uomo a procedere dalla relazione tra genitori e figli, in Genitori e figli, 259-294.
[11] Logos, legami e affetti, 87.
[12] La famiglia affettiva, 70.
[13] Deus caritas est, 2.
[14] I quattro amori, 19.30.
[15] Per approfondimenti teologici, mi permetto di rimandare a R. Carelli, L’uomo e la donna nella teologia di H.U. von Balthasar, Eupress, Lugano 2007.
[16] Totalità e infinito, 286.
[17] Con taglio differente, ma con la stessa convinzione che i legami familiari siano costitutivi della genealogia della persona, v. A. Bellingreri, La famiglia come esistenziale. Saggio di antropologia pedagogica, La Scuola, Brescia 2014, G. Mazzanti, Evangelium nuptiae. Il progetto di Dio per l’umanità, Effatà, Cantalupa 2011, G. Angelini, Il figlio. Una benedizione, un compito, Vita e Pensiero, Milano 1994, G.C. Pagazzi, C’è posto per tutti, Legami fraterni, paura, fede, Vita e Pensiero, Milano 2008, Aa.Vv., Antropologia e pastorale. Per un’antropologia della filialità tra dono e alterità, Il Pozzo di Giacobbe, Trapani 2011.
[18] «Si può riconoscere nella generatività il centro dell’affettività umana. In tal senso la famiglia non è chiamata solo o prima di tutto a generare figli, ma deve esprimere in primo luogo il legame generativo che la costituisce. La famiglia, quindi, non è generativa per il fatto di dare alla luce dei figli, ma dà alla luce dei figli in quanto è in se stessa generativa» (Comitato scientifico Cattolici Italiani, La famiglia, speranza e futuro per la società italiana, Paoline, Milano 2013, 32).
[19] Il mistero del Figlio, 176.168.197.
[20] Potentia Dei, fecunditas entis. La ricerca dei fondamenti metafisici di una ontologia della fecondità secondo Tommaso e dopo Boheme, in Di generazione in generazione, 141-160, 142.151.154.
[21] Cosa significa ereditare? Paternità e trasmissione del desiderio, in Di generazione in generazione, 3-9, 3.4.
[22] Generatività: fondamento dell’alleanza tra le generazioni, in Di generazione in generazione, 11-28, 28.
[23] Imago patris, in Aa.Vv., Eredi. Ripensare i padri, Rizzoli, Milano 2012, 63-77, 64.
[24] La reciprocità senza legami, in Genitori e figli, 97-146, 97.
[25] Saggio sull’amore umano, 266.
[26] Si tratta di un dato che trova riscontri dappertutto: dal buon senso alla ragione scientifica fino alla ragione teologica. Un esempio per tutti, che pesca dal rigore di Aristotele e aggiorna in linguaggio corrente e immediato: «il maschile corrisponde a un’operazione transitiva, e di conseguenza visibile: egli getta il suo seme fuori di sé; il suo tempo sessuale è breve, e il suo spazio è il fuori: è lo spazio-tempo dell’eiaculazione. Il femminile corrisponde a un’operazione immanente, e quindi invisibile: accoglie in sé qualcosa che si crea malgrado lei; il suo tempo sessuale è lungo, il suo spazio è quello dell’interiorità: è lo spazio-tempo della gestazione. Portare l’altro dentro di sé, lasciare che dentro di sé si compia una crescita misteriosa: queste qualità femminili non sono esattamente le stesse dell’anima in rapporto al Creatore e al Salvatore?» (F. Hadjadj, Mistica della carne, 192).
[27] Maschio e femmina e reciprocità personale, 85.
[28] Anche il riscontro scientifico, oltre che l’evidenza immediata e il pensiero filosofico e teologico, attestano oggi che la determinazione sessuata dell’uomo non può essere decostruita: che l’identità sessuata e ancor più quella sessuale non siano deterministiche non significa che siano indeterminate. V. il testo molto chiaro e argomentato di L. Palazzani, Sex/Gender: gli equivoci dell’uguaglianza, Giappichelli, Torino 2011, 103-113.
[29] La fine del desiderio, Mondadori, Milano 2012, 21.22.25. Ancora più penetranti le osservazioni fenomenologiche: «la carne di un altro dovrà per definizione comportarsi all'opposto dei corpi fisici, ovvero come la mia carne si comporta incontrandoli, non resistendo, ritirandosi, lasciandosi spogliare della propria impenetrabilità, soffrendo nel lasciarsi penetrare… Per quanto possa sembrare sorprendente, nella situazione di erotizzazione nessuno possiede nessuno né se ne ritrova posseduto, perché nessuna carne come tale domina né si trova dominata, nessuna carne guida e nessuna segue (Il fenomeno erotico, 157). Altrettanto intense le espressioni sul carattere espropriante del terzo, il figlio: Non dipende dagli amanti diventare genitori, pur se lo possono; come posso diventare amante perché lo decido, non basta che decido di diventare genitore per diventarlo; non basta volere e decidere di fare un figlio, perché questo avvenga effettivamente. In primo luogo, perché non si può mai “fare” un figlio, malgrado tutte le volontà e tutti i dispositivi che sostengono questa tesi… Pur provenendo completamente da noi, non dipende comunque esclusivamente da noi il fatto che arrivi o non arrivi (ibi, 253.254).
[30] L’iniziazione interminabile, 94.86.84.
[31] Cf. E. Scabini, Affetti, legami, generatività, in Aa.Vv., Affetti e legami, 123-131,
[32] Generatività, 21.24.26.
[33] Imago patris, 98-99.121.130.
[34] Totalità e infinito, 289.
[35] È infatti sintomatico che si continui a denunciare l’assenza dei padri anche in un’epoca in cui non sono mai stati così presenti. Ciò sia detto, evidentemente, a prescindere dalle situazioni – e rimangono molte – di immaturità, irresponsabilità, degrado.
[36] Dialoghi sull’amore, Rosenberg & Sellier, Torino 2007, 66.
[37] La famiglia affettiva, 74.
[38] Imago patris, 65.
[39] Ibi, 66.70.

Newsletter
Dicembre 2018
NLdic18

Verso Panama 
XXXIV GMG
  

logo panama

Sinodo sui giovani 
Un osservatorio
Commenti. riflessioni, proposte  

logo-SINODO-GIOVANI-colori-295x300

Giovani 
nel digitale
Esercizi di discernimento  

iphone mano

Newsletter NPG



Ricevi HTML?

invetrina2

Laboratorio
dei talenti 2.0
Una rubrica FOI

rubrica oratorio ridotta

No balconear 
Rubrica ispirata al/dal Papa
 

lostintranslation 1

Sulle spalle... 
dei giganti

giganti

Temi di PU 
(pastorale universitaria)

temi di PU

rubriche

 Il Vangelo
del giorno
(Monastero di Bose)

Lezionario 1

Storia "artistica"
della salvezza 

agnolo bronzino discesa di cristo al limbo 1552 dettaglio2

I cammini 
Una proposta-esperienza
per i giovani
e materiali utili

vie

Bellezza, arte 
e PG
(e lettere dal mondo)

arteepg

Etty Hillesum 
una spiritualità
per i giovani

 Etty

Semi di
spiritualità
Il senso nei frammenti

spighe

 

Società, giovani 
e ragazzi
Aspetti socio-psico-pedagogici  

ragazziegiovani

LIVE

Contattaci

Note di pastorale giovanile
via Marsala 42
00185 Roma

Telefono: 06 49 40 442

Fax: 06 44 63 614

Email

Il numero di NPG 
in corso
Dicembre 2018

400 dic 18

Il numero di NPG 
precedente
Novembre 2018

NPG novembre 2018

Post It

1. In spedizione e on line la Newsletter di dicembre, con il dossier sulla SCUOLA e la Via Amerina come cammino proposto e "commentato"

2. Sul sito, il più completo RAPPORTO SUL SINODO esistente on line

3. In homepage materiali relativi alla prossima GMG di Panama

4. Abbiamo inserito nel sito tutta l'annata NPG del 2014. Ecco la ragione per cui tra gli "ultimi articoli inseriti" compaiono anche scritti di quell'anno

Le ANNATE di NPG 
1967-2019 

annateNPG

I DOSSIER di NPG 
(dall'ultimo ai primi) 
 

dossier

Le RUBRICHE NPG 
(in ordine alfabetico)
Alcune ancora da completare 
 

Rubriche

Gli AUTORI di NPG
ieri e oggi 

pennapennino

Gli EDITORIALI NPG 
1967-2019 

editorialeRIDOTTO

INDICI NPG
50 ANNI
 
Voci tematiche - Autori - Dossier

search

VOCI TEMATICHE 
di NPG
(in ordine alfabetico) 
 

dizionario

I LIBRI di NPG 
Giovani e ragazzi,
educazione, pastorale
 

libriNPG

I «QUADERNI» 
dell'animatore

quaderni

 

Alcuni PERCORSI 
educativo-pastorali in NPG
 

percorsi

I SEMPREVERDI 
I migliori DOSSIER di NPG 
 

vite N1

NOTE'S GRAFFITI 
Materiali di lavoro
con gruppi di ragazzi e adolescenti 
 

medium

Di animazione,
animatori
e altre questioni
NPG e «animazione culturale»

animatori

Sussidi e materiali 
x l'animatore in gruppo 
 

cassetta

webtvpic

SOCIAL AREA

 
socialareaok2 r1_c1_s1 socialareaok2 r1_c2_s1 socialareaok2 r1_c3_s1 socialareaok2 r1_c4_s1