La prima

e l’ultima carezza

Silvia Vegetti Finzi

Dei cinque sensi il tatto è l’ultimo. Nel nostro mondo vista e udito abitano i piani nobili, odorato e gusto sono confinati in quelli inferiori mentre troviamo relegato nello scantinato il quinto e ultimo senso, il tatto appunto. Ma, come vedremo, proprio il fatto di appartenere alla dimensione dell’infimo lo rende suscettibile di un processo di riqualificazione che lo innalza alle vette del sublime.
Innanzitutto un paradosso: le sensazioni tattili ci pervengono attraverso la pelle, l’organo più esteso del corpo umano. Anche quando viene impegnato intenzionalmente, il tatto non solo riceve dagli oggetti poche informazioni, ma possiede scarse capacità di elaborarle, di tradurle in parole, di condividerle. Mentre gli psicologi cognitivisti hanno individuato vari tipi d’intelligenza a seconda del senso prevalente per cui vi è una intelligenza visiva, verbale, auditiva, non si cita mai l’intelligenza tattile, né si ricordano artisti particolarmente dotati in tal senso. Sappiamo però che Michelangelo aveva, con il marmo che andava modellando, un rapporto corporeo, tattile; era solito accarezzare le superfici lisce o scabre delle statue come fossero l’epidermide o le vesti di una persona viva cui mancava, come al Mosè ora a San Pietro in Vincoli, solo la parola.
Nonostante la straordinaria ampiezza delle aree cerebrali riservate alla mano e alla bocca, il tatto rimane per noi un senso poco esplorato e scarsamente utilizzato, una potenzialità che non evolve con l’età e che poco si perfeziona con la cultura. Persino la medicina, che con Galeno ha descritto analiticamente l’anatomia e la fisiologia del corpo umano, ha trattato ben poco le funzioni e le patologie del tatto.
Sappiamo che è pericolosissimo nascere deprivati di questo senso e che è a rischio la sopravvivenza stessa. Ma, forse perché accade raramente, quella patologia rimane relegata nell’ambito specialistico, senza coinvolgere l’opinione comune. Mentre la cecità, la sordità e il mutismo sono patologie conosciute, indagate e rappresentate sino a divenire un sapere condiviso che alimenta tutta una serie di metafore e di allegorie (basta pensare all’espressione “emotivamente sordo” o alla dea Fortuna dagli occhi bendati), la patologia che impedisce di stabilire un contatto tattile con gli oggetti rimane un’eventualità remota, un problema che riguarda esclusivamente gli specialisti.
Eppure spetta al tatto stabilire il primo, più immediato, contatto immunitario col mondo informandoci, in presa diretta, su ciò che può scottare, pungere, tagliare, che ci fa bene o male, che può essere toccato con piacere o fuggito con timore. Eppure negli ultimi anni sostanze usate quotidianamente, come i detersivi, il lattice, i cosmetici, e persino elementi naturali, come la frutta trattata con anticrittogamici, risultano spesso lesivi per le mucose della pelle. Le dermatiti da contatto appaiono patologie sempre più diffuse e l’uso dei guanti è un modo ormai abituale per toccare le cose senza esserne toccati, tanto che alla fine, per un rovesciamento speculare dei rapporti, gli intoccabili siamo noi.
Tuttavia, nonostante le esperienze tattili risultino necessarie alla nostra incolumità, nella vita di ogni giorno contraddistinta dalla superficialità e dalla fretta i messaggi che il tatto ci invia vengono spesso trascurati e i segnali d’allarme disattesi. Tanto che, finché non sopraggiungono avvisi di grave pericolo, il tatto sembra sottoposto a una sorta di anestesia locale.
Lo stesso accade per i contatti gradevoli: indossare vesti morbide, sentire sulla pelle la sabbia calda della spiaggia, l’onda fresca del mare, il soffio del vento, accarezzare la pelliccia morbida di un gatto, sfogliare tra le dita i petali di un fiore o seguire con il corpo rilassato le linee sinuose di uno scoglio sono percezioni vissute sovente soprapensiero, eventi marginali che non richiedono attenzione, non coinvolgono la coscienza, non attivano la memoria.
Ma non sono solo le informazioni che provengono dall’esterno a essere disattese, anche le sollecitazioni endogene, che ci giungono dall’interno del corpo, restano spesso inascoltate. Accade sempre più frequentemente che una donna in gravidanza non recepisca i movimenti del feto e che il pensiero ignori i segnali di malessere che un organo malato gli invia. Ci comportiamo verso le sensazioni endogene come se avessimo staccato la spina che congiunge il corpo alla mente.
Solo gli artisti sanno cogliere le segrete risonanze del corpo, persino del tatto, tradurle in simboli e comunicare agli altri le emozioni che esse suscitano. Per cui, paradossalmente, è più facile per noi “sentire” attraverso l’opera d’arte che nella realtà. Anche quando il piacere tattile viene recepito e apprezzato, è poi difficile dargli parola, comunicarlo, condividerlo. Il più delle volte, quando il contatto con le cose ci rinvia un’impressione intensa o sorprendente si dice, rivolgendosi a chi ci sta vicino «tocca, senti anche tu».
Ecco, la prossimità e l’immediatezza mi sembrano le caratteristiche principali del tatto, ciò che lo rende al tempo stesso infimo e, come vedremo, sublime. L’apparato tattile, infatti, che percepisce l’oggetto solo per contatto diretto tra le due superfici, la pelle e la cosa, contrariamente alla vista e all’udito non fruisce di mediatori. Siamo in grado di ricevere informazioni da ogni parte del mondo, di vedere e di ascoltare chi si trova nello spazio o in fondo all’oceano, ma non possiamo in alcun modo condividere le percezioni tattili, che non prevedono mediazioni, non consentono trasferimenti. Mentre un suono si può udire nel silenzio e solo sul vuoto si può scorgere un segno, qual è lo sfondo del tatto?
Il tatto è un senso decontestualizzato, spaesato, che richiede altre informazioni, non essendo, di per sé, esaustivo. Inoltre, mentre siamo soliti udire molti suoni e vedere una quantità di immagini contemporaneamente, recepiamo una informazione tattile per volta. Per questo, nell’era delle telecomunicazioni, il tatto, come fosse fatto di una materia particolarmente pesante, rimane a terra. Mentre la commercializzazione delle varie forme di comunicazione sensoriale favorisce la strumentalizzazione e la manipolazione dei messaggi, spesso utilizzati dalla pubblicità per suggestionare e condizionare atteggiamenti e comportamenti, il tatto, il più discreto dei sensi, non partecipa di questa mercificazione, restando per lo più relegato nella nicchia del privato, dell’intimo, del sensibile, del non dicibile.
Ignorato dalla società perché considerato superfluo, emarginato dalla mente come irrilevante, viene per lo più riservato ai competenti: a coloro che valutano i tessuti, i cosmetici, gli alimenti, la gradevolezza degli oggetti d’uso. Oppure ai medici che ancora ricorrono, proseguendo una plurisecolare tradizione, alla palpazione del corpo malato. Il tatto non ha mai goduto di prestigio.
Aristotele nel De anima lo considera una facoltà nutritiva e accrescitiva, finalizzata alla sopravvivenza dell’individuo e della specie, che tutti gli esseri viventi possiedono e che pertanto non è specificamente umana. Sorprendentemente attribuisce però al tatto il piacere sessuale. Qual è il senso di questa inattesa connessione? Certo, non di valorizzare il tatto ma di svalutare la sessualità. Degradando il piacere sessuale alla semplice funzione tattile, Aristotele intende infatti purificare l’anima, che Platone considerava attivata dal desiderio erotico e perturbata dalle sue contraddizioni, per consacrarla, così sublimata, al servizio delle istanze superiori, la conoscenza e la virtù. Un’operazione teorica decisiva che separa e contrappone anima e corpo, che sarà confermata da Galeno e accettata per secoli dal pensiero filosofico e scientifico dominante.
Dovremo attendere Freud perché alla sessualità venga riconosciuta la funzione energetica che le attribuiva Platone, perché si ammetta che il pensiero emerge dal substrato delle pulsioni sessuali tramite il desiderio, in una commistione di psiche e soma mai risolta una volta per tutte. Per Aristotele invece l’anima può o meglio deve svincolarsi dalla sessualità per guidare l’uomo verso la sua più alta realizzazione. I piaceri della vista e dell’udito, per certi versi incorporei, partecipano dell’anima, quelli del tatto invece, legati alla materialità del contatto, dello sfregamento meccanico degli organi, sono propri delle bestie e degli schiavi. Tuttavia, per quanto degradato, forse perché degradato, il tatto mantiene per Aristotele un rapporto privilegiato con la verità. In generale i sensi non mentono, perché rinviano dati diretti, obiettivi, reali.
È al tatto, in quanto sensazione pura, disgiunta dal pensiero, che si chiede la prova della verità. Anche se questa acquisizione di verità viene pagata con l’impoverimento estremo dell’esperienza, ridotta a mera ricezione di stimoli somatici. È vero che possiamo ignorare di avere un sassolino nella scarpa, ma il contatto con l’altro è sempre carico d’intensità. Noi non abbiamo bisogno di oggetti ma di affetti, e il desiderio, secondo Lacan, è sempre desiderio dell’altro, desiderio d’amore, persino quando si esprime nelle forme distruttive dell’odio.
Nel gioco degli scambi siamo impegnati in modo reciproco, sia nella percezione fisica, tattile, dell’altro (per cui se io sento te, tu senti me), sia nella sua funzione traslata, nei rapporti comunicativi della psiche. Tanto che è quasi impossibile separare le due funzioni del tatto, come sensazione e come relazione. È significativo inoltre che le emozioni si esprimano innanzitutto attraverso la pelle, l’organo del tatto. Vedendo un volto impallidire o arrossire siamo spesso in grado di dedurne lo stato affettivo. Ma è ancor più significativo che il linguaggio attribuisca al tatto, il più concreto dei sensi, proprio le funzioni più squisitamente mentali, quelle particolarmente difficili da definire e condividere espressioni come “avere tatto”, “soffrire sulla propria pelle”, “provare una sensazione di pelle”, “sentirsi in contatto”, “toccare con mano” alludono a operazioni mentali ineffabili, le più lontane dalla sfera dei sensi e al tempo stesso le più capaci di esprimerla.
Ma se consideriamo l’esperienza tattile nel suo insieme e ne seguiamo lo svolgimento lungo il corso della vita, vediamo che essa emerge dal substrato vitale che dà inizio all’esistenza: il corpo della madre da cui viene ogni cosa. Il primo organo che si forma evolvendo dal “foglietto embrionale” è proprio la pelle e, ancor prima che scadano i due mesi di gestazione, il feto ha già acquisito sensibilità tattile. Non ha ancora né occhi né orecchie ma la pelle è già sviluppata. Come un involucro, lo contiene durante i nove mesi di esistenza acquatica e, dopo il parto, si adatta immediatamente all’atmosfera aerea, molto più complessa. Da allora in poi, la pelle sarà il maggior tramite di comunicazione tra mondo interno e mondo esterno, nei due sensi: dal corpo alla psiche e dalla psiche al corpo. Da una parte, la pelle invia alla mente informazioni essenziali per la nostra capacità di sopravvivere e di conoscere il mondo. Dall’altra, come insegna la medicina psicosomatica, rivela la psiche, manifestandone, in positivo e in negativo, gli squilibri emotivi.
La pelle è un linguaggio e, come ogni linguaggio, richiede un interlocutore. Per ognuno il primo interlocutore è la madre. Quando viene al mondo, il neonato ha precedentemente funzionato in modo simbiotico con il corpo materno e la sua mente si è potenzialmente formata tramite una segreta interazione con quella della madre.
Contrariamente agli esseri umani, la madre degli altri mammiferi continua il rapporto di pelle col suo cucciolo anche dopo la nascita leccandolo a lungo, lentamente, accuratamente. Non si tratta solo di pulirlo dai residui embrionali ma di sollecitare le funzioni che gli organi dovranno assumere. Il contatto della lingua materna costituisce una sorta di stimolo che dà il via all’apparato respiratorio, gastroenterico, genitourinario del piccolo. Se questo non avviene, se manca uno strofinamento protratto, il cucciolo muore. Non sappiamo perché e quando i mammiferi umani abbiano perduto una condotta così essenziale ma, di fatto, per noi il contatto tra madre e figlio è sempre più mediato dalla vista e dalla parola a scapito del contatto diretto. Eppure sappiamo che esso risponde ai bisogni più istintuali dei neonati che non possono essere molto diversi da quelli dei primati, le scimmie superiori.
L’incontro con l’ospite più atteso passa di solito inosservato, mentre costituisce un momento fondante per l’identità e la relazione di entrambi. Quando nasce un bambino nasce una madre, ma perché questo avvenga è necessario che si ristabilisca, all’esterno, l’unità biologica precedente, e che la frattura del parto sia ricomposta in un abbraccio dove la carezza, sostituendo il leccamento degli animali, inaugura la vita insieme.
Il primo faccia a faccia della madre e del figlio conclude un’attesa durata nove mesi e, psicologicamente, anche di più, se pensiamo che ogni donna, come ogni femmina di mammifero, possiede una immagine inconscia di figlio, una precognizione del suo prodotto generativo. Se questi prima è stato un oggetto del desiderio altrui, d’ora in poi sarà un soggetto, con i diritti che sapremo attribuirgli. Quando un nuovo nato viene accolto nella società civile e nella comunità religiosa è già una persona, perché la madre lo ha riconosciuto come tale attribuendogli la cittadinanza fondamentale, quella che lo inscrive nell’umanità.
Ma, poiché non vi è alcuna possibilità di scambio verbale, questa comunicazione segue altre vie: il tatto, l’odorato, la vista. Durante l’allattamento madre e figlio si fissano con straordinaria intensità e, nello stesso tempo, compiono un processo di reciproca esplorazione tattile. Le mani del bambino toccano il seno e il viso della madre con movimenti sempre più orientati e sicuri, mentre quelle della madre gli accarezzano la testa, gli premono la bocca contro il capezzolo, seguono con un dito il morbido profilo delle guance. In tal modo il bambino impara a conoscere nello stesso tempo la sua pelle e quella dell’altro, l’adesione e la separazione. La relazione tra madre e figlio costituisce in tal senso il prototipo di tutti gli ulteriori legami affettivi.
Non avete mai notato che, in situazioni disperate, le persone si abbracciano da sole? E, in molte culture, per confortarsi, i fedeli sgranano tra le dita il rosario o toccano un oggetto ritenuto sacro? Ma toccare comporta sempre essere toccato, una reciprocità che solo l’amore ricambiato sa realizzare. Per questo mai come quando si è innamorati ci si sente se stessi, autentici e compresi. E nulla come gli abbracci e le carezze rievoca le prime, determinanti esperienze affettive, richiama quelle sensazioni di intimità e di abbandono che esprimono la parte femminile della sessualità, la più recondita, la più preziosa, quella che sopravvive all’invecchiamento, che dura nel tempo.
L’identità, secondo Freud, è prima di tutto un io corpo, ma l’io corpo è il risultato, come abbiamo visto, dell’interazione con il corpo di un altro, prima di tutto della madre. Le sue carezze delimitano i confini tra il mondo interno e il mondo esterno, quello che si estende al di fuori della mia pelle, pronto a essere esplorato, manipolato, controllato e posseduto dalla mano, che funziona da tramite tra l’io e il mio.
Si dice che la stretta di mano serva a garantire che si è disarmati o, in altri termini, che si è deposta l’ostilità con cui l’uomo affronta sempre un altro uomo. Ma forse c’è di più: la stretta di mano, così come il bacio, significano un patto di alleanza, oltre che di non belligeranza, una promessa di concordia che nulla come il contatto di pelle può attestare. Naturalmente sono sempre possibili tradimenti, come ci ricorda il bacio di Giuda, ma di solito il contatto di pelle è una buona formula di accoglienza. Di contro, la condanna all’intoccabilità (come dell’ultima e più spregiata delle caste indiane, quella degli intoccabili appunto) rappresenta il più violento, radicale misconoscimento dell’altro.
Nonostante la nostra cultura sia basata sui valori della relazione (libertà, uguaglianza, fratellanza), i rapporti umani sono sempre problematici. In un modo o nell’altro si pone il dilemma della distanza da assumere nei confronti del prossimo. Sappiamo che ogni cultura prevede misure diverse dello spazio da interporre tra corpo e corpo, e l’impatto più forte con il mondo asiatico è proprio, per il viaggiatore, la minacciosa impressione di una vicinanza eccessiva.
All’interno però di determinati standard ci si chiede di agire con tatto, di accostarci all’altro quanto basta per comprenderlo e di starne distanti quanto basta per non ferirlo. Un problema quanto mai attuale in un’epoca in cui il mondo si è fatto piccolo e le distanze sembrano annullate dai mezzi di comunicazione. Tuttavia, per quanto esaurienti, i contatti a distanza non stabiliscono un vero incontro. Un’infinità di persone comunica in rete e spesso i corrispondenti allacciano tra di loro rapporti di amicizia e anche d’amore. Ma quando di fatto s’incontrano e si aspettano di ri-conoscersi, vengono il più delle volte colpiti da un penoso senso di estraneità. I corpi non corrispondono ai loro simulacri e, ancora una volta, il tatto reclama una funzione di verità.
Funzione così difficile da definire che ci fa dire di un’esperienza ineffabile che “è stata toccante”, come se non ci fossero parole adeguate e si rinviasse pertanto al più modesto dei sensi il difficile compito di esprimere la profondità dell’umano sentire. Se consideriamo la capacità del tatto di orientare i nostri comportamenti cognitivi e affettivi, possiamo dire che noi non abbiamo, ma siamo il nostro tatto, la memoria dei contatti che abbiamo sperimentato nel corso della vita e che ci hanno profondamente plasmato.
Una vita che, iniziata con una carezza, con una carezza si conclude. Spesso, quando nella cerimonia degli addii mancano le parole per dire le emozioni e l’altro sta allontanandosi in silenzio, la solitudine del morente viene interrotta da un’ultima, delicata, interminabile carezza. L’unica capace di raggiungerlo là dove si trova, apparentemente vicino ma infinitamente lontano. Il ciclo dell’esistenza si chiude così con il medesimo gesto, di benvenuto prima e di congedo poi. Un contatto che attesta la capacità dell’umano sentire di comunicare con il corpo, al di là del corpo.

(L'Osservatore Romano - 1° febbraio 2019)