Guardando al futuro:
i necessari
punti di attenzione
Davide Girardi

A conclusione delle valutazioni svolte a partire dai dati, vogliamo qui riprendere in modo specifico le principali sfide che attendono la Chiesa locale, derivandole da una riconsiderazione “operativa” dei dati medesimi.
Seguiremo l'articolazione utilizzata nei lavori sinodali, concentrando quindi l’attenzione sulle dimensioni della “Chiesa”, della “missione”, della “vocazione” e della “società”.
Prima di procedere in tal senso, è opportuno precisare che non s’intende quest'ultimo approfondimento come un decalogo da declinare, piuttosto come un paniere di attenzioni da mantenere. Questa indagine, infatti, è stata pensata come un percorso d'ascolto messo in atto dalla Chiesa diocesana nei confronti dei contesti locali, motivo per cui sembra necessario non limitarsi alla descrizione di quanto emerso, ma anche cercare di restituire alcuni punti di attenzione che – più di altri – dovranno sorreggere le prassi già attivate e quelle ancora da attivare.

La Chiesa: non solo la conta di chi resta

I dati di questa ricerca forniscono una nuova conferma a quanto indagini nazionali recenti (e non) evidenziano con forza: da un punto di vista quantitativo, misurato con gli indicatori più consolidati, le “forze” su cui può contare anche la Chiesa di Faenza-Modigliana sono più limitate rispetto al passato. Lo dimostra il dato sui praticanti assidui, quello su quanti dichiarano di appartenere alla religione cattolica (pur se una buona maggioranza continua a definirsi tale), non ultimo quello su quanti non esitano a dichiararsi esplicitamente “atei”.
Quel che gli approfondimenti più aggiornati consigliano di fare, però, è anche tentare di andare oltre la conta di chi resta, delle “forze residue”. Per due ragioni principali: la prima di esse rinvia a un problema che è insieme metodologico e di merito, la seconda per le implicazioni che da ciò derivano.
Il problema metodologico e di merito risiede nel fatto che le misure quantitative della religiosità individuale – pur nelle differenti declinazioni che la compongono – faticano oggi a sottolineare i processi dinamici di un panorama che difficilmente è comprimibile nelle categorie solitamente utilizzate per leggerlo. Tali categorie continueranno a essere utilizzate, ma sempre di più si dovrà riflettere sul versante qualitativo che le predette categorie (per definizione) non riescono a raggiungere. In termini di merito, simile avvertenza metodologica implica conseguenze di grande portata.
La prima di esse riguarda l'invito a non utilizzare i “confini” come criterio euristico di quello che sta avvenendo anche a livello locale; se di “confini” si vuol parlare, anche nel caso di quest'indagine dovrebbero quantomeno essere intesi in termini porosi. Ai fini della Chiesa locale, ciò significa che quanti appaiono – dati alla mano – come degli insider alla vita della Chiesa (soprattutto praticanti, collocati in un credo religioso e cattolici convinti) possono presentare delle istanze molto simili a quanti invece sarebbero facilmente definibili come outsider (per differenza), e viceversa. Un secondo ordine di questioni, quindi, segnala come non sia utile pensare ai primi e ai secondi come appartenenti a insiemi comunque separati, semmai a insiemi che per molti aspetti si compenetrano e per altri (più limitati) si distinguono; ne deriva che le questioni degli “esterni” possono essere tali anche per gli “interni”, e viceversa i primi non sono necessariamente privi delle coordinate utili a discutere in modo originale e potenzialmente fecondo anche con i secondi. Il panorama religioso attuale, in proposito, non si caratterizza tanto per un crescente numero di soggetti che hanno definitivamente smarrito i codici del sacro, ma per una quantità progressivamente superiore di persone che rimodulano quei codici nella misura in cui essi sono capaci di corrispondere a più trasversali domande di senso, al di là delle appartenenze dichiarate: soprattutto i focus group, come osservato in precedenza, hanno fornito interessanti indicazioni in tal senso.
Le implicazioni che da ciò derivano sono molto rilevanti. Per la Chiesa di Faenza-Modigliana impegnata nei lavori sinodali, quanti contribuiscono a sostenerne le attività quotidiane – e in particolare per quanti sono più a contatto con le fasce giovanili oggetto del percorso d'indagine qui presentato – dovranno essere valorizzati sempre più come protagonisti e antenne della complessità religiosa attuale.
“Protagonisti” perché, come detto, la complessità permea le loro stesse esistenze e non riguarda solo chi sta presuntivamente “fuori”, una complessità che di frequente è innescata e ravvivata dalle persone con le quali loro stessi interagiscono; “antenne” perché, per il loro tramite, la Chiesa locale manterrà la possibilità di essere “sul confine”, di essere continuamente e virtuosamente interpellata dalle istanze che il contesto di riferimento presente (e futuro) continuerà a sollecitare.
Una valorizzazione che richiede ascolto, anche dei dubbi, delle difficoltà, di quanto non si riesce compiutamente a dire ma è magari solo percepito; ciò, lo ripetiamo, riguarda non solo gli “altri”, ma è un insieme di questioni di senso del credere che riguarda anche chi crede e pratica di più, chi è più attivamente impegnato.
L'errore più grande che potrebbe essere commesso nella prospettiva della Chiesa locale è quello di vedere, nei dati, una conferma che non c'è motivo per essere maggiormente compresi e resi degni di maggior fiducia. I dati segnalano le difficoltà, ma non sono un destino. Le difficoltà sono quelle di un corpus codificato percepito come meno capace di essere comprensibile e di parlare alle esperienze contemporanee, ma non squalificano necessariamente il destino di quel corpus.
Se dovessimo indicare uno strumento foriero di possibili esiti diremmo probabilmente della necessità di “stare nel mezzo” delle esperienze vissute dalle persone.
Riprenderemo questo nucleo nei prossimi paragrafi , ma possiamo anticiparne qui alcuni aspetti. Stare a contatto con le esperienze significa soprattutto accettare fino in fondo la complessità sopra richiamata, anche a costo di sospendere per un tempo maggiore i criteri di giudizio; che, come per ogni sintesi, dovranno certamente intervenire successivamente, ma non prima di aver ascoltato le – e letto nelle – plurivocità che i giovani rappresentano come centrali per le loro vite. Un ritorno ai dati può supportare questa lettura: la dimostrazione di come una certa grammatica non sia andata perduta e, di più, di come sia maggiormente apprezzato chi “sta in mezzo” può leggersi ad esempio nei risultati ottenuti dalle domande su chi sceglie la vita religiosa e sulla valutazione fornita nei confronti dell'operato della Chiesa; pur con i caveat del caso, e senza derivarne conclusioni affrettate (vedi, in proposito, quanto argomentato nel testo) sono giudizi prevalentemente positivi perché riferiti con ogni probabilità a quanti testimoniamo coerentemente le loro scelte. Ciò non è in contraddizione con la ridotta rilevanza delle questioni religiose nella vita di ciascuno, è anzi in linea con l'idea che quelle questioni si faranno tanto più concrete quanto più sapranno parlare alle domande sentite come prioritarie per le persone, come per i giovani che stanno costruendo le loro traiettorie di vita.

Vocazione: rileggere la “chiamata”

“Stare nel mezzo” delle esperienze può a ben vedere costituire il rilievo più importante che connette quanto detto sulla dimensione ecclesiale con quanto si staglia in riferimento a un'altra dimensione sinodale affrontata nell'ambito della presente ricerca: quella della vocazione. Anche su questo versante, isoleremo alcuni nuclei di significato che, a parere di chi scrive, possono tradursi in alcune indicazioni di merito potenzialmente utili alla Chiesa locale.
Il primo di essi riguarda la possibilità stessa della “vocazione” quale dimensione interessante agli occhi di un giovane contemporaneo che abiti e frequenti la vita del territorio diocesano (e di quello più estesamente romagnolo). Da questo punto di vista, il sostrato entro cui la vocazione potrebbe formarsi appare in prima battuta molto limitato: una netta maggioranza di rispondenti segnala il limitato o scarso rilievo delle questioni religiose nella propria vita (in coerenza con i processi di autonomizzazione legati alla sfera del sacro). Ecco perché “parlare alla vita” si rivela di precipuo rilievo: per provare a dimostrare che il cristianesimo di oggi è in grado di comunicare con essa e con chi si fa latore (come i giovani) di “tormenti” poco disponibili a risposte pre-codificate. Nel dato non si deve leggere una “secolarizzazione compiuta”, esito già sconfessato da molto tempo, piuttosto l'importanza che sempre più ricoprirà un'adeguata comunicazione tra la Chiesa locale e i giovani del territorio. Una comunicazione che non dovrà essere fatta solo di marketing, ma soprattutto di autorevolezza che può derivare dall'essere percepiti come in potenza interessanti e fecondi per le biografi e delle persone che la intercettano. Se non è semplice parlare di “vocazione” come tale, perché appartenente soprattutto al linguaggio ecclesiale e per ciò poco utilizzabile in termini scontati, è forse possibile arrivare a condividere anche con chi è più lontano dalla Chiesa cattolica come tale – ma non ha definitivamente rinunciato a una grammatica religiosa – l'idea che il discorso religioso possa effettivamente contaminarsi con l'esperienza di ogni giorno, facendosi non inflessibile criterio di giudizio ex post, che sarebbe certamente rifiutato come tale perché percepito come imposto, ma come criterio di discernimento vivo e operante.
Una seconda indicazione per la Chiesa locale – che non spezza il fil rouge fin qui percorso – deriva al contrario dalla minoranza di quanti hanno dichiarato che le questioni religiose rappresentano un elemento di confronto presente nelle scelte di vita. Osservando gli ambiti di un simile confronto, esso avviene in buona misura negli ambiti intimi (familiare e amoroso) e a seguire in quello professionale e di studio. L'ambito pubblico (la politica) segue, significativamente staccato.
Su questo versante, quel che più sembra contare per la Chiesa di Faenza-Modigliana è duplice e riguarda sia gli ambiti che sono stati fatti oggetto di più ampie citazioni sia quelli che sono stati considerati più marginali. Il fatto che tra i primi la famiglia riceva il maggior numero di risposte nella fascia di punteggio più elevata conferma che, oggi, i giovani chiedono alla Chiesa, anche a quella locale, di parlare dei temi a essa collegati; soprattutto considerando che – lo dicono i dati sull'affettività – la comunicazione su quest'ultimo aspetto con i referenti ecclesiali non è semplice. La dimensione dell'intimità è una sorta di “banco di prova” per la Chiesa, come più volte ripreso anche nei focus group. Per i giovani la dimensione intima è centrale soprattutto perché per i più giovani è quella attorno alla quale ruotano domande radicali, e per chi è più inserito nella fase di transizione all'età adulta compiuta riguarda le difficoltà della transizione dalla famiglia d'origine alla famiglia elettiva. Proprio perché tali questioni influenzano non marginalmente l'immagine che i giovani hanno della Chiesa, vi sono pochi dubbi sul fatto che lo “stare nel mezzo” richiamato prima debba e possa diventare, su queste dimensioni, un interesse non secondario. Per contro, non dovrebbe essere derubricato a carattere di eccessiva scontatezza che le dimensioni professionali e soprattutto pubbliche seguano un andamento meno marcato: se, come detto, la dimensione intima è consustanziale alla quotidianità di ciascuno, se di “vocazione” si vuol parlare ciò significa che il discorso cristiano-cattolico è in grado di interloquire anche con le altre dimensioni dell'esistenza di ciascuno; e da questo punto di vista quella professionale non pare poco rilevante, soprattutto alla luce dei mutamenti che oggi stanno investendo proprio la dimensione del lavoro. Ne deriva che un nuovo punto di attenzione per la Chiesa locale sarà sulla ricucitura multidimensionale delle proprie proposte, lavorando certamente su quelle intime ma non dimenticando che la vitalità di un messaggio transita anche per il suo saper parlare a esperienze quotidiane che, lo ripetiamo ancora, si fanno sempre più eterogenee e “contaminate”. Per quanto concerne la dimensione pubblica, infine, non si può che allargare a essa l'insieme delle considerazioni appena svolte e di quelle già anticipate nel testo: una comunità che voglia pensare al proprio futuro non può rinunciare alla politica quale dimensione elettivamente progettuale e a ciò dedicata; il fatto che si trovi “in fondo”, come si trova in fondo alla graduatoria degli “aspetti di vita”, non può consolare per il solo fatto che non tutti ci occupiamo quotidianamente di politica (e quindi, tutto sommato, il dato non dovrebbe stupire troppo). Può consolare ancora meno il fatto che proprio tra i cattolici appaia meno evidente il legame tra dimensione religiosa e attribuzione d'importanza alla politica. Ma una politica lasciata a se stessa equivale a una società in cui i credenti, e vale anche per i più convinti, hanno defi nitivamente rinunciato al bene pubblico come dimensione qualificante; e questo, anche per la Chiesa locale, costituisce certamente un tema aperto.

Missione: ripensarsi impegnati per gli altri

Le note che chiudono il paragrafo precedente introducono adeguatamente anche quelle conclusive su un altro macro-tema fatto proprio dalla riflessione sinodale: quello della “missione”.
Nel cercare l'emersione di alcune indicazioni utili alla Chiesa locale, è opportuno tenere a mente quanto già detto in tema di “vocazione”, con ciò intendendo il tentativo di rendere la “missione” con un linguaggio comprensibile al numero maggiore possibile di persone e non indulgere al contrario troppo rapidamente a un linguaggio “da addetti ai lavori”. Si è per ciò preferito renderla nei termini di “impegno a favore degli altri”, pur nella consapevolezza che ciò non rende giustizia in modo pieno alla dimensione che si intendeva operativizzare.
Al netto di questa scelta – pur limitata – ci sono diverse sollecitazioni di cui la Diocesi potrà tenere conto.
Un primo ordine di ragioni rinvia al fatto che la maggioranza delle persone ritiene di sentirsi impegnata a favore degli altri. Anche prima di concentrare l'attenzione sugli ambiti d'impegno, non pare adeguato inquadrare un simile risultato solo alla luce delle dinamiche di desiderabilità sociale (per cui è meglio definirsi impegnati anziché disimpegnati). È forse più sensato, per chi vorrà farsi interpellare dal dato, partire proprio dalla constatazione che le persone attribuiscono un senso non necessariamente egoistico a quello che fanno e che, per ciò, le nostre chiavi di lettura dell'impegno a favore degli altri, financo di una “missione”, devono mantenersi aperte e ricettive. Esiste cioè una “grammatica dell'impegno” sulla quale la Chiesa locale può agire, e ciò non cozza con quanto detto prima sullo scarso investimento nei confronti del bene pubblico. Ma per riflettere ancora sulla “missione” è necessario affrontare anche le indicazioni derivanti dai dati sugli ambiti d'impegno e sulle ragioni dell'impegno.
Ci si ritiene impegnati soprattutto sul piano lavorativo e su quello individuale, non a caso i due ambiti di quotidianità di cui si parlava in precedenza; segue quello “di volontariato”. I giovani della Diocesi di Faenza-Modigliana e del territorio romagnolo, allora, segnalano ancora una volta dimensioni “vicine” più di quanto segnalino dimensioni “lontane”. Ma non potrebbe essere proprio questa una chiave a disposizione della Chiesa locale – il partire dalle dimensioni di concretezza – per decrittare l'esperienza delle persone in tema di impegno per gli altri e, perché no, di “missione”, rimodulando la propria proposta anche alla luce di quest'attenzione? Avvicinare la quotidianità “impegnata” delle persone significherebbe quindi evitare di considerare tale solo quella chiaramente volta a spendere del tempo in attività associative, caritatevoli o di pubblica utilità, ma riflettere su come la “grammatica dell'impegno” già presente nelle attività ordinarie possa essere fertile e seminale per una rinnovata attenzione a un impegno ancora più “estroflesso” e consapevole alla luce del messaggio cristiano.
Tali valutazioni si radicano anche e soprattutto riflettendo sulle ragioni che ispirano l'impegno a favore degli altri: richiamandole qui velocemente, si tratta soprattutto di “altruismo”, del “sentirsi utili”, del “senso del dovere” e “della possibilità di far parte di un gruppo”. Al pari di quanto appuntato nelle pagine precedenti, la lettura di questo dato non si presta a indicazioni univoche per la Chiesa locale: ci si può concentrare sul fatto che il “precetto religioso” (come fonte d'ispirazione per l'impegno a favore degli altri) si collochi a distanza – forse anche a motivo di una formulazione non del tutto felice della modalità di risposta – oppure sul fatto che “altruismo”, “sensazione di benessere” e “senso del dovere” accomunino le risposte di chi è più inserito nei percorsi della Chiesa locale e di chi lo è molto meno o non lo è affatto. Ci permettiamo di suggerire la seconda lettura: è infatti assodato, in letteratura, che operare per gli altri fa bene anche al proprio self perché innesca dinamiche di riconoscimento e di autoriconoscimento di cui tutti abbiamo bisogno in quanto uomini (come ricorda Taylor: in Multiculturalism and the Politics of Recognition, Princeton, Princeton University Press, 1992). Se questo è vero, però, negli elementi trasversali appena richiamati la Diocesi di Faenza- Modigliana può intravedere un ulteriore ponte per “essere della partita”, per fare del messaggio cristiano sulla “missione” non il riferimento a un atto di eroismo da compiere in un paese lontano, ma il possibile spendersi nella quotidianità innervandola alla luce di alcune coordinate; una volta di più, per fare in modo che esse possano essere percepite non come l'ennesima declinazione di un insieme di obblighi e precetti, ma come un messaggio fresco e per ciò vivo.
Forse non è un caso, in merito, che la grande parte delle persone percepisca l'invito della Chiesa cattolica a favore degli altri come “doveroso” o “legittimo”, o che le persone che si impegnano a favore degli altri siano in grande maggioranza percepite come “apprezzabili”; non lo è, perché in quell'invito e in quelle persone si scorge forse la maggiore autenticità del messaggio cristiano che si fa testimonianza, una sorta di ponte possibile che dovrebbe progressivamente transitare dalla vita degli altri alla propria vita; anche se, va detto, chi le apprezza non di necessità prenderebbe in considerazione le stesse scelte come scelte possibili per sé (e vale soprattutto per la scelta di quanti optano per la vita consacrata). Sembra essere tuttavia l'unica strada credibile per avvicinare la “grande Chiesa” – fatta spesso oggetto di rifiuto e ostilità – e la “piccola Chiesa” che tramite le persone si spende sui territori, fatta invece oggetto di apprezzamento.
Per la Chiesa locale può allora essere davvero utile lavorare su una lettura trasversale della “missione” che tenga conto di quanto detto, sempre con l'obiettivo di non giocare di rimessa, ma al contrario di avanzare coraggiosamente la propria proposta e “uscire” con l'intenzione di ascoltare e operare dopo aver consapevolmente ascoltato.

Società: dare conto di chi e di che cosa

L’ultimo approfondimento di questa sezione conclusiva riguarda la dimensione sociale, intesa quale elemento di contesto con il quale la Chiesa locale dialoga (secondo differenti registri).
Senza replicare quanto contenuto nella parte del lavoro dedicata all'analisi dei dati specifici, si cercherà quindi di aggiungere alcune coordinate utili a una sorta di meta-lettura dei dati raccolti.
La società italiana sta vivendo una stagione che interpella profondamente anche le Chiese locali, come quella di Faenza-Modigliana, e lo fa in modo particolarmente sfidante perché, mentre tributa sempre meno spazio a “grandi narrazioni” replicate in modo stantio, chiede ai nuclei di significato più vivi in quelle grandi narrazioni delle potenziali risposte. In altri termini: mentre i rispondenti affermano che la “religione” come tale è in fondo alla graduatoria degli aspetti di vita più importanti, attestano anche (in altre risposte) che l'esperienza di chi fa testimonianza sulla base di coordinate religiose può essere trasversalmente apprezzata, che la Chiesa se valutata rispetto all'attenzione verso i giovani può non essere depositaria di giudizi necessariamente negativi e che l'esperienza vissuta in ambito parrocchiale è ricordata soprattutto positivamente. E allora? In questa apparente contraddizione tra vissuto individuale, che tributa giudizi più generosi, e dimensione collettiva, che invece assegna alla religione istituzionalizzata un posto di progressivo second'ordine sta proprio il fronte d'impegno per i prossimi anni. Un fronte che dovrà ripensare la propria dimensione collettiva – fondamentale perché un messaggio intrinsecamente collettivo come quello cristiano possa continuare a vivere – anche e soprattutto a partire dalle istanze individuali latrici degli interrogativi più ardui. Solo la riconnessione di questi due livelli, individuale e collettivo, potrà far sì che nella testa dei giovani italiani, ma anche faentini, non vi sia una sorta di pensiero a compartimenti stagni o a “distanza crescente”, che mentre apprezza il “qui e ora” dei religiosi e delle religiose, ma anche dei laici, in carne e ossa, respinge al mittente quelle che percepisce come imposizioni da parte della “Chiesa” (in termini macro).
Per raggiungere questo risultato non paiono esserci soluzioni semplici né preconfezionate; si evidenzia tuttavia la necessità di lavorare sulla capacità di “dare conto” della propria proposta, senza riposare nella sicurezza oramai del tutto precaria che i simboli e i significati acquisiti magari in un percorso d'iniziazione cristiana poi interrotto saranno automaticamente riattivati alla sola presenza di alcuni “interruttori” (un'esperienza di vita, una persona). Oggi quei significati e qui simboli devono essere vivificati in modo non scontato, e per farlo occorrono lucidità e prudenza analitica, inventiva e più in generale tutte le migliori forze (soprattutto giovani) che la Diocesi di Faenza-Modigliana può annoverare; forze che, non lo ripeteremo mai a sufficienza, devono essere valorizzate ascoltandole in via prioritaria in quanto “sul fronte”, ma anche in quanto giovani che presentano domande e istanze complesse e difficili al pari di coloro con i quali interagiscono nelle attività associative e parrocchiali.
Ciò deve radicarsi nella convinzione che la detradizionalizzazione degli universi di senso evidenziata dai teorici della seconda modernità non può risolversi nella facile constatazione di processi d'individualizzazione di natura egoistica; significa invece che quella detradizionalizzazione ha lasciato gli individui privi di una risposta “certa”, che è oggi situata e molto spesso non univoca. Individualizzazione, anche sul versante religioso, significa quindi che un soggetto collettivo come la Chiesa si trova di fronte tante biografi e possibili quanti sono i soggetti che la interpellano e questo conduce a uno sforzo enorme che deve tenere insieme la capacità di non svilire un messaggio depotenziandone la portata e quella di renderlo sensato agli occhi di tante persone che si fanno altrettante domande, senza approdi scontati. Il fatto che l'individuo, per citare Beck, debba trovare oggi «soluzioni biografi che a contraddizioni sistemiche» interroga molto la Chiesa, anche quella locale, sulla capacità che essa avrà di affiancare quell'individuo, quegli individui, nella formulazione di una risposta, senza lasciarlo solo(i).
Potenziare occasioni come il Sinodo, in cui si ascolta per fare proposte, è e sarà sicuramente una necessità, un'arena di confronto e proposta in cui reciproche incrostazioni e incomprensioni possono venire meno; con un obiettivo chiaro, tuttavia, evidenziato anche dall'indagine: lasciare le porte il più possibile aperte e “uscire”, cosicché un discorso, una riflessione, anche un semplice “accento” possa giungere a interrogare in modo inaspettato quanti a una prima catalogazione potrebbero essere defi niti lontani o “fuori portata”. Traguardare questi ultimi pare essere davvero l'unica chance per non “fare la conta” di chi resta, anche se costa molta fatica perché è la fatica di chi già oggi nelle prassi parrocchiali e pastorali sta sperimentando quanto ciò sia difficile.

 

(da: Dario Girardi - Mario Toso, Prove di sintonia. Giovani e Chiesa in un'esperienza sinodale, Edizioni Libreriauniversitaria.it, 2019, cap. 6)