Riconoscere con meraviglia

che ogni giorno è nuovo

 

In dialogo con Maria Ignazia Angelini, monaca

Daniele Rocchetti

L’annuncio è di pochissimi giorni fa: “La Comunità delle Benedettine dell’Abbazia dei Santi Pietro e Paolo, in Viboldone, annuncia con gioia che oggi, venerdì 22 febbraio 2019, ha eletto la sorella Anna Maria Pettoni osb come sua madre abbadessa. Avendo, infatti, madre Maria Ignazia Angelini consegnato le dimissioni dal mandato abbaziale per raggiunti limiti di età, la Comunità ha proceduto oggi al capitolo elettivo.”
Dunque, dopo ventitre anni, Madre Ignazia, una delle voci più lucide del monachesimo iltaliano, una donna di grande spessore spirituale e culturale, lascia la guida della comunità dove entrò cinquantacinque anni fa. Così, nel bellissimo “Mentre vi guardo. La badessa del monastero di Viboldone racconta” (Einaudi, 2013) racconta il suo arrivo in una mattinata di nebbia nel 1964 portata con Seicento rossa dal padre contrario all’idea che la figlia di 19 anni entrasse in convento: “C’era il Concilio Vaticano II ma nel monastero eravamo ancora vestite come nel Medioevo”.
Alcuni anni fa, sono andato a Viboldone per incontrarla. Questo è il racconto di quella giornata.

Se non fosse per la circonvallazione, che rompe bruscamente il paesaggio agrario, Viboldone pare essere un luogo dove il tempo si è fermato. Ampi campi coltivati precedono le corti a cascina che ruotano attorno al complesso abbaziale fondato verso la fine del dodicesimo secolo. “Anno MCLXXVI, die V februari facta est ecclesia Sancti Petri de Vicoboldono”, ci fa sapere la Cronaca di Filippo di Castelseprio.
A dare inizio al luogo sono gli Umiliati, l’ordine religioso, maschile e femminile, sorto in ambito lombardo, nell’alveo dei numerosi movimenti del tempo che riproponevano, in una chiesa affaticata, l’istanza del puro Vangelo e la dignità del laico cristiano. Come tutti questi, pure gli Umiliati sono animati da spirito riformatore: gli aderenti scelgono di vivere in povertà, di dare i beni ai poveri, sostentandosi solo col proprio lavoro, legato soprattutto alla lavorazione della lana.
Innocenzo III impedì loro di tracimare nel mare delle eresie medievali, riconoscendo, nel 1201, la loro regola e organizzandoli in tre ordini: chierici, monaci e laici (le “famiglie dedicate” degli Umiliati anticiparono di qualche decennio quelli degli ordini mendicanti).
Con il passare del tempo e il crescere delle proprietà, l’ideale originario si appannò notevolmente, al punto da indurre, nel 1571, Pio V, anche per volere di San Carlo Borromeo, a sopprimere l’ordine. Viboldone era una delle quattro case principali degli Umiliati, dove vivevano affiancate la comunità femminile e quella maschile e, nella prima metà del quattordicesimo secolo, fu un centro vivissimo anche dal punto di vista economico. Di quel tempo e di quell’abbazia, rimangono la chiesa, in stile gotico lombardo, ultimata nel 1348, ricca di straordinari affreschi che da soli meritano la visita, e il campanile.
Oggi, tra le mura silenziose del recente monastero costruito sulle rovine dell’antico monastero delle Umiliate (1964, architetto Caccia Dominioni), adiacente all’antica “Casa del Priore” (ora adibita a foresteria, in origine monastero della comunità maschile degli Umiliati, successivamente divenuto casa nobile degli abati commendatari), vive una comunità di donne che tiene viva la passione del Regno nella compagnia degli uomini. Sono le monache benedettine che, dal 1941, con la loro stabilità hanno riallacciato il filo di una presenza orante avviato dagli Umiliati, continuato, nei secoli XVII-XVII, dai monaci Olivetani e interrotto bruscamente poco prima della Rivoluzione Francese, con le soppressioni “teresiane”.

“Monache come i monaci”

Ad iniziare il tutto è una donna, Margherita Marchi, figura evangelicamente singolare, poco conosciuta ai più, eppure dotata di una straordinaria capacità – siamo negli anni trenta dello scorso secolo – di “tenere unita una fedeltà tenacissima alla tradizione benedettina in tutti i suoi aspetti e insieme un’apertura attenta, ardente, appassionata alla dinamica della Chiesa, ai fermenti nuovi, alle linee dinamiche”. Come ha scritto don Giovanni Moioli, un riferimento importante per le monache di Viboldone,
La vocazione monastica per Margherita non è stato il suo punto di partenza come del resto neppure il cattolicesimo. Un cammino molto personale di esperienza spirituale l’ha portata, diciottenne, al battesimo e all’incontro con la Chiesa cattolica; ed egualmente attraverso una ricerca tormentata e dolorosa, eppure complessivamente lineare, l’ha condotto all’esperienza di vita religiosa, ed infine a quella di una vita monastica benedettina: vissuta e “informata” da una tonalità spirituale promanante dalla sua forte e carismatica personalità.
Dopo aver lasciato la prima esperienza di vita religiosa tra le Sorelle dei poveri, Margherita sceglie la via benedettina (“come i monaci e non come le monache!”): prima a Montefiolo, nel cuore della Sabina, e poi a Viboldone. Donne contemplative che ritmano la vita quotidiana con i “tempi” caratteristici di preghiera liturgica, capaci di guadagnarsi da vivere con il proprio lavoro (attualmente un laboratorio di restauro del libro antico e un archivio digitale dell’immagine, affiancato a una piccola tipografia), inserite nel territorio e nella vita della diocesi: questo ha voluto essere, sin dall’inizio, la comunità benedettina di Viboldone.
Segnata dall’incontro con l’abate di San Paolo fuori le Mura, il futuro cardinale di Milano Ildefonso Schuster, e dall’amicizia col monaco dom Aurelio Escarrè, poi abate di Montserrat, ma allora esule dalla Spagna a Roma, Margherita (che muore nel 1956) vivrà per tutta la vita la ricerca dell’essenziale della vita cristiana, la grazia battesimale, dentro il tessuto ecclesiale e contro ogni forma di “specializzazione” della vita cristiana. Con il desiderio, grande, di fare del monastero un luogo “dove Dio ha sete di essere gustato”. “Deus sitit sitiri”. “Il monastero non è serra ma vita”, amava ripetere.

Obbedienza alla verità di ogni cosa

Fino a pochi giorni fa, l’abbadessa del monastero è stata Maria Ignazia Angelini, attorno a cui è radunata una comunità di trentatré sorelle. Madre Ignazia mi accoglie con cordialità e mi accompagna in una stanza per il colloquio. Rimango, come sempre, stupito dalla sobrietà del monastero e, insieme, dalla armonica bellezza degli spazi.
Che rapporto c’è tra bellezza e il monachesimo? comincio a chiederle. Un rapporto vitale – mi risponde – perché la bellezza è l’espressione della gratuità di Dio, tocco inconfondibile della sua mano. Ogni monaca, qui in monastero, è incoraggiata a coltivare un’arte, nel senso che ogni atto quotidiano dev’essere riscoperto nella sua bellezza originaria, che è verità… Dare tempo ed energie a una cosa bella, in modo bello, è stare davanti a Dio, è cultura della sua gratuità, è semplicissima adorazione alla sua presenza. In fondo, è un voler obbedire alla verità di ogni cosa che rivela, nella semplicità e nella bellezza, il volto di Dio. Ma questo gusto della bellezza non è rarefatto estetismo, fatto eccezionale, vale anche e soprattutto per la vita di tutti i giorni…

Madre Ignazia, attorno al monachesimo e alla figura del monaco vi è oggi, nella chiesa, molta enfasi e confusione. Gli stessi monaci si autodefiniscono, a volte, con una facilità eccessiva. Don Pierangelo Sequeri, in un intervento a Camaldoli, ha detto che l’interesse intramontabile della forma monastica, oltre alla sua singolarità cristiana, sta nel fatto che sa rendere speciale l’elementare… Si ritrova in questa definizione?
Ciò che a mio parere qualifica la vita monastica è proprio questa capacità di rimanere all’interno delle cose quotidiane scoprendone quotidianamente il senso e vivendole come occasione concreta per convertirsi a Gesù, al suo Evangelo. In fondo, la scelta monastica è la scelta del dare tutto e del voler cambiare rotta costantemente, attingendo orientamento dalla Parola e dall’Eucaristia vissute insieme.
E’ riconoscere con meraviglia che ogni giorno è nuovo… Certo, ci sono dei riferimenti che determinano la conversione: la celebrazione dell’eucarestia, la lettura delle Scritture e la relazione fraterna. A volte, noto anch’io che si fanno descrizioni esotiche e un po’ estetizzanti della vita monastica, presentata, per lo più, come somma di cose strane e un po’ pazze, tipo l’alzarsi presto il mattino… Invece la vera e significativa stranezza della vita monastica è la ricerca di vivere la quotidianità che è di tutti, leggendola nella fede come il luogo della conversione a Gesù e quindi facendo, in ogni atto e in ogni passività, memoria di lui, delle sue parole, dei suoi atti.
Memoria concreta non solo mentale, o immaginaria. Per questo, nel monastero per sé non si idealizza l’esperienza del cristianesimo: qui non siamo in un’oasi o in un rifugio dai pericoli o dalle tentazioni del mondo, ritroviamo tutti gli idoli e tutti i diavoli che infestano il mondo; ma il fatto di rimanere aggrappate alla Parola ci permette, con l’aiuto della sapienza dei padri, di smascherarli (in monastero prendono volti molto suadenti!), quando è necessario di fuggirli, oppure di denunciarli, affrontarli nella lotta…

Conta il Vangelo!

A questa nostra Chiesa, molto affaccendata, il monachesimo cosa ricorda in modo particolare?
Il desiderio e la necessità di rimetterci, come principianti e come peccatori, sotto il Vangelo perché solo il Vangelo oggi è l’anima della conversione. I monaci e le monache possono dire soltanto questo, ogni altro ruolo è fallace. Nella storia della Chiesa essi hanno il compito di custodire viva e inalterabile la freschezza del Vangelo, lasciarsi incantare dalla sua bellezza e custodirla. In ogni frangente della storia umana, le Scritture e il mistero celebrato sono più forti dei nostri smarrimenti e hanno in sé l’energia per ridare la rotta. La voce di Gesù, nell’eucarestia e nelle Scritture custodite, parla. Insomma, il monaco come colui che vigila… Sì, anche se questo non deve essere un cliché o solamente un modo di dire. Il monaco vigila, non come “stato di vita”, o perché segue certi orari, ma se sta davvero sveglio, vigila soprattutto per sé, vigila sul suo cuore perché viva l’unificazione del cuore dai molti frantumi, in un cammino di continua ricerca di Dio e conversione all’Evangelo.

Mi pare di comprendere che il monachesimo è chiamato a ricomprendersi sempre…
Il monachesimo oggi deve ridefinirsi per ritrovare la propria validità e verità rimanendo aggrappato alle sue vere radici e, insieme, deve ridefinirsi per raccogliere la sfida dei tempi, seguendo la storia per non trasformarsi in riserva, in “zona protetta”. Il monachesimo deve, in un modo tutto suo, mischiarsi con la storia: questo è il Vangelo! E deve subire le crisi più radicali perché è la stessa umanità che soffre. Fino a che non abbia maturato questo confronto, è meglio che il monachesimo lasci i toni retorici e autoreferenziali e stia silenzioso, aggrappato alle sue radici, in attesa della rifioritura e della rinascita delle sue forme visibili. Senza la pretesa di voler canonizzarle subito e in modo definitivo.
Conta il Vangelo, il resto passa: le forme storiche monastiche devono tutte subire il vaglio del tempo, e ritrovare la grazia degli inizi, la grazia della riduzione alla semplicità essenziale… La vita monastica non è “altro” dalla vita cristiana!

Parlava della lettura delle Scritture.. Anche questa, dal dopo Concilio in poi, pare una parola d’ordine. Eppure ho l’impressione che non sia così scontato…
Leggere è un’arte… Leggere non è scorrere velocemente un testo ma è masticare, essere intrisi, essere conglutinati con la parola viva ed efficace e quando questo accade non puoi far finta che questa esperienza non ci sia stata: ti cambia la vita e il modo di guardare le cose. Permette di porre una barriera a immaginazioni e proiezioni dell’io e un confine al dilagare di realtà inautentiche cui altrimenti rischi di asservirti senza criticità e discernimento. Ogni volta che leggiamo il Vangelo e lasciamo che la sua potenza operi in noi vogliamo fare in modo che diventi nostra un’altra lettura del reale che sia diversa da quella dei principi del mondo…

Un carisma particolare della vostra comunità è il rapporto con la chiesa locale. Cosa significa concretamente?
Dal punto di vista storico, il monachesimo femminile era definito tradizionalmente dalla clausura, dalle “grate”. La separazione aveva, ed ha ancora oggi, un significato evangelico: togliersi dal chiacchiericcio mondano per poter andare alla radice della realtà. Ma questo dinamismo spirituale non si identifica con le grate, e una clausura dietro la quale si annidano, storicamente, spesso mondanità ancora peggiori. E soprattutto, cristianamente non si può evadere dalla storia, luogo della rivelazione di Dio, né fuggire il mondo tanto amato da Dio. La nostra comunità, sin dagli inizi, voleva essere una comunità di monache “come i monaci”: con questa espressione si voleva indicare una separazione evangelica, diversa dal fatto di cultura che è la segregazione femminile… Non volevamo essere distanti dalla comune lotta della fede, né fallacemente “privilegiate”: per questo abbiamo rifiutato le grate e abbiamo voluto lavorare per mantenerci. In qualche modo, volevamo maturare una forma femminile di monachesimo più vicino alle origini, che parlasse e che entrasse in contatto con le altre forme di vita cristiana. Cercavamo una presenza nella Chiesa che parlasse con voce di donna… Questa ricerca l’abbiamo pagata moltissimo perché per decenni non siamo state riconosciute come monache “doc”: non avevamo le grate, lavoravamo come tipografe mantenendo diretti e normali rapporti con i clienti e con gli ospiti del monastero… Però sia il cardinal Schuster che il cardinal Montini ci hanno a lungo incoraggiate in questa direzione. In concreto, oltre ad un legame profondo con il nostro vescovo, abbiamo coltivato con passione la possibilità di offrire ospitalità nella preghiera liturgica, di offrire comunione nella preghiera e nella lettura delle Scritture. Sono tante le persone che partecipano alla liturgia celebrata in Abbazia, che con noi cercano e ritrovano il senso del celebrare insieme e vivono momenti di confronto e di formazione biblico-liturgica.

Nulla anteporre all’amore

Il rimo del tempo a Viboldone è scandito e disposto tra la preghiera delle ore, l’eucarestia e il lavoro; e, soprattutto nei giorni festivi, l’ospitalità. La sveglia è alle 5. Alle 5,25 recita del Mattutino, alle 6,25 le Lodi. Al termine, la lectio. L’Eucarestia si celebra alle 8. Fino alle 12,15 (ora media) la comunità è impegnata nel lavoro. Dopo il pranzo e il riposo, alle 14,20 inizia di nuovo il tempo del lavoro che termina alle 17; alle 17, un’ora di lectio ci dispone alla preghiera del Vespro, alle ore 18. Al termine, un’altra ora di lectio. Alle 19,30 cena e un momento fraterno. Alle 20,45 recita di compieta e poi il grande silenzio della notte. Il sabato pomeriggio, inizio della giornata festiva, vi è più tempo per la lectio e per l’accoglienza degli ospiti, anche in gruppo, sia per la condivisione pomeridiana della lectio che per il dialogo e l’ascolto. Nei giorni festivi, il pranzo comunitario lo si condivide ascoltando musica e parlando insieme mentre nei gironi feriali il pasto è accompagnato dalla lettura.

Quale spiritualità anima la vostra preghiera?
La preghiera della comunità, come del resto per tutta la Chiesa, ha il suo momento sorgivo e centrale nella celebrazione eucaristica quotidiana. Di essa la Liturgia delle Ore, celebrata nel canto corale, è come un’espansione, un riverbero nell’arco dell’intera giornata, per cui siamo sostenute nel fare memoria incessante del Signore e a rendergli lode con tutta la nostra vita. S. Benedetto ci invita a “nulla anteporre all’Opera di Dio”, cioè alla preghiera della comunità, e con questo ci richiama a riconoscere il primato di Dio nella nostra vita, a porre l’ascolto della sua Parola alla base di ogni nostro pensiero, parola, azione. In un altro passo della Regola S. Benedetto raccomanda ai suoi monaci di “nulla anteporre all’amore di Cristo”: abbiamo così un piccolo esempio, largamente confermato dallo spirito e dalla lettera di tutta la Regola benedettina, di come il primato della preghiera e il primato dell’amore siano una sola cosa. In questo senso si può dire che la “spiritualità” di una comunità monastica come la nostra è data dalla tensione a realizzare concretamente questa sintesi, a vivere – attraverso un ritmo ordinato di preghiera, lavoro, relazione fraterna – quella profonda unità tra amore di Dio e amore dei fratelli e delle sorelle che Gesù ci mostra in sé stesso perfettamente adempiuta”.

“Ricordo spesso un testo tratto dalla Vita copta che narra un sogno di Pacomio, il padre del monachesimo cenobita. Mentre il suo monastero sta vivendo un tempo di grande difficoltà, Pacomio sogna di trovarsi in un luogo avvolto da tenebre fitte e oscure, dove i monaci si arrabattano a cercare una via d’uscita, girando a vuoto attorno a delle colonne (che rappresentano i vari ‘leader spirituali’). All’improvviso, si intravede una fiammella e tutti cominciano a seguirla e dietro ad essa finalmente escono da quel luogo oscuro e soffocante. La piccola, ma fulgida e potente fiammella è il Vangelo! Anche oggi le monache e i monaci dovrebbero indicare nell’Evangelo – e solo nell’Evangelo! – un cammino di liberazione per l’uomo e per il cristiano del nostro tempo. Ne saremo capaci?”