Nella sua volontà

è nostra pace

II domenica di Quaresima (C)

a cura di Franco Galeone *

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1. La domenica “della trasfigurazione”. Quando si intraprende un cammino, occorre sapere bene dove si vuole arrivare, cosa ci aspetta. All’inizio del cammino che ci porterà alla Pasqua, la chiesa ci fa celebrare quel preludio alla risurrezione, che è la trasfigurazione. La chiesa, madre e maestra, dopo averci invitati a camminare nel deserto, a seguire Cristo, ci propone la risurrezione. Un suo anticipo è la trasfigurazione. Ci sono brani del Vangelo che mettono buon umore. La pagina del Vangelo di oggi è una di queste. Il riferimento è al comportamento degli apostoli, di Pietro in modo particolare. È proprio quel loro non capire niente che mette allegria. Anche noi somigliamo a quei poveri uomini, che, quando qualcosa sembra andare bene, vorrebbero che continuasse per sempre, che hanno sonno, che non sanno quello che dicono, che sgranano gli occhi di fronte alla gloria del loro Maestro, come Pinocchio davanti a Mangiafuoco. Anche noi siamo così: pronti all’entusiasmo come alla paura; vorremmo che i nostri istanti di gioia fossero eterni, che la vita si fermasse in una specie di limbo, senza più turbamenti. Anche noi, basta una nube, e giù nella tristezza. Di fronte alla grandezza e al mistero di Dio siamo creature buffe e fragili. Ridicolissimo eroe, direbbe Pascal! Ma non c’è da scoraggiarci: Dio sa come siamo fatti, perché ci ha fatti lui, ed è padre.

2. Per esprimere l’intensità, gli antichi ricorrevano alla categoria del “meraviglioso”. La nascita di Gesù avviene tra pastori che parlano con gli angeli, magi che vedono la stella in oriente; alla morte di Gesù, il cielo si oscura, il velo del tempio si spezza, i morti escono dal sepolcro, il sole si oscura. Anche nella trasfigurazione, il suo volto cambia, le vesti diventano bianche, appaiono due morti. Noi insegniamo una religione che seduce a dieci anni, ma rende atei a venti. In una lettura ingenua, è il Cristo che cambia, come se l’incarnazione fosse una simulazione. Ma la trasfigurazione non è uno spettacolo di magia sacra. È un’esigenza per ogni cristiano: ogni volto sfigurato, grazie alla nostra bontà, può diventare un volto trasfigurato! E allora come decodificare e decifrare questo episodio del Vangelo, scritto in codice? Cristo era sempre in dialogo con la Scrittura, la Legge (Mosè) e le Profezie (Elia). Alla loro luce, la sua vita si illuminava; alla luce della sua vita, le profezie si avveravano. Gli apostoli, durante il loro ritiro, compresero il senso della parola di Dio, soprattutto trovarono Cristo. Durante quelle ore di intimità, gli apostoli hanno guardato Cristo, lo hanno visto pregare, si sono uniti a lui, ne sono stati trasformati e trasfigurati. Gli apostoli, come noi, conoscevano tutto di Cristo, ma non lo riconoscevano come Dio; da tre anni erano con Cristo, ascoltavano prediche, e più ne ascoltavano meno ne erano contagiati; recitavano tante preghiere che alla fine dicevano solo parole. L’abitudine è il rischio di ogni religione! È importante attualizzare e interiorizzare. Quanto leggiamo nel Vangelo va attualizzato qui, adesso, e interiorizzato nella mia vita, non nei contraccolpi cosmici! Se abbiamo trasfigurato un volto triste, incoraggiato un’esistenza disperata, abbiamo compreso che a Dio non occorrono lampi o fulmini. Dio, attraverso noi, continua a trasfigurare un suo figlio. Tutti, allora, abbiamo le nostre annunciazioni, trasfigurazioni, ma occorre saperle vivere, grazie ad una fede adulta!

3. La preghiera di Cristo non era lasciata al caso. Lui sceglieva il luogo, il momento, le circostanze, gli amici. Nella sua esistenza tanto impegnata, come la nostra, spesso gli era difficile trovare il tempo necessario; allora si alzava prima dell’alba, si ritirava la sera, rubava tempo alla notte. A volte, per trovare un po’ di calma, si faceva condurre in barca, sul lago, da solo. Sovente interrompevano il suo silenzio, le sue preghiere, e lo chiamavano: “Tutti ti cercano”. Lui però non si lasciava sommergere né dagli amici né dagli applausi. Perché Cristo difendeva tanto la sua preghiera? Cosa aveva da domandare lui, il figlio di Dio? Quale grazia o quale perdono? A Cristo non sono mancati i dubbi, le oscurità, le tentazioni. Come ognuno di noi, Cristo non ha sempre la stessa chiarezza di coscienza, la stessa concentrazione di attenzione. È vulnerabile alle impressioni, è sensibile alle influenze. Ha perciò bisogno di raccogliersi per pensare meglio ciò che pensa, per sapere meglio ciò che sa. Spesso lasciava le folle, amareggiato dalla loro incredulità, indignato dalla durezza del loro cuore: “Non avete ancora capito?”. Gli era necessario calmarsi, consultarsi in profondità per ritrovare la vicinanza del Padre, il vero senso della sua missione, la sua indulgenza verso gli uomini, la sicurezza nonostante l’imminente fallimento. E tornava tra i suoi rinnovato, sereno, pacificato. Trasfigurato!

4. Gesù ha conosciuto la tentazione, le sofferenze, la solitudine, la paura. Talvolta anche lui faceva preghiere sbagliate: “Padre, liberami da quest’ora! Allontana da me questo calice!”. Ma continua-va a pregare, e faceva la preghiera giusta: “Padre, la tua volontà sia fatta!”. Non esiste altra forma di preghiera. Cosa dobbiamo domandare che non abbiamo già ricevuto? Il Padre vuole molto di più di noi il nostro bene. Chiederemo mai a Dio più di quanto non ci voglia donare? Pregare è semplicemente riprendere coscienza del dono di Dio, ricordarci che abbiamo un Padre. Con la nostra preghiera insistente, crediamo forse di vincere la resistenza di Dio a donare, o soltanto la nostra resistenza ad aprirci? Dio ci vuole esaudire, molto più fedelmente di quanto noi non lo desideriamo. La vera preghiera cristiana è imitazione di quella del Cristo: non una preghiera di mendicanti o di sudditi, ma una preghiera di figli, piena di fiducia e di sicurezza: “Padre, io so che tu mi esaudisci sempre. Padre, io so che tutto ciò che è tutto, è mio”. Quanto tempo dovremo pregare per riuscire a pregare così?

5. Diffidiamo dei due eccessi: credere che la preghiera modifichi la volontà di Dio a vantaggio della nostra; o credere che la preghiera sia inutile perché l’uomo è divenuto maggiorenne. La verità è che la preghiera cambia noi. La preghiera ci mette in contatto con le nostre forze più profonde, le nostre energie più potenti: l’ispirazione creatrice dello Spirito, capace di rinnovare senza sosta la faccia della terra. Non è Dio che cambia nella preghiera: è l’uomo che alla fine si apre alla sollecitudine costante di Dio, in un rapporto di armonia ed efficacia, ignorato da coloro che non pregano. La resistenza che si incontra non è tanto quella di Dio, che non vuole dare, quanto quella dell’uomo, che non vuole ricevere. Dio è in noi molto più amante che amato, più servo che servito, più pregante che pregato! La preghiera è questo momento in cui noi esaudiamo Dio, per cambiare il mondo e gli uomini per i quali Egli soffre più di noi.
Buona vita!

* Gruppo biblico ebraico-cristiano