Il Vangelo del giorno (Bose)

Siate amore, fino alla fine

Fratel Emanuele - Bose

16 marzo 2019 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:« 38Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente. 39Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu pórgigli anche l'altra, 40e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. 41E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due. 42Da' a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle.43Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico. 44Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, 45affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. 46Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? 47E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? 48Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste».
Mt 5,38-48

“Amate e pregate”.
Due degli otto imperativi che scandiscono questa pagina del vangelo. Due verbi – amare e pregare – molto usati, e spesso abusati, nel nostro linguaggio. Tanto semplici da coniugare, in tutti i modi e in tutti i tempi, quanto difficili da vivere in modo autentico e nella verità.
Nel quotidiano già sperimentiamo come sia faticoso amare coloro che ci amano e pregare per quanti sono cari al nostro cuore. Ma il vangelo ci provoca con un paradosso ancora più radicale: l’amore che ama il non-amabile, l’amore che raggiunge il nemico che ci contraddice, il persecutore che ci contrasta, l’altro che sta di fronte a noi e contro di noi. Questa eccedenza dell’amore, questa gratuità della preghiera, le sentiamo come innaturali e contraddittorie rispetto ai nostri slanci spontanei, rispetto al nostro sentire.

Porgere l’altra guancia.
È l’invito a sorvegliare la nostra reattività istintiva verso il male che subiamo o crediamo di subire. È la postura di chi lavora su di sé per non lasciarsi vincere dal male, ma vincendo il male con il bene. Sono le mani aperte e lo sguardo trasparente di chi è disarmato, di chi non alimenta in sé sentimenti di vendetta e di ritorsione, di chi rinuncia a ogni regolamento di conti, con un silenzio carico di comprensione e di misericordia, capace di parlare senza parole a chi ci avversa, o almeno di destare in lui l’inquietudine di una domanda di senso.

Lasciare il mantello.
È acconsentire a una spoliazione sempre più radicale, a uno spossesso totale di sé, senza trattenere nulla. È la libertà di chi giunge a rivestirsi solo della propria nudità per seguire, nudo, il Cristo nudo, sulla via della mitezza, cioè della forza interiore di chi sa porre un limite alla propria stessa forza e alla propria intima violenza.

Fare strada con l’altro che ci costringe ad accompagnarlo.
È l’esperienza di chi si trova a camminare al fianco di un estraneo, di qualcuno che non abbiamo scelto e verso il quale non nutriamo alcun senso di amicizia o di affetto, anzi…
Quella costrizione esterna, però, può diventare momento favorevole per imparare la compagnia, la vicinanza, la prossimità, anche solo nel silenzio di chi non può far altro che limitarsi ad ascoltare, a testa china, il fruscio dei passi dell’altro.

Dare e non voltare le spalle.
Ancora due imperativi del volto, perché le mani che si aprono nel dono non sono altro che l’espressione attiva di un corpo pieno di sguardo, che vede l’altro e lo riconosce anche nella distanza incolmabile della sua alterità.
Infine, il vangelo si chiude su un ultimo imperativo: “siate perfetti”.
Sentiamo che la perfezione non ci appartiene, ma qui il termine “perfetti” (téleioi) indica innanzitutto ciò che tende al compimento, alla pienezza. La misura di questo amore “compiuto” resta per noi l’amore di Cristo, vissuto, patito e sofferto “fino alla fine”, “fino alla consumazione”, l’amore di colui che “avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine (eis télos)” (Gv 13,1). Ma quel “siate” è, in greco, un imperativo futuro, che ci lascia intuire che c’è una gradualità che ci sta davanti, per imparare ad amare, oggi e domani, nel presente e nel futuro, “fino alla fine”.