Il Vangelo del giorno (Bose)

La fame non esaurisce

il pane

Fratel Matteo - Bose


9 maggio 2019

In quel tempo1 Gesù passò all'altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, 2e lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi. 3Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli. 4Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei.
5Allora Gesù, alzàti gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». 6Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere. 7Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo». 8Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: 9«C'è qui un ragazzo che ha cinque pani d'orzo e due pesci; ma che cos'è questo per tanta gente?». 10Rispose Gesù: «Fateli sedere». C'era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini.11Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano. 12E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». 13Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d'orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato.
14Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: «Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!». 15Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo.
Gv 6,1-15

“Dopo questi fatti” (v. 1): questa introduzione ci invita esplicitamente a leggere l’episodio della distribuzione dei pani e dei pesci come la prosecuzione di un racconto che l’evangelista Giovanni ha costruito fin qui, con un preciso intento teologico e pedagogico. I “fatti” che sono stati da lui presentati nella pagina appena precedente (cf. Gv 5,19-47) vedono Gesù offrire una lunga catechesi, un articolato insegnamento teologico sulla sua identità di Figlio di Dio venuto nel mondo per compiere l’opera del Padre; il suo fine è pedagogico: condurre coloro che non lo accolgono alla fede, una fede che sa vedere nella “parola” (Gv 5,24.38.47), nella “voce” (Gv 5,25.28.37), nel “volto” (Gv 5,37) e nelle “opere” (Gv 5,20.36) di Gesù di Nazaret la rivelazione di Dio Padre. Solo così l’uomo arriva ad avere la “Vita” (Gv 5,21.24.26.39-40).
Leggere in questa luce l’episodio dei pani e dei pesci significa ripercorrere la stessa pedagogia, che vuole condurre noi, lettori sempre increduli, alla fede in colui che è la parola, la voce, il volto e l’opera di Dio: il fine ultimo è riconoscere in quel gesto della moltiplicazione dei pani il gesto della vita offerta in abbondanza, e riconoscere così che in quell’uomo ci è offerto il “pane della Vita” (Gv 6,48).
Il gesto è immediatamente efficace nella concretezza del suo risultato: sfamare la fame delle folle (v. 12: “furono saziati”) e condurle così alla fede in Gesù quale messia (v. 14: “Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!”). Ma questa pedagogia del “segno” del pane era offerta innanzitutto ai discepoli, per rafforzare la loro fede in vista dell’ormai imminente entrata nel cammino verso la Vita attraverso la morte: infatti, ci dice Giovanni, “era vicina la Pasqua” (v. 4). E Gesù vuole “provare” (cf. v. 6), cioè rendere più salda, la loro fede in vista della grande prova della sua (e della loro) pasqua. Dal prosieguo del racconto giovanneo vediamo che i discepoli hanno faticato a credere a quel “segno”, mostrando ciò che l’evangelista Marco non teme di dire esplicitamente: “Non avevano compreso il fatto dei pani: il loro cuore era indurito” (Mc 6,52).
Nella nostra situazione di perenne “cuore indurito” come quello dei primi discepoli, lasciamoci dunque di nuovo coinvolgere nella pedagogia di Gesù e dei suoi gesti semplici, che ci mostrano l’essenziale per arrivare a credere in lui. Innanzitutto la confessione della nostra incapacità di sfamare da noi stessi la fame di Vita dell’uomo (nostra e altrui): “Duecento pani non sono sufficienti” (v. 7), dice Filippo; e a lui fa eco Simon Pietro: “Che cos’è questo per tanta gente?” (v. 9). Poi la fiducia nell’affidare quelle poche risorse alle mani di Gesù, che offrendo con gratitudine quella pochezza, quella miseria – non più chiusa in se stessa, ripiegata sulla propria mancanza – al Padre, la Fonte di ogni dono, la apre e la trasforma in abbondanza: “Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede … e … furono saziati” (vv. 11-12). E infine la consapevolezza riconoscente per quel dono gratuito, sovrabbondante, sempre al di là di ogni nostra attesa (cf. vv. 12-13). Il dono di Dio è sempre più ampio del nostro bisogno. La nostra fame non esaurirà mai il pane della Vita…