Il Regno di Dio

è più grande di ogni Chiesa


IV Domenica di Pasqua (C)

a cura di Franco Galeone *

Buon pastore

1. La domenica del buon pastore. Noi siamo conosciuti da Cristo, buon pastore (in greco: bel pastore ὁ ποιμὴν ὁ καλός) : è l’annuncio di questa liturgia domenicale. Non siamo un gregge anonimo, in balia di un padrone, ma pecorelle predilette, conosciute da Dio, una ad una, per nome. L’uomo di oggi si sente misconosciuto come persona; numero tra numeri, lo sconforta il clima di anonimato e di massificazione; ha la netta sensazione di essere in balia di forze oscure ma potenti, che lo manipolano fino a svuotarlo della sua libertà. A noi l’immagine del Buon Pastore forse può apparire poco espressiva, anzi, urtante. Noi, paragonati a pecore! Oggi, nel linguaggio corrente, viene chiamato pecora chi è sospettato di conformismo o di viltà, e si usa la parola gregge per indicare la massa che si adegua alle mode.

2. La gente di Galilea era formata da contadini, pescatori, nomadi, di condizione sociale molto umile. Vivevano della campagna, del lago e della pastorizia. In quella società agricola, nella quale nacque e fu educato Gesù, l’immagine del pastore, del pascolo, delle pecore era familiare. Gesù, continuando la tradizione dei profeti (Ez 34), utilizza quest’immagine per spiegare la relazione tra i capi ed i discepoli nella comunità cristiana. L’esperienza già allora insegnava che questo problema era delicato e si prestava ad abusi molto gravi. Ezechiele si era lamentato: Guai ai pastori d’Israele che pascono se stessi! (Ez 34,2b). Per questo Dio stesso li minaccia: Eccomi contro i pastori: a loro chiederò conto del mio gregge (Ez 34,10). È lo scandalo dei pastori che si comportano come padroni e predoni del gregge e lo dominano secondo i loro interessi. Purtroppo anche oggi! Questa relazione tra il pastore e la comunità è definita con tre verbi: ascoltare (ἀκούω), conoscere (γιγνώσκω) e seguire (ἀκολουθέω).

3. I testi biblici, seguendo l’antica civiltà pastorale, usano le parole pastore, pecora, gregge, con un significato affettuoso, umanissimo: l’agnello è il simbolo del sacrificio; la pecora: della mansuetudine; il pastore: della protezione; il gregge: della coesione. Si tratta di immagini sempre vive, perché ricordano all’uomo di oggi la premura che Dio ha per lui. Per comprendere meglio l’immagine del pastore, dobbiamo fare riferimento alla vita palestinese del tempo di Gesù: l’ovile era un grande recinto; alla sera, i diversi pastori conducevano le pecore all’ovile, ove si mescolavano a quelle di altri pastori, i quali durante la notte vegliavano contro lupi e ladri. Al mattino, una scena allegra: ogni pastore entrava nel recinto, chiamava le sue pecore, che riconoscevano il timbro di voce, e lo seguivano. L’immagine del pastore evoca anche l’idea della vita come viaggio. Siamo in cammino: Le malattie, i disagi, i dolori … sono mali d’esilio, sono avvisi di lontananza (L. Bloy).

4. La nostra fede ci obbliga ad annunciare e vivere la salvezza in mezzo a questo mondo, Per essere degni di questo compito, dobbiamo metterci in atteggiamento di autocritica (in termini laici) o di conversione (in termini religiosi), perché la Parola efficace di Dio non sia trasformata nelle chiacchiere sterili dell’uomo. Chi ritiene di essere il salvatore degli altri, è un essere pericoloso. Tutti forse abbiamo provato fastidio alla presenza di presuntuosi salvatori, che si ponevano davanti a noi con la sicurezza di chi ha una verità da dare. Nessuno di noi vuole essere posseduto o imbonito. Dobbiamo ricordare sempre che la salvezza di cui siamo portatori viene da Dio e non da noi. Con pudore e rispetto verso tutti! Ci fu un tempo (nel passato remoto ma anche prossimo a noi), in cui essere maestri di fede significava avere risposte per tutti, fedeli e infedeli. Ma oggi poche volte abbiamo la risposta. Sempre attuale il poeta E. Montale:
Non chiederci la parola che squadri da ogni lato l’animo nostro informe… Non domandarci la formula che mondi possa aprirti sì qualche storta sillaba e secca come un ramo. Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo!

5. Siamo tutti inquieti perché la nostra vecchia saggezza non basta più. Arrivano ora all’improvviso a noi, sicuri nel recinto delle nostre verità, persone che ci pongono domande alle quali noi non sappiamo rispondere. Di qui l’ostilità o il pessimismo di tanti maestri che accusano non se stessi di ignoranza, ma gli altri di libertinaggio. Sarebbe certo meglio interrogarci se per caso noi non siamo rimasti, con tutto il nostro universalismo dichiarato, prigionieri delle nostre povere teologie, del nostro isolotto culturale. Noi, dopo tanti secoli, abbiamo solidificato la Parola di Dio in una sola lingua, in un solo rito, in una sola teologia, in un solo diritto canonico. Fino a neppure 50 anni fa c’era una sola lingua sacra e cattolica: il latino, l’unica lingua che il buon Dio conosceva bene! Presunzione e ingenuità, come gli antichi greci, per i quali gli dei dell’Olimpo non potevano parlare che il greco (!). Pensate alle tante formule teologiche elaborate nei nostri pensatoi occidentali, esportate dappertutto, e da accettare da tutti, pena la scomunica.

6. Il nostro atteggiamento dev’essere quello di rispettoso ascolto degli altri, nelle convinzione che tutti hanno qualcosa da insegnare, una parola da comunicare. Ci sono Parole di Dio seminate e da ascoltare, Parole non ancora accolte nella tradizione cristiana. Sono quei frammenti del Logos, che possono illuminare anche la nostra Verità. Credere di sapere tutto è presunzione. Noi siamo all’interno di un gregge, il cui pastore è Dio, che guida tutti i suoi figli. Non siamo noi le guide! Noi siamo parte di questo gregge. Dovremmo essere un punto di riferimento, una presenza mite! Ha detto il Signore: Quando avete fatto tutto, dite: Siamo servi inutili. Prese sul serio, queste parole aprono prospettive nuove. Intanto ci liberano dalla presunzione di crederci necessari. Mettono fine a tante nostre paure. Se gli africani, gli asiatici, i sudamericani … si muovono respingendo la paterna protezione dell’Europa cristiana, noi cominciamo a tremare … ma è Dio che libera. Dovremmo essere felici che tutti i popoli si riprendano la loro dignità di uomini e di credenti. In piedi! Occorre rimetterci in discussione, con tutte le nostre biblioteche teologiche; se per caso i tutori dell’ordine ci perseguiteranno, anche noi, come Paolo e Barnaba scuoteremo la polvere dai nostri calzari, perché il regno di Dio è più grande di ogni chiesa.
Buona vita!

* Gruppo biblico ebraico-cristiano