Don Bosco: promozione sociale e santità per i figli del popolo

Inserito in Don Bosco.

Don Bosco:

promozione sociale e santità


per i figli del popolo


Aldo Giraudo
[1]

Don Bosco è noto soprattutto per la sua industriosa carità a favore della gioventù, per l’azione pastorale e formativa instancabile e creativa, per l’efficacia del metodo educativo che ha permesso alla sua opera una diffusione mondiale. Poiché, come san Giuseppe Cafasso ed altri santi piemontesi del tempo, non ci ha lasciato documenti spirituali intimi, analoghi a quelli di Teresa di Lisieux, l’attenzione si è concentrata sulla sua personalità polivalente e sulla sua missione giovanile. È considerato un santo dell’azione pastorale, una delle icone più significative dell’operosità cattolica dell’Ottocento.

1. Il santo della carità operativa

I contemporanei lo videro prevalentemente in questa luce, esaltandone «l’opera sua cristiana e civilizzatrice», come leggiamo su un libricino anonimo del 1872: «Il nome di D. Bosco rappresenta alla mente non solo l'idea della venerazione, della santità, della beneficenza, dell'operosità, della provvidenza, ma ancora quanto possa una ferma volontà operare, malgrado infiniti ostacoli, e peripezie, quando guidata da santo scopo, e dal bene del prossimo, fermamente il voglia».[2] Erano tempi in cui il cattolicesimo europeo sentiva l’urgenza di un’azione caritativa organizzata e sistematica, a vantaggio della fermentazione cristiana della società e delle masse popolari e giovanili, da soccorrere e formare. Il movimento cattolico fece di don Bosco e dalla sua opera educativa un modello e una bandiera.
Questa chiave interpretativa della persona e dell’opera di don Bosco si impose nei decenni successivi, anche presso la borghesia liberale e anticlericale, come si può constatare nell’apertura del necrologio pubblicato nel 1888 da L’illustrazione italiana dell’editore Emilio Treves, ebreo triestino che col fratello Giuseppe aveva fondato a Milano la Società Fratelli Treves Editori:
«Sebbene egli fosse un intransigente cattolico; sebbene moltissimi, anzi i più dissentissero dalle idee di lui, la morte del vecchio prete è stata universalmente compianta. E meritava di esserlo. Don Bosco era un vero filantropo. Propostosi uno scopo altamente nobile e caritatevole, quale è quello di educare e togliere dai pericoli del male la gioventù abbandonata, aveva lavorato 50 anni senza riposo alla realizzazione di un progetto del quale la sua benefica passione facevagli sempre ingrandire le linee principali. In cinquant’anni Don Bosco, andato a Torino a piedi, senz’appoggi, senza mezzi, con la sola fede incrollabile nella santità del suo scopo, ha fondato 130 pii istituti di educazione ed ha raccolto più di 150 mila giovanetti. [2]
Dotato di una attività prodigiosa e di una mente ordinatrice di primo ordine, estese prima in Italia la istituzione da lui fondata; poi in Francia, in Spagna e nell’America del Sud, fino all’ultima Patagonia» [3].
Pietro Braido, per indicare la totalità degli interventi messi in atto dal Santo a favore della salvezza della gioventù, usa l’espressione progetto operativo. [4] Di fatto la convinzione dell'urgenza operativa ha fatto da molla a tutta la sua vita: «Siamo in tempi, in cui bisogna operare – disse in una conferenza ai suoi cooperatori –. Il mondo è divenuto materiale, perciò bisogna lavorare e far conoscere il bene che si fa. Se uno fa anche miracoli pregando giorno e notte e stando nella sua cella, il mondo non ci bada e non ci crede più. Il mondo ha bisogno di vedere e toccare». Dunque, fare il bene e dare alle opere buone la massima pubblicità: «Questo è l'unico mezzo – diceva – per farle conoscere e sostenerle. Il mondo attuale vuole vedere le opere, vuole vedere il clero lavorare a istruire e a educare la gioventù povera e abbandonata, con opere caritatevoli, con ospizi, scuole, arti, mestieri... È questo è l'unico mezzo per salvare la povera gioventù istruendola nella religione e quindi di cristianizzare la società». [5]
Per questa tensione operativa don Bosco apparve al cattolicesimo attivo e battagliero della prima parte del Novecento, come scriveva Angelo Portaluppi all’indomani della beatificazione, in un saggio sulla spiritualità del nuovo beato (apparso su La Scuola Cattolica, rivista della facoltà teologica milanese), l’«emblema del santo a tipo moderno», la cui «forma di santità aderisce alle più palesi e insopprimibili urgenze della nostra esistenza d’ogni dì»; «la missione di Don Bosco fu totalmente sociale»; «egli fu un temperamento tutto concretezza, praticità, aderente alle esigenze della vita sociale»; «la sua dunque fu una spiritualità fatta di impulsi ordinati all’azione e di incitamenti diretti alla concreta effettuazione del Regno di Cristo», «per la gloria di Dio»: «Don Bosco era un contemplativo operante» [6]. In lui, giunge a dire Pierre Cras su La Vie Spirituelle nel 1938, «la vita interiore è tutta centrata sulla vita esteriore e, si potrebbe addirittura dire, rafforzata dalla vita esteriore. Proprio i gesti di questa vita, i più svariati e semplici, ma compiuti con la perfezione della carità, sono altrettanti gesti di adorazione, che costituiscono l’essenziale di ciò che si potrebbe definire la liturgia degli uomini d’azione» [7].

2. Unione e attenzione continuativa dello spirito alla presenza di Dio

Sono accentuazioni che vanno ricollegate ad una temperie storica. Infatti, se è vero che l'operatività intelligente, ispirata dalla carità, costituisce un elemento caratterizzante di don Bosco, non bisogna dimenticare la sensibilità religiosa che la generava e l’obiettivo a cui mirava. Una noticina apparsa su L‘Unità Cattolica del 23 agosto 1876, in margine a un articolo sulle Missioni Salesiane in Patagonia, lo illustra con efficacia: «L'Unità Cattolica è sempre piena d’affetto e di venerazione verso Don Bosco, e sa che in ogni suo operare lo muove solo la gloria di Dio, l'amore alla Chiesa ed al Papa ed il desiderio di guadagnar anime a Gesù Cristo».[8] Dunque, l’operosità instancabile si colloca all’interno di una visione di fede e di carità, nella prospettiva di una vocazione, di una missione ricevuta dall’alto e di un forte senso di responsabilità storica. Scriveva il santo nel 1875, nell’opuscolo Associazione di opere buone, mirato alla diffusione tra i laici di una Unione Cristiana nel bene operare: «Noi Cristiani dobbiamo unirci in questi difficili tempi, ed unirci nello spirito di preghiera, di carità e di zelo adoperando tutti i mezzi che la religione somministra per rimuovere quei mali che oggidì ad ogni momento possono mettere a repentaglio l’importante affare della eterna salvezza».[9]
Ecco l’orizzonte in cui va interpretato l’attivismo di don Bosco e dei cosiddetti “santi sociali”: fede ardente, carità infiammata verso Dio e verso il prossimo, coscienza di una missione, da cui scaturisce lo zelo oblativo per la salvezza delle anime, con tutte le iniziative che servono a tradurlo in azione storico-salvifica. Su questo punto troviamo una profonda convergenza tra san Giuseppe Benedetto Cottolengo, san Giuseppe Cafasso, don Bosco, Leonardo Murialdo, Giulia di Barolo e tutti gli altri operatori della carità torinesi tra Ottocento e primo Novecento. Per loro il lavoro non è preghiera, ma un modo di esercitare la carità, sostenuto, orientato e fecondato dall’orazione di unione.
Don Achille Ratti (il futuro papa Pio XI), nel 1883, giovane sacerdote, era stato per alcuni giorni ospite di don Bosco a Valdocco, e ne era rimasto profondamente colpito. Osservatore accorto, poteva rilevare quelle caratteristiche che intuì essere l'elemento centrale della vita interiore di don Bosco. Con finezza lo metterà in evidenza più volte, nei suoi discorsi da papa, insistendo su una tipica bipolarità della personalità spirituale di don Bosco: «la sua vita di tutti i momenti era un'immolazione continua di carità» e, insieme «un continuo raccoglimento di preghiera – raccontava ai seminaristi di Roma nel giugno 1932 –; è questa l’impressione che si aveva più viva della sua conversazione: un uomo che era attento a tutto quello che accadeva dinanzi a lui. C’era gente che veniva da tutte le parti [...], chi con una cosa, chi con un altra: ed Egli, in piedi, su due piedi, come se fosse cosa di un momento, sentiva tutto, rispondeva a tutto e sempre in un alto raccoglimento. Si sarebbe detto che non attendeva a niente di quello che si diceva intorno a lui: si sarebbe detto che il suo pensiero era altrove ed era veramente così; era altrove: era con Dio con spirito di unione; ma poi eccolo a rispondere a tutti, e aveva la parola esatta per tutto e per se stesso, così, proprio da meravigliare: prima infatti sorprendeva, poi meravigliava. Questa la vita di santità e di raccoglimento, di assiduità nella preghiera che il Beato menava nelle ore notturne e fra le occupazioni continue e implacabili delle ore diurne».[10]
Attivismo stupefacente e costante immersione in Dio, dalla quale riceveva luce ed efficacia pastorale. Era la potenza spirituale di questa sua complessa figura che aveva affascinato il ventiseienne don Achille Ratti e continuava a stupirlo a distanza di cinquant'anni, per la singolare coesistenza dei due poli, alimentati e unificati entrambi dalla carità. Non poteva fare a meno di ripeterlo, ad ogni occasione:
«Un ardore incessante, divorante di azione apostolica, di azione missionaria, veramente missionaria, anche fra le pareti di un’umile camera; missionaria tra le folle di bambini, di ragazzini, di adolescenti che continuamente lo circondavano; spirito di ardore, di azione; e, con questo ardore, uno spirito mirabile, veramente, di raccoglimento, di tranquillità, di calma, che non era la sola calma del silenzio, ma quella che accompagnava sempre un vero spirito di unione con Dio, così da lasciare intravedere una continua attenzione a qualche cosa che la sua anima vedeva, con la quale il suo cuore si intratteneva: la presenza di Dio, l’unione a Dio. Proprio così. E con tutto ciò uno spirito eroico di mortificazione e di vera e propria penitenza [...], quella sua vita continuamente prodigata al bene altrui, sempre dimentica di ogni propria utilità, di ogni anche più scarso riposo; una vita di penitenza, non soltanto mortificata, ma di vera penitenza, a forza di essere apostolica».[11]
La citazione contiene, felicemente collegati, i termini essenziali per comprendere il dinamismo interiore di don Bosco. La sua vita di preghiera è rappresentata sostanzialmente come unione e attenzione continuativa dello spirito alla presenza di Dio. Da questa vengono fatti sbocciare sia il raccoglimento, la tranquillità e la calma dello spirito, sia quell'ardore incessante, “divorante” di azione apostolica che lo hanno reso un apostolo con risonanza mondiale. C’è anche un terzo elemento, messo in stretta relazione con i due precedenti: il distacco da sé e lo spirito di sacrificio e di penitenza necessari per reggere un ritmo di vita costantemente prodigato al bene del prossimo, assolutamente disinteressato e mortificato nella tensione oblativa.
Anche il beato Michele Rua, discepolo e successore, suo intimo confidente, insisteva su questo elemento caratterizzante della personalità spirituale di don Bosco: l’amore di Dio, vissuto in tensione unitiva, generatore di zelo pastorale incontenibile:
«Quanti conobbero D. Bosco durante la sua carriera mortale […] avranno senza dubbio dovuto convincersi che egli non viveva che per Dio, che in ogni tempo, in ogni luogo, in ogni benché minima azione era guidato dallo spirito del Signore. Per noi suoi figliuoli pare quasi impossibile rappresentarci D. Bosco se non col volto acceso di santo zelo e colle labbra aperte in atto di ripetere il suo motto prediletto: Da mihi animas, caetera tolle. Credo di non andar errato pensando che anche voi non potete raffigurarvelo altrimenti che quale perfetto modello di sacerdote, immemore di se stesso, intento unicamente a procurare la gloria di Dio ed a guidare un gran numero di anime al cielo. E se noi avessimo vaghezza di domandargli come abbia fatto a sormontare tante difficoltà […], sembra che egli con quella fisionomia bonaria e sempre raggiante di carità e dolcezza ci risponda colle parole di S. Paolo: nos autem sensum Christi habemus, quasi volesse dirci che mai non pensò ne operò secondo i dettami del mondo, e sempre e dovunque si sforzò di riprodurre in se stesso il divino modello, Gesù Cristo, e così gli venne fatto di compiere la sua missione».[12]
Su questa tensione della vita interiore, sorgente di instancabile dedizione pastorale, don Rua ritornava spesso nei suoi discorsi e nei messaggi ai Salesiani. L’insistenza non era fuori luogo perché, in sintonia con il sentire ecclesiale del tempo, preoccupato di conquistare, di cristianizzare la società, attraverso strategie di “azione cattolica”, i discepoli di don Bosco tendevano a fraintendere le esortazioni del Fondatore all’operosità.
Nei primi decenni del Novecento, con l’accentuarsi del modello militante tra clero e laicato cattolico, che reagiva alla diffusione del laicismo e all’aggressivo dilagare delle ideologie totalitariste di destra e di sinistra, si sentì ancora più forte il bisogno di evidenziare l’urgenza del recupero della dimensione contemplativa e mistica. Circolava dal 1912 il fortunato libro dell’abate cistercense Jean-Baptiste Chautard, L’anima di ogni apostolato,[13] che propugnava il ritorno alla vita interiore come base dell’azione apostolica: «L’azione deve essere solo il traboccamento della vita interiore» (parte II, cap. II). In ambito salesiano si colse l’occasione della beatificazione (1929) per reagire all’univoca presentazione di Don Bosco santo della modernità e dell’azione, rimarcandone la tonalità mistica. Eugenio Ceria pubblicò una fortunata operetta, che ancora circola negli ambienti salesiani, intitolata Don Bosco con Dio, efficace illustrazione della dimensione interiore, dell’ardente amore unitivo di don Bosco per aiutare i confratelli a ritrovare il giusto equilibrio tra azione e contemplazione, tra intimità divina e comunione cogli uomini, tra abbandono alla Provvidenza e industriosa intraprendenza.[14] Solo così avrebbero potuto svolgere la loro missione “divinizzatrice” tra i giovani.[15]

3. Condurre i giovani alla comunione d’amore con Dio

Da tempo emergevano in ambito salesiano voci critiche nei confronti di una certa deriva di metodi e di proposte formative verificabile in taluni ambienti educativi, soprattutto negli Oratori e nei circoli giovanili. Fin dal secondo Congresso degli oratori festivi e delle scuole di religione, tenuto a Torino nel 1902, si era avvertito il pericolo che i mezzi soppiantassero i fini. Nel terzo Congresso di Faenza (1907), che aveva dato ampio spazio alle manifestazioni esterne con gare di ginnastica, di arte drammatica e musicale, si espresse il timore che l’eccesso di attività ludiche e manifestazioni esteriori andasse a detrimento della formazione religiosa dei giovani. Nell’adunanza conclusiva don Luigi Orione, memore della formazione ricevuta da don Bosco, insistette sulla frequenza dei sacramenti negli Oratori festivi, «mostrandone l’assoluta necessità poiché nei giovani si venga a formare quella vera vita cristiana di cui oggi più che mai sentesi grande bisogno».[16] Era necessario ritornare a don Bosco anche su questo campo.
Occasione propizia per un recupero della sua pedagogia spirituale fu l’apertura del processo informativo per la beatificazione di Domenico Savio (aprile 1908). In quell’occasione si diede ampia diffusione alla ristampa della Vita scritta da don Bosco.[17] Questo strumento servì a rimarcare non solo il primato della religione nel metodo educativo del santo, ma anche la tensione perfettiva e la dimensione mistica della spiritualità giovanile da lui propugnata, aspetto che ad alcuni pareva un retaggio del romanticismo religioso ottocentesco impregnato di sentimento, del tutto estraneo alla sensibilità del cattolicesimo d’azione. La biografia del piccolo santo dimostrava in forma narrativa la fecondità di tale pedagogia.
I lettori potevano capire, che cosa volesse dire «darsi a Dio per tempo», esortazione ripetuta dal santo, fin dagli inizi dell’Oratorio. Nella vita di Domenico Savio il «darsi a Dio» non si riduce alla conversione come distacco del cuore dal peccato, ma acquista una connotazione totalitaria ed esprime una tensione perfettiva nella carità. Domenico si era dato «totalmente» al Signore ed era giunto ad amarlo «sopra ogni cosa». Don Bosco illustra un processo di appropriazione battesimale vissuto nelle modalità tipiche di un ragazzo alle soglie dell’adolescenza che, non solo sa vincere se stesso superando ogni affetto disordinato (fino a pregare di «morir piuttosto che mi accada la disgrazia di commettere un solo peccato»[18]), ma si offre a Dio e ai fratelli generosamente e con gioia, attraverso l’esercizio della carità, il fervore dell’operosità quotidiana, il gusto della preghiera e l’obbedienza collaborativa, come quella di Gesù fanciullo, e si innamora della perfezione cristiana, della santità. Questo anelito perfettivo era un tratto caratteristico della pedagogia di don Bosco, rimarcato fin dagli inizi dell’Oratorio, come aveva fatto notare già nel 1849 il teologo Lorenzo Gastaldi sul Conciliatore Torinese: «La sua parola ha una virtù prodigiosa sul cuore di quelle anime ancor tenere, per ammaestrarle, correggerle, piegarle al bene, educarle alla virtù, innamorarle anche della perfezione».[19]
Era stata una predica di don Bosco a suscitare nel cuore di Domenico il desiderio di santità:
«Quella predica per Domenico fu come una scintilla che gl’infiammò tutto il cuore d’amor di Dio», scrive il santo educatore. Fu un’esperienza travolgente. Il ragazzo si sentì attratto in modo irresistibile dalla grazia unitiva: «Mi sento un desiderio ed un bisogno di farmi santo; io non pensava di potermi far santo con tanta facilità; ma ora che ho capito potersi ciò effettuare anche stando allegro, io voglio assolutamente, ed ho assolutamente bisogno di farmi santo. Mi dica adunque come debbo regolarmi per incominciare tale impresa …. Io mi [voglio dare tutto al Signore, per sempre al Signore e] sento un bisogno di farmi santo, e se non mi fo santo io fo niente. Iddio mi vuole santo, ed io debbo farmi tale».[20]
Narrando la vita di Domenico Savio don Bosco riesce a mostrare la bellezza e la freschezza del vissuto quotidiano di un ragazzo, aiutato dall’educatore ad entrare nel grande flusso della vita spirituale, con i suoi processi di distacco da sé, di desiderio, di purificazione, di costruzione virtuosa e di tensione all’amore unitivo. I lettori potevano veder come la comunione col Signore si potesse inserire nella trama delle normali occupazioni quotidiane, dando ad esse una carica e un significato nuovo; come il dono di sé a Dio fosse generatore di gioia profonda e rendesse capaci di affrontare i contrattempi della ferialità con forza d’animo; come la consegna di sé a Dio incrementasse nella carità le opere, le relazioni e le amicizie, rendendole feconde di frutti.
Il racconto dell’esperienza di Domenico riporta attitudini e momenti mistici polarizzati attorno allo «spirito di preghiera»: «Il suo spirito era così abituato a conversare con Dio, che in qualsiasi luogo, anche in mezzo ai più clamorosi trambusti, raccoglieva i suoi pensieri e con pii affetti sollevava il cuore a Dio».[21]
A questo stato interiore di unione amorosa don Bosco intendeva portare ogni giovane. Michele Magone, il ragazzo dissipato e irrequieto incontrato alla stazione di Carmagnola e trasformato dall’ambiente educativo di Valdocco, era arrivato alla stessa meta:
«Nella ricreazione egli sembrava un cavallo sbrigliato; in chiesa poi non trovava posto o modo che gli piacesse; ma poco per volta giunse a starvi con tale raccoglimento che l’avreste messo a modello di qualunque fervoroso cristiano […]. Dopo l’ordinario ringraziamento della confessione e comunione e dopo le sacre funzioni egli si fermava accanto all’altare del SS. Sacramento, o davanti a quello della Beata Vergine a fare speciali preghiere. Egli era talmente attento, raccolto e composto nella persona che pareva insensibile ad ogni cosa esterna».[22]

4. Una mistica eucaristica per i giovani

È soprattutto in riferimento alla comunione eucaristica e all’orazione davanti al SS. Sacramento che emerge la tonalità mistica della spiritualità giovanile proposta da don Bosco. Egli considera il sacramento dell’altare come epicentro della vita spirituale, campo di attrattive, di esperienze estatiche che includevano la coscienza di una particolare invasione del divino. Di Domenico Savio racconta:
«Avvenne più volte che andando in chiesa, specialmente nel giorno che Domenico faceva la santa comunione, oppure era esposto il Santissimo Sacramento, egli restava come rapito dai sensi; sicché lasciava passare tempo anche troppo lungo, se non era chiamato per compiere i suoi ordinarii doveri. Accadde un giorno che mancò dalla colazione, dalla scuola e dal medesimo pranzo, e niuno sapeva dove fosse; nello studio non c’era, a letto nemmeno. Riferita al Direttore tal cosa, gli nacque sospetto di quello che era realmente, che fosse in chiesa, siccome già altre volte era accaduto. Entra in chiesa, va in coro e lo vede là fermo come un sasso. Egli teneva un piede sull’altro, una mano appoggiata sul leggio dell’antifonario, l’altra sul petto colla faccia fissa e rivolta verso il tabernacolo. Non moveva palpebra. Lo chiama, nulla risponde. Lo scuote, e allora gli volge lo sguardo e dice: oh è già finita la messa? Vedi, soggiunse il Direttore, sono le due […].
Un altro giorno, terminato l’ordinario ringraziamento della messa, io era per uscire dalla sacrestia, quando sento in coro una voce come di una persona che disputava. Vado a vedere e trovo il Savio che parlava e poi si arrestava, come chi dà campo alla risposta. Fra le altre cose intesi chiaramente queste parole: Sì, mio Dio, ve l’ho già detto e ve lo dico di nuovo, io vi amo e vi voglio amare fino alla morte. Se voi vedete che io sia per offendervi, mandatemi la morte: sì, prima la morte, ma non peccare».[23]
Qui don Bosco intesse un rapporto dinamico tra l’impegno morale e l’afflato mistico, tra la corrispondenza all’azione della grazia, il raccoglimento, lo spirito di preghiera e il comportamento virtuoso, in un gioco di reciproca fecondazione che si apre alla missione apostolica:
«La prima cosa che gli venne consigliata per farsi santo fu di adoprarsi per guadagnar anime a Dio; perciocché non avvi cosa più santa al mondo, che cooperare al bene delle anime, per la cui salvezza Gesù Cristo sparse fin l’ultima goccia del prezioso suo sangue. Egli conobbe tosto l’importanza di tale pratica, e fu più volte sentito a dire: Se io potessi guadagnare a Dio tutti i miei compagni, quanto sarei felice!».[24]
Così l’attrazione eucaristica si rivela nel desiderio di intimità e di raccoglimento, ma anche nel bisogno di coinvolgervi gli altri: «Era per lui una vera delizia il poter passare qualche ora dinanzi a Gesù sacramentato. Almeno una volta al giorno andava invariabilmente a fargli visita, invitando altri ad andarvi in sua compagnia».[25]
Ma queste «grazie speciali» non sono che lo sbocco di una pedagogia eucaristica propugnata da don Bosco fin dai primi tempi del suo apostolato giovanile. Nel Giovane provveduto, va letta con attenzione la parte intitolata: Maniera di assistere con frutto alla santa Messa. L’assistenza alla messa è prospettata come una cosciente, devota e adorante contemplazione dell’evento consumato sul Calvario, che deve sfociare nell’offerta di sé e nell’assimilazione ai sentimenti di Gesù crocifisso, in vista di un vissuto congruente. Così, ad esempio, durante l’Offertorio, don Bosco orienta il giovane a consegnare se stesso, insieme con Cristo: «Vi offro nel medesimo tempo il mio cuore, la lingua mia, affinché per l’avvenire altro non desideri né d’altra cosa parli, se non di quello che riguarda al vostro santo servizio».[26] Mentre al momento della Comunione insiste affinché, chi non può comunicarsi sacramentalmente, faccia «la comunione spirituale, che consiste in un ardente desiderio di ricevere Gesù». A tale scopo suggerisce una preghiera, in cui i devoti affetti, mentre esprimono la gioia 9 dell’incontro col Signore presente nel sacramento, sono inequivocabilmente orientati alla carità d’unione che sfocia nell’impegno morale:
«Mio caro e buon Gesù, poiché questa mattina io non posso ricevere l’Ostia Santa, venite nondimeno a prendere possesso di me colla vostra grazia, onde io viva sempre nel vostro santo amore».[27]
Lo stesso dinamismo si coglie nelle pratiche suggerite per la preparazione e il ringraziamento alla comunione, con atti di adorazione, di fede e di carità, con promesse e offerte mirate a configurare in profondità la coscienza e gli affetti dei ragazzi attorno al dono di sé a Dio: «Vi amo con tutto il cuor mio sopra ogni cosa, e per amor vostro amo il prossimo quanto me stesso, e perdono di buon cuore a tutti quelli che mi offesero.[28]
«Vi ringrazio di tutto cuore, e protesto che per l’avvenire voi sarete sempre la mia speranza, il mio conforto, voi solo la mia ricchezza […]. Vi offerisco tutto me stesso; vi offerisco questa volontà, affinché non voglia altre cose se non quelle che a voi piacciono; vi offerisco le mie mani, i miei piedi, gli occhi miei, la lingua, la bocca, la mente, il cuore, tutto offro a voi, custodite voi tutti questi sentimenti miei, acciocché ogni pensiero, ogni azione non abbia altro di mira se non quelle cose che sono di vostra maggior gloria e di vantaggio spirituale dell’anima mia».[29]
Analoghi sentimenti vengono esposti negli Atti da farsi nel visitare il SS. Sacramento, culminanti in un’adesione sempre più consistente al Signore e in una conseguente trasformazione e trasfigurazione del vissuto:
«Vi adoro umilmente e vi ringrazio […] Gesù mio, io vi amo con tutto il mio cuore: mi pento di avere per lo addietro tante volte disgustato la vostra infinita bontà. Propongo colla vostra grazia di non più offendervi per l’avvenire. Da oggi avanti voglio essere tutto vostro; fate voi di me quello che vi piace, solo imploro il vostro amore, la perseveranza nel bene, e l’adempimento perfetto della vostra volontà».[30]
Nel capitolo dodicesimo della vita di Francesco Besucco si fa risalire all’ardore della comunione desiderata, ben preparata e fatta con solido trasporto interiore, la fonte di una sostanziosa spiritualità che ha nell’Eucaristia il suo vertice unitivo: «Egli è a questo fuoco, che il nostro Francesco tanto s’infiammò d’amor di Dio che nulla più desiderava in questo mondo se non fare la santa divina volontà. Io resto fuor di me, diceva, al considerare come al giorno della comunione mi senta così vivo desiderio di pregare. Parmi di parlare personalmente col mio stesso Gesù; e ben poteva dirgli: Loquere, Domine, quia audit servus tuus. Il suo cuore era vuoto delle cose del mondo, e Iddio lo riempiva delle sue grazie».[31]

5. L’esercizio della presenza divina

Un altro fecondo aspetto della pedagogia spirituale di don Bosco è la spiritualità di presenza. Il sentimento metastasiano «dovunque il guardo giro, |immenso Dio, ti vedo: | nell'opre tue t'ammiro, | ti riconosco in me»,[32] pervade la sua sensibilità religiosa. In questo condivide la costellazione di simbolismi dell’età romantica, che ama trasalire contemplando le bellezze del creato e le delizie della fede. In chiave presenziale dimentica quasi il disordine del peccato, contempla il creato ancora sprigionante la potenza, la bontà, l'amore di Dio. Nel Giovane provveduto, ad esempio, elencando le Cose necessarie ad un giovane per diventar virtuoso, don Bosco parte dalla Conoscenza di Dio: «Alzate gli occhi al cielo, o figliuoli miei, ed osservate quanto esiste nel cielo e nella terra. Il sole, la luna, le stelle, l’aria, l’acqua, il fuoco son tutte cose che un tempo non esistevano ... È Dio che colla sua onnipotenza le trasse dal niente creandole».[33]
Impregnato di spiritualità salesiana, don Bosco si sforza di educare i suoi ragazzi a vivere «alla presenza di Dio», a questo “semplice sguardo” rivelatore dell’amore di Dio nella natura e negli eventi. Ed essi imparano, come leggiamo nelle biografie edificanti.[34] Inoltre l'esercizio della presenza di Dio in lui si connette a quello della conformità alla volontà divina, mirato a suscitare disponibilità amorosa, fervore nella carità, abbandono nelle braccia del Padre Celeste.
Oggi, nel clima delle celebrazioni del 150° dell’Unità, è interessante ricordare che, per stimolare la confidenza in Dio e portare al senso di unione, egli si serve anche di tutti quegli avvenimenti politici traumatici, vissuti con apprensione dal mondo cattolico, che apparivano vessatori della religione e del papato, per animare nei giovani una più intensa donazione a Dio, amore infinito offeso e incompreso, e un senso di filiale appartenenza alla Chiesa, e così vivere una forma di cittadinanza virtuosa e operosa.
Ai piedi di una fotografia, che lo ritrae seduto a un tavolo, con la penna in mano, don Bosco ha scritto di proprio pugno: «Al pensier di Dio presente | fa’ che il labbro, il cuor, la mente | di virtù seguan la via | o gran vergine Maria! | Sac. Gio Bosco». Mi pare una bella sintesi per esprimere l’unione inscindibile di contemplazione e di azione che caratterizza la sua figura spirituale e il suo insegnamento.

NOTE

1 Relazione tenuta a Torino il 12 marzo 2011, nel corso di un Seminario sulla dimensione mistica dei santi torinesi: “I santi dell’Unità d’Italia: sociali con Dio e con gli uomini”.
2 D. Giovanni Bosco. Cenni biografici, Torino, Tip. e Lit. Foa 1872, p. 3.
3 L’Illustrazione Italiana, anno XV, n. 8 (12 febbraio 1888) p. 132. In occasione del centenario della morte, si usò persino l’espressione «manager» e «imprenditore», cf. F. PORTINARI, Santo o sciamano? Di sicuro manager, in L’Unità, 28 febbraio 1986, p. 11; E. RASY, San manager prega per noi: la riscoperta di don Giovanni Bosco, in Panorama, 5 aprile 1987, pp. 108-113; La leggenda del santo imprenditore, in Il Sole 24 ore, 24 gennaio 1988.
4 P. BRAIDO, Il progetto operativo di Don Bosco e l'utopia della società cristiana, Roma, LAS 1982, p. 8.
5 Espressioni riportate in E. CERIA, Memorie biografiche di San Giovanni Bosco, vol. 13, Torino, Società Editrice Internazionale 1935, pp. 126-127. In una conferenza ai Cooperatori salesiani di S. Benigno Canavese, il 4 giugno 1880, diceva: «Ora i tempi sono cangiati, e quindi oltre al fervente pregare, conviene lavorare ed indefessamente lavorare, se non vogliamo assistere alla intera rovina della presente generazione», in Bollettino Salesiano, 4 (1880) 7, p. 12.
6 A. PORTALUPPI, La Spiritualità del Beato D. Bosco, “La Scuola Cattolica” 58 (1930), pp. 24-26.
7 P. CRAS, La spiritualité d’un homme d’action. Saint Jean Bosco, “La Vie Spirituelle”, 20 (1938), t. 44, pp. 287-288.
8 L‘Unità Cattolica, 23 agosto 1876, p. 6.
9 [G. BOSCO], Associazione di opere buone, Torino, Tip. dell’Orat. di s. Franc. di Sales 1875, p. 4.
10 L'Osservatore Romano, 29 giugno 1932, n. 142, p. 2. I molti interventi di Pio XI su don Bosco sono rintracciabili nella collezione dei suoi discorsi, attraverso l'indice analitico: Discorsi di Pio XI, a cura di Domenico BERTETTO, 3 voll., Torino, SEI 1960-1961.
11 Discorso dopo il decreto sull'eroicità delle virtù di Domenico Savio, 9 luglio 1933, in L'Osservatore Romano, 10-11 luglio 1933, n. 160, p. 1.
12 Lettera edificante n. 7: Lo spirito di D. Bosco – Vocazioni (14 giugno 1905), in Lettere circolari di don Michele Rua ai Salesiani, Torino, S.A.I.D. «Buona Stampa» 1910, pp. 488-489.
13 Prima edizione torinese: G.B. CHAUTARD, L'anima dell'apostolato. Traduzione della settima edizione francese di L'ame de tout apostolat; con prefazione di mons. Giovanni Volpi, Torino, G.B. Berruti 1918.
14 E. CERIA, Don Bosco con Dio, Torino, SEI 1929; più tardi don Ceria aggiungerà altri capitoli in una «nuova edizione ampliata», che si può considerare definitiva (Colle Don Bosco-Asti, Elle Di Ci 1946).
15 L’espressione «divinizzare», riferita all’azione educativa e pastorale di don Bosco è usata dall’arcivescovo di Torino Gaetano Alimonda: Giovanni Bosco e il suo secolo. Ai funerali di trigesima nella chiesa di Maria Ausiliatrice in Torino il 1° Marzo 1888. Discorso del cardinale Gaetano Alimonda, Torino, Tipografia salesiana 1888, p. 7.
16 Il Congresso di Faenza: l’ultimo giorno (27 aprile), in Bollettino Salesiano, 31 (1907) 8, p. 231.
17 G. BOSCO, Il servo di Dio Domenico Savio. Edizione con illustrazioni originali di G. Carpaneto, Torino, Società Editrice Internazionale 1908.
18 G. BOSCO, Vita del giovanetto Savio Domenico allievo dell’Oratorio di S. Francesco di Sales, Torino, Tip. G.B. Paravia e Comp. 1859, p. 40.
19 L. GASTALDI, L’Oratorio di S. Francesco di Sales in Torino, in Il Conciliatore Torinese, 7 aprile 1849, anno II, n. 42, p. 2.
20 G. BOSCO, Vita del giovanetto Savio, pp. 50-51, la parte tra parentesi quadra è stata aggiunta da don Bosco nella quinta edizione (Torino, Tipografia e Libreria Salesiana 1878, p. 41).
21 Ivi, p. 62.
22 G. BOSCO, Cenno biografico sul giovanetto Magone Michele allievo dell’Oratorio di S. Francesco di Sales, Torino, Tip. G.B. Paravia e Comp. 1861, pp. 29, 31.
23 BOSCO, Vita del giovanetto Savio Domenico, pp. 94-95.
24 Ivi, p. 53.
25 Ivi, p. 71.
26 G. BOSCO, Il giovane provveduto per la pratica de’ suoi doveri…, Torino, G.B. Paravia e Comp., 1847, p. 89.
27 Ivi, p. 91.
28 Ivi, p. 100.
29 Ivi, p. 102.
30 Ivi, pp. 104-105.
31 G. BOSCO, Il pastorello delle Alpi ovvero vita del giovane Besucco Francesco d’Argentera, Torino, Tip. dell’Orat. di S. Franc. di Sales 1864, p. 67.
32 P. METASTASIO [Pietro Trapassi], Arie, XXVI.
33 Ivi, p. 9.
34 Ad esempio, egli racconta di Michele Magone: «Una sera mentre i nostri giovani erano già tutti a riposo, odo uno a piangere e a sospirare. Mi metto pian piano alla finestra e veggo Magone in un angolo dell’aia che mirava la luna e lagrimando sospirava. Che hai, Magone, ti senti male? gli dissi. Egli che pensava di essere solo, né essere da alcuno veduto, ne fu turbato, e non sapeva che rispondere; ma replicando io la domanda, rispose con queste precise parole: – Io piango nel rimirare la luna che da tanti secoli comparisce con regolarità a rischiarare le tenebre della notte, senza mai disobbedire agli ordini del Creatore, mentre io che sono tanto giovane, io che sono ragionevole, che avrei dovuto essere fedelissimo alle leggi del mio Dio, l’ho disobbedito tante volte, e l’ho in mille modi offeso», BOSCO, Cenno biografico sul giovanetto Magone Michele, pp. 64-65.