Il Vangelo del giorno (Bose)

Pane vivo

Fratel Nimal - Bose


11 maggio 2019

In quel tempo, la folla disse a Gesù: «Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai? 31I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: Diede loro da mangiare un pane dal cielo». 32Rispose loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: non è Mosè che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero. 33Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo». 34Allora gli dissero: «Signore, dacci sempre questo pane». 35Gesù rispose loro: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!36Vi ho detto però che voi mi avete visto, eppure non credete. 37Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me: colui che viene a me, io non lo caccerò fuori, 38perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato. 39E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell'ultimo giorno. 40Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell'ultimo giorno».
41Allora i Giudei si misero a mormorare contro di lui perché aveva detto: «Io sono il pane disceso dal cielo». 42E dicevano: «Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire: «Sono disceso dal cielo»?».
43Gesù rispose loro: «Non mormorate tra voi. 44Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. 45Sta scritto nei profeti: E tutti saranno istruiti da Dio. Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me. 46Non perché qualcuno abbia visto il Padre; solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. 47In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna.»
Gv 6,30-47

Sulle sponde del lago di Tiberiade Gesù ha moltiplicato i cinque pani e i due pesci per sfamare la folla, che ora lo cerca perché ha riconosciuto un profeta o perché si è saziata dei pani. Gesù li invita a riconoscere una fame e un desiderio più profondo ed essenziale, come aveva fatto con la samaritana (cf. Gv 4,15), fino a suscitare l’invocazione:”Signore, dacci sempre questo pane” (Gv 6,34). Che cosa chiediamo quando nella preghiera al Padre diciamo: “dacci oggi il nostro pane quotidiano”? Cosa ci fa vivere? Cosa ci fa credere? Come discernere la volontà di Dio, l’opera di Dio nelle nostre vite? Sono domande che attraversano tutto il quarto vangelo per arrivare a quel vertice della rivelazione di Dio che è la croce gloriosa e la resurrezione di Cristo.
Noi oggi siamo tentati dal desiderio di “vedere segni e prodigi” (Gv 4,48), abbagliati dalle folle, dal successo, dalla nostra presunta capacità di giudizio sulla realtà: “Non è costui Gesù il figlio di Giuseppe?” (Gv 6,42). Gesù ci mette di fronte alle nostre contraddizioni. Chiediamo segni e prodigi per vedere e credere e in realtà non crediamo pur avendo visto (cf. Gv 6,30.36).
Di fronte alla possibilità di un successo, del plauso della folla, Gesù ritorna al Padre, al silenzio e alla solitudine del monte (cf. Gv 6,15) per poter discernere l’opera di Dio. Egli è disceso dal cielo non per fare la propria volontà, ma la volontà del Padre. Più volte egli sottolinea il suo “pieno abbandono” (Eb 5,7) a questa volontà, non come obbedienza cieca a un ordine immutabile, ma come cammino nell’amore fino alla fine (cf. Gv 13,1), fino ad essere innalzato per attirare tutti a sé, fino a quel grido: “Ho sete”, che ricapitola il grido di ogni uomo abbandonato nei deserti e sui mari, attraverso l’agonia della morte, grido che dice la sua e la nostra sete profonda di Dio, di vita, di senso.
Nella ricerca, nell’affanno dei giorni terreni spesso perdiamo di vista questa promessa di vita eterna, perdiamo di vista l’essenziale della nostra vita umana e cristiana, la volontà di Dio sulle nostre esistenze che non è imposizione di norme morali o statuti di vita, ma promessa di eternità, promessa che è già realizzata nel compimento della croce, dell’effusione dello Spirito.
La mormorazione che nasce da uno sguardo non trasparente che presume di conoscere l’altro, di sapere chi egli sia in verità, avvelena e ferisce le nostre vite, ma dobbiamo tornare sempre a volgere lo sguardo a colui che è stato trafitto, per riconoscere che lui ci ha scelti, la comunione che possiamo vivere qui e ora prima di essere frutto del nostro agire è opera del Padre, “nessuno può venire al Figlio se non lo attira il Padre” (Gv 6,44). L’opera di Dio è credere nel Figlio, vero pane di vita disceso dal cielo, aderire a Gesù, vero pane spezzato, roccia su cui si infrangono le ferite alla comunione fraterna, acqua viva che sola può sciogliere la nostra durezza di cuore quando non sappiamo guardare all’altro come un fratello, una sorella che il Signore ha chiamato perché abbia la vita eterna.
Le parole dure di Gesù (Gv 6,60) rivelano una continua declinazione della volontà del Padre che è amore fino alla fine nel Figlio. Non chiudiamo i nostri orizzonti al qui e ora delle nostre vite paralizzate dall’incapacità di superare ostilità e incomprensioni, ferite dalle sofferenze che la storia riserva a tutti in misura diversa. No! Osiamo alzare lo sguardo verso una promessa di vita e speranza, per credere al Signore, vera carne e vero sangue versato per noi perché possiamo partecipare a questa promessa fino ad essere grano macinato di Cristo, pane spezzato per fratelli e sorelle. Non dimentichiamo che il Padre ci attira e il Figlio continua a cercarci e sceglierci anche quando nei nostri cuori resta sospesa la domanda “anche voi volete andarvene?” (Gv 6,67).