Il Vangelo del giorno (Bose)

"Io sono il pane della vita"

Fratel Daniel - Bose

13 maggio 2019

In quel tempo Gesù diceva ai Giudei :48Io sono il pane della vita. 49I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; 50questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. 51Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».52Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». 53Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita.54Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. 55Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. 56Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. 57Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. 58Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».
Gv 6,48-58

Gesù ha vissuto una prima Pasqua a Gerusalemme (cf. Gv 2,13-17), dove fece una vasta operazione di pulizia con la quale intendeva mostrare che ormai egli stesso era il tempio (cf. Gv 2,21). Ha poi dilatato i confini segnati da questo nuovo tempio: non più solo Israele (incontro con Nicodemo, Gv 3), ma anche i samaritani (incontro al pozzo di Giacobbe, Gv 4) e perfino i pagani (guarigione del servo del centurione romano a Tiberiade, Gv 4,46-54). Decide perciò di non celebrare la sua seconda Pasqua a Gerusalemme, ma in Galilea, nei pressi del lago di Tiberiade. È quanto narra l’episodio della moltiplicazione dei pani nonché il grande discorso che ne spiega il senso (Gv 6).
Nel brano di oggi Gesù si presenta a due riprese come “pane” (vv. 48 e 51) che, diversamente dalla manna che i padri hanno mangiato nel deserto e sono morti (vv. 49 e 58), dona la vita, anzi la vita eterna. Se però la prima volta Gesù dice di sé che è il “pane di vita” (come già al v. 35), la seconda volta si proclama “pane vivo” (v. 51). Ma che cos’è un pane vivo?
Anzitutto, quest’espressione sottolinea che non si tratta di un cadavere! E quindi le parole dure sul “mangiare la mia carne” (o “mangiare me”) e “bere il mio sangue” non si riferiscono affatto a un rito di cannibalismo religioso. “Carne” e “sangue” evocano invece l’espressione, corrente in ebraico (basar wedam), con la quale si qualifica un essere vivente – diremmo oggi “in carne e ossa” –. È pure ciò che sottintende l’altra espressione: “mangiare la carne del Figlio dell’uomo” (v. 53). In Giovanni, il Figlio dell’uomo è sempre il Cristo glorificato. Come allora potremmo mangiare la carne del Cristo glorioso? È assurdo quanto un terzo particolare del testo: al v. 56, Gesù dichiara che “chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane (o dimora) in me”. Vale a dire: chi si nutre di Cristo viene identificato con lui. Sappiamo tutti che, nel mangiare, avviene il contrario: assumiamo degli alimenti che diventano parte di noi stessi; gli spinaci diventano me, ma non io gli spinaci!
Tutto ciò conduce ad un’unica conclusione: i verbi “mangiare” e “bere” non designano un pasto dove si consumano dei cibi, indicano invece simbolicamente il credere di cui parlava già la prima parte del discorso (Gv 6,29.35-36.40.47). In quella parte si trattava di credere nel Cristo sceso dal cielo e diventato uomo; in questa seconda sezione si tratta invece di credere nel Cristo glorificato e vivente nonostante la morte in croce; credere fino a diventare uno con lui, questo è il “mangiare la carne del Figlio dell’uomo”.
Spunta allora un secondo significato di queste strane espressioni: la fede e la relazione con il Cristo glorificato trovano un’espressione maggiore nella partecipazione all’eucaristia in cui il Signore si offre a noi per darci la sua vita. Ma questo senso resta secondo e non deve soppiantare ritualmente la relazione di fede-amore-lode che ci rende partecipi della vita del Glorificato.