Il Vangelo del giorno (Bose)

Il tesoro del nostro cuore

Fratel Salvatore - Bose


15 maggio 2019

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:«32Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno. 33Vendete ciò che possedete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro sicuro nei cieli, dove ladro non arriva e tarlo non consuma. 34Perché, dov'è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore. 35Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; 36siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito. 37Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. 38E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell'alba, li troverà così, beati loro! 39Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. 40Anche voi tenetevi pronti perché, nell'ora che non immaginate, viene il Figlio dell'uomo».
Lc 12,32-40

“Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno”. Le parole di Gesù tracciano in modo sintetico il ritratto della comunità dei discepoli.
“Non temere”. Quante volte Gesù ha incoraggiato i discepoli invitandoli a non temere: coloro che li avversano, il futuro personale e comunitario... Questa esortazione risuona al fondo del nostro cuore e non dobbiamo dimenticarla quando viviamo situazioni che producono in noi ansia e paura, per trarne forza: “Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?” (Rm 8,35). In tutte queste cose – ci assicura l’apostolo – siamo più che vincitori grazie a colui che ci ha amati.
Per il credente non c’è ragione di temere perché come un gregge siamo affidati alle cure del Pastore, Gesù Cristo, che conosce le sue pecore ad una ad una e le chiama per nome, sa le loro necessità e le conduce a pascoli abbondanti. Ecco la sorgente della nostra fiducia: l’amore preveniente di Dio per noi.
Il gregge è “piccolo”, irrilevante agli occhi dei più: cosa poteva contare quel gruppo esiguo di uomini e donne che costituivano la comunità itinerante di Gesù? La nostra piccolezza individuale e comunitaria, riconosciuta e accettata, ci predispone ad accogliere la grazia operante in noi e diviene fonte di gioia, non di invidia.
Sì, perché al Padre nostro è piaciuto affidarci il suo Regno, cioè il suo modo di pensare, sognare, agire per l’umanità. Perché è amore che crede in noi e si rallegra nel condividere la sua stessa vita con noi. Gesù ha paragonato il Regno a un piccolo seme depositato nel nostro cuore, che può germinare e portare frutto se sappiamo custodirlo, perseverando nell’amore e vivendo in comunione (cf. Lc 8,11-15).
Ecco dunque il tesoro del nostro cuore, perché dov’è il nostro tesoro, là sarà anche il nostro cuore. Pacomio, di cui oggi celebriamo la memoria liturgica, ce lo testimonia. Egli è stato l’iniziatore della forma monastica cenobitica nel deserto egiziano e ha fatto della sua esistenza un servizio reso ai fratelli, “la cui vita è un deposito affidatoci da Dio” (Libro di Orsiesi 11), un dono da accogliere, far fiorire e custodire.
In un altro detto attribuito a Pacomio leggiamo: “Io trovo riposo nel servire Dio e voi, secondo il comandamento di Dio” (Vita greca prima 24). Trovare “riposo” nel vivere il comandamento dell’amore facendosi servi gli uni degli altri, sull’esempio di Gesù, che è stato in mezzo alla comunità dei suoi discepoli come colui che serve (cf. Lc 22,27): ci appare un compito arduo e quanto mai sorprendente, perché siamo portati a considerare il servizio come impegno, fatica, sacrificio e non certamente come riposo. Ma forse che non sia anche qui un tesoro da scovare nelle fibre più intime del nostro essere?
Servi ben desti e laboriosi che attendono il ritorno del loro padrone, come ci ricorda la pagina odierna del vangelo. Il Signore bussa sempre alla porta delle nostre vite, viene in coloro che mendicano da noi attenzione e cura, spesso ci raggiunge nelle forme più imprevedibili. Se lasciamo aperta la porta del nostro cuore, può realizzarsi fin da ora la sua promessa di farsi lui stesso servo dei suoi servi, servendoli a tavola. E sperimenteremo la vera beatitudine.