Prossimità e accompagnamento. L’arte di generare nello Spirito

Inserito in Animazione vocazionale.

Prossimità e accompagnamento

L’arte di generare nello Spirito


Rosalba Manes

Vorrei introdurmi con un linguaggio che si abbina bene al tessuto della Scrittura, la poesia che, come dice il Card. Ravasi, è la sorella della teologia, come si vede nei Salmi, nel Cantico, nel libro di Giobbe. Partiamo da una lirica di Alda Merini, Magnificat, che ci aiuta a leggere in maniera sintetica il ruolo della donna scelta da Dio come madre del Figlio suo e di tutti noi:

Era di media statura e di straordinaria bellezza, le sue movenze erano quelle di una danzatrice al cospetto del sole.
La sua verginità era così materna che tutti i figli del mondo avrebbero voluto confluire nelle sue braccia. Era aulente come una preghiera, provvida come una matrona, era silenzio, preghiera e voce. Ed era così casta e ombra, ed era così ombra e luce, che su di lei si alternavano tutti gli equinozi di primavera. Se alzava le mani le sue dita diventavano uccelli, se muoveva i suoi piedi pieni di grazia la terra diventava sorgiva. Se cantava tutte le creature del mondo facevano silenzio per udire la sua voce… I suoi occhi nati per la carità, esenti da qualsiasi stanchezza, non si chiudevano mai, né giorno, né notte, perché non voleva perdere di vista il suo Dio.

Dovremmo ora sostare in contemplazione, perché la poesia esprime bene l’eccedenza della vita che va gustata, sentita interiormente, e non sciupata con troppe parole. Mi soffermo su due aspetti, la verginità materna di Maria e il suo sguardo, esente da stanchezza, rivolto sempre a Dio, aspetti che ci dicono il suo legame all’umanità e a Dio.
Prossimità e accompagnamento è un tema dunque che ci fa pensare a lei, Maria, che dalla sua pentecoste personale (all’annunciazione) si è lasciata tessere nella trama della storia sacra del suo popolo. Per la Scrittura non esiste l’individuo, ma la persona che riceve la vita e la fede da altri.
Quando Dio elegge una persona e la estrae dall’anonimato non è mai per metterla sotto una campana di vetro e per proteggerla dai veleni del mondo. Dio chiama per immettere il chiamato con una maggiore forza nel dinamismo vivo e vivificante della storia sacra.
Maria, che già all’annunciazione viene associata così intimamente alla storia del suo popolo e che nella sua risposta si presenta come serva del Signore, manifesta il suo desiderio di appartenere al popolo, di essere in mezzo al suo popolo, come il Signore che è l’Emmanuele.
Maria si dirà serva del Signore non per umiltà ma per allacciarsi alla tradizione dei padri di Israele e alla misteriosa ma straordinaria figura del servo del Signore, per essere sua alleata, sua partner nella relazione di alleanza. Maria si lascia attrarre dalla bellezza di Dio nell’estasi per fare un esodo e ci insegna che è necessario imparare continuamente a essere vulnerabili a Dio e rileggere così la nostra storia alla luce dei suoi interventi salvifici che giungono con dei fatti e attraverso dei volti. Maria ci ricorda che non si può vivere la propria vocazione se non ci si sente parte di un popolo. Dopo l’effusione dello Spirito, Luca usa il participio anástasa, «alzatasi».
Maria si alza, come i risorti, e si mette in viaggio verso Elisabetta che porta sul suo grembo la firma di Dio. Maria si fa prossima e manifesta la sua capacità di accompagnare la storia sacra e poi, dopo la Pasqua del Figlio, di accompagnare anche la storia della Chiesa.

Alcune “perle” dall’Evangelii gaudium: l’accompagnamento personale dei processi di crescita

Per sviluppare meglio il tema vorrei partire dall’esortazione apostolica Evangelii gaudium (2013), dai nn. 169-173 intitolati L’accompagnamento personale dei processi di crescita. Al numero 169, che farà da sfondo al nostro intervento, leggiamo:

In una civiltà paradossalmente ferita dall’anonimato e, al tempo stesso, ossessionata per i dettagli della vita degli altri, spudoratamente malata di curiosità morbosa, la Chiesa ha bisogno di uno sguardo di vicinanza per contemplare, commuoversi e fermarsi davanti all’altro tutte le volte che sia necessario. In questo mondo i ministri ordinati e gli altri operatori pastorali possono rendere presente la fragranza della presenza vicina di Gesù ed il suo sguardo personale.
La Chiesa dovrà iniziare i suoi membri – sacerdoti, religiosi e laici – a questa “arte dell’accompagnamento”, perché tutti imparino sempre a togliersi i sandali davanti alla terra sacra dell’altro (cfr Es 3,5). Dobbiamo dare al nostro cammino il ritmo salutare della prossimità, con uno sguardo rispettoso e pieno di compassione ma che nel medesimo tempo sani, liberi e incoraggi a maturare nella vita cristiana (EG 169).

Emergono alcuni elementi estremamente importanti:
- Avere uno sguardo di vicinanza per contemplare, commuoversi e fermarsi
- Rendere presente la fragranza di Cristo e il suo sguardo
- Togliersi i sandali davanti alla terra sacra dell’altro

Poi il Santo Padre definisce questo accompagnamento spirituale come un cammino verso Dio in cerca della propria libertà e «un pellegrinaggio con Cristo verso il Padre» (EG 170). E poi cito ancora le sue parole:

Più che mai abbiamo bisogno di uomini e donne che, a partire dalla loro esperienza di accompagnamento, conoscano il modo di procedere, dove spiccano la prudenza, la capacità di comprensione, l’arte di aspettare, la docilità allo Spirito, per proteggere tutti insieme le pecore che si affidano a noi dai lupi che tentano di disgregare il gregge. Abbiamo bisogno di esercitarci nell’arte di ascoltare, che è più che sentire. La prima cosa, nella comunicazione con l’altro, è la capacità del cuore che rende possibile la prossimità, senza la quale non esiste un vero incontro spirituale (EG 171).

Si ribadisce la necessità di alcune qualità pastorali («la prudenza, la capacità di comprensione, l’arte di aspettare, la docilità allo Spirito, per proteggere tutti insieme le pecore che si affidano a noi dai lupi»), dell’ascolto, della pazienza e di «una pedagogia che introduca le persone, passo dopo passo, alla piena appropriazione del mistero» [Giovanni Paolo II, Ecclesia in Asia 20]. Per giungere ad un punto di maturità, affinché le persone siano capaci di decisioni veramente libere e responsabili, è indispensabile dare tempo, con una immensa pazienza. Come diceva il beato Pietro Fabro: «Il tempo è il messaggero di Dio» (EG 171).

Il Vangelo ci propone di correggere e aiutare a crescere una persona a partire dal riconoscimento della malvagità oggettiva delle sue azioni (cfr Mt 18,15), ma senza emettere giudizi sulla sua responsabilità
e colpevolezza (cfr Mt 7,1; Lc 6,37). In ogni caso un valido accompagnatore non accondiscende ai fatalismi o alla pusillanimità. Invita sempre a volersi curare, a rialzarsi, ad abbracciare la croce, a lasciare tutto, ad uscire sempre di nuovo per annunciare il Vangelo (EG 172).

Il santo Padre invita ad essere «pazienti e comprensivi con gli altri e ci mette in grado di trovare i modi per risvegliarne in loro la fiducia, l’apertura e la disposizione a crescere» (EG 172). «I discepoli
missionari accompagnano i discepoli missionari» (EG 173). Le qualità pastorali di chi accompagna devono essere tali da introdurre le persone, passo dopo passo, all’appropriazione della propria vocazione alla luce del disegno di Dio che è un disegno di santità.
La Parola di Dio ci manifesta quest’arte del tessere le relazioni imparando a sprecare. Tutta la Scrittura ci invita a sprecare, a non essere mediocri nel dono. Siamo fatte per il dono, per la relazione. La solitudine non è il nostro statuto. La nostra fibra di creature fatte a immagine e somiglianza di Dio è una fibra relazionale, perché Dio in se stesso è relazione e ci ricorda che le scorciatoie ci portano a un vicolo cieco, mentre la via lunga della maturazione ci ricorda che dobbiamo investire tutti i doni al meglio che possiamo, imparando a vivere in modo pasquale, a morire a se stessi, diventando liberi da se stessi perché il Padre ci attiri nel suo dinamismo di innalzamento: chi si umilia sarà innalzato. Per cogliere tutto questo attraverseremo alcune pagine della Scrittura.

Chiamate ad avere «uno sguardo di vicinanza per contemplare, commuoversi e fermarsi»

Tutta la Scrittura di parla della prossimità di Dio e della sua arte di accompagnare il suo popolo, di accompagnare la Chiesa. Vorrei soffermarmi su alcune metafore bibliche di prossimità e di accompagnamento dell’uno e dell’altro Testamento.

Il Dio sensibile e coinvolto nelle vicende del popolo schiavo in Egitto (Es 3,1-12)

Innanzitutto la Scrittura ci consegna la verità della divina sensibilità, della sua tenerezza, del pathos del suo amore, del suo essere un Dio coinvolto e coinvolgente. Il Dio della Bibbia, diversamente dagli idoli delle nazioni (Sal 115,4-7), ha occhi e vede, ha tutti i sensi e coglie i dinamismi e i cambiamenti della realtà del cuore umano, che egli stesso ha creato. Si manifesta a Mosè come un fuoco che brucia ma non consuma, non disintegra la vita di quest’uomo, vita che è simile a un roveto secco e che con il fuoco di Dio può finalmente germogliare.
Di fronte al fuoco di Dio, Mosè si chiede: chi sono Dio? E Dio gli consegna l’identità più profonda di ogni credente: Io con te, che significa: Non sei più solo, ma accompagnato, condotto, abbracciato.
Dio si presente come il compagno, l’amico, una connessione senza limiti, il Paraclito, il Dio che “adotta” Mosè liberandolo dalle spine e consegnandogli l’identità del figlio amato. Così liberato, Mosè può servire la liberazione del popolo.

Es 2,23Dopo molto tempo il re d’Egitto morì. Gli Israeliti gemettero per la loro schiavitù, alzarono grida di lamento e il loro grido dalla schiavitù salì a Dio. 24Dio ascoltò il loro lamento, Dio si ricordò della sua alleanza con Abramo, Isacco e Giacobbe. 25Dio guardò la condizione degli Israeliti, Dio se ne diede pensiero (Es 2,23-25).

Il popolo grida a Dio e Dio ascolta. Quel grido non resta inascoltato ma chiama in causa un Dio sensibile che con sguardo contemplativo passa in rassegna il suo popolo in Egitto e lo ama.
Ed è proprio perché ama questo popolo che Dio si abbassa:

Es 3,7 Il Signore disse: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sovrintendenti: conosco le sue sofferenze. 8 Sono sceso per liberarlo dal potere dell’Egitto e per farlo salire da questa terra verso una terra bella e spaziosa, verso una terra dove scorrono latte e miele, verso il luogo dove si trovano il Cananeo, l’Ittita, l’Amorreo, il Perizzita, l’Eveo, il Gebuseo. 9 Ecco, il grido degli Israeliti è arrivato fino a me e io stesso ho visto come gli Egiziani li opprimono. 10Perciò va’! Io ti mando dal faraone. Fa’ uscire dall’Egitto il mio popolo, gli
Israeliti!» (Es 3,7-10).

Diversamente dagli idoli fasulli delle nazioni, Dio ha tutti i sensi svegli: ha «osservato» la miseria del suo popolo in Egitto, ha «udito» il suo grido a causa dei suoi sovrintendenti, ha «conosciuto» le sue sofferenze ed è «sceso» per liberarlo dal potere dell’Egitto e per farlo «salire» dalla casa di schiavitù verso una terra «bella e spaziosa». Il Dio che si presenta a Mosè mediante la parola è un Dio che vede, ascolta, conosce, scende e libera. È un Dio che prende posizione, che sta dalla parte del popolo. La cura del singolo diventa la cura che Dio dispiega a favore del popolo. Nella Scrittura infatti non c’è l’individuo, ma la persona che fa parte del popolo di Dio.

La divina tenerezza del Cristo Pastore che partecipa ai suoi la sua stessa missione (Mt 9,35–10,1)

Dopo il discorso della montagna, Gesù compie segni del Messia e poi abbiamo un sommario speciale:

Mt 9,35Gesù percorreva tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni malattia e ogni infermità. 36Vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. 37Allora disse ai suoi discepoli: “La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! 38Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe!”.

Tutto parte da uno sguardo. Gesù vede le folle e considera ciascuno come fosse l’unico su questa terra. Il suo cammino è finalizzato a coinvolgere nell’avvento del regno del Padre tutto l’uomo: la sua intelligenza attraverso l’insegnamento, il suo spirito attraverso la predicazione del Vangelo, e il suo corpo attraverso la sua attività terapeutica. L’esperienza delle sofferenze interiori delle folle provoca in lui il sentimento tipico di un madre (il verbo è splanchnízomai, da spláncna, «grembo», «utero» e significa «commuoversi», «fremere nel proprio grembo»).
Si commuove solo chi si lascia completamente coinvolgere nella situazione dell’altro e manifesta la sua più piena solidarietà e vicinanza, traducendola in amore mediante la compassione, quel sentimento che tocca la persona nel suo intimo. Egli vede le folle con gli occhi, ma le “sente” nelle viscere. Il verbo esplanchnísthe, che esprime la commozione, rimanda all’immagine dell’utero materno (ta splánchna). L’espressione «le mie viscere» era usata nel mondo greco-romano per indicare i propri figli. L’apostolo Paolo, per esempio, lo dice a proposito dello schiavo Onesimo da lui generato spiritualmente alla vita in Cristo (Fm 12). Accogliere nella preghiera qualcuno è dargli ospitalità, renderlo ospite del proprio cuore.
Gesù si fa vicino all’uomo mostrando il suo cuore di madre, col desiderio di sottrarre gli uomini allo smarrimento che vivono le pecore quando manca il pastore (cf Zc 10,2-3). Cristo si fa vicino con la tenerezza, che non è il tenerume, la sdolcinatezza, ma una «virtù dei forti» (EG 288), virile.
La tenerezza di Cristo diviene spinta della missione. Cristo, il bel pastore, superlativamente pastore (cf Gv 10,11.14), si mostra desideroso di trovare amici disposti a “coltivare” la messe abbondante di tante vite bisognose di cura, attenzione, dedizione. Di qui l’invito a pregare il Padre perché mandi operai nella messe. Preghiera che viene esaudita proprio all’inizio del capitolo successivo quando Gesù chiama i Dodici e conferisce loro il suo stesso potere (Mt 10,1), manifestando loro piena fiducia e l’amore grande proprio di chi dà all’altro tutto ciò gli appartiene. La missione non nasce a tavolino, nasce dalla tenerezza del Pastore.

Chiamate a «toglierci i sandali davanti alla terra sacra dell’altro»

Anche per questa parte impieghiamo due icone bibliche. Togliersi i sandali rimanda all’immagine di spoliazione, per far spazio all’altro.
Due esempi nella vita di Cristo rimandano a questa capacità di non giudicare alla maniera umana (l’incontro con l’adultera) e a quell’amore che si abbassa proprio del Signore e Maestro che si fa servo (La lavanda dei piedi).

Il Cristo che non giudica l’adultera ma le offre una possibilità nuova (Gv 8,1-11)

Il gruppo dei detrattori di Gesù ha sempre un caso da esporgli, un tranello nel quale spera che egli possa cadere prima o poi per essere screditato dalle folle. Questa volta si tratta di un caso scabroso: una donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Stando a quanto dice la legge di Mosè (cf. Dt 22,22-24), una donna che ha commesso adulterio dev’essere lapidata. Scribi e farisei non si accontentano di menzionare la Scrittura. Desiderano anche conoscere l’opinione di Gesù e gli rivolgono una domanda tendenziosa: Tu, che ne dici? Nella mente degli avversari passa questo pensiero: se Gesù si mostrasse d’accordo con la lapidazione potrebbe essere stimato come un autentico osservante della Legge, ma correndo il rischio di perdere consensi; se invece disapprovasse la lapidazione si metterebbe in contraddizione con l’insegnamento sull’indissolubilità del matrimonio e apparirebbe come uno che si pone al di sopra della Legge e di Mosè.
Come uscire da questo vicolo cieco? L’evangelista Giovanni spiega chiaramente che la provocazione degli scribi e dei farisei è volta a mettere alla prova Gesù e a screditarlo. La donna viene messa nel mezzo, ma non è lei che interessa. L’adultera viene strumentalizzata nella guerra che i farisei hanno dichiarato a Gesù.
La reazione di Gesù è sorprendente: anziché rispondere si abbassa per scrivere col dito per terra. Si potrebbe pensare alla prassi dei giudici romani che scrivevano la sentenza prima di pronunciarla oppure a Ger 17,13 dove è detto che chi si allontana dal Signore merita che il suo nome si scriva nella polvere. Il silenzio di Gesù appare comunque una forte provocazione alla responsabilità personale. I farisei però non mollano la presa: insistono perché desiderano incastrare Gesù. Allora l’imputato di un processo estenuante e informale che i farisei e gli scribi stanno portando avanti, quasi fosse un duello all’ultimo sangue, risponde con una provocazione che chiude la bocca ai detrattori e li spinge a farsi da parte: Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei.
Gesù si appella alla Legge, a Dt 17,7 secondo cui è necessario estirpare il male da Israele ma aggiunge una novità: l’esecuzione spetta a chi è senza peccato. Gesù ripete il gesto dello scrivere per terra, che rimanda anche all’innocenza di un bambino che gioca indisturbato, senza lasciarsi turbare da ciò che accade all’esterno.
Gesù si abbassa e gli scribi e i farisei, indignati, se ne vanno a partire dai più anziani. Il loro intento di incastrare Gesù è fallito. La donna resta sola e riceve soltanto l’attenzione di Gesù: Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?... Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più. Alla donna è restituita la dignità, la possibilità di una vita nuova all’insegna del cambiamento. Dinanzi all’Amore fatto carne chi giudica si trova giudicato, chi è giudicato invece si trova giustificato.

Il Cristo che si china sui discepoli e lava loro i piedi mostrando la dinamica del servizio (Gv 13,1-15)

Diversamente dai Sinottici, nel contesto dell’ultima cena, l’evangelista Giovanni non riferisce i gesti rituali di Gesù sul pane e il vino, dati antichissimi attinti dalla tradizione e attestati anche dall’apostolo Paolo in 1Cor 11.
Egli richiama invece l’attenzione sul gesto di Gesù che lava i piedi ai suoi e insegna loro a fare altrettanto. Gesù non comanda di ripetere un rito, ma di fare «come» lui, quasi a dire che ogni gesto di cura e di amore acquista un carattere sacramentale, in quanto manifestazione concreta e visibile dell’amore del Padre in Cristo e dell’amore che i battezzati sperimentano in lui.
A mensa con i suoi, Gesù inizia a lavare loro i piedi. Sapendo che è giunta la sua ora, avendoli amati, li ama fino alla fine, che vuol dire fino all’estremo e fino alle radici. Lavare i piedi è il gesto superlativo che mette in atto un’autentica liturgia del prendersi cura, una liturgia di tenerezza, che richiede di alzarsi, deporre le vesti, prendere un asciugatoio, cingerselo, versare dell’acqua in un catino, lavare i piedi e asciugarli. Si tratta della manifestazione di un amore che coinvolge tutta la persona che si abbassa persino a toccare i piedi, a incontrare dei corpi che significano la concretezza storica e relazionale di una persona e a tenere tra le proprie mani dei piedi che significano il radicamento di ogni creatura umana nella storia e il suo contatto con la terra. Segno che Dio non disdegna la polvere, la terra, la sporcizia, ma interviene per assumerla. Questo gesto però si colloca sul registro di una kenosi che Simon Pietro non può accettare: «Tu non mi laverai i piedi in eterno» (Gv 13,8). Quel gesto compiuto dal Maestro lo mette in imbarazzo, lo scandalizza, come Giuda si era scandalizzato dello spreco di Maria, durante l’unzione di Betania, un’altra liturgia di tenerezza (Gv 12,1-8).
Non è bene che il Maestro e Signore si chini a toccare i piedi sporchi di terra mista a sangue, che è la materia di cui siamo fatti.
Simone recalcitra. Vuole fare il missionario con Gesù, ma fatica a vivere da discepolo (cf. Evangelii gaudium 119-121). Cristo gli chiede di essere discepolo missionario, che vuol dire sapere attendere il Maestro, ascoltarlo, stare con lui e amare con lui. Simon Pietro potrà accettarlo solo perché Gesù glielo presenta sotto il segno di una reciprocità che lo rasserena.
Dopo il dialogo segue l’ermeneutica del gesto, la comprensione corretta a cui Gesù vuole far giungere i suoi, provocandoli con la forza di un interrogativo: «Capite quello che ho fatto per voi?».
Come non basta leggere per comprendere (cf. At 8,30), così non basta vedere per capire. Il gesto di servizio compiuto da Gesù non intacca la sua signoria, ma è un ypodeigma, un gesto esemplare attraverso il quale egli addita la via maestra di ogni autentico discepolato. In tal modo Gesù insegna che è proprio dell’amore abbassarsi e raggiungere l’altro laddove egli si trova, in una mistica della prossimità che libera le fragranze dell’amore del Padre. E questa è una grande sfida per noi, donne consacrate.

Chiamate a praticare «l’arte dell’accompagnamento»

L’accompagnamento del Risorto nello spiegare le Scritture e nello spezzare il pane (Lc 24,13-35)

Il Risorto non insegna cose nuove ai due di Emmaus, ma aiuta a rileggere la storia. Aiuta ad intercettare cosa abita il cuore dei discepoli, perché possano esternare i loro sentimenti negativi, caratterizzati da amarezza e delusione. È l’invito di Dio: «Aprimi il tuo cuore e donami quello che hai dentro».
Due discepoli di Gesù si lasciano Gerusalemme alle spalle e riprendono la strada di casa.
Attratti dalla sua parola efficace, avevano deciso di seguirlo, investendo in lui tutte le loro speranze messianiche. Dopo la crocifissione e morte di Gesù, però, non vi è nulla che possa trattenerli nella città santa. C’è solo la delusione e la tristezza per un’operazione non andata a buon fine. A guidarli non una promessa divina che travalica i piani umani, ma un progetto religioso e politico che è naufragato tristemente. È tempo di dimenticare, per ritornare alla vita di un tempo… Troppa è l’amarezza, che viene spontaneo affidarla a un “forestiero”…

Lc 24,21 Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. 22Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba 23e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. 24Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto (Lc 24,21-24).

Gesù si fa loro compagno di viaggio e attua una sapiente pedagogia che consiste in varie tappe:
1. Intercettare i sentimenti (accostandosi e facendosi prossimo)
2. Aiutare a liberarsi dal dolore (permettendo che si raccontino)
3. La terapia della Parola (spiega le Scritture da ermeneuta che sa mostrarne il filo rosso, l’unità)
4. Il cambiamento (trasfigura la materia secondo lo Spirito e illumina/scalda)
I due sono depressi perché si sono “istallati” nel “per sentito dire”. Che cosa avevano detto i profeti? Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria? Il dinamismo della Pasqua era stato predetto dai profeti e lui stesso lo aveva presentato…
I discepoli hanno effettuato una sorta di regresso alla sfera del privato, un ritorno alle sicurezze di un tempo. Poi Cristo parla, coglie il filo rosso della Scrittura e lo consegna ai due e il cuore dei due si muove perché quel filo unifica e il loro cuore vuole unità. Non siamo fatti per la dispersione. E allora la richiesta, la preghiera: Resta con noi.
Cristo compie i gesti della benedizione ed accade qualcosa, la parola si compie e la presenza è interiore, anche se lui scompare.
Ecco il sacramento. E la vita divina viene trasfusa in te e tu sei creatura nuova e tu mangi la vita, ricevi la vita di Cristo.
L’accompagnatore/accompagnatrice parla della storia biblica per aiutare i giovani a leggere la loro personale storia sacra. Mostra che la Parola di Dio ci colloca nella giusta dimensione, nell’ordine, nella nostra vocazione particolare.

L’accompagnamento di Paolo a Filemone nell’adottare il criterio agapico dell’accoglienza di un fratello in Cristo (Fm)

Paolo accompagna i suoi non in modo algido o anaffettivo. La chiesa è casa e i suoi membri sono dei familiari. Paolo vive la comunità come famiglia. I suoi collaboratori sono fratelli e figli suoi. Egli potrebbe esercitare il comando, ma preferisce il registro dell’esortazione, potrebbe imporre, ma Paolo preferisce che Filemone si muova lasciandosi condurre dall’agape, principio della vita nuova che va poi tradotto nella propria storia.
Filemone è il padrone dello schiavo Onesimo che è andato via, lasciandolo in difficoltà. Il tempo della sua fuga però è stato molto fecondo, in questo tempo egli ha ascoltato la predicazione di Paolo e ha accolto Cristo. Battezzato nel nome di Cristo ora è una creatura nuova. Ora quindi non è più uno schiavo agli occhi di un cristiano. Per la legge resta uno schiavo, ma per gli occhi dell’agape, per gli occhi dell’amore, è un uomo, è un fratello amato. Paolo prega per Filemone, lo stima, lo ama e in forza di tutto ciò gli offre un input per uno sguardo nuovo che lo apra all’accoglienza dell’altro. A Filemone non è chiesto di rimettere in libertà Onesimo, ma di accoglierlo come Paolo se stesso. Detto questo l’Apostolo dice a Filemone di avere tanta fiducia in lui e nel suo discernimento.
Amore e fiducia sono un fermento dinamico di crescita e di maturazione personale: Filemone ha tutti gli elementi per decidere il da farsi.
Ecco l’accompagnatore, l’accompagnatrice: non fa pressing, offre la vera chiave ermeneutica per aprire la vita, l’amore, quello che Dio riversa su di noi, e quello che ci chiede di nutrire verso gli altri, e poi dà fiducia, confida che l’altro possa fare meglio di quanto gli ha insegnato e mostrato.
Perché un vero padre e una vera madre spirituale non solo insegnano Cristo, ma lo mostrano, lo rivelano. Le loro ferite non sono causa di ripiegamento e di egoismo, ma spazio di grazia e di manifestazione di Dio. L’apostolo è il trait d’union tra la Pasqua di Cristo e la Pasqua dei credenti. La
vita cristiana ha un indirizzo che non può essere inserito in Google Maps, «in Cristo», «nel Signore»,
spazio dove irrompe la vita, la fraternità, le meraviglie di Dio.

Alcune perle dalla Christus vivit. Le qualità pastorali di chi accompagna i giovani

Diamo uno sguardo ora al documento Christus vivit che ci consegna le qualità spirituali di chi accompagna i giovani.

243. La comunità svolge un ruolo molto importante nell’accompagnamento dei giovani, ed è la comunità intera che deve sentirsi responsabile di accoglierli, motivarli, incoraggiarli e stimolarli. Ciò implica che i giovani siano guardati con comprensione, stima e affetto, e che non li si giudichi continuamente o si esiga da loro una perfezione che non corrisponde alla loro età.
244. Nel Sinodo «molti hanno rilevato la carenza di persone esperte e dedicate all’accompagnamento. Credere al valore teologico e pastorale dell’ascolto implica un ripensamento per rinnovare le forme con cui ordinariamente il ministero presbiterale si esprime e una verifica delle sue priorità. Inoltre il Sinodo riconosce la necessità di preparare consacrati e laici, uomini e donne, che siano qualificati per l’accompagnamento dei giovani. Il carisma dell’ascolto che lo Spirito Santo fa sorgere nelle comunità potrebbe anche ricevere una forma di riconoscimento istituzionale per il servizio ecclesiale» [DF, documento finale Sinodo Giovani].
246. I giovani stessi ci hanno descritto quali sono le caratteristiche che sperano di trovare in chi li accompagna, e lo hanno espresso molto chiaramente: «Un simile accompagnatore dovrebbe possedere alcune qualità: essere un cristiano fedele impegnato nella Chiesa e nel mondo; essere in continua ricerca della santità; essere un confidente che non giudica; ascoltare attivamente i bisogni dei giovani e dare risposte adeguate; essere pieno d’amore e di consapevolezza di sé; riconoscere i propri limiti ed essere esperto delle gioie e dei dolori della vita spirituale.
Una qualità di primaria importanza negli accompagnatori è il riconoscimento della propria umanità, ovvero che sono esseri umani e che quindi sbagliano: non persone perfette, ma peccatori perdonati. A
volte gli accompagnatori vengono messi su un piedistallo, e la loro caduta può avere effetti devastanti sulla capacità dei giovani di continuare ad impegnarsi nella Chiesa. Gli accompagnatori non dovrebbero guidare i giovani come se questi fossero seguaci passivi, ma camminare al loro fianco, consentendo loro di essere partecipanti attivi del cammino. Dovrebbero rispettare la libertà che fa parte del processo di discernimento di un giovane, fornendo gli strumenti per compierlo al meglio. Un accompagnatore dovrebbe essere profondamente convinto della capacità di un giovane di prendere parte alla vita della Chiesa. Un accompagnatore dovrebbe coltivare i semi della fede nei giovani, senza aspettarsi di vedere immediatamente i frutti dell’opera dello Spirito Santo. Il ruolo di accompagnatore non è e non può essere riservato solo a sacerdoti e a persone consacrate, ma anche i laici dovrebbero essere messi in condizione di ricoprirlo. Tutti gli accompagnatori dovrebbero ricevere una solida formazione di base e impegnarsi nella formazione permanente».

Siamo chiamate a vivere questo dinamismo di prossimità-distanza, vicine per ascoltare, accogliere, additare la via, e distanti per permettere che i giovani diventino liberi da dipendenze, da noi, e liberi soprattutto da se stessi per sapersi volgere al Padre.

Consacrate per essere madri secondo lo Spirito

Una madre spirituale differisce dalla maestra perché non trasmette solo un insegnamento, ma la vita stessa. Essa dice le parole dello Spirito, è una donna di Dio che comunica l’esperienza del suo contatto con Dio. Ecco le sue caratteristiche: assumere la condizione dell’altro e dare il meglio per la sua crescita; assumerne il dolore; permettere all’altro di raccontarsi, specie nel suo dolore; dare fiducia e invitare ad andare oltre, a vivere in Cristo e a vedere secondo la visione della vita nuova, intercettare la forza del desiderio.
La vita avanza grazie alla forza del desiderio e questo è fondamentale soprattutto per il cammino di crescita dei giovani. Il documento Preparatorio al sinodo dei Vescovi sui giovani invita ad ascoltare le
aspirazioni dei giovani che, come Samuele e Geremia, sanno scorgere i segni del nostro tempo che lo Spirito addita. Ascoltando queste aspirazioni è possibile intravvedere il mondo di domani che ci viene incontro. La Chiesa è consapevole di contare su «ciò che fa la forza e la bellezza dei giovani: la capacità di rallegrarsi per ciò che comincia, di darsi senza ritorno, di rinnovarsi e di ripartire per nuove conquiste» (Messaggio del Concilio Vaticano II ai giovani dell’8.12.65).
Rallegrarsi, darsi senza ritorno, rinnovarsi e ripartire sono i verbi che contraddistinguono i discepoli di Gesù e che dicono la forza della chiamata ad un percorso autentico e interiore, la disponibilità a stupirsi, a mettersi in movimento, l’amicizia fedele con lui e con gli altri. Oggi i giovani soffrono molto. Nelle loro relazioni affettive e lavorative vi è tanta fluidità e precarietà accresciute da opzioni sempre reversibili più che di scelte definitive. Tutto è liquido, poco o niente è avvertivo come definitivo e si ha terrore del per sempre. Ma sappiamo che chi non rischia non cammina.
Quindi la prima sfida da affrontare quando si parla di giovani è quella di accompagnarli nella crescita ma anche nella loro rinascita spirituale. Nel Documento Preparatorio viene citata infatti la sapienza della chiesa d’Oriente, più precisamente i Discorsi di Filosseno di Mabbug, vescovo siriano del V secolo che parla di tre nascite: a. la nascita naturale come donna o come uomo in un mondo capace di accogliere e sostenere la vita; b. la nascita del battesimo «quando qualcuno diventa figlio di Dio per grazia»; c. e poi una terza nascita, quando avviene il passaggio «dal modo di vita corporale a quello spirituale», che apre all’esercizio maturo della libertà. Questa terza nascita permette di esercitare la libertà in modo responsabile e maturo.
Per questa rinascita c’è bisogno di padri e madri nello Spirito, di testimoni della vita in Cristo, di discepoli che ogni mattino aprano l’orecchio per ascoltare la voce del Signore (cf. Is 50,4) e si dispongano ad assumere la vita dei giovani nel loro cuore, che siano disposti ad affrontare il combattimento spirituale al loro fianco (cf. Ef 6,10-20), ad insegnare a rinunciare ad occupare il centro della scena con i propri bisogni e ad accogliere il progetto di Dio: «Allarga lo spazio della tua tenda, stendi i teli della tua dimora senza risparmio, allunga le cordicelle, rinforza i tuoi paletti, poiché ti allargherai a destra e a sinistra» (Is 54,2).
Maria stessa progredisce nella consapevolezza della propria vocazione attraverso la meditazione delle parole che ascolta e gli eventi che le accadono, anche quelli che non comprende (cf. Lc 2,50-51).
Nel suo rapporto con Dio, Maria suggerisce il silenzio (nell’Annunciazione), la contemplazione (nel canto del Magnificat) e la preghiera (per tutta la vita). Nel suo rapporto con gli altri, Maria suggerisce lo stile del posare sugli eventi e le persone uno sguardo di amore, della prossimità nel bisogno, dell’intercessione, del condurre gli altri all’incontro con Cristo (a Cana, alla Croce e nel Cenacolo).

Intimità con Dio e la sua parola (annunciazione e magnificat)

Una madre spirituale ha un intimo rapporto con il Signore e la sua parola: Lo si vede bene nel Magnificat, testo altamente biblico, fortemente impregnato delle Scritture d’Israele, che narra il dinamismo dell’agire divino che sfugge ad ogni logica umana:

Il Magnificat — un ritratto, per così dire, della sua anima — è interamente tessuto di fili della Sacra Scrittura, di fili tratti dalla Parola di Dio. Così si rivela che lei nella Parola di Dio è veramente a casa sua, ne esce e vi rientra con naturalezza. Ella parla e pensa con la Parola di Dio; la Parola di Dio diventa parola sua, e la sua parola nasce dalla Parola di Dio. Così si rivela, inoltre, che i suoi pensieri sono in sintonia con i pensieri di Dio, che il suo volere è un volere insieme con Dio. Essendo intimamente penetrata dalla Parola di Dio, ella può diventare madre della Parola incarnata (Benedetto XVI, Deus caritas est 41).

Maria diviene corpo della Parola perché ha spalancato il suo orecchio a Dio. Per lei infatti si parla della conceptio per aurem. Come scrive Efrem:

la morte entrò attraverso l’orecchio di Eva, per questo la vita entrò attraverso l’orecchio di Maria (Diatessaron 4,15,22).
Maria riceve la Parola e alla luce di questa Parola legge gli eventi:
Maria, da parte sua, custodiva (synterein, tesorizzava, preservava, difendeva) tutte queste cose, meditandole (symballein, mettendole insieme) nel suo cuore (Lc 2,19).

Vista spirituale e capacità di discernimento (nozze di Cana)

Lo sguardo di Maria ospita quello di Dio, di quel Dio che ha ospitato nel suo cuore e nel suo grembo; è uno sguardo di contemplazione. Come scrive papa Francesco in Evangelii Gaudium 288, Maria infatti è «contemplativa del mistero di Dio nel mondo, nella storia e nella vita quotidiana di ciascuno e di tutti». Maria ci ricorda che lo sguardo verso cui tendere è lo sguardo del Padre sull’uomo e sulla donna, sguardo che irradia bellezza e riconosce la bellezza, sguardo che ognuno porta impresso nelle fibre più intime della propria memoria, sguardo di purezza che ciascuno è chiamato a irradiare.

L’uomo quando sa che il suo cuore è giunto alla purezza?
Quando considera tutti gli uomini buoni e nessun uomo gli sembra impuro e contaminato, allora è veramente puro nel suo cuore (Isacco il Siro, Trattati ascetici, 85).

A Cana Maria vede che manca il vino e vede nella carne del Figlio la presenza del Dio dell’impossibile: Tutto quello che vi dice, fatelo!
È la madre, ma nella fede è figlia di suo Figlio. Il discernimento è la pratica spirituale che ci permette di sintonizzare il nostro cuore con il cuore di Dio e a vedere il mondo con gli occhi di Dio. Per vedere con gli occhi di Dio occorre una prima tappa di purificazione per permettere alla «luce vera» (Gv 1,9) di riscaldare, illuminare, portare via le impurità per approdare al discernimento, per conoscere cioè se stessi in Dio, per vedersi come dei peccatori amati e redenti. Il discernimento dunque permette di passare all’identità di figli per entrare nella vera libertà e vivere appieno la propria vocazione che, come scrive H. U. von Balthasar in Vocazione:

è espropriazione di un’esistenza privata in funzione della salvezza universale, diventare proprietà di Dio, per essere da Lui consegnati al mondo da redimere e venire usati e consumati nell’evento della Redenzione.

Generare nello Spirito (sotto la croce)

La maternità di Maria non si conclude con quella di Cristo, ma si apre alla generazione dei discepoli del Signore, imparando a morire a se stessa, accettando il dinamismo della Pasqua. A immagine di Maria, così fa una madre spirituale: accoglie lo Spirito e accoglie gli altri (per amare la loro storia, il loro corpo) per orientarli a Dio (attraverso la preghiera, il contatto con la carne della Parola); non è protagonista; risveglia la vita nei figli; insegna a vivere la Pasqua.
Generare nello Spirito è ospitare gli altri nel cuore, in quel cuore dove prima dobbiamo far albergare i sentimenti di Dio. Si genera perché Dio irrompe e lega due persone. L’accompagnamento non è legato alla santità di una madre o di un figlio o di una figlia spirituale. Inizia perché lo Spirito irrompe, non perché usiamo criteri mondani, per giudicare e magari squalificare gli altri. Generare, come dice Paolo in 1Ts 2, non è solo dare il Vangelo, ma è dare la vita, imparando anche l’arte dello svezzamento, l’arte di rispettare castamente il cammino dei figli, la Pasqua dei figli, accettare che per ricevere la vita bisogna perderla ed evitare di entrare a gamba tesa nel loro percorso vocazionale.

Pregare: intercedere e invocare (cenacolo)

Quando e dove pregare? A volte il tempo non ci basta e accampiamo questa scusa. Il tempo non è un nemico e noi dobbiamo imparare a fare buon uso del tempo. Perché il luogo dove pregare non è fuori di noi, ma dentro: il cuore del cuore, dove possiamo essere connesse senza limiti a Dio e alle persone che serviamo e che dobbiamo far crescere.
Papa Francesco ci ricorda che:
La Chiesa non può fare a meno del polmone della preghiera (EG 262).
È lo Spirito Santo, inviato dal Padre e dal Figlio, che trasforma i nostri cuori e ci rende capaci di entrare nella comunione perfetta della Santissima Trinità, dove ogni cosa trova la sua unità. Egli costruisce la comunione e l’armonia del Popolo di Dio (EG 117).
I grandi uomini e donne di Dio sono stati grandi intercessori. L’intercessione è come “lievito” nel seno della Trinità. È un addentrarci nel Padre e scoprire nuove dimensioni che illuminano le situazioni concrete e le cambiano. Possiamo dire che il cuore di Dio si commuove per l’intercessione, ma in realtà Egli sempre ci anticipa, e quello che possiamo fare con la nostra intercessione è che la sua potenza, il suo amore e la sua lealtà si manifestino con maggiore chiarezza nel popolo (EG 283).
Cosa fa un intercessore? Non fa, ma sta, come Maria, stabat…, dimora, rimane, disposta a dilatare la sua maternità da biologica a spirituale, da quella verso un unico figlio a quella verso i discepoli del Figlio e verso l’umanità intera.
Che il Signore ci doni una «verginità materna» (come ci ha detto Alda Merini), faccia del nostro amore uno spazio teofanico, testimoniale, simbolico, dove gli altri possano sentire il palpito del cuore di Dio, la paternità di Dio, la maternità della chiesa. Che questa nostra esistenza non mostri l’amarezza per le ferite, ma la gioia di sapere che attraverso queste ferite possiamo lasciar intravvedere il Cristo che ci ha “sfossate” dal sepolcro e che vive in noi.
Che anche noi possiamo avere gli occhi aperti di Maria che non perde di vista Dio (e gli occhi sorridenti che sanno trasmettere luce e calore, già a partire dal saluto, che dovrebbe testimoniare la lode alla Divina Tenerezza che non cessa di amarci. Auguri e buon cammino!

(Consacrazione e Servizio n. 3 (2019) - DOSSIER - Atti 66a Assemblea Nazionale)