Il Vangelo del giorno (Bose)

Uomo intero

Sorella Silvia - Bose


16 maggio 2019

14In quel tempo, quando ormai si era a metà della festa delle Capanne, Gesù salì al tempio e si mise a insegnare. 15I Giudei ne erano meravigliati e dicevano: «Come mai costui conosce le Scritture, senza avere studiato?». 16Gesù rispose loro: «La mia dottrina non è mia, ma di colui che mi ha mandato. 17Chi vuol fare la sua volontà, riconoscerà se questa dottrina viene da Dio, o se io parlo da me stesso. 18Chi parla da se stesso, cerca la propria gloria; ma chi cerca la gloria di colui che lo ha mandato è veritiero, e in lui non c'è ingiustizia. 19Non è stato forse Mosè a darvi la Legge? Eppure nessuno di voi osserva la Legge! Perché cercate di uccidermi?». 20Rispose la folla: «Sei indemoniato! Chi cerca di ucciderti?». 21Disse loro Gesù: «Un'opera sola ho compiuto, e tutti ne siete meravigliati. 22Per questo Mosè vi ha dato la circoncisione - non che essa venga da Mosè, ma dai patriarchi - e voi circoncidete un uomo anche di sabato. 23Ora, se un uomo riceve la circoncisione di sabato perché non sia trasgredita la legge di Mosè, voi vi sdegnate contro di me perché di sabato ho guarito interamente un uomo? 24Non giudicate secondo le apparenze; giudicate con giusto giudizio!».
Gv 7,14-24

Aver “guarito interamente un uomo” in giorno di sabato è l’azione centrale del nostro vangelo, della buona notizia che oggi ci raggiunge. Con tutte le sue contraddizioni, le contraddizioni che viviamo nelle nostre vite. E con le frammentazioni di cui facciamo esperienza, da cui ci sentiamo continuamente attraversati.
Letteralmente nel Quarto vangelo Gesù dice: “Ho reso sano un uomo intero”. Questa è la “sola opera” che ha compiuto, della quale tutti restano meravigliati. “Meravigliati” erano anche i giudei all’inizio del racconto a causa della parola autorevole di Gesù che “conosce le Scritture senza aver studiato”. La meraviglia qui ha il sapore non tanto dello stupore quanto dell’indignazione, dal momento che non si sa da dove venga quella sapienza, non è sotto il loro controllo. E dunque fa paura.
Gesù rimanda non a se stesso ma al Padre. Il centro non è mai in noi stessi.
Poche pagine prima, al capitolo quinto, era stato raccontato di “un uomo che da trentotto anni era malato” (Gv 5,5). Un malato anonimo fra tanti, di ieri e di oggi. Eppure Gesù aveva posato il suo sguardo su di lui: “Vuoi guarire?” (Gv 5,6). L’aveva rimandato al suo desiderio, alla possibilità di camminare pur nella sua infermità, allo schiudersi di un orizzonte di senso, nel suo quotidiano che sembrava immobile, abbandonato, privo di fiducia. Con la parola di Gesù era avvenuta la guarigione, l’aprirsi di una strada in cui lui stesso poteva prendere in mano la sua barella, il peso della sua storia bloccata.
Questo riportare alla vita un uomo aveva destato sdegno perché era avvenuta di sabato, il giorno del riposo di Dio. Ma Gesù è colui che sana, che aveva “fatto sano” (Gv 5,15) quell’uomo. Gesù è colui che guarisce, che riporta sulla via dell’interezza, dell’integrità, della salvezza “totale”, oltre ogni legge. Perché “il Padre mio agisce anche ora e anch’io agisco” (Gv 5,17), aveva replicato a quanti lo rimproveravano.
E aveva detto: “Io non posso far nulla da me stesso; giudico secondo quello che ascolto e il mio giudizio è giusto, perché non cerco la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato” (Gv 5,30). Quale volontà cerchiamo? Gesù ricorda che chi cerca il volere del Padre riconosce se la sua opera viene dal Padre. Non come determinismo ineluttabile bensì come orizzonte, come desiderio di bene per noi, suoi figli. Perché “questa è l’opera di Dio: credere in colui che egli ha mandato” (Gv 6,28-29).
Si può giudicare secondo quel che appare, la superficie visibile, l’impressione del momento, “secondo la carne” (Gv 8,15), oppure si può provare a esercitare lo sguardo a un “giusto giudizio”, come invita con fermezza Gesù. Il nostro giudizio rischia sempre di essere frammentario, falsato. Forse ha molto a che fare con la guarigione: l’interezza della nostra vita si guadagna nello stare in relazione, con il Signore Gesù e tra di noi, e questo sguardo allargato rende più profondo il nostro vivere. Il giudizio ha come ultima parola quella del Signore, mai la nostra. Pena il rimanere ingabbiati nel nostro stesso giudizio.