Il Vangelo del giorno (Bose)

La compassione,

il motore di tutto

Fratel Giandomenico - Bose


9 luglio 2019

In quel tempo 27mentre Gesù si allontanava di là, due ciechi lo seguirono gridando: «Figlio di Davide, abbi pietà di noi!». 28Entrato in casa, i ciechi gli si avvicinarono e Gesù disse loro: «Credete che io possa fare questo?». Gli risposero: «Sì, o Signore!». 29Allora toccò loro gli occhi e disse: «Avvenga per voi secondo la vostra fede». 30E si aprirono loro gli occhi. Quindi Gesù li ammonì dicendo: «Badate che nessuno lo sappia!». 31Ma essi, appena usciti, ne diffusero la notizia in tutta quella regione. 32Usciti costoro, gli presentarono un muto indemoniato. 33E dopo che il demonio fu scacciato, quel muto cominciò a parlare. E le folle, prese da stupore, dicevano: «Non si è mai vista una cosa simile in Israele!». 34Ma i farisei dicevano: «Egli scaccia i demòni per opera del principe dei demòni».35Gesù percorreva tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni malattia e ogni infermità. 36Vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore.37Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! 38Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe!».
Mt 9,27-39

Due storie di guarigione. Due ciechi e un muto indemoniato: esistenze difficili e travagliate, uomini vittime di traumi che segnano disagi quotidiani e relazioni basate sulla segregazione o più semplicemente sull’indifferenza. Eppure questi uomini hanno la forza di reagire: i due ciechi seguono Gesù nei suoi spostamenti ed emettono un grido con la potenza della loro voce: “Figlio di David, abbi pietà di noi!” (v. 27); l’uomo muto, che non può neppure gridare, si affida alla benevole iniziativa di qualcuno, di cui nulla si dice, che lo presenta a Gesù.
È il primo passo del nostro cammino di sequela. Qualsiasi sia il male che ci attanaglia, qualsiasi sia la cecità che ci fa brancolare nel buio, qualunque sia il “demonio” che si è impossessato di noi e dirige il timone della nostra vita senza che noi possiamo proferire parola, siamo esseri umani che possono emettere un grido e affidarsi al grido degli altri che ci sono accanto e che sentono il nostro tormento. Non c’è incontro con Gesù senza questo primordiale big bang interiore, senza questo fondamentale atto di obbedienza a noi stessi, senza la presa di coscienza di quello che siamo realmente. Solo così possono svanire le iridescenti bolle di sapone in cui ci rifugiamo con le nostre opere scrupolosamente corrette che riteniamo meritorie e in cui nascondiamo le nostre miserie e le nostre cialtronerie. Solo così, nell’atto del gridare che rinvia a un nuovo parto da compiere, possono emergere il nostro desiderio profondo, le nostre più grandi aspirazioni che il Signore non condanna, l’abbandono dell’autoreferenzialità e la richiesta sincera di aiuto, di pietà, di misericordia, di perdono, di guarigione. Ecco la preghiera di domanda, di supplica, che possiamo, anzi dobbiamo fare a Dio, con la quale alfabetizziamo il nostro intimo tormento, non indossiamo più vestiti che non sono nostri, ma siamo nudi davanti a lui, il Signore.
Il secondo passo del cammino di sequela non ci appartiene: è l’azione di Dio che suscita stupore, meraviglia, gratitudine. Agli uomini ciechi Gesù permette che si avvicinino e chiede loro se hanno fede, se credono veramente che lui possa “fare questo”. All’uomo indemoniato non chiede nulla. In entrambi i casi, Gesù ascolta, vede, agisce, si prende cura, guarisce e scaccia il loro male, fisico o mentale che sia.
Aperti gli occhi, sciolta la lingua comincia, per questi uomini risanati, un tempo nuovo, un’esistenza rinnovata in cui è impossibile tapparsi la bocca: “Essi ne diffusero la notizia in tutta quella regione … quel muto cominciò a parlare” (cf. v. 31). Parlano anche le folle stupite e i farisei accecati dalle loro teologie mortifere. Gesù continua il suo esodo con l’insegnamento, l’annuncio del vangelo del Regno, la cura di ogni malattia e infermità. È la compassione il motore che muove l’uomo di Nazareth, è lei la fonte della sua prassi liberatrice, la chiave che apre ogni situazione apparentemente bloccata. Le ultime parole di Gesù ci offrono questa volta il suo grido: egli, il pastore buono, vede l’enorme stanchezza e smarrimento in cui vive l’umanità e prega e chiede ai suoi discepoli di pregare perché il Padre mandi operai nella messe abbondante, susciti cioè uomini e donne di prossimità, di ascolto e di compassione, pronti a stupirsi di fronte all’agire di Dio che nasconde l’universo anche in un chicco di grano.