Il Vangelo del giorno (Bose)

Il sigillo della vera amicizia

Fratel Lino - Bose

16 luglio 2019

In quel tempo 2Giovanni, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, per mezzo dei suoi discepoli mandò 3a dirgli: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?». 4Gesù rispose loro: «Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: 5i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo. 6E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!».
7Mentre quelli se ne andavano, Gesù si mise a parlare di Giovanni alle folle: «Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? 8Allora, che cosa siete andati a vedere? Un uomo vestito con abiti di lusso? Ecco, quelli che vestono abiti di lusso stanno nei palazzi dei re! 9Ebbene, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, io vi dico, anzi, più che un profeta. 10Egli è colui del quale sta scritto:
Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero,
davanti a te egli preparerà la tua via.
11In verità io vi dico: fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui. 12Dai giorni di Giovanni il Battista fino ad ora, il regno dei cieli subisce violenza e i violenti se ne impadroniscono.13Tutti i Profeti e la Legge infatti hanno profetato fino a Giovanni. 14E, se volete comprendere, è lui quell'Elia che deve venire. 15Chi ha orecchi, ascolti!
Mt 11, 2-15

Il dialogo a distanza tra Giovanni il Battista e Gesù è di una potenza umana e rivelativa grande, e vorrei solo cercare di coglierne, in modo assai parziale, due dettagli, uno riguardante Giovanni, l’altro Gesù.
Giovanni è “in vinculis”, in carcere, un carnaio umano in cui ancora una volta sperimenta quell’immersione integrale nell’umanità che aveva vissuto al Giordano, tra le folle anonime che andavano a farsi battezzare da lui.
Giovanni sa che la sua vita è prossima alla fine, che la sua via di giustizia e di verità è intollerabile, e il prezzo è la distruzione della sua persona, il suo azzeramento. Il carcere va inteso qui come luogo del non senso, dell’umiliazione più distruttiva del danno fisico. Leggevo ancora nei giorni scorsi la lettera di una carcerata morta suicida a quattro mesi esatti dalla morte, in carcere, dell’amore della sua vita: “La galera è un posto di tortura fisica e psichica, qua non si dispone di assolutamente niente, non si può decidere a che ora alzarsi, che cosa mangiare, con chi parlare, chi incontrare, a che ora vedere il sole… è un male infernale”.
In questa situazione di confusione, situazione in cui il credente chiede incessantemente a Dio di non entrare (quante volte sale questo grido dai salmi: “non confundar!…”), nell’ora in cui tutto sembra finire, Giovanni continua a comunicare con i suoi discepoli, e ha la forza di lanciare una domanda: “Sei tu colui che deve venire, o dobbiamo attendere un altro?”.
È la domanda del povero, spogliato anche delle sue certezze residue, e che tuttavia non si dà una soluzione da se stesso, resta aperto a una risposta che viene da un altro. Nel suo cuore di povero vi è la semplice attesa dell’altro, di un “tu”. E Gesù gli risponde con una beatitudine: “Beato chi non si scandalizza di me…”, esperienza di pace e consolazione, che può bastare per una vita.
Credo che qui Giovanni viva una cosa molto importante per ciascuno di noi quando si viene a trovare, almeno per un’ora sola della sua vita – è ineluttabile –, nel non senso, quando la vita appare inutile e siamo sul bordo del precipizio di una depressione mortale: non smettere di comunicare, come si può, con chi ci ama e noi amiamo, confidare una domanda e attendere con fiducia la risposta. Giovanni viene liberato da quella situazione di angoscia, e, in fondo, da se stesso. “Tu mi hai liberato da me stesso!” è quanto di più profondo due persone che si amano possano dirsi!
In secondo luogo, ascoltiamo una parola di Gesù: “In verità io vi dico: tra i nati di donna non è sorto nessuno più grande di Giovanni il Battista”.
Giovanni è un uomo finito, e proprio a quel punto giunge questo riconoscimento personale di Gesù. Quindi Giovanni è più grande sulla terra anche di Gesù! Se c’è una beatitudine di Giovanni, qui c’è una beatitudine di Gesù: una delle più grandi soddisfazioni nella vita, infatti, vera e propria beatitudine portatrice di pace e benedizione, è proprio poterincontrare qualcuno più grande di noi, e riconoscerlo apertamente.
Giovanni e Gesù si fanno dono l’un l’altro di una beatitudine. Non è questo il sigillo della vera amicizia?