De fraternitate

Dalla Rivoluzione francese ad Abu Dhabi


Piero Stefani

In questi ultimi anni è consueto sentire ripetere che dei tre grandi principi della Rivoluzione francese liberté, égalité e fraternité è stato quest’ultimo a essere il più trascurato.
La frase è riproposta per lo più senza alcun inquadramento storico. Si tratta di un procedimento, dato il suo impiego, del tutto legittimo. Ciononostante suscita ugualmente una qualche perplessità l’egemonia, sia pure retorica, data ai «sacri principi» del 1789 a scapito del richiamo, di solito trascurato, alla Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948.
Non si tratta, ben s’intende, semplicemente d’indicare un testo più recente. Il discorso è più sottile in quanto, proprio in riferimento all’idea della fratellanza, si registra un significativo spostamento d’accento. La Dichiarazione non afferma semplicemente che tutti gli esseri umani nascono liberi, uguali e fratelli.
Il suo primo articolo infatti recita: «Tutti gli uomini nascono liberi e uguali in dignità e diritti. Sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in uno spirito di fraternità». La fraternità è quindi un’acquisizione o, ancor più esattamente, un «dover essere» e non già un dato di partenza.
A distanza di oltre un secolo e mezzo, e avendo alle spalle due guerre mondiali, le parole ora citate rievocano la triade: libertà, uguaglianza e fraternità. I tre termini sono però disposti in una successione diversa: due sono collocati sulla tavola dei diritti, uno su quella dei doveri. È una differenza significativa. Non ogni essere umano è mio fratello, ma ogni persona può diventarlo se ci si relaziona reciprocamente «in spirito di fraternità». È una dinamica che richiama quanto avviene nel caso dell’amicizia: l’essere amici è una conquista comune. Il processo che porta due persone a costruire legami amicali non avviene mai in modo unilaterale; il «devono agire gli uni verso gli altri in uno spirito di fraternità» presuppone una reciprocità che va concordemente conquistata. Colta sotto questa angolatura, la differenza capitale tra i principi del 1789 e la Dichiarazione del 1948 sta nello sradicare la fratellanza dal riferimento alla nascita, per collocarla in una specifica modalità di agire degli uni verso gli altri.

La Dichiarazione islamica dei diritti dell’uomo, ieri

Nel 1981, a Parigi, presso la sede dell’UNESCO, su iniziativa del Consiglio islamico per l’Europa fu proclamata una Dichiarazione islamica universale dei diritti dell’uomo. Non è la sola,[1] ma è quella citata più di frequente. L’aggettivo determina l’esistenza di un fondamento divino basato sul Corano e sulla Sunna. In uno dei punti del Preambolo s’afferma di credere «che nei termini della nostra alleanza ancestrale con Dio, i nostri doveri e obblighi hanno la priorità sui diritti e che ognuno di noi ha il sacro dovere di diffondere gli insegnamenti dell’islam per mezzo della parola, dell’azione e di tutti i mezzi pacifici, e di metterli in atto non solo nella propria esistenza, ma anche nella società che lo circonda».
Il Preambolo si chiude poi con questa frase: «Affermiamo con la presente in quanto servitori di Allah e membri della fratellanza universale dell’islam, all’inizio del XV secolo dell’era islamica, d’impegnarci a promuovere i diritti inviolabili e inalienabili dell’uomo definiti qui di seguito e che consideriamo prescrizioni dell’islam».
Non ci sono dubbi sul fatto che con l’espressione «alleanza ancestrale» ci si riferisca a uno specifico passo coranico: «Ricorda quando il tuo Signore prese dai lombi dei figli di Adamo i loro discendenti e li fece testimoniare contro sé stessi: “Non sono Io il vostro Signore?”. Risposero: “Sì, ne siamo testimoni”. Facemmo questo perché nel giorno della risurrezione non possiate dire: “Non ci siamo accorti di nulla”».[2]
Nella tradizione il versetto è considerato di straordinaria importanza. L’idea in esso espressa è quella di un patto primordiale nel quale tutti gli esseri, prima ancora di venire all’esistenza, si sono impegnati a riconoscere la signoria divina; ma gli esseri umani, una volta venuti al mondo, si sono dimenticati del patto e trasgrediscono i comandamenti.
Occorre perciò sforzarsi di ricordare quel momento primordiale conosciuto nella letteratura successiva come «il giorno del “Non sono Io?”». L’«alleanza ancestrale» da un lato coinvolge tutti gli esseri umani, mentre dall’altro si realizza pienamente solo in coloro che riconoscono Dio e ci si sottomettono, vale a dire in chi – secondo l’etimo – fa parte dell’islam. L’esistenza di questo patto – mithaq – trova corrispondenza nell’idea di fira, vale a dire nella condizione naturaliter musulmana dell’essere umano.
A nessuno è consentito d’ignorare l’islam a priori, in quanto tutte le persone umane appartengono all’islam in modo innato. Si comprende allora la portata del hadith (detto non coranico attribuito a Muhammad): «Ogni infante nasce nella fira, sono i suoi genitori a farlo ebreo, cristiano o magio».[3] Su questa base non è affatto contraddittorio qualificare con l’aggettivo «islamica» una dichiarazione universale dei diritti umani. All’interno dell’islam, la fira svolge un ruolo analogo a quello affidato nell’Illuminismo al concetto laico di natura.
Tutti gli esseri umani fanno parte di un’unica famiglia i cui membri sono uniti dalla sottomissione a Dio (lo stesso etimo di islam) e dalla discendenza da Adamo.[4] Le due parti dell’affermazione, omogenee a un orecchio musulmano, appaiono di ben diversa natura se scrutate da un occhio occidentale. In realtà, vi è una differenza anche da parte musulmana; esiste infatti un discrimine tra chi accetta completamente e consapevolmente la sottomissione e chi la nega o la accoglie in modo inadeguato.
Gli estensori della Dichiarazione si qualificano come «servitori di Allah e membri della fratellanza universale dell’islam». Nonostante la presenza dell’aggettivo «universale», la fratellanza va intesa soltanto in maniera intra-islamica. Nel Corano, il termine «fratelli» non è particolarmente frequente ed è comunque sempre impiegato per indicare coloro che fanno parte della comunità musulmana: «I credenti sono fratelli. Mettete pace tra i vostri fratelli e temete Dio affinché Dio abbia misericordia di voi».[5]

Fratelli per la pace, oggi

Ad Abu Dhabi – capitale degli Emirati Arabi Uniti la cui legislazione punisce con la morte l’apostasia (vale a dire la conversione di un musulmano ad altra religione) e proibisce ogni forma di propaganda religiosa – papa Francesco e Ahmad Al-Tayyib hanno firmato il 4 febbraio di quest’anno un Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune (Regno-doc. 5,2019,129).
Tra i vari aspetti presenti nel testo, ci soffermiamo sul tema messo in maggior evidenza fin dalla titolazione, quello della fratellanza. Non vi è dubbio che il fondamento primo della fratellanza umana lo si trova in Dio, mentre il secondo sta nella fede che si ha in lui: «Dalla fede in Dio, che ha creato l’universo, le creature e tutti gli esseri umani – uguali per la sua misericordia –, il credente è chiamato a esprimere questa fratellanza umana, salvaguardando il creato e tutto l’universo e sostenendo ogni persona, specialmente le più bisognose e povere» (poco dopo si affermerà che è la «grande grazia divina che rende tutti gli esseri umani fratelli»).
A prescindere da amplificazioni retoriche spinte all’estremo (si parla per esempio di salvaguardia di tutto l’universo),[6] appare chiaro che il fondamento teocentrico se, da un lato, non pone distinzioni tra gli esseri umani, dall’altro introduce una differenziazione tra credenti e non credenti. Il mutamento di orizzonte da parte musulmana è comunque rilevante.
Qui la fede in Dio sembra accomunare davvero tutte le religioni (o quanto meno quelle dei due illustri firmatari). La diversità che l’islam tradizionale pone tra i musulmani, che riconoscono l’«alleanza ancestrale», e le altre religioni, che la negano quando aggiungono alla base comune i loro riti particolari,[7] trova ora una specie di corrispondenza nella differenza tra i credenti in Dio (qualificato attraverso il solo attributo di Creatore) e coloro che non lo accettano come fondamento dell’umana fratellanza.
Si legge nelle ultime righe del documento: «Questa Dichiarazione sia un invito alla riconciliazione e alla fratellanza tra tutti i credenti, nonché tra i credenti e i non credenti, e tra tutte le persone di buona volontà». È evidente che se s’individua il fondamento della fratellanza in Dio non si pongono tutti gli esseri umani su un piano di parità, si tratta infatti di una base riconosciuta dagli uni e negata dagli altri.
L’espressione più consona per una fratellanza che aspira a essere universale è perciò di radicarla nel «dover essere» e non già nell’«essere». È esattamente quanto ha proposto la Dichiarazione del 1948: gli esseri umani «sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in uno spirito di fraternità».

NOTE

1 La stessa cita il precedente documento Dichiarazione islamica universale, Londra 1980.
2 Sura «Il Limbo» 7,172, trad. it – come nelle successive citazioni – di Ida Zilio-Grandi.
3 Nel contesto di questo hadith il termine potrebbe indicare un gruppo di manichei.
4 Cf. Organizzazione per la cooperazione islamica, Dichiarazione sui diritti umani nell’islam, Il Cairo 1990, art. 1.
5 Sura «Le stanze interne» 49,10; cf. Corano 3,103; 9,11; 59,9-10.
6 Ci si chiede come le creature umane possano salvaguardare l’universo la cui parte osservabile ha un diametro di molte decine di miliardi di anni luce.
7 Cf. l’importante voce «Battesimo e battisti», in Dizionario del Corano, a cura di M.A. Amir-Moezzi, ed. it. a cura di I. Zilio-Grandi, Mondadori, Milano 2007, 115-118.

(Fonte: Il Regno)