Il Vangelo del giorno (Bose)

Rinnegare se stessi

per fiorire con gli altri

Fratel Giandomenico - Bose


14 agosto 2019

In quel tempo 24Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. 25Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. 26Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita? 27Perché il Figlio dell'uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni. 28In verità io vi dico: vi sono alcuni tra i presenti che non moriranno, prima di aver visto venire il Figlio dell'uomo con il suo regno».
Mt 16,24-28

Rinnegare se stessi, prendere la propria croce, seguire Gesù, il Figlio dell’uomo che sta per venire nella gloria del Padre: ecco il circolo virtuoso che genera lo stare dietro a lui, il Signore e Maestro. È una scuola all’insegna della perdita, ma in vista della salvezza. È un linguaggio paradossale quello di Gesù che rivela la sua ansia escatologica, quasi volesse accelerare, forzare l’aurora del mondo nuovo, inaugurato già dalla sua vita e dalla sua ortoprassi, e che noi fatichiamo a vedere chiusi nei meandri di una storia che spesso ci risucchia in paure e vigliaccherie a buon mercato, che ci inducono a ripiegarci su noi stessi, ad abitare il nostro piccolo ballatoio dalle corte vedute e a volte a perdere la speranza, la più grande sventura che possa capitarci.
Gesù parte dal desiderio che abita nel nostro cuore e dalla nostra libertà di adesione ai suoi comandi: “Se qualcuno vuole…”. Senza questo desiderio originario non possiamo metterci in cammino. Senza una stella che arda dentro di noi e una fissa in cielo che ci orienti nel buio della notte la nostra rotta è in balia dei venti gagliardi e le prime tempeste ci porteranno alla deriva.
Mi soffermo ora solo sulla prima indicazione di Gesù, un verbo importante, che è l’incipit per eccellenza di ogni cammino di umanizzazione.
“Rinneghi se stessi”. Verbo aparnéomai, in greco. Non significa annientarsi, biasimarsi, castigarsi, alimentare sensi di colpa follemente inutili e distruttivi, deridersi, odiarsi: siamo naturalmente e quotidianamente portati a lasciarci inghiottire da questo vortice vizioso di verbi irriverenti, che non appartiene però all’annuncio dell’evangelo di Gesù Cristo. Non significa dunque rinunciare a essere se stessi, attuare una spersonalizzazione, come fece Pietro nell’ora tragica della passione quando “rinnegò” Gesù per paura. Rinnegare se stessi, in questo caso, significa piuttosto, letteralmente, “non affermare” prendendo una distanza da se stessi, “dire no” al proprio io quando prevale il narcisistico e parossistico desiderio di primeggiare o saperla più lunga degli altri, fino a denigrarli e considerarli spazzatura indifferenziata. Non è il verbo di chi chiude gli occhi di fronte alla realtà e sogna di essere o diventare chissà chi, ma il verbo di chi sa accettarsi, nella quiete e nello stupore, e riconoscersi per quello che è, figlio amato dal Padre, volto tra volti, che sa fare un passo indietro perché l’altro possa camminare accanto a lui, o addirittura che osa caricarlo sulle proprie spalle e accetta altrettanto volentieri di essere a sua volta sorretto da qualcun’altro.
Rinnega se stesso chi va oltre i propri beceri interessi privati e sa aprirsi, come una margherita sotto i raggi del sole, a quelli degli altri. Rinnega se stesso chi percorre la scala paradossale dell’umiltà che san Benedetto indica al monaco invitandolo a salire mediante l’umiliazione (humilitate ascendere). Alla fine della “scala” di questo cammino di rinnegamento c’è una cosa sola: l’amore che scaccia la paura; la leggerezza e la libertà che scacciano la noia, la pigrizia, l’oppressione del nonsenso; la gioia e la pace che scacciano la tristezza e la rabbia. Chi rinnega se stesso fiorisce e fa fiorire chi gli sta accanto.