Un personaggio in linea con il tempo

Inserito in NPG annata 2015.


Ferdinando Castelli

(NPG 2015-01-62)


Mentre nell’800 le figure sacerdotali, spogliate della dimensione soprannaturale, erano scialbe e anacronistiche (solo Manzoni e pochi altri autori sfuggivano a questi schemi), nel ’900 ci si avvicina al prete per scrutarne il mistero, per verificarne la testimonianza evangelica.

Nell’ultimo capitolo de Il Figlio dell’Uomo François Mauriac tratteggia la «presenza del Figlio dell’Uomo nel sacerdote», in pagine intense e commosse. «Uomini ordinari, simili a tutti gli altri, chiamati a diventare il Cristo quando levano la mano sulla fronte di un peccatore che confessa i suoi falli e domanda perdono, o quando prendono il pane tra le mani "sante e venerabili", o quando alzano al cielo il calice della nuova alleanza e ripetono l’azione insondabile del Signore stesso. Sì, degli uomini simili a ogni altro, ma chiamati più di ogni altro alla santità; dei condannati alla santità forzata: ecco cosa sono i preti». È naturale pertanto che dinanzi ad essi i romanzieri si fermino e assumano atteggiamenti diversi: o sbigottiti dal mistero o ammirati dalla santità o intristiti dalla presenza del peccato. Chi nega il mistero cristiano vede il prete in chiave puramente umana. Comunque sia, la sua presenza inquieta, disturba, incuriosisce: perché egli interpella ognuno di noi. La narrativa italiana del Novecento riguardante il sacerdote è ricca e variegata. Mentre nell’Ottocento, sotto l’influsso del positivismo e del naturalismo, la figura del prete, privata della dimensione soprannaturale, risultava scipita e anacronistica (salvo poche eccezioni, tra cui il grande Manzoni), nel Novecento si ha un mutamento di sfondi: ci si accosta al sacerdote per scrutarne il mistero, per verificarne la testimonianza evangelica e l’esito di un impegno che si crede impossibile o arduo. Nel presente studio presenteremo alcune tipiche figure di preti, protagonisti di romanzi notevoli per valore letterario.

Un ministero arduo ma esaltante

Il protagonista del romanzo Prete Salvatico di Pasquale Maffeo, sospeso a divinis, lascia il paese di cui è parroco, di notte, come un appestato. Tutti lo ritengono traditore del suo impegno sacerdotale. In realtà, la sua colpa è di altro genere. Aveva avuto la netta percezione della sua miseria umana, della sua pochezza, e si era smarrito in un vuoto di fede e di speranza. «Dubitai che pronunciando semplici parole su semplici gesti [il prete] possa elevarsi fino a creare l’Increato, a dare vita a Lui, al solo che nella sua giustizia dona e toglie la vita». Dopo anni di buio e di vagabondaggio, vecchio e prossimo alla morte, fa ritorno al paese distrutto dal terremoto. Qui lo attende la misericordia di Dio e la pace. Comprende il paradosso del sacerdozio. «Sarà anche un uomo, un prete, fino che spira: solo, additato, sospettato, odiato. Deve stare al mondo e tenersi estraneo alle torbide cose e passioni del mondo. Piedi nel fango, spirito nella luce. Deve morire per rinascere. Bruciare tutto per essere degno».
Maffeo suggerisce che essere prete è arduo, ma esaltante, perché permette di agganciare la terra al cielo, la morte alla vita. Suggerisce anche che la vita di un sacerdote può essere vissuta in fedeltà soltanto in una dimensione di fede e di grazia.
Che la vocazione sacerdotale sia ardua, anzi che talvolta implichi un autentico eroismo, è un tema comune a molti narratori. Si pensi a don Ardito Piccardi, protagonista di Il cielo e la terra di Carlo Coccioli, che si muove – sulla scia dell’abbé Donissan di Sotto il sole di Satana di Georges Bernanos – tra cielo e terra, Dio e Satana, aspirazione alla santità e depressioni di spirito. Ne L’Uccello nella cupola Mario Pomilio narra di un giovane prete posto all’improvviso dinanzi alla realtà del male. Era abituato a una vita "uguale e monotona", accanto a un gregge assuefatto al medesimo pascolo, contento di riti piatti e senz’anima. L’incontro con Marta lo pone «davanti a qualcosa di simile all’essere nel peccato, al peccato come presenza integrale nella coscienza che incorpora o annienta tutte le forze di un’anima e non le dà tregua». La sua vita è sconvolta. Soltanto alla fine la paura, lo sconforto e lo smarrimento cederanno il posto al convincimento che la possibilità della sua salvezza è nel riconoscere la «miseria della propria missione d’intermediario» di Colui che fa conoscere la sua volontà solo quando si è annientata la propria.

Un grappolo di tonache

In Un grappolo di tonache Luciano Radi ci offre una galleria di preti preconciliari – con la tonaca, appunto – colti con immediatezza nella loro umanità e soprannaturalità, ritratti con simpatia e comprensione in sfondi sui quali psicologia, religiosità popolare, teologia e humour s’incontrano e s’intrecciano, offrendoci uno spettacolo ricco di colore, di drammaticità e d’intelligenza cristiana. I sacerdoti di Radi sono uomini autentici, non esseri disincarnati; avvertono anche loro il peso della carne e il logorio del vivere accanto al male senza lasciarsene contaminare. Alcuni non resistono alla prova e restano intrappolati tra le spire del peccato; altri trascinano un’esistenza ossessionati dal sesso, chi per mancanza di vocazione, chi per deficienza di formazione alla castità.
Queste tonache, stracciate e sporche, esistono, sì, nel grappolo di Radi, come nella realtà, ma non sono la maggioranza. Questa è costituita da preti degni, che si sforzano di vivere la loro vocazione in un gioioso servizio d’amore. Le pagine più riuscite del libro sono le ultime, quelle del racconto epistolare Don Marzio e Don Fabrizio. In esso il prete è visto nella sua dimensione di mistero, cioè come colui che prolunga nel tempo la presenza vivificante del Signore e vive di lui e in lui. Radi espone in maniera più dettagliata questo tema nel romanzo Non sono solo, tra le opere più belle sul sacerdote scritte negli ultimi anni, per profondità di contenuto, vastità e bellezza di sfondi, trasfigurazione della realtà operata dalla grazia.

Quando non c’è amore

Senza amore non c’è vero sacerdozio perché Cristo è amore, e il prete deve raffigurare Cristo. Nel dramma Incontro al parco delle terme Diego Fabbri mette a confronto un ex prete e un cardinale. Il primo ha lasciato il sacerdozio per una crisi di fede: crede nella passione e morte di Gesù, e lo venera come redentore (umano) dell’umanità, ma non nella Chiesa della Risurrezione, opera di Giuda, perché fondata sulla ricchezza, sul miracolo e sul potere. Emigrato sotto falso nome, si è battuto in favore dei poveri e degli oppressi, e ha trovato la serenità nell’amore di una donna. Suo vecchio amico è il cardinale, dominato dalla lussuria del potere. «Tu hai una splendida donna – dice a Lorenzo, l’ex prete –. L’ho vista. Anch’io: il potere è come la lussuria». Ma il potere lo ha reso arido, pragmatico, servo e custode dell’ordine costituito. Senza Dio e senza speranza, perché senza amore. La porpora per lui è solo strumento di potere, e maschera del vuoto interiore. Due esistenze, due scelte di fondo, due destini. Quale il più squallido? Indubbiamente quello del cardinale. Senza amore la vita s’inaridisce. Soprattutto quella del prete.
Gino Montesanto analizza tale aridità nel romanzo Così non sia. Don Flavio Ranuzzi si serve del suo sacerdozio per "far carriera" e subordina tutto a questo miraggio. La curia romana, privilegiato trampolino di lancio, è la sua droga che fa di lui un intruglio d’ipocrisia, di perfidia e di legami peccaminosi. Quando la mira carrieristica del losco monsignore sembra avere la meglio, l’edificio da lui costruito con gli strumenti più indegni gli crolla addosso e lo distrugge. Così non sia: non sia che il sacerdozio soccomba alla tentazione del carrierismo, che lo corrode e lo umilia.
Il vuoto d’amore, per Dio e per il prossimo, che caratterizza don Gastone Caoduro, protagonista del romanzo Il prete bello di Goffredo Parise, è stato colmato dallo spirito mondano. «Sapeva di un buon profumo di sapone, di cuoio di capretto, di brillantina Arys, ma niente di prete». Don Gastone è solo un pover’uomo, bello e vanesio, vestito da prete.

Il problema del celibato

Rodolfo Doni in due romanzi – Servo inutile e Altare vuoto – si pone l’interrogativo: può un prete sposarsi e vivere in pienezza il suo sacerdozio? Dibatte il problema da cattolico obbediente alle disposizioni della Chiesa, nell’intento di ravvivare il dibattito con serenità, franchezza e umiltà. In Servo inutile narra di Enrico Cini, giovane prete, colto, onesto e generoso, che s’innamora della nipote adottiva, la sposa e con lei vive un amore profondo e benefico. Il conflitto tra la fedeltà agli impegni del celibato e l’amore per la donna gli si presenta presto nella sua drammaticità. «Ma perché al sacerdote, cui più che a ogni altro uomo è comandato l’amore, poi è negato questo sentimento umano che è l’amore della donna e dei figli»? Perché considerare antitetici l’amore per Cristo e l’amore per una donna? E può lui, in nome di una legge ecclesiastica, abbandonare la ragazza scelta come sposa?
Altare vuoto riprende e sviluppa la vicenda di Servo inutile. È il resoconto del tormento di un prete che non può celebrare l’eucaristia perché sposato. «Sì, mi strazia il cuore il pensiero del mio altare vuoto e dei tanti altari vuoti sopra la terra, vuota essa stessa del suo Creatore». Non lascerà la sua donna; si riaccosterà al suo "altare vuoto" mediante un servizio umile del prossimo, ma senza celebrare l’eucaristia.
Doni sottolinea la sua stima e gratitudine per i sacerdoti: portatori di vita e di speranza, artefici di civiltà. Le sue preferenze vanno al celibato opzionale, convinto che l’amore di una donna e l’esperienza della famiglia siano per il prete un valido aiuto alla maturazione e alla completezza umana. Nell’impostazione del problema gli sfugge un importante elemento: il sacerdote agisce in persona Christi, ne è quasi un prolungamento dell’umanità; deve pertanto riprodurne la vita. Soltanto così si percepisce la "somma convenienza" (come asserisce Paolo VI nella Sacerdotalis caelibatus) che sacerdozio e celibato non siano disgiunti.

La carrellata continua

La carrellata sul prete nella letteratura del Novecento dovrebbe continuare, se volessimo essere completi. Occorrerebbe ricordare le figure di preti tratteggiate da Fogazzaro, Deledda, Pirandello, Sciascia, Pietro Mignosi, Marino Moretti, Nino Salvaneschi, Nicola Lisi, Guido Morselli, Giorgio Saviane, Andrea Cantucci, Gina Lagorio, Ferruccio Parazzoli, Carlo Sgorlon, Roberto Pazzi, Lorenzo Mondo, Silvio D’Arzo, Ferruccio Mazzariol, Antonio Terzi (l’elenco è incompleto). Da ricordare anche alcune felici radiografie di preti composte da preti-narratori quali Mazzolari, Francesco Fuschini, Claudio Sorgi, Gianni Giorgianni, Nicolino Sarale. Un capitolo a parte meriterebbero i preti descritti da Ignazio Silone e da Fulvio Tomizza, sia per la varietà di rappresentazione sia per le problematiche che propongono.

Testimone dell’assoluto

A conclusione della mia breve carrellata formulo quattro considerazioni: in generale si può affermare che la letteratura del Novecento considera il prete con interesse, perché vede in lui un testimone dell’Assoluto di cui avverte il bisogno per sfuggire all’insensatezza e alla morte; non pochi narratori sottolineano la sua importanza, perché in lui si percepisce il messaggio evangelico, cioè quel messaggio di fraternità e d’impegno sociale su cui costruire la città dell’uomo; la presentazione dei tradimenti e dei cedimenti del sacerdote avviene con amarezza, come di una perdita che ci impoverisce; il prete di oggi non sceglie il sacerdozio per calcolo, per tradizione o per obbedienza, come avveniva un tempo, ma per una scelta libera e cosciente. La cultura odierna, impregnata com’è di edonismo, di relativismo morale e di consumismo, è contro di lui e lo costringe a una lotta dura. Alcuni soccombono, molti ne escono vincitori.
Clemente Rebora, prete rosminiano, convertito dall’agnosticismo e diventato tra i più affermati poeti del Novecento, ha composto una poesia, Il sacerdote, nella quale, in venticinque terzine, tenta di dare una definizione del prete. Verso la fine si legge questo verso: «Il sacerdote cosa possa o sia, non si sa». È un uomo nel quale si addensa il mistero di Dio. Dunque, un enigma del quale i poeti e i romanzieri, assuefatti alla Luce, possono cogliere solo qualche frammento.

(Vita Pastorale n. 7 luglio 2004)

Per inquadrare letterariamente

C. Moeller, Letteratura moderna e Cristianesimo, BUR 1995
J.-P. Jossua, Pour une histoire religieuse de l’expérience littéraire, Beauchesne 1985;
- La letteratura e l’inquietudine dell’assoluto. Diabasis 2005
G. Sommavilla, Incognite religiose della letteratura contemporanea, Vita & pensiero 1963
F. Castelli, Volti di Gesù nella letteratura moderna, San Paolo (1987, 1990, 1995)
- Nel grembo dell'ignoto. La letteratura moderna come ricerca dell'Assoluto, San Paolo 2001
- Se ci fosse un Dio. Scrittori alla ricerca del senso della vita, Ancora 2008
A. Spadaro, Abitare nella possibilità, Jaca Book 2008
- L'altro fuoco. L’esperienza della letteratura, Jaka Book 2009

Qualche titolo

U. Gamba, Preti famosi nel romanzo, Piemme 1987
V. Arnone, La figura del prete nella narrativa italiana del Novecento, San Paolo1999
B. Nacci, Figure di preti nella letteratura italiana contemporanea,”Communio”59,1981.
V. Andreoli, Preti di carta. Storie di santi ed eretici, asceti e libertini, esorcisti e guaritori, Piemme 2010
V. Andreoli, Preti. Viaggio fra gli uomini del sacro, Piemme 2010