I preti e l'educazione al cinema

Inserito in NPG annata 2015.


Eliana Vona

(NPG 2015-01-68)

“Parto. Vado molto lontano, in un posto dove c’è un vento che fa diventare pazzi e dove hanno bisogno di un amico. Qui non ci posso più stare. E poi mi sono reso conto che per voi non posso fare nulla. Ho provato, ma non ce l’ho fatta. Spero sarete capaci di perdonarmi”. In un primissimo piano, è don Giulio a pronunciare queste parole, nel celebre film di Nanni Moretti La messa è finita del 1985. È don Giulio che “si confessa” davanti ai suoi fedeli durante la celebrazione di un matrimonio: ha cercato in ogni modo di aiutare i suoi familiari, i suoi amici, ma non riesce a risolvere i loro problemi. Una figura interessante, questa portata sullo schermo da Nanni Moretti, un sacerdote dai molti dubbi, dai molteplici interrogativi, dai continui ma vani tentativi di aiuto nei confronti degli altri.
Allo stesso modo ci appare Don Lorenzo nel film Preferisco il rumore del mare di Mimmo Calopresti (1999), quando, alla richiesta di aiuto di uno dei personaggi del film, risponde:” “Aiutami - è una parola aiutami”. È fortemente incoraggiante il fatto che, mentre il piccolo schermo, ormai da diversi anni a questa parte, ci propone figure di sacerdoti a tutto tondo, pronte a risolvere qualsiasi tipo di problema, da quello prettamente spirituale, a quello sociale e addirittura a quello poliziesco, il cinema ci offre delle guide educative ferme, combattive, vicine a chi ha più bisogno, ma non risolutive, attente alla crescita della persona, soprattutto alla sua maturazione, ma senza coercizione, pronte a porsi più interrogativi che a dare vere e proprie risposte. È proprio il caso, appunto, di don Lorenzo, per il cui personaggio,tra l’altro, da lui stesso interpretato, il regista si è ispirato alla figura di don Ciotti; infatti il sacerdote gestisce a Torino un Centro di Ospitalità per ragazzi difficili. Qui viene ospitato Rosario, un ragazzo calabrese particolarmente chiuso e introverso, con alle spalle una situazione familiare drammatica: la madre uccisa a causa di una faida e il padre in carcere. Don Lorenzo cerca di scuotere Rosario, “Non t’entusiasmare mai, stai sempre chiuso in te stesso”, gli dice ad un certo punto nel tentativo di aiutarlo a liberarsi della sua eccessiva riservatezza. Il giovane viene preso a ben volere da Luigi, originario del suo stesso paese e trasferitosi a Torino dove è diventato un ricco dirigente d’azienda. Rosario fa amicizia con Matteo, suo coetaneo e figlio di Luigi. Rosario studia e lavora e la domenica mattina serve messa. Matteo, invece è apatico, ha tutto e niente, non ha voglia di studiare, adora ascoltare la musica a tutto volume, girovagare in motorino per la città e spendere i soldi del padre che, separatosi dalla moglie depressa e alla ricerca di se stessa, non riesce a dare al ragazzo l’affetto e l’attenzione di cui avrebbe bisogno. I due, nonostante le nette differenze sociali, culturali e caratteriali diventano amici. Particolarmente intensa la scena in cui Rosario legge ad alta voce a Matteo il libro “Cuore” e lui lo ascolta, in silenzio o quando regalano per Natale un tubetto per fare le bolle di sapone e fanno dono dei soldi restanti, dati da Luigi, al Centro diretto da don Lorenzo. Matteo, però, continua ad essere inquieto, rubacchia al padre e gli nasconde in macchina l’orologio nuovo; Luigi, non rendendosi conto del reale disagio del figlio, accusa Rosario, che ritorna al Centro particolarmente infuriato e promette di non voler più avere a che fare con lui. Durante la notte di Capodanno, Matteo abbandona una festa a casa di un’amica e si ritrova davanti al portone del Centro di Ospitalità: arrampicatosi sulle grate di una finestra vede Rosario con gli altri ospiti e don Lorenzo giocare amabilmente a tombola. Ritorna a casa e tenta il suicidio; in un ultimo momento di lucidità riesce a chiamare Rosario che accorre immediatamente per portare soccorso all’amico, ma al sopraggiungere di Luigi, questi accusa nuovamente Rosario dell’accaduto e lo caccia in malo modo, mentre con la macchina porta Matteo in ospedale. Rosario, ormai deluso, decide di far ritorno nella nativa Calabria. Telefona a don Lorenzo, lo ringrazia e gli comunica la sua decisione. Don Lorenzo che ha sempre seguito e guidato il cammino di Rosario, cerca di convincerlo a rimanere a Torino: la sua presenza è determinante, un punto di riferimento fondamentale per l’introverso Rosario, nelle parole che gli pronuncia durante la telefonata si deduce tutto il suo pensiero “Lo sai che non ti costringerò a fare quello che non vuoi”. Arrivati in Calabria, davanti ad una distesa di mare, Rosario ribadisce al sacerdote il suo senso di appartenenza a quel mondo, a quelle tradizioni; con una macchina da presa che restringe sempre più l’inquadratura mettendo a fuoco i due personaggi, don Lorenzo afferma che “Orgoglio, coerenza, attaccamento alle radici, sono solo parole”, ma Rosario ormai ribadisce che “Sì, sono solo parole, ma lui preferisce il rumore del mare”. Rosario di spalle si allontana; nella scena successiva don Lorenzo si trova nella sua comunità e gioca a basket, nervosamente getta la palla nel canestro, quando sopraggiunge Luigi, si ferma, sempre pronto ad ascoltare. Luigi è distrutto, “Ho sbagliato tutto- dice – ma non so il perché”. Chiede aiuto, ma don Lorenzo è provato, si sente sconfitto, “Non capisco niente neanch’io, guarda. È questa la verità”.
Su questa stessa tendenza può essere considerato il film ispirato alla vita e alla morte di don Puglisi, Alla luce del sole di Roberto Faenza (2005), in cui il protagonista è propriamente un anti-eroe, con la sua paura, la sua insicurezza, ma allo stesso tempo con la forza e il coraggio di opporsi alla realtà della mafia. Il film, non a caso è dedicato ai bambini di Palermo e sono proprio quei bambini che nella raccapricciante sequenza iniziale mettono i gattini nella gabbia dei cani del canile addestrati al combattimento e assistono urlando e aizzando gli animali l’uno contro l’altro; e sono ancora i bambini che raccolgono da terra l’animale ferito e lo gettano da un piano in alto di una casa in costruzione. Sono ancora i bambini che, mano nella mano, insieme alla suora, entrano nella chiesa deserta, con al centro la bara di don Pino: ognuno porta qualcosa e lo depone sulla bara. Pronti, si spera, in un futuro a testimoniare la verità, come si vede in una scena, in macchina, quando don Puglisi chiede ad un bambino di ricordare l’ottavo comandamento: Non dire falsa testimonianza, avere sempre il coraggio di affermare la Verità.
Nel 2003 l’esordiente Francesco Patierno ci offre nel suo Pater Familias uno spaccato della città di Napoli degradato e quanto mai desolante, dove la disperazione della vita dei protagonisti viene rappresentata dal loro sudore, dal continuo fumo delle sigarette, dalle loro case misere, non illuminate, squallide, dalla luce bianca e diafana. In questo scenario il protagonista Matteo che sconta dieci anni di prigione per omicidio, riceve un giorno di permesso a causa della grave malattia del padre e, camminando per le vie di questa Napoli, ripercorre la sua storia passata e ha modo di incontrare due figure religiose che hanno rappresentato momenti particolarmente significativi della sua vita: Don Antonio, un prete, un po’ fuori del comune, forse anche troppo, con la tonaca, e la sigaretta in bocca, pronto però a dare una mano a Matteo che deve risolvere questioni burocratiche familiari; don Antonio incoraggia Matteo, lo spinge a cambiar vita. Lo stesso fa la suora che Matteo incontra nell’istituto da lui frequentato da bambino in una scena veramente da ricordare, seduti in una chiesa con di fronte l’immagine di un crocifisso completamente sfocata; la suora, prima si sofferma sull’infanzia “da bravo bambino” di Matteo, tenendo a precisare però che “Non a tutti la vita dà la possibilità di recuperare” poi, come don Puglisi ha parole durissime contro la società e la politica, “In questo paese ha fatto più danni l’ignoranza che tutte le guerre, le carestie e i terremoti messi assieme”.
Mi piace ricordare le figure di due preti molto giovani che ci vengono descritti nei film Chocolat di Lasse Hallstrom (2000) e in Gran Torino di Clint Eastwood (2008). Nel primo film, il giovane padre Enrique finalmente riesce a prendere una decisione autonoma rispetto al bigotto, autoritario sindaco e così l’odore della cioccolata calda insieme alle idee di tolleranza e di libertà comincia a diffondersi nel tranquillo e ipocrita paesino; nel sermone conclusivo, sul pulpito, in alternanza tra primi e primissimi piani, padre Enrique pensa che “Dobbiamo misurare la bontà in base in base a ciò che abbracciamo, a ciò che crediamo e a chi accogliamo”. La tenacia e la costanza di un giovane parroco della città di Detroit avvicina il pensionato Walt Kowalski, appena rimasto vedovo, ex combattente in Corea e fortemente razzista, alla chiesa, riesce a farlo avvicinare alla comunità “gialla” degli Hmong, tanto da diventare amico dei due giovani fratelli Thao e Sue. Il giovane sacerdote solo apparentemente sembra un perdente, in realtà ha ben chiara la situazione, soprattutto la difficile convivenza con le bande giovanili di varie etnìe che sembrano non lasciare spazio ai ragazzi onesti come Thao e Sue. Walt si schiera subito dalla loro parte, difende il timido Thao e la povera Sue dai continui, ripetuti attacchi; quando, nonostante gli avvertimenti del sacerdote, la polizia non interviene e lascia il quartiere incustodito, così da lasciare la solita gang libera di agire indisturbata e Sue viene violentata, Walt non aspetta più: chiede di confessarsi per prepararsi al suo gesto estremo di sacrificio, darà la vita per riportare la pace e la tranquillità, oltre che una maggiore tolleranza all’interno del quartiere. E con le braccia aperte, riproponendo nella sagoma, la figura di una croce, morirà e, il sacerdote, nell’omelia testimonierà parole di libertà, apertura verso l’altro e il diverso.
Siamo a scuola, ma non in una scuola “normale”, siamo in un istituto per non vedenti nel 1970, quando in Italia la legge ancora non permetteva ai ciechi di frequentare le scuole pubbliche. Il regista Cristiano Bortone nel film Rosso come il cielo del 2006 ci racconta la storia vera del montatore del suono cinematografico Mirco Mencacci, divenuto cieco da bambino a causa di un incidente con un fucile. Il film, seppur a volte in modo esageratamente pietistico, ci immerge nel mondo di bambini che non hanno l’opportunità di vedere. Ecco allora Mirco che cerca di sfruttare a pieno l’elemento uditivo, cercando di scoprire il rumore e di poter percepire ciò che non si può più vedere. Assolutamente da non perdere le scene in cui Mirco riproduce il suono del bosco, della pioggia, del vento, del calabrone, degli uccellini creando una vera e propria storia dal titolo “Finisce la pioggia, esce il sole”. Il tutto condito con uno degli aspetti più belli dell’infanzia: la fantasia e l’immaginazione. Sarà proprio grazie a questi due elementi che Mirco, insieme a tutti gli altri compagni del convitto e ad una bambina, l’unica vedente della storia, la figlia della portinaia della scuola, riuscirà a mettere su una recita per la fine dell’anno. È qui che entra in gioco don Giulio, l’insegnante della scuola che, da vero educatore, intuisce la bravura di Mirco e si schiera dalla sua parte, lottando contro il preside della scuola che non amava i grandi cambiamenti e non voleva realizzare, a fine anno, una rappresentazione così innovativa e sperimentale. Don Giulio fornisce nuovamente a Mirco il suo registratore e così il bambino potrà mettere a punto il suo capolavoro. Spinge tutti i ragazzi a lavorare, cercando di tirar fuori il meglio di ciascuno di loro e così arriva il fatidico giorno della rappresentazione. I genitori vengono bendati e messi quindi nelle stesse condizioni dei loro figli. E allora la magìa dei suoni può avere inizio. Vorrei soffermarmi sulle parole che don Giulio pronuncia prima dello spettacolo: “ Io e i ragazzi quest’anno abbiamo deciso di fare una recita diversa. A volte noi grandi ci chiediamo cosa sia giusto, cosa sia sbagliato, non sempre abbiamo la risposta. Comunque questa volta noi abbiamo voluto provare, perché crediamo che la fantasia e il diritto alla normalità siano qualcosa cui nessuno dovrebbe mai rinunciare”.
Anche quest’ultima figura proposta tende a presentarci un identikit di educatore, di guida disposto alla ricerca continua, a nuove sperimentazioni, a non fermarsi, né arrendersi davanti agli ostacoli, ma sempre pronto a ricominciare, a sapere che non si può disporre di una soluzione adatta ad ogni dubbio, ad ogni richiesta. Il cammino educativo che i vari don Lorenzo ci propongono è un viaggio da scoprire di volta in volta, cercando, come don Giulio, ne “La messa è finita” di credere comunque, nella felicità”.