Beati voi

Inserito in NPG annata 2015.


Luis A. Gallo

(NPG 2015-08-06)


Vedendo le folle, Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli. Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo:

«Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati gli afflitti, perché saranno consolati.
Beati i miti, perché erediteranno la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno Ogni sorta di male contro di voi per causa mia.
Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli.
Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi» (Mt 5,1-12).

INTRODUZIONE

Stando al racconto del vangelo di Matteo, la prima parola pronunciata da Gesù di Nazareth nel suo «discorso programmatico» fu: «beati» (Mt 5,3). E in quell'occasione l'avrebbe ripetuta per ben nove volte! Questo dato è molto significativo. Ci dice quanto la sua preoccupazione centrale sia stata la felicità concreta della gente, soprattutto di quelli che erano più infelici. È proprio per questo che il suo messaggio viene detto «evangelo», ossia, letteralmente, «buona notizia».
«Il cattolicesimo non è una religione confortante. È una religione penosa», affermava enfaticamente poco tempo fa una conosciuta cantante e attrice cinematografica (Madonna). Non lo si può negare: più di una volta il cristianesimo è stato visto, e soprattutto vissuto, come qualcosa di triste, di penoso e mortificante. Agli occhi di non pochi uomini e donne è apparso, e appare ancora oggi, come una sorta di camicia di forza che li soffoca, o come un guastafeste che viene a frustrare le profonde aspirazioni di vita e di pienezza che si portano nel cuore.
Anche molti filosofi hanno visto così la religione e in particolare il cristianesimo: come ostile alla piena felicità dell'uomo, e quasi come un nemico da combattere, una specie di idolo da abbattere.
Ma un cristianesimo così è una caricatura di ciò che propose Gesù di Nazareth, il Cristo. Dai vangeli sappiamo che egli non volle né cercò altro durante tutta la sua vita se non la gioia delle persone che incontrava, una gioia vera, piena e traboccante, precisamente perché era venuto nel mondo, come si legge nel vangelo di Giovanni, «affinché gli uomini avessero la vita, e l'avessero in abbondanza» (Gv 10,10).
Parlando con i suoi intimi, nell'ultima cena prima di lasciarli, disse loro queste parole, che in qualche modo condensano il senso di tutto ciò che egli fece e disse: «Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi, e la vostra gioia sia piena» (Gv 15,11).
È urgente, quindi, ricuperare il senso genuino del «vangelo» di Gesù. Ricuperarlo nelle idee e soprattutto nella vita. A ciò vorrebbero collaborare queste pagine, offerte alla meditazione dei giovani. L'intenzione che le ispira è quella di contribuire a farli riscoprire, in un clima di preghiera, il filo rosso che lo attraversa da capo a fondo, e cioè il grande augurio di felicità che si sprigiona dalle parole in esso contenuto. Sono parole pronunciate quasi venti secoli fa, ma che ancora oggi conservano una freschezza e una forza impareggiabili.

Per capire le Beatitudini

Prima di passare in rassegna le singole grandi parole di felicità pronunciate da Gesù di Nazareth, è indispensabile rifarsi al quadro globale di riferimento nel quale esse si collocano e all'interno del quale acquistano senso. Prese infatti al di fuori di esso, rischiano di non essere ben capite e perfino di venire travisate.
Questo loro quadro di riferimento non può essere altro se non il perché di fondo che animò Gesù sin dal primo momento in cui iniziò la sua attività in mezzo alla gente. Lo troviamo nitidamente formulato dall'evangelista Marco in queste parole:
«Dopo che Giovanni [il Battista] fu arrestato, Gesù si recò nella Galilea proclamando la buona novella di Dio e diceva: "Il tempo è compiuto e il regno di Dio è già qui, alle porte; cambiate vita e credete a questa bella notizia!"» (Mc 1,14-15).
«Regno di Dio» è un'espressione che a noi oggi suona forse un po' strana e quasi incomprensibile, ma che ai tempi di Gesù era carica di senso per lui e per coloro ai quali si rivolgeva. Essa condensa ciò che occupava il posto più alto nelle sue preoccupazioni. Per il «regno di Dio» egli visse e per esso diede anche la sua vita.
Cos'era quindi per lui questo «regno di Dio»? Cosa voleva dire con quest'espressione che egli non aveva inventato, ma che aveva ereditato dal suo popolo? Per capirlo bisogna esaminare cosa egli fece, più ancora di quello che disse.
E’ indiscutibile che egli ne parlò perché, come asserì in qualche occasione, «dall'abbondanza del cuore parla la bocca», e il suo cuore ne era ricolmo (Mt 12,34). Non ne diede però delle definizioni concettuali, bensì utilizzò delle parabole piene di poesia e di vivacità. Disse che il regno di Dio «era come...». Così, lo paragonò ad un banchetto di nozze (Mt 22,2-14), ad un uomo che incontra un tesoro nel campo e per la gioia vende tutto e compra quel campo (Mt 13,44), ad un seme che cresce giorno e notte senza che colui che l'ha seminato ci pensi (Mc 4,26-29), ad un po' di lievito che fa fermentare tutta la pasta (Mt 13,33), ad un seme di senape e che, pur essendo piccolissimo, arriva ad essere poi col tempo un grande arbusto, quasi un albero (Mt 13,31-32)...
Ne parlò dunque, certamente, ma, essendo egli un giudeo, di cultura quindi semita, espresse le sue idee sul regno di Dio soprattutto agendo. Infatti, passò il breve tempo della sua vicenda storica ponendo dei segni della sua presenza e delle sue implicanze. Gli altri dovevano prendersi il lavoro di interpretarli.
Non tutti lo fecero adeguatamente, e anche fra quelli che li capirono non tutti furono disposti ad assecondarlo. Troppi interessi li bloccavano. Perciò alla fine lo eliminarono crocifiggendolo.
I segni del regno Gesù li pose a due livelli, quello individuale e quello sociale. In tutti e due gli ambiti egli voleva far toccare con mano che Dio stava cominciando a regnare, e cioè ad avere la meglio nei confronti dei mali che impedivano a uomini e donne di star bene, di essere veramente felici. Perché ciò era appunto per lui il «regno cli Dio». Non un luogo, non uno spazio geografico, ma una situazione. Una situazione nuova, plasmata secondo il volere di quel Dio che egli, nell'intimità della sua preghiera, aveva l'ardire di chiamare «abbà» (Mc 14,36), e cioè «babbo caro». Aveva imparato dalla lunga esperienza di fede e di speranza del suo popolo che per questo Dio regnare significava intervenire nel mondo per dare agli uomini e alle donne «shalòm-pace», ossia la pienezza di tutti i beni.
I segni che Gesù poneva erano molto concreti. A livello dei singoli individui, la reintegrazione della salute corporale (per es. Mt 8,1-4) e spirituale (per es. Mc 2,1-6), la liberazione dagli «spiriti cattivi» (per es. Mc 5,1-15), la restituzione della pace e della serenità nel rapporto con Dio (per es. Lc 7,36-50), il ricupero della dignità e il dono di un futuro di speranza (per es. Gv 8,1-11) ...
A livello sociale riguardavano soprattutto i rapporti tra le persone e i gruppi. Si coglie con chiarezza dai vangeli che egli riteneva come contrarie al volere di Dio, precisamente perché producevano effetti negativi, quelle situazioni in cui alcuni erano emarginati da altri, o venivano disprezzati in ragione della loro condizione di povertà, ignoranza o basso livello sociale, oppure erano privati in qualche modo dalla loro dignità.
Il suo debole per i peccatori in ragione della loro condizione di emarginazione da parte dei «giusti» (Mc 2,1517; Lc 15,1-3), ne è una chiara dimostrazione. Altrettanto si deve dire del fatto che si mettesse dalla parte dei poveri, proprio perché li vedeva disprezzati e anche sfruttati dai ricchi (Mt 5,3; Lc 6,20), o dalla parte delle donne, in una società fortemente maschilista e patriarcale (Mt 19,1-6; Lc 20,27-36). Si direbbe, da queste prese di posizione, che egli non riusciva a sopportare il fatto che la vita delle persone venisse menomata da rapporti mortificanti tra di loro. Trovava che ciò offendeva Dio stesso e impediva che Egli regnasse nel mondo.
Qualcosa di analogo succedeva nei confronti di quelle istituzioni e strutture che, invece di favorire lo star bene della gente, contribuivano a farla star male.
Due esempi permettono di capirlo chiaramente. Il primo e il «libello del ripudio», un istituto giuridico-religioso che, traendo origine dalle prescrizioni di Mosé, permetteva agli uomini di sbarazzarsi delle loro mogli per mille motivi diversi. Naturalmente, chi ne soffriva pesantemente le conseguenze era di solito la donna, ridotta in questo modo a un oggetto alla mercé dell'uomo. Gesù reagì vigorosamente contro tale abuso, dichiarandolo contrario al volere originario di Dio: «All'inizio non fu così», perché Dio li creò uguali in dignità, rispose a quelli che gli chiedevano se era lecito farne uso (Mt 19,4-5).
L'altra istituzione presa di mira da Gesù fu il Tempio, eretto nel remoto passato in onore del Dio della vita e della libertà come luogo di preghiera e d'incontro del popolo, e convertito ai suoi giorni in una «spelonca di ladri» dai sommi sacerdoti. Gestito a servizio dei loro meschini interessi, si era trasformato in un centro di potere che, anziché favorire un rapporto vivificante con Dio, favoriva lo sfruttamento del popolo. L'adirata reazione di Gesù, ampiamente raccontata dai quattro evangelisti (Mt 21,12-13; Mc 11,15-17; Lc 19,45-46; Gv 2,13-16), permette di captare quanto egli si sia sentito toccato da questa situazione.
E fu precisamente questa sua reazione ad accelerare la tragica conclusione della sua vita.
Mediante questi segni Gesù lasciò intendere cosa intendeva dire quando annunziava, con tanto entusiasmo: «il regno di Dio è qui» (Mc 1,15). Ognuno di essi era come una freccia che puntava in un'unica direzione: la creazione di una nuova condizione di vita in cui tutto rispondesse alla volontà di felicità del Padre suo per il mondo. Perché, nel suo modo di pensare, il Dio che doveva stabilire il suo regno in mezzo agli uomini era appunto Colui che egli sentiva e invocava come «abbà», e perciò come infinito desiderio di vita per tutti e ognuno degli esseri da lui chiamati all'esistenza.
L'evangelista Giovanni esprime con parole proprie le stesse cose dette finora quando, nel discorso del Buon Pastore, riporta quella frase di Gesù: «Io sono venuto perché abbiano la vita, e l'abbiano in abbondanza» (Gv 10,10). Con essa intende mettere a fuoco il nucleo stesso della missione di Gesù, ciò che gli altri evangelisti chiamano «il regno di Dio».
E va notato che, come ha tenuto a far rilevare recentemente Giovani Paolo II nella sua Enciclica Evangelium Vitae, la vita di cui si parla in questa frase è senz'altro anzitutto la comunione filiale con Dio, ma sono anche tutte le altre dimensioni e aspetti dell'esistenza umana, a cominciare dalle più elementari, quelle che hanno a che fare con lo star bene corporalmente (n. 1).
In nessun momento, infatti, Gesù si dimostra «spiritualista», nel senso di occuparsi solo di ciò che riguarda l'interiorità dell'uomo, o «religiosista», nel senso di occuparsi solo di ciò che interessa il suo rapporto con Dio. Per lui, il regno di Dio, ossia la vita in abbondanza, riguarda tutto l'essere umano in tutte le sue dimensioni. Egli vuole tutti sani, liberi, gioiosi. Vuole che tutti e ognuno «stiano bene» nel senso più pregnante dell'espressione. Specialmente quelli che stanno meno bene, quelli che di vita ne hanno di meno.
Occorre ancora aggiungere che quando Gesù, appena lanciato il suo proclama, iniziò a convocare uomini e donne attorno a sé, lo fece proprio spinto da questa motivazione di fondo: il «regno di Dio». La chiamata dei primi quattro discepoli resta paradigmatica al riguardo. Egli li vede affaccendati nel mestiere dei pescatori, e propone loro di seguirlo, aggiungendo questa chiarificazione: «Vi farò pescatori di uomini» (Mc 1,17). Ed essi, lasciate le reti, lo seguirono, indubbiamente affascinati da questa sua proposta di lavorare per la pienezza di vita degli uomini.

1. COLORO CHE SONO POVERI

«Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli» (Mt 5,3)

Il discorso della montagna, quello in cui l'evangelista Matteo condensa il proclama lanciato da Gesù di Nazareth, inizia con queste parole: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli» (Mt 5,3). A questa prima beatitudine seguono poi altre otto, che ne esplicitano il senso.
Luca nel suo vangelo ne riporta un'altra versione, più sintetica e concisa. Dice semplicemente, rivolgendosi – in seconda persona e non in terza, come nel testo di Matteo – a coloro che lo ascoltano: «Beati voi, poveri, perché vostro è il regno dei cieli» (Lc 6,20). Basandosi su rigorose ricerche esegetiche, autorevoli studiosi sostengono che questa sia la formulazione originale, quella che uscì dalla bocca di Gesù. Matteo l'avrebbe poi riformulata posteriormente, tenendo presenti i suoi propri lettori.
Comunque sia, tutte e due le versioni contengono un grande annuncio di felicità pronunciato da Gesù, e meritano di essere raccolte e fatte oggetto di riflessione da chi vuole seguire le sue tracce.
La versione di Luca mette più chiaramente in evidenza un dato indiscutibile dei vangeli: agendo in vista del regno di Dio, Gesù privilegiò nella sua attenzione e nella sua sollecitudine coloro che erano più lontani dal vedere appagato quel desiderio radicale che ogni essere umano si porta nel cuore, il desiderio di vivere, e di vivere in pienezza. E, indubbiamente, tra questi si trovavano i poveri del suo popolo, che poi erano la maggioranza di coloro che ne facevano parte.
La loro condizione economica era molto precaria, a differenza da quella in cui vivevano i pochi privilegiati che, per il fatto di far parte della corte del re Erode Antipa o delle famiglie sacerdotali che gestivano il tempio, o ancora per il fatto di essere padroni delle terre produttive o di gestire il grande commercio o la riscossione delle tasse, vivevano lautamente e perfino nello sfarzo. Alla precarietà economica della maggioranza del popolo si univano l'insicurezza nei confronti del futuro, l'emarginazione religiosa e politica, e non poche volte un senso profondo di colpa e di debito nei confronti di Dio per via delle loro innumerevoli violazioni della sua legge.
Ad essi si rivolgeva principalmente Gesù, con una parola che ha del paradossale: li dichiarava «beati». Certo, se non è ben capita questa parola può suonare a ironia o a cinismo. O, tutt'al più, a frase consolatoria che promette un premio futuro alla pazienza nel sopportare la pesante situazione del presente. Più di una volta questa prima beatitudine evangelica è stata intesa in tale senso. Perciò qualcuno l'ha perfino accusata di favorire l'alienazione. Se invece si tiene conto del quadro di riferimento in cui essa si colloca, acquista un senso molto diverso.
Infatti, alla proclamazione della beatitudine dei poveri Gesù aggiunge la ragione: «Perché vostro è il regno di Dio». È all'interno della sua motivazione di fondo e del modo concreto in cui la portava avanti che la parola da lui rivolta ai poveri va capita. Egli voleva ribaltare la loro triste condizione nel nome del Dio della vita. Ed è questa sua volontà che si esprime nella prima delle beatitudini. È come se egli dicesse loro: «Guardate, non è vero che Dio non vi vuole bene, che non pensa a voi; anzi, voi, proprio perché siete poveri, emarginati ed esclusi, proprio perché vi fanno sentire dei vermi e alle volte vi sentite tali, siete come la pupilla dei suoi occhi. Egli ha deciso di cambiare la vostra sorte. Beati voi per questo! Ecco, ciò che Dio vuole fare in vostro favore lo sta già realizzando per mezzo mio. Il suo regno è soprattutto e in primo luogo per voi».
Intesa così, la prima beatitudine è più una constatazione che un augurio. O, se si vuole, è tutte e due le cose: è constatazione di ciò che sta avvenendo e annuncio di ciò, ancora più grande, che avverrà.
In questo senso, essa è di un'attualità sorprendente. Gesù di Nazareth continua oggi a dire la stessa cosa a tutti quelli che sono i più poveri, i più deboli, gli ultimi tra gli uomini. Egli sa che di essi principalmente si occupa Dio, perché sono precisamente essi quelli che stanno al centro delle sua sollecitudine di Padre. Tanto più che, attualmente, questa situazione di «essere ultimi» ha acquistato delle dimensioni planetarie, in cui tre quarti degli abitanti di questo mondo sono sommersi da una povertà umiliante quando non da miseria estrema.
Ma perché questa parola annunciatrice di beatitudine ai poveri concreti venga detta loro senza cinismo, è indispensabile che sia accompagnata dai segni del regno di vita che poneva Gesù nel suo tempo. In questo senso, la versione di Luca si ricollega strettamente a quella di Matteo.
Nella redazione di quest'ultimo, infatti, al termine «poveri» viene aggiunta la specificazione «in spirito». Come si può facilmente capire, l'espressione non accenna ad una particolare condizione socio-economica di coloro nei confronti dei quali viene pronunciata, come quella di Luca, bensì ad una loro condizione «spirituale».
Questi poveri sono, anzitutto, coloro che, appartenenti alla corrente biblica degli anawim o «poveri di JHWH», nutrono nel loro cuore una totale fiducia in Dio, anche in mezzo alle più tragiche e assurde circostanze della vita. Essi non si appoggiano né sulle loro ricchezze né sulle loro capacità né su cosa alcuna al mondo, ma soltanto su Dio e sul suo amore fedele e indefettibile. Esempi eminenti di tale povertà sono Gesù stesso, che visse in modo intensissimo lungo tutta la sua vita una fiducia filiale sconfinata nei riguardi di Dio, e la mantenne anche sulla croce (Lc 23,46), e Maria, sua Madre che ne seguì da vicino le orme.
Ma «poveri in spirito» sono, inoltre, quelli che ascoltando la proposta di Gesù decidono di accoglierla. Essi abbandonano qualunque altro progetto globale di vita per abbracciare quello del regno di Dio da lui proposto.
L'episodio del giovane ricco (Mt 19,16-26) è molto illuminante al riguardo. Egli chiede a Gesù cosa deva fare per avere la vita «eterna», ossia una vita piena, senza ritagli, e Gesù gli propone di condividere con i poveri ciò che ha e di seguirlo. Al che egli se ne va triste, poiché — chiarisce l'evangelista — «aveva molte ricchezze». E Gesù commenta: «In verità vi dico: difficilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli. Ve lo ripeto: è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli» (Mt 19,23-24).
Queste parole non si riferiscono, come spesso si sente dire, alla difficoltà che trovano i ricchi di andare in cielo, di «salvarsi l'anima»; si riferiscono invece alla loro enorme difficoltà di fare proprie le mire di Gesù, e quindi di mettersi dalla parte del cambio che egli prospetta affinché ci sia «vita abbondante» per tutti, a cominciare da quelli che ne hanno di meno. Chi è ricco è portato quasi istintivamente a voler mantenere la sua condizione e, se non è aiutato in maniera del tutto particolare da Dio (v. 26), non riesce ad uscire dall'orizzonte dei suoi propri interessi, a condividere ciò che ha con coloro che sono po\ eri perché essi possano stare meglio. In una parola, a «farsi povero perché altri diventino ricchi per mezzo della sua povertà», come dice S. Paolo di Gesù stesso nella seconda lettera ai Corinzi (2 Cor 8,9).
La beatitudine di Matteo si rivolge quindi ai poveri «in spirito». A coloro cioè che, affascinati dalla proposta di Gesù, sono disposti, mettendo tutta la loro fiducia in Dio, a portarla avanti. La loro decisione non è qualcosa di vago e impreciso, ma si traduce in fatti: essi pongono, nella misura delle loro concrete possibilità, i segni concreti del regno, quelli stessi che pose Gesù. E trovano in ciò la loro felicità. Realizzano quell'altra parola di Gesù riportata nel vangelo di Giovanni: «In verità vi dico: se il chicco di frumento non cade nella terra e non muore, rimane da solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12,24). E in questo morire al proprio egoismo che si radica la possibilità di quella beatitudine che consiste nel «produrre molto frutto», nel «dare vita».
Agendo in questo modo essi conferiscono realismo alla parola di beatitudine detta da Gesù ai poveri reali, a quelli che «stanno male». Come lui, anch'essi dicono, più con i loro fatti che con le loro parole, ai poveri: «Beati voi, perché Dio vi ama, perché Egli sta cambiando la vostra sorte. Ne è la dimostrazione ciò che noi stiamo facendo con voi e per voi».

2. COLORO CHE PIANGONO

«Beati quelli che piangono, perché saranno consolati» (Mt 5,4)

Si può piangere per molti motivi nella vita. Anche di gioia. Ma ordinariamente le lacrime sono segno di sofferenza. E le sofferenze occupano tanto spazio nella vita umana! C'è chi piange perché è ammalato, chi perché non si sente accolto con amore, chi perché ha perso una persona amata, chi perché è stato tradito da un amico, o perché non trova più senso alla vita e lo ha cercato disperatamente in esperienze di morte e di disperazione, e ancora perché è calpestato nella sua dignità... Ma c'è anche chi piange perché non ha il pane da dare ai propri figli, perché non riesce a comprare le medicine di cui ha urgente bisogno un familiare ammalato, perché gli hanno fatto morire in cuore le uniche speranze che gli restavano...
Quando l'autore del libro dell'Apocalisse volle immaginare cosa sarà il mondo nuovo che Dio ha promesso per la fine della storia, si provò a descriverlo con queste parole: «Non ci sarà più pianto» (Ap 21,4). Riecheggiavano con esse le promesse fatte dal profeta Isaia: «Egli [Dio] asciugherà ogni lacrima dai loro occhi» (Is 25,6).
È in questo contesto che acquista senso la seconda parola di beatitudine che Gesù pronunciò nel discorso della montagna: «Beati quelli che piangono, perché saranno consolati» (Mt 5,4).
È chiaro che così dicendo egli si metteva sulla scia delle promesse di consolazione fatte da Dio sin dall'Antico Testamento. Soprattutto di quelle riguardanti il futuro profeta che le avrebbe portate a realizzazione. Infatti, verso la fine del libro di Isaia vengono poste sulla sua bocca le parole che poi, secondo il vangelo di Luca, Gesù fece sue nella sinagoga di Nazareth all'inizio della sua attività:
«Lo Spirito del Signore è su di me perché il Signore mi ha consacrato con l'unzione; mi ha mandato [...] per consolare tutti quelli che piangono [...] . Oggi si compie questa scrittura...» (Is 61,1-2; Lc 4,18-19).
Ci sono dei racconti evangelici che ci aiutano a percepire con molta chiarezza il senso che egli diede a queste sue parole. Uno di essi è quello, pieno di tenerezza, di Lc 7,11-15:
«In seguito Gesù andò in un villaggio chiamato Nain quando fu vicino all'entrata di quel villaggio, Gesù incontrò un funerale: veniva portato alla sepoltura l'unico figlio di una vedova, e molti abitanti del villaggio erano con lei. Appena la vide, il Signore ne ebbe compassione e le disse: "Non piangere!". Poi si avvicinò alla bara e la toccò: quelli che la portavano si fermarono. Allora disse: "Ragazzo, ti lo dico io: alzati!". Il morto si alzò e cominciò a parlare. Gesù allora lo restituì a sua madre».
In questo racconto troviamo la realizzazione emblematica della seconda beatitudine proclamata da Gesù. Egli infatti dice alla donna: «Non piangere!». E ciò che dice non è una parola vuota ma, viceversa, carica di emotività ed efficacia. Egli dona felicità a una madre vedova che piange amaramente la morte del suo unico figlio, condividendo anzitutto con lei il suo dolore e poi restituendole il figlio vivo!
Gesù sapeva bene cosa significa piangere per la morte di un essere amato. Possiamo supporre, anche se i vangeli non ce lo dicono, che avrà pianto lacrime amare quando norì suo padre Giuseppe. Nel vangelo di Giovanni si dice esplicitamente che egli pianse davanti alla tomba del suo amico Lazzaro, morto da tre giorni (Gv 11,35). Perciò, la sua reazione davanti allo straziante spettacolo di una madre che aveva perso quanto di più caro le restava nel mondo, non poteva essere quella di una apatica indifferenza, ma quella invece di chi si sente toccato nelle fibre più intime del cuore. Egli soffre con chi soffre, e piange con chi piange. E il suo rendersi partecipe del dolore di chi piange lo porta ad asciugare le lacrime strappate dalla sofferenza. Le asciuga rimuovendo la causa che le faceva versare, la morte del figlio unico.
Quella madre è come il simbolo di tutti coloro che piangono. Soprattutto di quelli che piangono senza colpa propria e senza trovare consolazione. Ad essi particolarmente Gesù diceva: «Beati, perché sarete consolati». Quando? Ora, che il regno di Dio sta irrompendo nel mondo.
Il modo di dire e di fare di Gesù illuminano il senso di questa seconda beatitudine da lui enunciata. Essa sta a dirci che le lacrime di dolore non sono mai volute da Dio, il quale è buono e vuole solo il nostro bene. Sta a dirci cioè che, contrariamente a quanto si sente spesso ripetere, la sofferenza viene da altrove, non viene da Dio. Non è vero quindi che ciò che ci fa piangere di dolore o di tristezza è «volontà di Dio». Al contrario, se Egli, come in mille modi ci ha fatto sapere Gesù, vuole soltanto e sempre la nostra vita e la nostra felicità, dobbiamo dire che ciò che si oppone ad esse è anche contrario alla sua volontà. Non è per niente vero che, come dice spesso la gente, «siamo nati per soffrire». No! Dio, secondo quello che possiamo capire dalle parole di Gesù e soprattutto dai suoi fatti, non ci ha creato per soffrire, ma perché siamo felici della sua stessa felicità. Egli «non gode con la morte dell'uomo» (Ez 18,32), ma è «amante della vita» (Sap 11,26), e per ciò stesso vuole rimuovere ogni lacrima dagli occhi umani, come vuole far scomparire anche le cause che le provocano: le malattie, le incomprensioni, la solitudine, le ingiustizie, la guerra...
Perciò possiamo pensare che quando il morso della sofferenza fa scaturire lacrime dai nostri occhi, Egli stia con noi. Con noi per partecipare alla nostra sofferenza. Quando, durante la seconda guerra mondiale, in un terribile campo di concentramento un ebreo che guardava con disperazione il corpo pendolante di un ragazzino impiccato esclamò, a bassa voce ma amaramente: «Dio, dove sei?», un suo compagno di sofferenza gli sussurrò all'orecchio: «È lì, che soffre sulla forca».
Oltre a soffrire con noi, Dio è anche con noi per aiutarci ad affrontare la sofferenza con dignità, come stette con Gesù appeso alla croce. In quel terribile momento egli visse una situazione umanamente assurda, ma Dio era con lui per aiutarlo a vivere quel momento con un cuore di figlio pieno di fiducia nell'amore indefettibile del Padre suo, e con un cuore di fratello che lo porta a perdonare perfino chi lo mette a morte. Perciò la sua morte è «piena di beatitudine», come dice un'antica preghiera eucaristica.
Ma questa seconda beatitudine pronunciata da Gesù sta a dire anche un'altra cosa: che occorre fare il possibile per asciugare le lacrime che grondano dagli occhi umani, «piangendo con chi piange» (Rm 12,15), essendo vicini a chi soffre e, nella misura delle proprie capacità, rimuovendo le cause della sua sofferenza. In questo senso si potrebbe tradurre così la parola di Gesù: «Beati quelli che sono capaci di asciugare le lacrime, perché essi sono un po' come Dio!».
Asciugare le lacrime oggi significa aiutare l'uomo o la donna che sono nella solitudine e nell'incomprensione, essere capaci di ascoltare con profondità chi si sente emarginato, accompagnare chi è vittima della malattia o della estrema povertà, come fanno i mille eroi e testimoni che condividono la vita dei poveri e sofferenti nei posti più miserevoli della terra. Ma significa anche darsi da fare per sradicare quelle ingiustizie che, nella vita sociale e perfino planetaria, creano, come ha detto tante volte papa Giovanni Paolo II, milioni di esclusi e di emarginati. C'è un modo di asciugare le lacrime che ha dei risvolti perfino politici, poiché è anche attraverso la gestione della vita collettiva che si possono eliminare le cause che stanno all'origine delle lacrime. Anche chi si dà da fare in quest'ambito è anche destinatario dell'augurio di Gesù: «Beato te, che consoli gli afflitti!».

3. COLORO CHE NON SONO VIOLENTI

«Beati i miti, perché erediteranno la terra» (Mt 5,5)

Il nostro mondo è pieno di violenze. In realtà, sembra che lo sia stato un po' sempre, a giudicare da quanto racconta la Bibbia sin dalle sue prime pagine.
L'episodio, altamente simbolico, di Caino e Abele ne è una conferma. Caino versò il sangue di suo fratello. Terribile violenza, figlia dell'invidia, a cui seguì poi l'arrogante dichiarazione di una pretesa non-responsabilità nei confronti della vittima: «Sono forse io il guardiano del mio fratello?» (Gn 4,9).
E quello non è, nel racconto biblico, se non il primo anello di una catena impressionante di violenze fratricide. C'è anche, qualche pagina più avanti, il selvaggio cantico di vendetta di un altro violento, Lamec, il quale declamava, altezzoso: «Sette volte sarà vendicato Caino, ma Lamec settantasette» (Gn 4,24).
Quando poco più avanti la Bibbia introduce la narrazione del diluvio che doveva distruggere l'umanità, fa quest'avvertenza quasi a giustificarlo: «La terra era corrotta davanti a Dio, e piena di violenza» (Gn 6,11). E, così, «Dio decise di sterminare l'uomo dalla terra» (Gn 6,7).
Si tratta, ovviamente, di racconti simbolici mirati ad illuminare ciò che succede nell'esperienza umana di tutti i tempi. Non vanno certo presi come informazioni letteralmente storiche. Ma proprio per questo sono più profondamente veri, perché toccano ciò che è da sempre nell'uomo. In fondo, ciò che vogliono dire è che nel cuore di ogni essere umano si annida la violenza, e che sulla soglia del suo animo è sempre in agguato la tentazione di sopraffare l'altro, di fargli violenza, o per invidia o per orgoglio o per vendetta. Gli basta un nulla per cadervi.
La nostra realtà di oggi lo conferma. I focolai di guerra esistenti sul pianeta sono decine e decine: popoli interi che soffrono violenza o la infliggono, utilizzando a questo scopo non già il biblico bastone di Caino, ma le armi più sofisticate fabbricate dagli interessi meschini di terzi. Come diceva S. Caterina da Siena, ciò che Dio diede all'uomo per la vita, egli lo utilizza per la morte... Ma oltre a queste violenze collettive ce ne sono tante, tantissime altre inflitte o subite singolarmente verso gli esseri umani e verso il creato: bambini che soffrono la violenza degli adulti fino al punto di essere abbandonati, appena nati, tra i rifiuti della strada; donne che subiscono il violento e degradante sfruttamento degli uomini per soddisfare i loro istinti di piacere; famiglie intere, che soffrono la paura e l'insicurezza che crea loro la mafia; innocenti animali che sono vittime di atroci esperimenti; alberi e piante sottoposte allo sterminio del fuoco o dei pesticidi... Tanta, tanta violenza visibile o invisibile che semina dolore e morte nel mondo.
Davanti a tutto ciò Gesù lancia la sua grande parola: «Beati i miti, perché erediteranno la terra». Mite è chi non dà retta al suo istinto di sopraffazione e di vendetta, ma si sforza di rispettare tutti e di vincere il male con il bene. Questo, soprattutto: non risponde al male inflittogli con il male, non si vendica, ma è capace di stare al di sopra del male amando sempre e appassionatamente il bene. Anche di quelli che gli fanno del male.
Con frasi alle volte paradossali Gesù ha illustrato il comportamento mite, diametralmente opposto a quello violento. Una delle più incisive è quella del discorso della montagna: «Avete udito che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente; ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l'altra» (Mt 5,38-39). Proponeva così un palese superamento della legge della violenza, già in parte attenuata dalla legislazione di Mosé mediante la «legge del taglione» (Es 21,25). Come sempre, quest'indicazione non va presa alla lettera, ma nel suo spirito. Gesù stesso, infatti, a chi durante il suo processo davanti al sinedrio lo percosse sulla guancia, rispose: «Se ho parlato male, dimostrami dov'è il male; ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?» (Gv 18,23). E una risposta piena di dignità, ma anche di mitezza, che non si arrende al male, ma lo supera con il bene.
Come in tutte le altre cose anche in questa Gesù è stato coerente fino in fondo con quanto diceva. Così, nell'imminenza della sua passione, a quel discepolo che per difenderlo sfoderò la spada e tagliò l'orecchio al servo del sommo sacerdote, egli disse con determinazione: «Rimetti la spada nel fodero, perché tutti quelli che mettono mano alla spada periranno di spada» (Mt 26,52).
L'apice di questo suo atteggiamento di mitezza lo rivela la preghiera da lui fatta sulla croce in favore di coloro che lo torturavano: «Padre, perdonali perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34). Egli sapeva bene di essere vittima di una violenta ingiustizia. Eppure, anziché implorare da Dio un intervento punitivo, che effettuasse una giustizia «simmetrica» grazie alla quale «le cose si mettessero a posto», implora il perdono per i suoi assassini. È così che egli è diventato Signore, «ereditando la terra» promessa da Dio, ossia la pienezza della vita.
La storia recente ci ha messo davanti agli occhi stupendi esempi di uomini e donne che hanno vissuto intensamente questa beatitudine. Come non ricordare, per esempio, il paladino della non-violenza nel nostro secolo, Gandhi? Egli fu sempre un uomo mite e predicò costantemente, con la condotta e, con le parole e gli scritti, la mitezza: la libertà non si ottiene scatenando la violenza e la vendetta, ma per vie di resistenza attiva. Fu la sua mitezza ad «ereditare la terra» della sua grande patria, l'India, come terra indipendente e libera. La sua mitezza non fu affatto facile e passiva arrendevolezza, ma operosa non-violenza.
In Italia produsse una grande impressione qualche anno fa, nel mezzo della violenza di quei giorni che falciò la vita di suo padre, il giovane figlio di Bachelet il quale, durante i funerali, dichiarò pubblicamente di perdonare coloro che lo avevano privato dall'affetto e dalla presenza di suo padre, rendendolo violentemente orfano. Come causò anche molta impressione quella coppia di genitori stranieri che, avendo subito lo strappo violento del loro figlioletto ammazzato da una vile pallottola mentre giravano l'Italia, si «vendicarono» donando gli organi del figlio morto a dei bambini ammalati bisognosi di trapianti. Nella loro mitezza trasformarono l'ingiusta e assurda morte del loro figlio in una fonte di vita per altri.
Uomini e donne come questi sono quelli che, credendo alla parola di Gesù, anziché aprire una spirale di violenza, preferiscono superare il male con il bene. Una beatitudine profonda e immensa deve aver riempito i loro cuori!

4. GLI AFFAMATI DELLA GIUSTIZIA

«Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati» (Mt 5, 6)
«Beati quelli che sono perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli» (Mt 5,10)

Il nostro modo corrente di intendere la giustizia non coincide esattamente con quello proposto da Gesù nella beatitudine da lui proclamata sul monte. Il suo lo deborda, pur implicandolo.
Per noi, la giustizia consiste nel fatto che ad ognuno venga dato ciò che gli corrisponde. In un processo, a chi è colpevole il castigo, a chi è innocente il riconoscimento della sua innocenza; nella società, ad ognuno ciò che è suo secondo i suoi diritti o di proprietà o di lavoro. Ci muoviamo all'interno del binomio diritto-dovere. E ne siamo sempre più sensibili.
Gesù si muove su un'altra lunghezza d'onda. Egli parla della giustizia nell'alveo della grande tradizione biblica, nella quale essa è anzitutto una qualità di Dio. E non nel senso che Egli sia un giudice che presiede il tribunale davanti al quale devono comparire tutti gli uomini, ma nel senso che interviene per salvare dall'ingiustizia chi è incapace di salvarsi da sé. Egli fa giustizia inizialmente salvando il popolo ebreo schiavo in Egitto, liberandolo poi costantemente dai nemici che lo opprimono e, al suo interno, proteggendo «l'orfano, la vedova e lo straniero», i quali, nel linguaggio dell'Antico Testamento, sono il prototipo del debole e dell'indifeso.
Anche quando la Bibbia parla di un suo inviato (il futuro re-messia) che realizzerà pienamente i suoi voleri nel mondo, lo descrive come uno che farà giustizia in quel preciso modo. Nel Salmo 72 viene così descritta la sua figura, all'interno della preghiera che si fa per lui:
«Dio, da' al re il tuo giudizio, al figlio del re la tua giustizia;
regga con giustizia il tuo popolo e i tuoi poveri con rettitudine.
Le montagne portino pace al popolo e le colline giustizia.
Ai miseri del suo popolo renderà giustizia,
salverà i figli dei poveri e abbatterà l'oppressore...
Egli libererà il povero che grida e il misero che non trova aiuto,
avrà pietà del debole e del povero e salverà la vita dei suoi miseri.
Li riscatterà dalla violenza e dal sopruso,
sarà prezioso ai suoi occhi il loro sangue».
Basta dare uno sguardo, anche fugace, ai vangeli, per avvertire che Gesù sentiva intensamente fame e sete di questa giustizia. Tutta la sua attività è ispirata alla sua realizzazione. È facile cogliere in essi il suo ardente desiderio di «rendere giustizia ai miseri del suo popolo», di «salvare la vita dei miseri».
Nel vangelo di Luca troviamo questa frase posta nella sua bocca: «Fuoco sono venuto a portare alla terra; e come vorrei che fosse già acceso!» (Lc 12,49). Possiamo pensare che questo fuoco sia stato quell'intensissimo desiderio che lo spingeva a voler instaurare la vera giustizia di Dio nel mondo. Un desiderio che Io portava a privilegiare nella sua attenzione e nella sua sollecitudine i più deboli, i più emarginati, gli esclusi, gli ultimi della società. E a riempirsi di gioia quando riusciva a farlo, come si vede in Lc 10,21-22, dove egli esulta nello Spirito e rende grazie al Padre, appunto perché questi «piccoli» sono raggiunti dalla sua azione. È che davvero «ai suoi occhi era prezioso il loro sangue», cioè la loro vita, la loro salute, la loro dignità. In una parola, la loro felicità.
L'amore appassionato per questa giustizia gli rese però la vita difficile. Quelli che non la amavano, anzi, la rifuggivano soprattutto perché volevano difendere ad ogni costo le proprie posizioni ingiuste, anche servendosi a questo scopo della religione, videro in lui un pericolo e una minaccia. Lo perseguitarono perciò in mille modi, e infine l'appesero ad una croce. Non sapevano che così gli aprivano la via alla pienezza della vita.
Oggi c'è indubbiamente nel mondo una accresciuta sensibilità per la giustizia. Soprattutto per quella sociale, che è diventata quasi una bandiera per la rivendicazione dei diritti dei più deboli. È che si è andato prendendo coscienza delle tremende ingiustizie esistenti. Ingiustizie che hanno dei risvolti non solo individuali, ma anche e pesantemente sociali, fino a raggiungere livelli planetari. Come hanno evidenziato crudamente i documenti papali da qualche decennio in qua, la maggior parte dell'umanità, quella che è stata chiamata Terzo Mondo, è in situazione di estrema e umiliante povertà. Una povertà che le viene inflitta attraverso meccanismi socio-economici che non permettono a milioni di uomini e donne di avere neanche il minimo necessario per vivere con dignità. A questo si aggiungono le ingiuste emarginazioni sociali, politiche e culturali della donna, l'esclusione e perfino la persecuzione di coloro che non praticano la propria religione, l'isolamento di coloro che sono culturalmente o sessualmente diversi...
Ma, tutto sommato, si può dire che oggi più che in altri tempi c'è più fame e sete di quella giustizia sognata da Gesù. Dappertutto spuntano movimenti di rivendicazione dei diritti degli ultimi: dei poveri, dei terzomondiali, delle donne, dei neri, degli omosessuali... Sono movimenti che vogliono ottenere giustizia per essi, e si impegnano in quella direzione tanto a livello assistenziale (quanto volontariato è cresciuto in questi anni!) quanto a livello socio-politico. Alcuni lo hanno fatto e lo fanno pagando duramente di persona. Sono stati perseguitati, esiliati, torturati in mille modi inumani, e perfino li hanno eliminati, come fecero in altri tempi con Gesù. Il caso del vescovo Romero, assassinato nel Salvador per la sua indomita difesa dei più poveri, è certamente uno fra tanti altri.
Siano essi cristiani o no, credenti in Dio o no, non si può negare che meritano la beatitudine di Gesù: hanno vera fame e sete di giustizia come lui. Alla fine, al momento della verità, si sentiranno dire, con immensa gioia da parte loro:
«Venite, benedetti dal Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. Perché io avevo fame e mi avete dato da mangiare, avevo sete e mi avete dato da bere, ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e siete venuti a visitarmi, carcerato e siete venuti a trovarmi» (Mt 25,34-36).

5. COLORO CHE SONO PIENI DI MISERICORDIA

«Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia» (Mt 5, 7)

C'è un brano nei vangeli che illustra meravigliosamente il significato di questa quinta beatitudine: è la parabola del Buon Samaritano. Eccola, nella sua stupenda ricchezza e incisività:
«"Un uomo scendeva da Gerusalemme verso Gerico, quando incontrò i briganti. Gli portarono via tutto, lo presero a bastonate e poi se ne andarono lasciandolo mezzo morto. Per caso passò un sacerdote; vide l'uomo ferito, passò dall'altra parte della strada e proseguì. Anche un levita del tempio passò per quella strada; anche lui lo vide, lo scansò e proseguì. Invece un uomo della Samaria, che era in viaggio, gli passò accanto, lo vide e ne ebbe compassione. Gli andò vicino, versò olio e vino sulle sue ferite e gliele fasciò. Poi lo caricò sul suo asino e lo portò a una locanda e fece tutto il possibile per aiutarlo. Il giorno dopo tirò fuori due monete d'argento, le diede al padrone dell'albergo e gli disse: 'Abbi cura di lui e anche se spenderai di più pagherò io quando ritorno'". A questo punto Gesù domandò: "Secondo te, chi di questi tre si è comportato come prossimo per quell'uomo che aveva incontrato i briganti?". Il maestro della legge rispose: "Quello che usò di misericordia verso di lui". Gesù allora gli disse: "Va' e comportati allo stesso modo"» (Lc 10,30-37).
Nel racconto si dice che tutti e tre i passanti, tanto il sacerdote quanto il levita e il Samaritano, videro l'uomo mezzo morto ai margini della strada, ma mentre i due primi lo scansarono e proseguirono per il loro cammino, il terzo «ne ebbe compassione». Il termine usato dall'evangelista Luca in questo punto è molto espressivo. Il Samaritano, dice, visto l'uomo mezzo morto, si commosse fino alle viscere. Gli altri due invece, pur vedendolo, non ebbero la stessa reazione, o almeno la repressero, poiché essa non arrivò a produrre gli stessi effetti che invece produsse nel Samaritano.
Questi effetti sono espressione di una sollecitudine davvero estrema: «... gli andò vicino, versò olio e vino sulle sue ferite e gliele fasciò, poi lo caricò sul suo asino e lo portò a una locanda e fece tutto il possibile per aiutarlo»; non solo, ma ancora, «il giorno dopo tirò fuori due monete d'argento e le diede al padrone», affinché se ne prendesse cura fino al suo ritorno, disposto a rimborsare anche di tasca sua quanto venisse da lui speso a questo fine. Difficilmente si poteva dipingere a tinte più vive l'interessamento di un uomo per un altro. E, per di più, per un altro sconosciuto e... nemico!
Tutto questo darsi da fare del Samaritano ha una chiara sorgente: la sua reazione «viscerale» davanti alla «miserevole» condizione dell'uomo incontrato ai margini della strada. Egli si sentì toccato nel vivo delle sue viscere da ciò che «vide». Non rimase insensibile ma, viceversa, si sentì intensamente e personalmente interpellato. E, lasciandosi trasportare dalla sua commozione, si mise ad agire per venire incontro alla sua situazione. «Si fece prossimo di quell'uomo che aveva incontrato i briganti», come dice Gesù. In una parola, «gli usò di misericordia».
Le due componenti, intensa emotività da una parte e impegnata operatività dall'altra, caratterizzano il suo comportamento. Egli è un uomo «buono» (la narrazione è passata alla storia come la parabola del «Buon» Samaritano!). Egli è l'immagine viva della misericordia, nel senso etimologico della parola (miseri-cor-dia: avere cuore per il misero).
Uomini come questo sono di sicuro quelli che si meritano la beatitudine di Gesù: «Beati voi, misericordiosi, perché troverete misericordia». Sulla sua bocca questa beatitudine suona a complimento e ad augurio. Complimento, perché chi la merita viene riconosciuto come uno che partecipa nello stesso grande progetto di Gesù, il regno di Dio; augurio, perché gli si promette un futuro pieno di gioia. Per lui è un vero vangelo, una vera buona notizia.
Ma, in realtà, il primo a meritarsi questa beatitudine è lo stesso Gesù. Infatti, ci sono nei vangeli diversi testi in cui il suo atteggiamento viene descritto con Io stesso termine con cui Luca caratterizzò la reazione del Samaritano misericordioso della parabola. Uno di essi, forse il più emblematico, è quello di Mc 1,40-41 in cui egli si ritrova davanti un lebbroso che gli chiede con grande fiducia e speranza di aiutarlo: «Se vuoi, tu puoi guarirmi». Marco dice che Gesù, alla presenza di questo morto-in-vita, «si sentì toccato nelle viscere». E, continua raccontando, mosso da quella viva compassione, «lo toccò con la mano e gli disse: Sì, Io voglio: guarisci! Subito la lebbra sparì e quell'uomo si trovò guarito». La sua reazione è così forte che lo porta perfino a superare la esigente legge della purità legale, che proibiva di toccare un lebbroso sotto pena di contrarre impurità legale.
Potremmo dire che Gesù non solo agì sempre misericordiosamente, ma pure che «morì di misericordia». Egli portò il suo atteggiamento di attenzione e di tenerezza particolare verso i più piccoli e deboli, i più «moribondi», fino alle ultime conseguenze. La croce è la suprema espressione di questo suo modo di reagire.
E, dietro a Gesù, ci sono stati nella storia sempre uomini e donne che si sono meritati la beatitudine della misericordia. Tanti santi e sante hanno brillato nella Chiesa per il loro eroico impegno nelle «opere di misericordia». Quelle cosiddette spirituali, e quelle corporali. Ce ne sono anche oggi. Quanti e quante, magari nel nascondimento e senza fare chiasso, si danno da fare generosamente per accudire i malati, sfamare gli affamati, consolare i tristi, visitare i carcerati, accogliere i senza tetto... Ne abbiamo già ricordato un esempio luminoso: Madre Teresa di Calcutta e tutti quelli che la seguono nell'accudire gli ultimi della società, i «barboni», gli ammalati senza assistenza, gli extracomunitari...
Una cosa possiamo aggiungere: ci vogliono ancora oggi, indubbiamente, delle «Madre Teresa» che spendano la loro vita e brucino con generosità le loro energie nella misericordia assistenziale, ma ci vogliono anche degli uomini e delle donne che siano capaci di esercitare una autentica misericordia socio-politica, mirata a organizzare e far funzionare la convivenza collettiva «a partire dagli ultimi», con l'attenzione posta in maniera privilegiata sui più deboli in ogni senso e ad ogni livello, senza dimenticare quello in cui si giocano le sorti planetarie dell'umanità. Uomini e donne, in definitiva, che gestiscano veramente il potere decisionale all'insegna della beatitudine proclamata da Gesù: «Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia».

6. COLORO CHE HANNO UN CUORE PURO

«Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio» (Mt 5,8)

Dio non l'ha mai visto nessuno» (Gv 1,18; 1 Gv 4,12). Questa tassativa affermazione della Bibbia vuole sottolineare una verità grande: Dio è mistero e, perciò, inafferrabile, ineffabile. Egli è sempre al di là... Ci sovrasta in tale modo che mai nessuno può dire: «Ecco, l'ho preso, è nelle mie mani». I nostri occhi sono troppo piccoli per riuscire a vedere la sua luce, le nostri mani sono troppo deboli per afferrarlo. Eppure, come dice un bellissimo salino, «di Te ha sete l'anima mia, a te anela la mia carne, come terra deserta, arida, senz'acqua» (Sal 63,2).
Anche se non lo pensa, ogni uomo è assetato di Dio. Desidera ardentemente, dal più profondo del suo essere, «vedere il suo volto». S. Agostino, che aveva scandagliato attentamente il proprio cuore, diceva nella preghiera: «Ci hai fatto per Te, Signore, e il nostro cuore è irrequieto fino a che non si riposa in Te!». E proprio la visione del volto di Dio che può rendere intensamente felice il cuore umano. L'umanità è andata sempre cercandolo, molte volte «a tentoni», secondo l'espressiva frase di S. Paolo nel suo discorso all'areopago di Atene (At 17,27).
Gesù lo sapeva bene. Ma egli, come dice Giovanni, era «l'unigenito che è nel seno del Padre», e come tale, perché conosceva il Padre, ci ha rivelato il suo volto (Gv 1,18). E ci ha detto che fin d'ora noi possiamo anticipare la felicità, piena e definitiva, che avremo un giorno: noi possiamo già ora vedere Dio! A una sola condizione, quella di avere un cuore puro.
Nella nostra cultura, il cuore è – simbolicamente – la sede dei sentimenti. Nella cultura biblica esso è invece, se così possiamo esprimerci, il luogo della propria e irripetibile identità. Esso designa la profondità più intima di ogni essere umano, il «posto» dove si giocano le sue decisioni più personali. Perciò la Bibbia parla così spesso del cuore, perché racconta la storia dei rapporti delle persone tra di loro e con Dio.
Dai vangeli si coglie che Gesù sapeva, per esperienza, che ci sono dei cuori pieni di impurità. Li incontrò più di una volta durante la sua attività per il regno di Dio. Da essi, come egli dichiarò nel vangelo di Marco, quando i suoi avversari accusavano i suoi discepoli di sedersi alla mensa senza essersi lavate le mani, «escono le intenzioni cattive: fornicazioni, furti, omicidi, adulteri, cupidigie, malvagità, inganno, impudicizia, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dal di dentro e contaminano l'uomo» (Mc 7,21-23). Sono questi i cuori che fecero resistenza e perfino opposizione al grande progetto di fraternità per la vita che Gesù andava proponendo con passione. Proprio perché erano impuri erano «di pietra», come già denunciava nell'antichità il profeta Ezechiele (Ez 36,26). Essi provocarono l'indignazione e allo stesso tempo la tristezza di Gesù (Mc 3,1-6). Cuori come questi non possono vedere Dio, perché sono abitati dalle tenebre, mentre «Dio è Luce» (1 Gv 1,5).
Ma lo stesso Ezechiele aveva fatto una grande profezia per i tempi futuri:
«Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati;
io vi purificherò da tutte le vostre sozzure
e da tutti i vostri idoli; vi darò un cuore nuovo,
metterò dentro di voi uno spirito nuovo;
toglierò da voi il cuore di pietra
e vi darò un cuore di carne» (Ez 36,25-26).
È l'adempimento di questa profezia l'oggetto della sesta beatitudine proclamata da Gesù nel suo discorso della montagna. Quegli uomini e donne che, come lui, si lasciano «trapiantare» da Dio un cuore nuovo, liberato da tutti gli egoismi che lo rendono impuro, sono beati. E la felicità dell'amore, di quello vero e fecondo che fa nascere la vita attorno a sé sia pure pagando di persona. E dove si tocca l'amore, si vede Dio! (1 Gv 4,12).

7. COLORO CHE AMANO E CERCANO LA PACE

«Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5, 9)

Il saluto più ripetuto nella Bibbia è «shalom», che noi traduciamo con «desidero la pace per te». Ma nel nostro linguaggio corrente la parola «pace» impoverisce il senso che le dava la Scrittura, e che è poi quello che le attribuiva certamente Gesù nella sua sesta beatitudine del discorso della montagna. «Shalom» designava la pienezza di ogni bene e non solo, come spesso tra noi, la semplice assenza della guerra o, secondo la classica definizione di S. Agostino, la «tranquillità dell'ordine».
Potremmo dire che «pace», nella bocca di Gesù, è sinonimo di quel «regno di Dio» che egli cercò così appassionatamente nella sua vita. E per questo che, nel vangelo di Giovanni, troviamo frasi come questa detta ai discepoli nel suo discorso di congedo: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi» (Gv 14,27). La sua è molto di più di quella pseudo-pace che alle volte si pretende far regnare tra di noi. Come ad esempio, nei tempi passati, la famosa «pace romana»... ottenuta a furor di legioni. O come quella che regna in una famiglia dove si evita semplicemente di affrontare i problemi perché «si vuole stare in pace», facendosi ognuno «i fatti suoi». Anche nei cimiteri c'è molta pace, ma è la pace della morte!
Gesù non vuole la pace della morte, ma della vita. Quella pace che egli ha cercato con passione durante tutta la sua vita, e che ha raggiunto nel momento della sua risurrezione, una pace che è sinonimo appunto di pienezza di vita. Nel vangelo di Giovanni c'è una narrazione piena di suggestione. Racconta di qualcosa avvenuto la sera della Pasqua. Gesù, appena risorto, si presenta vivo in mezzo ai suoi discepoli impauriti e li saluta con le classiche parole imparate dalla tradizione del suo popolo: «Pace a voi!». E dopo aver mostrato loro le mani e il costato, ripete di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi» (Gv 20,19-21). Come a dire: «Ecco la vostra missione nel mondo, prolungamento della mia: andate a operare la pace. Per questo vi do il mio Spirito».
Non solo fruitori, ma anche e principalmente operatori di pace, della sua pace: è questa la vocazione di chi dice di seguire Gesù. E operare la pace significa lavorare per sradicare dal mondo, piccolo o grande che sia, tutto ciò che genera morte, e per assecondare e far crescere tutto ciò che genera vita. Una vocazione stupenda a cui si connette una grande promessa di felicità.
Certo, come si diceva, la pace di Gesù non è la semplice assenza della guerra. E molto di più. È la giusta attuazione dei rapporti con Dio, con se stessi, con gli altri, con la natura, con le cose... Ma, proprio per questo, è anche assenza di guerra. E di guerre ce ne sono tante nel mondo attuale. Guerre aperte, portate avanti per anni e anni utilizzando sofisticati armamenti inventati dall'intelligenza umana, e magari forniti segretamente da chi, d'altra parte, denuncia gli stessi scontri bellici e perfino negozia pubblicamente per stroncarli. E guerre velate, fatte mediante la creazione e il mantenimento di strutture economiche, sociali e politiche che, silenziosamente e senza troppo rumore, falciano la vita di migliaia e migliaia di persone indifese. Alle volte si fa più guerra con una presa di posizione economica (un contratto salariale, un aumento delle tasse...), che priva del necessario i più deboli della società, che con i più raffinati missili. Si guerreggia con i guanti di camoscio...
Ma poi ci sono altre guerre, quelle piccole. Quelle che si fanno all'interno di una famiglia nella quale i rapporti si sono rarefatti o perfino stroncati, quelle che si generano nella stessa Chiesa tra i diversi movimenti o gruppi che si dichiarano seguaci di Gesù... Non spargono materialmente il sangue, ma lo versano in tanti altri modi. Sono fonti di morte per solitudine, per emarginazione, per esclusione.
Ma per fortuna c'è anche oggi nel mondo un'accresciuta sensibilità verso la pace. Si è perfino istituito il premio Nobel per la pace, attribuito a uomini e donne che si sono battuti per crearla o per ristabilirla. I movimenti pacifisti si moltiplicano un po' dappertutto. Hanno contribuito a creare una nuova sensibilità secondo la quale non esistono «guerre giuste», come si pensava un tempo, anche in ambito ecclesiale. Essi si meritano, siano o no cristiani, la beatitudine proclamata da Gesù. Magari senza saperlo, stanno portando avanti, almeno per quell'aspetto così importante della pace, il grande progetto di Gesù.
C'è davvero da domandarsi se ci si può dire discepoli di colui che per la pace piena e gioiosa tra gli uomini diede anche la sua vita, se si nutrono sentimenti di guerra, se si assumono atteggiamenti aggressivi, se si fanno discorsi bellicosi, se si agisce con violenza verso gli altri, specialmente verso i più deboli. Un cristiano dovrebbe essere per natura un non-violento. E anche se in passato c'è stato chi, perfino nel nome di Gesù Cristo e portando il suo stendardo, fece la guerra, è il momento di dire «mai più!».

8. COLORO CHE CREDONO SENZA VEDERE

«Beati quelli che, pur non avendo visto, crederanno» (Gv 20,29)

Più di una volta nei vangeli vengono dichiarati beati coloro che, stando a contatto con Gesù di Nazareth, ascoltano ciò che egli dice e vedono ciò che egli fa. Così, in Lc 10,23, lui stesso dice, rivolgendosi ai suoi discepoli: «Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete. Vi dico che molti profeti e re hanno desiderato veder ciò che voi vedete, ma non lo videro, e udire ciò che voi udite, e non l'udirono». Si riferisce, naturalmente, all'arrivo del tempo in cui la grande Promessa di Dio trovava finalmente compimento.
Per millenni, infatti, il popolo d'Israele aveva aspettato, con impazienza più o meno contenuta, che quella Promessa si avverasse. L'aveva sentita risuonare nei suoi orecchi Abramo, agli inizi, quando ascoltò la misteriosa voce divina che, mentre gli ingiungeva di tagliare i ponti con il suo presente, gli prometteva: «In te saranno benedette tutte le nazioni della terra» (Gn 12,3). Ma l'avevano poi sentita ripetere i suoi discendenti tante e tante volte lungo i secoli. Specialmente quando, col passare del tempo, si era andata affermando l'idea che Dio sarebbe intervenuto mediante un suo inviato (il Messia), per portarla a realizzazione. «Magari si squarciassero i cieli e tu scendessi!», sospirava il profeta Isaia (Is 63,19). Ora, con Gesù, tutto questo lungo attendere trovava il suo appagamento. «Il regno di Dio è qui», disse egli inaugurando la sua attuazione in mezzo alla gente (Mc 1,14). E dicendo «regno di Dio», intendeva dire proprio questo: la realizzazione dei vostri sogni, quelli più profondi e più genuini dei vostri cuori.
Perciò egli dichiarava beati coloro che lo accoglievano, perché stavano vedendo con i loro occhi e udendo con i loro orecchi ciò che tanti altri «avevano salutato da lontano», come dice la Lettera agli Ebrei riferendosi principalmente ai patriarchi (Eh 11,13). Essi stavano toccando con mano l'adempimento della promessa.
Ma, negli stessi vangeli, c'è anche un'altra grande parola di beatitudine. Viene detta da Gesù otto giorni dopo la Pasqua, quando si presentò di nuovo ai dodici apostoli, questa volta radunati con la presenza anche di Tommaso, che la domenica precedente era stato assente e si era manifestato apertamente incredulo.
«Venne Gesù, a porte chiuse, si fermò in mezzo a loro e disse: "Pace a voi!". Poi disse a Tommaso: "Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo, ma credente!". Rispose Tommaso: "Mio Signore e mio Dio!". Gesù gli disse: "Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!"» (Gv 20,26-29).
Questa parola di beatitudine è detta per noi. Per tutti quelli cioè che, non avendo avuto occasione di vedere Gesù con i propri occhi né di ascoltarlo con i propri orecchi, credono a lui e alla sua parola. Lo diceva già un altro scritto del Nuovo Testamento, qualche decennio dopo:
«Gesù Cristo voi lo amate, pur senza averlo visto,
e ora senza vederlo credete in lui.
Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa» (1 Pt 1,8-9).
Alle volte si sente dire da più di un cristiano che, se fosse vissuto ai tempi di Gesù, gli sarebbe stato più facile credere in lui e accogliere il suo messaggio. Vedendo tante cose meravigliose che egli andava facendo, tutto gli sarebbe risultato chiaro e indiscutibile. Si dimentica così che la fede è sempre una «ferma convinzione su ciò che non si vede» (Eb l 1,1). Anche coloro che sono vissuti gomito a gomito con lui sono dovuti andare oltre a ciò che vedevano per cogliere ciò che non vedevano. Ne è una dimostrazione l'episodio appena sopra citato di Tommaso. Secondo la narrazione evangelica, egli toccò le ferite delle mani e del costato, e proruppe in una confessione che andava molto al di là di ciò che toccava: «Mio Signore e mio Dio!».
Ciò che noi «tocchiamo» oggi, a duemila anni di distanza, è quello che, attraverso una lunga catena di credenti, arriva a noi circa la persona e la proposta di Gesù. Ma, andando oltre a quello che «tocchiamo», crediamo. Abbiamo la convinzione, più o meno certa secondo i momenti, che ciò che lui ha vissuto e proposto è vero, è reale, vale la spesa di essere accolto e realizzato. E nella misura in cui lo riteniamo tale e lo viviamo, ci si apre una strada di beatitudine. Lo hanno sperimentato prima di noi tanti e tanti altri!
Quelli che sono stati più coerenti, ossia i santi e le sante di tutti i tempi, sono stati anche quelli che ne hanno goduto di più. Basta pensare a Francesco d'Assisi. Quale gioia riempiva il suo cuore anche in mezzo alle più grosse difficoltà. Gioiva e cantava! «Perfetta letizia», ripeteva. Egli non vedeva il suo Signore con i suoi occhi, non lo sentiva con i suoi orecchi, non lo toccava con le sue mani, ma credeva intensamente alla sua presenza e alla sua proposta di fraternità universale. Tanto che fu detto «un altro Cristo». E non è detto che non abbia avuto anche lui, come molti altri, dei momenti di smarrimento, di dubbio e di oscurità. Li ha avuti, come ci fanno sapere i suoi biografi, ma ne è emerso. E uscendone, la sua gioia e la sua felicità erano ancora più grandi di prima...

9. QUELLI CHE FANNO...

«Sapendo queste cose, sarete beati se le metterete in pratica» (Gv 13,17)

C'è una tentazione tipica di chi, come noi, è in qualche misura portatore dell'eredità culturale ellenistica: quella di pensare che, una volta conosciute le cose, tutto sia risolto. L' eureka (ho incontrato la soluzione perché ho capito) dell'antico saggio Archimede riflette il nostro modo frequente di affrontare le cose. Ci pare che in definitiva stia lì, nel conoscere bene le cose, la soluzione di tutto. Anche nell'ambito della fede è penetrato questo atteggiamento. C'è chi crede che l'importante sia conoscere bene ciò che dicono i testi della Bibbia, i dogmi della Chiesa, il catechismo... Qualcuno attribuisce perfino la poca coerenza di molti cristiani alla semplice mancanza di «istruzione religiosa», e che tutto si risolverebbe se questa fosse impartita con più zelo e attenzione e frequentata con più assiduità.
Una semplice lettura dei vangeli basta per convincerci che per Gesù ciò non è sufficiente. Anzi, per lui, come del resto per tutta la Bibbia, la sola conoscenza delle cose da lui dette, se non sfocia in una messa in pratica non serve a nulla. E che Gesù non propone tanto delle verità-da-conoscere, quanto piuttosto delle verità-da-fare, da-rendere-vere nella vita personale e collettiva. Le sue parole non indicano esclusivamente né principalmente cose da capire, ma cose da realizzare. Appunto perché il suo è il vangelo del regno di Dio, e il regno di Dio è un grande progetto proposto all'impegno degli uomini.
Un giorno, mentre Gesù parlava alle folle, una donna semplice del popolo, tutta presa dal fascino che emanava dalla sua persona e dalle sue parole «piene d'autorità» (Mc 1,27), proruppe in quest'esclamazione: «Beato il ventre che ti ha portato e il seno che ti ha allattato!» (Lc 11,27). Ma Gesù controbattè subito: «Beati piuttosto coloro che ascoltano la Parola di Dio e la mettono in pratica» (v. 28).
Non è che egli volesse con ciò rinnegare sua madre, che senza dubbio doveva amare teneramente, né deprezzare il ruolo da lei svolto nei suoi confronti. Certamente sapeva della gioia immensa che lei aveva sperimentato nel generarlo e nel darlo alla luce. Ciò che invece egli voleva era sottolineare l'idea che la Parola di Dio va realizzata, e che coloro che la realizzano trovano in ciò la loro beatitudine.
Parole simili a queste ce ne sono tante nei vangeli. Ne ricordiamo soltanto una, molto incisiva nella sua stringatezza, pronunciata nel discorso programmatico sulla montagna: «Non chiunque mi dice: "Signore, Signore", entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli» (Mt 7,21). Una volta ancora occorre rilevare che «entrare nel regno dei cieli» non significa, nel discorso di Gesù, «salvarsi l'anima» o «andare in cielo» dopo la morte, ma significa accogliere e fare propria la sua proposta, il grande sogno che egli annunciava nel nome di Dio. Si vede chiara nelle parole citate l'insistenza di Gesù sul bisogno di agire per poter seguirlo in questa sua proposta, e di agire precisamente facendo ciò che egli fa, ossia la volontà del Padre, la quale non è altro che la pienezza di vita e di felicità per tutti.
Da quello che leggiamo nei vangeli emerge lucidamente che ciò che Gesù si attendeva da coloro che lo ascoltavano: era precisamente che si mettessero a seguirlo in questo suo darsi da fare perché il volere di Dio trovasse realizzazione piena tra gli uomini e le donne con cui era a contatto. Non gli interessava che essi si impegnassero nell'osservare scrupolosamente la legge di Dio, come facevano i farisei con i quali s'incontrava spesso nella sua attività, o come faceva con ardore Paolo prima di incontrarlo sulla strada di Damasco; nemmeno gli interessava in primo luogo che si dessero a realizzare atti cultuali, come i sacerdoti o i leviti del tempio, che poi passavano accanto all'uomo mezzo morto ai margini della strada senza nemmeno fermarsi a soccorrerlo; neanche gli interessava, in ultima istanza, che credessero in dottrine sulla sua persona o su Dio... Ciò che gli stava a cuore era che condividessero con lui la passione operativa per quel sogno che gli ardeva nel petto. Forse era questo ciò che voleva dire quando, parlando con la sua amica Marta che rimproverava la sorella Maria perché se ne stava ai suoi piedi ad ascoltarlo senza aiutarla, l'ammonì dicendole: «Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose: ma una sola è la cosa di cui c'è bisogno» (Lc 10,41-42). L'unica cosa che lui riteneva necessaria era appunto che, ascoltando la sua parola sul regno, ci si mettesse a realizzarla.
La beatitudine rivolta ai suoi discepoli nell'ultima cena prima di andare incontro) alla passione e alla croce, ribadisce ancora una volta questa sua preoccupazione: «Sapendo queste cose, sarete beati se le metterete in pratica». Come a dire: «Mi avete ascoltato, siete stati accanto a me giorno dopo giorno, avete sentito tutto ciò che vi ho detto, siete al corrente di ciò che voglio perché lo vuole Dio, mio e vostro Padre; ora troverete la vostra felicità se vi mettete a farlo, perché è dando vita che si trova la strada della felicità».
E la storia del cristianesimo è una conferma di queste parole: tutti quelli che si sono messi a fare il Vangelo, a realizzare la proposta di Gesù nel loro piccolo mondo o anche nel grande mondo della convivenza collettiva, hanno trovato in ciò una fonte di felicità indicibile, anche in mezzo alle più grosse difficoltà della vita. I santi e le sante di tutti i tempi, ma non solo loro, sono vissuti nella gioia profonda di quella beatitudine che dava loro la convinzione di star lavorando con lui per la vita degli altri.

10. MARIA, LA DONNA CREDENTE E FELICE

«Beata tu che hai creduto nell'adempimento delle parole del Signore» (Lc 1,45)

Quella che ora mediteremo non è una parola di beatitudine pronunciata da Gesù come un augurio, ma è una parola di beatitudine rivolta a sua madre, che lo porta in grembo, come constatazione. Le fa da cornice il bel racconto della visita di Maria a Elisabetta.
Dopo l'annuncio dell'angelo che le promette a nome di Dio delle cose umanamente impossibili – «sarai madre pur senza conoscere uomo» – la giovane ragazza di Nazareth sente il bisogno di andare a visitare la sua parente, essa pure depositaria di una promessa umanamente impossibile – «sarai madre pur essendo sterile e anziana» –, e si dirige premurosa verso quella «regione montuosa della Giudea» dove essa abita, che la tradizione identifica come Ain Karim, vicino a Gerusalemme. L'incontro viene descritto da Luca in un tono intensamente tenero, ma anche altamente teologico. Ai quattro personaggi della scena – due madri «impossibili» e due figli altrettanto «impossibili» –, se ne aggiunge un altro, che presiede con la sua potenza vivificante lo svolgersi dell'evento: lo Spirito di Dio. E proprio per questo che una gioia profonda pervade tutto l'avvenimento.
Ai primi saluti seguono le parole piene di slancio e di stupore di Elisabetta: «Benedetta tu fra le donne, e benedetto il frutto del tuo grembo!». E poi, la grande parola di beatitudine: «Beata tu che hai creduto nell'adempimento delle parole del Signore!». E una confessione di fede sulla fede di Maria; è un riconoscimento della sorgente della sua felicità. Poco dopo, Maria stessa dirà, sempre nel racconto altamente teologico di Luca: «D'ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata» (Lc 1,48).
La madre di Gesù, quindi, resta per noi come il prototipo della persona felice. Non per niente di solito si usa ricordare il suo nome accompagnandolo con un aggettivo in grado superlativo: «la Beatissima Vergine Maria». Eppure, anch'essa visse dei momenti difficili e duri durante la sua vita; anzi, dei momenti umanamente assurdi. Ce li ricordano, sia pure velatamente, i vangeli: l'esilio in Egitto non appena nato il suo figlio (Mt 2,14-15), lo smarrimento del figlio adolescente nel tempio (Lc 2,41-50), le incomprensioni e perplessità nei confronti del suo modo «strano» di comportarsi (Mc 3,20-21.31-35), le sue taglienti prese di posizione nei riguardi della famiglia (Mc 3,31-35; Lc 11,27); e soprattutto l'epilogo sconvolgente della sua vicenda mediante la sua morte in croce... Eppure, in mezzo a tutto ciò, essa «credette nell'adempimento delle parole del Signore». Quelle che il Signore le aveva detto per mezzo dell'angelo circa il suo futuro figlio, e quelle dette dallo stesso suo figlio sul regno di Dio.
Per Maria, credere significò avere una sconfinata fiducia nel Dio della vita e dell'amore che avvolgeva la sua vita e quella dell'umanità intera. Lei era convinta al di sopra di tutto che questo Dio voleva solo il bene e la felicità di tutti e di ognuno, e che perciò «nulla era impossibile a Lui», come le aveva detto l'angelo nell'annunciazione (Lc 1,37). Perciò essa gli aveva risposto: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto», consegnandosi totalmente nelle sue mani. Non certo con una consegna passiva e inerte, ma piena di operosità e di sollecitudine materna. Così il Signore poté fare «cose grandi in lei» (Lc 1,49), e lei ne fu felice: diventò la madre di colui che portò la Vita al mondo.
Quando più tardi, superato il tragico momento della croce e del sepolcro, i discepoli del suo figlio, ormai decisamente credenti in lui e nel suo grande sogno, tornarono a radunarsi per riceve il suo Spirito e lanciarsi nella grande avventura del suo annuncio al mondo, c'era con loro «la madre di Gesù» (At 1,14). Li sosteneva nella loro fede e condivideva certamente con essi le sue alterne vicende. Con loro viveva la beatitudine della fede!