Filippo Binini, Fabio Cigala, Marco Uriati (Parma)

(NPG 2019-08-43) 


Perché not?

Spesso i giovani Neet sono considerati dal mondo degli adulti dei giovani not. La stessa definizione di Neet, più che entrare nella sostanza del fenomeno a cui si riferisce, procede ad una descrizione «per difetto»: i Neet sono giovani che non studiano, non lavorano, non sono impegnati in percorsi di formazione professionale. Tuttavia, il fatto che tanti giovani non siano presenti nelle istituzioni e nei percorsi attualmente a loro rivolti non significa automaticamente che in loro non ci siano, in positivo, competenze preziose e attitudini ricche di esperienza e di futuro. In realtà, infatti, il fenomeno dei Neet sembra tante volte mettere sotto una lente di ingrandimento non tanto le mancanze dei giovani coinvolti, quanto i difetti e le storture dell’attuale «mercato» del lavoro, dei nostri percorsi di istruzione e formazione professionale.
Ma allora come mai all’interno di tali percorsi tradizionali i Neet sembrano non avere niente da dire? Quali sono le ragioni della loro «afasìa»? Questo è stato il primo campo d’indagine, per poter dar testa e gambe a un progetto che coinvolgesse questi giovani che quotidianamente frequentano gli spazi e i cortili della nostra parrocchia.
Le ragioni nel tempo individuate sono diverse. La prima, è che molte volte i Neet non hanno a disposizione gli strumenti linguistici necessari per farlo. Buona parte dei Neet che frequentano il nostro oratorio, ad esempio, è cresciuto in orizzonti linguistici diversi da quello in cui si trova ora, e continua ad abitare in frammenti isolati di quel mondo, operando continuamente in sé una scissione linguistica. Quindi una prima ragione della loro «afasìa» è di tipo cognitivo.
Una seconda ragione è invece di tipo emotivo. Essi sono molto (troppo!) esposti a compiti esistenziali molto impegnativi, non di rado più esigenti di quelli dei loro coetanei, ai quali devono dedicare le loro energie migliori. La sfida che occupa le loro giornate è anzitutto quella della custodia di una identità minima, continuamente minacciata: un sufficiente senso di soddisfazione di sé, un sufficiente gruppo di persone di riferimento, una sufficiente autonomia economica, una sufficiente tranquillità d’animo. In altri termini: c’è un’inquietudine che li costituisce e che chiede loro un continuo accudimento. Non possono applicarsi al racconto di sé perché troppo assorbiti dalla necessità di trovare un po’ di serenità.
Molto spesso, poi, i Neet non vogliono parlare di sé, mantenendo un atteggiamento marcatamente oppositivo nei confronti del mondo adulto. Ciò attiene, almeno in parte, all’età adolescenziale che stanno attraversando, ma soprattutto a un moto di ribellione per la percezione di ingiustizie presenti nei contesti di vita da loro abitati, prima di tutto la crescente disparità economica tra famiglie di ceto sociale differente. La povertà e l’indigenza sono realtà con le quali i Neet sono più spesso a contatto e di cui sono più consapevoli rispetto ai loro coetanei.
In verità, più ci si addentra nell’esame delle radici dell’«afasìa» dei Neet e più cresce l’impressione che su di essa si possa intervenire creando occasioni nuove, più prossime al loro vissuto, che mettano a disposizione lunghezze d’onda da loro utilizzabili nella narrazione di sé. Va dunque aggiunta un’ulteriore ragione alla loro mancanza di parola: l’assenza dell’occasione giusta per parlare di sé.
La frase che conclude la definizione di Neet dice: «con la sola esclusione delle attività formative “informali” quali l’autoapprendimento»[1]. Forse è proprio in tale esclusione che la definizione tradisce la sua limitatezza, perché è proprio l’ambito dell’informalità e dell’autoapprendimento che costituisce il mondo vitale dei Neet. Con un po’ di enfasi si potrebbe dire che essi sono specialisti nel «fai da te» e maestri nell’arte della sopravvivenza; che posseggono, cioè, una capacità di resilienza e competenze di problem solving non comuni rispetto alla generalità della popolazione giovanile. È proprio in quest’ambito, allora, che il progetto Work in Progress ha cercato di restituire loro la parola.

Parole articolate con mani

Work in Progress nasce nel contesto di una comunità parrocchiale che ha cercato di ripensare il modo di relazionarsi con il gruppo di Neet che abitualmente abitano i cortili parrocchiali e nei confronti dei quali fino a pochi anni fa l’atteggiamento si limitava all’accoglienza e al contenimento delle loro eventuali trasgressioni. Piano piano, procedendo per intuizioni e tentativi, la comunità ha maturato pensieri e modalità di porsi nuove nei loro confronti, delle quali il progetto Work in Progress è espressione. Questo rinnovamento di stile ha riguardato anche i luoghi e le modalità delle proposte che vengono presentate al mondo giovanile aggiungendo all’animazione, alla preghiera e alla riflessione comune anche il lavoro manuale.
Far spazio al lavoro manuale all’interno del centro parrocchiale ha comportato una riplasmazione di tante cose: spazi, strumenti, mansionari degli educatori, competenze dei volontari ecc… Ne è nata una riflessione nuova, aperta a tutto tondo all’apprendimento esperienziale[2]; e all’interno di questo agire e ripensare si è generato un vero e proprio nuovo «setting» per i Neet, piuttosto inusuale per la vita ordinaria di una comunità parrocchiale.
Ai Neet è stata fatta una proposta definita nei tempi (giorni e ore), con richiesta di fedeltà in ingresso e in uscita, formalizzata nella sottoscrizione di un «contratto» di impegno e di lavoro. Gli educatori chiamati a lavorare con loro hanno dovuto mettere in campo competenze relazioni e professionali nuove, tra le quali è imprescindibile la disponibilità e la predisposizione al lavoro manuale. Sono stati acquistati attrezzi e strumenti necessari ed è stata data nuova destinazione d’uso a locali del centro parrocchiale. È stato necessario identificare modalità corrette per la retribuzione del lavoro manuale proposto ai Neet, essendo il riconoscimento della dignità del loro «fare» uno dei fondamenti pedagogici del progetto. La comunità tutta è stata coinvolta in modi diversi come soggetto attivo: chiedendo ai suoi organismi di formalizzare la richiesta di finanziamenti presso le agenzie presenti sul territorio, affidando al progetto la manutenzione ordinaria dei propri ambienti di vita (cortili, sale di vita comune, strutture sportive), offrendo disponibilità di lavoro manuale per la manutenzione delle abitazioni private, identificando nel quartiere aziende o agenzie lavorative proponibili come futuro sbocco per i Neet coinvolti, reperendo volontari competenti nelle diverse prestazioni lavorative da mettere in campo volta per volta (ad esempio pensionati esperti di falegnameria e tinteggio), mettendo a disposizione i propri locali come appoggio per la gestione dei tempi di lavoro (ad esempio come spazio-mensa nel caso il lavoro in cantiere lo richieda), ecc…
L’occasione lavorativa è per i Neet una concreta e reale strutturazione ordinata del tempo. Gli orari specifici che vengono stimati e progettati per l’inizio e la realizzazione di un tinteggio, di uno sgombero di locali o della sistemazione di un giardino definiscono precise cesure in giornate che altrimenti resterebbero disperse in uno scorrere di minuti privo di obiettivi e soglie. Il tempo assume così un valore, una densità, un peso specifico e ciò ha, da più punti di vista, una rilevanza speciale per l’emersione e il racconto della propria storia di vita. Il «fare» concreto non è solo un’attività che l’essere umano mette in atto, è piuttosto concreta attivazione di tutto se stesso[3], manifestazione della propria soggettività e appello allo sguardo e alla custodia di altri.
Ciò che del tempo dei Neet si struttura è anzitutto un «mentre»; un tempo, cioè, nel quale si sta fianco a fianco, senza fretta e in atteggiamento impegnato, perché coinvolti in un medesimo compito pratico. La struttura di questo «mentre» è un fatto che permette un equilibrio tra sicurezza e insicurezza nella manifestazione di sé. Esso consente infatti un esame realistico delle proprie capacità, un contatto diretto con i segnali del proprio corpo oltre che la concentrazione delle capacità e delle energie personali con quelle degli altri con cui si lavora.
Nel compiersi di tutto questo le parole assumono un peso particolare: non sono più chiacchiere occasionali, bensì strumenti per intendersi, coordinarsi, esprimere prontezza o spossatezza ecc. Vengono così cercati e imparati in modo attento i termini precisi per rendere efficaci i gesti e anche quelli che meglio consentono agli altri di percepire il proprio stato d’animo. Inoltre, in questo «mentre» si entra in una particolare prossimità, anche fisica, e si può così approfittare di tale vicinanza per aprire discorsi su di sé.
Nell’accadere di tutto ciò è entusiasmante constatare quanto di sé un Neet sa, e può dire, mediante il suo lavoro, nell’attuazione di un compito pratico. Tante volte chi era ritenuto uno sprovveduto si rivela portatore di saperi preziosi e rilevanti. Nel «fare» concreto viene alla luce creatività, fantasia e immaginazione oltre che intelligenza e capacità di progettazione.
Sovente la messa in pratica di tale o talaltra operazione richiesta dall’esecuzione di un lavoro consente anche un esplicito racconto di sé: fa emergere ricordi, richiama persone del passato con cui si è condiviso un lavoro analogo, suggerisce richiami ad altre persone e altri contesti. Ha, insomma, anche un che di «proiettivo»: ciò che viene fatto e il modo in cui viene fatto è uno spaccato del mondo interiore e una possibile porta di ingresso per dialoghi profondi. Ciò che in noi è più «spirituale» è intimamente connesso con ciò che è più «materiale», così da sempre insegna la spiritualità cristiana[4]; questa verità ha un suo risvolto anche a riguardo del lavoro manuale.
La conclusione del lavoro ha poi la forza di un rito di passaggio[5]: una volta compiuto, chi lo ha realizzato non è più quello che era prima, è entrato nel mondo dei makers[6]. Ciò che è stato prodotto (una parete stuccata e ritinteggiata, un locale sgomberato e ripulito, una catasta di legna tagliata, ecc…) rimane nel tempo davanti agli occhi (propri e altrui) come memoria, come testimonianza di capacità, di abilità, di soggettività.

Fare, esplorare, apprezzare

Continuando nell’analisi di quello specifico «fare» nel quale Work in Progress coinvolge i Neet, resta da chiedersi quali siano le aree di esplorazione che il progetto apre, e in che senso questo «fare» abbia rilevanza nei confronti di paure, tensioni o persino ferite che possono rallentare o congelare il cammino di maturazione personale.
Una prima e più immediate di queste aree di esplorazione è, per i Neet, quella che riguarda se stessi. Agire con le mani comporta il mettersi fisicamente in contatto con l’ambiente materiale e il mettersi personalmente in gioco con tutto se stessi.
Il corpo, anzitutto, entra in contatto con le cose e gli attrezzi del lavoro: percepisce, sente, sperimenta, soppesa, stringe, porta, ecc… Talvolta va protetto (con guanti, occhiali, scarpe antinfortunistiche) e dunque si riconosce fragile e vulnerabile. Più spesso è stimolato a interagire con i materiali a seconda della loro durezza, malleabilità, afferrabilità. Il contatto, inoltre, è facilitato e amplificato mediante l’utilizzo di attrezzi adeguati, dai più semplici (cacciavite, martello, ecc…) a quelli un po’ più complessi (decespugliatore, sega a motore, ecc.); cosa, questa, che implica l’acquisizione di attenzioni e coordinamenti motori non scontati. Tutto ciò dà origine a un modo nuovo di abitare il mondo delle cose e della natura: non più solo da fruitori-consumatori, ma anche da custodi e co-autori.
Ciò che ha luogo in tutte queste esperienze è un’opera di impasto nella quale mentre si osserva il mondo su cui si interviene, al medesimo tempo si constata la funzionalità e la meraviglia del proprio corpo che agisce in esso e su di esso. «Facendo» si impara, da una parte, ad apprezzare l’ambiente (la natura, gli edifici, le cose) di cui si è parte, interagendo con esso in modo molto ravvicinato e, dall’altra, a valorizzare quel particolare «ambiente» che è il proprio corpo percependone la forza, la sensibilità, l’efficacia, le potenzialità, le risorse, gli slanci e le stanchezze. Se ne scopre la capacità generativa: le mani possono dare origine a qualcosa di nuovo!
Una seconda area di esplorazione che il lavoro materiale consente, specie se organizzato in forma di collaborazione-cooperazione con altri, è costituita dalle persone con le quali si è uniti in squadra quando ci si mette all’opera.
Gli altri con i quali si lavora sono anzitutto gli spettatori dell’opera che si sta compiendo, sono coloro dai quali si è «visti». Già questa semplice constatazione è piena di significato, specie per quei giovani che conoscono ben poco l’esperienza dell’essere notati, scelti, chiamati, considerati. Che qualcuno osservi il proprio lavoro e lo apprezzi è una fonte preziosa per l’acquisizione di sicurezza e stima di sé.
Per molti Neet anche il guardare se stessi mentre si è al lavoro con altri è una novità. Non di rado, infatti, ciò che sperimentano di sé nelle relazioni con altre persone è un tipo di legame che è sottile e fragile. Con il gruppo dei pari le relazioni sono spesso occasionali, funzionali a lasciar scorrere il tempo superando la noia e il senso di vuoto; con gli adulti (a scuola, in famiglia, ecc…) i rapporti sono di eccessiva distanza o anche di esplicita conflittualità. Stando così le cose ai Neet manca l’occasione per sperimentarsi capaci di effettiva empatia nei confronti di altre persone,
La proposta di essere «assunti» in Work in Progress è stata per i Neet la prima volta in cui hanno percepito l’interesse positivo della società nei loro confronti; la firma del «contratto», con la conseguente assunzione di impegni reciproci, ne è stata la concretizzazione. Tutti loro hanno già avuto occasione di sperimentarsi parte di un corpo sociale, ciò è avvenuto soprattutto nell’esperienza di scuola (più specificatamente di classe scolastica); ma non sempre è stato questo l’ambito nel quale sentirsi positivamente parte di un «sistema» dal quale sentirsi custoditi, stimolati, percepiti come importanti. Questo progetto invece li ha esplicitamente cercati, ha proposto loro un colloquio di lavoro nel quale sondare le loro predisposizioni e intenzioni, li ha ritenuti partner affidabili dando il dovuto peso alla firma con cui hanno assunto l’impegno, ha retribuito il loro lavoro riconoscendone la dignità e l’importanza, ecc… In tutto ciò è stato per loro possibile percepirsi parte della società, non isole sperdute dentro una città che li ignora e la cui vita procede senza che la loro presenza abbia un rilievo.


NOTE

[1] www.treccani.it, cit.
[2] Cfr Reggio P., Guida all’apprendimento esperienziale, Carocci, Roma 2010, 103.
[3] Cfr R. Sennet, L’uomo artigiano, Feltrinelli, Milano 2008.
[4] Cfr G. Cucci, Il sapore della vita. La dimensione corporea dell’esperienza spirituale, Cittadella, Assisi 2009.
[5] Quanto il vissuto attuale sia deficitario di adeguati «riti di passaggio» è analizzato in G. Cucci, La crisi dell’adulto. La sindrome di Peter Pan, Cittadella, Assisi 2012.
[6] Per la valenza specifica di questo termine cfr F. Cappa, «L’occasione educativa del lavoro materiale», in Animazione sociale, 289 (2015) 2, 23-35.