Capitolo 13

Itinerari educativi:

(ii) le virtù e l’impegno

Pietro Braido

 

L’educazione cristiana è realtà sinergica, umano-divina. Don Bosco non è né pelagiano né quietista. Eventuali derive soprannaturaliste sono corrette da forti impulsi a volonterosa cooperazione. "Nella speranza si fanno tante fatiche" - insegna don Bosco in una predica di conclusione a esercizi spirituali -; "ciò che sostiene la pazienza dev’ essere la speranza del premio", insiste; e conclude: "Coraggio dunque; la speranza ci sorregga quando la pazienza correrebbe il rischio di mancarci"1.

  1. L’esercizio pratico delle virtù di carità, mortificazione, "civiltà"

Dell’ obbedienza si è già detto, essendo in certo senso, dal punto di vista pedagogico, "forma" di tutte le virtù.

Fondamentali, come si è visto, sono la pietà e la laboriosità. Altre, pure, sono coltivate da don Bosco come valori assolutamente indispensabili alla costruzione del "buon cristiano e onesto cittadino", giovane e adulto.

Si trovano elencate nella concisa sintesi di "imitazione di Cristo", proposta nel Ritratto del vero Cristiano, della Chiave del paradiso. Il cristiano, è invitato a molteplici comportamenti simili a quelli del suo "modello" Gesù Cristo. Egli "deve pregare, siccome pregò G. C."; "essere accessibile, come lo era Gesù Cristo, ai poveri, agli ignoranti, ai fanciulli"; deve "trattare col suo prossimo, siccome trattava Gesù Cristo co’ suoi seguaci"; come Gesù Cristo, "essere umile", "ubbidire", essere "sobrio, temperante, attento ai bisogni altrui"; "essere coi suoi amici, siccome era G. C. con S. Giovanni e S. Lazzaro", ossia "amare nel Signore e per amor di Dio"; "soffrire con rassegnazione le privazioni e la povertà come la soffrì Gesù Cristo" e come lui "tollerare gli affronti e gli oltraggi"; "deve essere pronto a tollerare le pene di spirito", "siccome Gesù Cristo", tradito, rinnegato, abbandonato; infine, "disposto ad accogliere con pazienza ogni persecuzione, ogni malattia ed anche la morte", "rimettendo l’ anima sua nelle mani del celeste Padre"2.

Ovviamente non potevano mancare nella mappa delle virtù cristiane proposte a giovani e adulti le virtù teologali, che, tuttavia, non modificano l’ispirazione intensamente "morale" dell’intero impianto di base, poggiato sui "doveri" e sul tirocinio delle virtù acquisite. Nel coraggio del giovane martire Pancrazio don Bosco invita ad ammirare "quella viva fede, quella ferma speranza, quella infiammata carità", che era stata preceduta da una virtuosa fanciullezza, quando "coll’ubbidienza ai genitori, coll’esatto adempimento de’ suoi doveri, colla singolare puntualità allo studio formava la delizia dei suoi parenti ed era proposto come modello a’ suoi compagni"3. "Fede viva e carità infiammata" aveva già attribuito al Comollo (1844)4. Nel Divoto dell’ Angelo Custode (1845) proponeva la preghiera: "deh! vi prego, avvalorate il mio spirito con viva fede, ferma speranza, e infiammata carità, sicché disprezzando il mondo, io pensi solo ad amare e servire il mio Dio"5; era riproposta due anni dopo nel Giovane provveduto6. Narrando degli inizi del ministero di Pietro, vicario di Cristo, egli attribuisce all’ apostolo "fede viva, umiltà profonda, ubbidienza pronta, carità fervente e generosa"7. Nella pratica della triade teologale egli ripone addirittura il tratto eccezionale della vita spirituale di Domenico Savio: "potrebbesi pur chiamare cosa straordinaria la vivezza di sua fede, la ferma sua speranza e l’ infiammata sua carità e la perseveranza nel bene fino all’ ultimo respiro"8.

La carità vi occupa un posto di eccellenza, come appare in particolare nel limpido cammino di santità, nel quale è guidato Domenico Savio. Farsi carico dei piccoli e grandi problemi del prossimo, saper vivere gioiosamente in comunione coi compagni, crescere nella convivialità e nell’amicizia è il primo comandamento di vita nella "casa" dei giovani di don Bosco, qualsiasi volto istituzionale essa assuma: "Onorate ed amate i vostri compagni come altrettanti fratelli"; "amatevi tutti scambievolmente, come dice il Signore, ma guardatevi dallo scandalo"9. Vi tralucono tutti gli elementi di una convivenza operosa e lieta, dove la benevolenza e la "cortesia" dei "superiori" si incontra con la confidenza degli allievi. Sui rapporti individuali prevale la vita comunitaria nel suo insieme. "Fare famiglia", vivere vita "associata" è l’obiettivo fondamentale10.

La carità si nutre e si consolida nell’ esercizio delle opere buone, di obbligo o di elezione. Nell’ oratorio e nel collegio i più maturi aiutano i più piccoli e indirizzano i nuovi arrivati; inoltre, anche don Bosco adotta il sistema dei decurioni o capi e vicecapi nella sala di studio e a mensa11. Nel 1854 una trentina di ragazzi si presta per l’assistenza a quanti nel quartiere sono colpiti dal colera12. È sommamente e frequentemente inculcata la carità spicciola, quotidiana, delle relazioni fraterne, del rispetto reciproco, della cordialità, dell’ amicizia, della cortesia, delle belle maniere. L’ esperienza vissuta diventa intenzionale "pedagogia narrativa" nelle classiche biografie di Domenico Savio13 e di Michele Magone14. Michele Magone condivide i giochi con i timidi o sprovveduti, consola i melanconici, presta servizi materiali a quelli in difficoltà, assiste malati, rasserena gli assetati di vendetta15. Il Regolamento per le case raccomanda: "Ogni giovane ricevuto nelle nostre case, dovrà considerare i suoi compagni come fratelli, e i Superiori come quelli che tengono le veci dei genitori"16.

D’ altra parte, la comunità degli educatori e degli allievi è per se stessa educazione alla carità perennemente in atto. Tutti, giovani e adulti, sono sospinti da don Bosco, come Domenico Savio, a rendere il gioco, la scuola, le occupazioni, la convivenza quotidiana una palestra di autoeducazione alla carità e all’ amicizia apostolica17.

La carità si esprime al più alto livello nel buon esempio zelo apostolico. Vi erano già state dedicate varie pagine del racconto La forza della buona educazione. Il protagonista, Pietro, prima si difende da compagni poco affidabili, poi nel luogo di lavoro, nella ricreazione, in caserma riesce a farsi stimare e, spesso, anche ascoltare18.

Una esplicita pedagogia vissuta e riflessa della carità apostolica è delineata, quasi in forma sistematica, nelle biografie giovanili dal 1859 al 1864. Essa vi compare come parte essenziale di una pedagogia dellasalvezza19.

È, pure, insistentemente proposta ai giovani la mortificazione. La "pedagogia" relativa è esplicitamente sviluppata nelle note biografie giovanili20. Generalmente non sono consigliate mortificazioni straordinarie, ma quelle imposte dalla vita e accettate con amore, "la diligenza nello studio, l’attenzione nella scuola, l’ubbidire ai superiori, il sopportare gli incomodi della vita quali sono caldo, freddo, vento, fame, sete", "soffrire per amor di Dio"; e, evidentemente, la lotta contro le tentazioni, la vigilanza, la "custodia dei sensi esterni e specialmente degli occhi"21.

Essa è particolarmente inculcata in relazione alla virtù della castità, come si vedrà più avanti.

In questo quadro, abbastanza semplice, don Bosco recepisce anche un aspetto tipico della tradizione educativa cattolica: la "buona educazione", le buone maniere, la "civiltà", che da Erasmo a Jean-Baptiste de la Salle fu sempre considerata come l’indispensabile condizionamento di un’educazione morale consolidata. È questione di pulizia, ordine, fuga della grossolanità, ostacolo alla stessa "purità". "La pulizia deve starvi molto a cuore. La nettezza e l’ ordine esteriore indica mondezza e purità dell’ anima"22.

  1. La "virtù regina": la castità e la sua pedagogia

"Virtù regina", "che custodisce tutte le altre", è la castità, la più ambita, difesa, protetta e coltivata. Don Bosco vi insiste con evidente inquietudine e atteggiamento fortemente protettivo. In realtà, senza castità mente e cuore si chiudono ad ogni sollecitazione al bene e alla grazia, quindi a una produttiva azione di crescita.

L’ azione da lui praticata e raccomandata include, anzitutto, l’ attenta purificazione dell’ ambiente, la correttezza "morale" di quanti vi operano, l’ esemplarità degli educatori. Soprattutto alla "moralità" di assistenti, insegnanti, capi d’ arte don Bosco dedica innumerevoli avvisi e ammonimenti, particolarmente significativi quando inseriti in testi pedagogici rilevanti, quali i Ricordi confidenziali ai direttori e le pagine del 1877 sul "sistema preventivo". Documento programmatico può considerarsi la circolare ai salesiani del 5 febbraio 1874 Del modo di promuovere e conservare la moralità fra’ giovanetti che la Divina Provvidenza si compiace di affidarci. Il "modo" era individuato, in primo luogo, nell’ esemplarità degli educatori, sal et lux. La castità doveva essere posseduta, praticata, fatta risplendere nelle opere e nei discorsi23. Insistenze identiche sono riservate ai religiosi salesiani educatori nelle Costituzioni della Società di S. Francesco di Sales e nell’ Introduzione ad esse, quando tratta del voto di castità24.

Quanto ai giovani, l’ educazione alla virtù della castità prevede in genere due momenti: preliminare o curativo e costruttivo.

La prima fase è ritenuta largamente indispensabile dal momento che l’ innocenza conservata appare a don Bosco un ideale raro tra fanciulli e adolescenti. Domenico Savio ne è esemplare di eccezione,quando supera recisamente l’ invito di compagni meno delicati a bagni senza pudore25.

Secondo un’ interpretazione severa della "gravità della materia" e delle responsabilità di quanti hanno raggiunto l’ uso di ragione, i più tra i giovani, secondo don Bosco, sono dei precoci penitenti. "Accade a molti giovanetti - afferma nel primo discorso funebre per il Cafasso - che per lo sfortunato incontro di perversi compagni, o per la trascuratezza dei genitori e spesso ancora per la loro indole infedele alla buona educazione, dalla più tenera età diventano preda infelice del vizio, perdendo così l’inestimabile tesoro dell’innocenza prima di averne conosciuto il pregio e divenendo schiavi di Satanasso senza nemmeno aver potuto gustare le dolcezze dei figliuoli di Dio"26. Besucco confidava al suo direttore spirituale: "Io sono molto angustiato, il Signore dice nel vangelo, che non si può andare in Paradiso se non coll’innocenza o colla penitenza. Coll’innocenza io non posso più andare, perché l’ho perduta; dunque bisogna, ch’io ci vada colla penitenza"27. Come la generalità dei contemporanei di analoghi ambienti cattolici don Bosco vede e valuta la realtà e i problemi in una prospettiva essenzialmente morale, partendo dal presupposto che il ragazzo, dall’ età della ragione, "sa" e "vuole" liberamente, è confortato dalla grazia, e quindi in grado di far fronte, "con piena avvertenza e deliberato consenso", al nuovo rapporto con la sessualità. Non sono tenuti presenti condizionamenti biologici, fisiologici, psicologici, consci o inconsci, tanto meno patologie.

Risolto il problema "curativo", le indicazioni costruttive si collocano alla confluenza di morale, ascesi, ricorso alla grazia. Capitale e tutto condizionante è la "fuga" - delle occasioni, dell’ ozio, dei discorsi e dei compagni cattivi, della famigliarità con le ragazze e di queste con i ragazzi -, quindi, la "custodia dei sensi", la temperanza, la mortificazione28.

Nel Cenno biografico di Michele Magone don Bosco fa un diffuso inventario dell’arsenale dei mezzi preventivi e terapeutici, di carattere ascetico e religioso, i sette "carabinieri" della castità29. La "summula" pedagogica per la difesa e la conservazione della castità, spesso semplice difficile "continenza", si arricchisce con la terapia dei pensieri cattivi, il richiamo a ideali di vita giovane e generosa, la fiducia nella grazia, la "modestia"30.

Naturalmente, primaria importanza educativa e rieducativa è attribuita, su tutti, ai mezzi soprannaturali: i sacramenti della penitenza e della comunione, la divozione alla Vergine, la preghiera.

Nelle cronache degli anni ‘60 e, ancor più, in quelle di don Barberis degli anni 1875-1879 sono registrati svariati riassunti di sermoncini serali e di conferenze dedicati al tema della castità: importanza, modelli, pericoli, tra cui le vacanze, scandali, mezzi. La "prevenzione" non è aliena da indicazioni praticamente "repressive", comprese realistiche minacce di "espulsioni". Non sembra esservi grande spazio per una specifica illuminazione e educazione all’"amore umano".

  1. Pedagogia della scelta vocazionale

Per don Bosco la scelta dello "stato di vita" non può essere lasciata all’ arbitrio individuale. È, alla radice, una "vocazione": Dio chiama. Essa, quindi, è prima di tutto una scoperta e una risposta. Va, dunque,educata, entro l’inevitabile "triangolo": Dio, l’ educatore, singolo e comunità, il giovane, da abilitare a vedere nei "segni" il disegno di Dio su di lui. "Finché abbiam tempo domandiamo al Signore che c’insegni la strada per la quale dobbiamo camminare"31. Del dicembre 1864 (giorni 5, 10, 12) è una serie di discorsetti serali ai giovani dell’Oratorio sui mezzi per scoprire la vocazione, ricondotti a tre principali: la prova delle buone opere, la testimonianza degli altri, il parere positivo del confessore32.

Drammatica è la vicenda vocazionale - vocazione ecclesiastica - delineata nel racconto biografico Valentino o la vocazione impedita. Ne sono descritti, in capitoli distinti, tre momenti cruciali: la nascita in ambiente educativo favorevole, le difficoltà, la demolizione e la dissoluzione, con la rovina morale del protagonista33. Nel quinto capitolo si trova anche un diffuso discorso sui "segni", più volte illustrati da don Bosco a giovani e a educatori: la probità dei costumi, la scienza, lo spirito ecclesiastico34. Non manca il consueto avvertimento sulle annesse "rinunce" e la ferma volontà di "promuovere la gloria di Dio, guadagnargli anime e per prima salvare la propria"35.

Il discorso sulla vocazione assumeva più vaste proporzioni con il rapido sviluppo della Congregazione e l’avvento del progetto "missionario" negli anni ‘70 e ‘80. Esemplare è il sermoncino serale del 7 dicembre 1875, nel quale don Bosco aveva fatto ai giovani un lungo resoconto della partenza dei primi "missionari" da Genova. "Naturalmente - proseguiva - molti di vojaltri sentono in questo momento gran desiderio di partire e di andare anche a fare il missionario; ebbene, io vi so dire che se vi foste pur tutti in questo numero, ci sarebbe posto per tutti ed io saprei benissimo dove occuparvi, stanti i grandi bisogni che ci sono e le tante domande che io ricevo da ogni parte di vescovi che supplicano proprio e che ci dicono che varie missioni già incominciate si devono lasciar cadere per mancanza di missionarii. Ma per ora cominciate a prepararvi colla preghiera, collo star veramente buoni, col servirvi di missionarii gli uni per gli altri dandovi buon esempio; poi, anche collo studiare alacremente facendo bene i vostri doveri di studio e di scuola; poi vedrete che coll’ ajuto del Signore potrete riuscir nel vostro intento amati dal Signore e dagli uomini"36.

A illuminare e "educare" i giovani alla "scelta" sono destinate innumerevoli parlate ai giovani, i discorsi a novizi e postnovizi, le conferenze ai salesiani, in particolare ai direttori, soprattutto nelle annuali conferenze di san Francesco di Sales, gli interventi nei capitoli generali. Nelle riunioni dei salesiani con maggiori responsabilità don Bosco si fa, anche in questo, educatore degli educatori. Per coltivarle, attraendo i giovani, sono ripetutamente raccomandate la "carità" tra gli educatori e l’"amorevolezza" con i giovani, in una parola, la fedele pratica del "sistema preventivo"37. Ai giovani, poi, studenti e artigiani, sono ribadite le consuete indicazioni sui "segni", con la prospettiva di ampia autorealizzazione personale nell’antico e nuovo mondo38.

  1. La pedagogia dei "novissimi"

Particolare peso ha nell’ educazione all’ impegno operoso la prospettiva dei "novissimi": morte, giudizio, inferno, paradiso. È via privilegiata di severa educazione al timore e all’ amore di Dio, ricco di dinamismo e di intraprendenza. Il "timore virtuoso" può partire, non raramente, dalla "paura", dal timore servile, ma si evolve intenzionalmente e rapidamente in timore filiale "iniziale", principio di sapienza, "via alla grazia e all’amore".

La "pedagogia dei novissimi" è connaturata in don Bosco, realtà vissuta personalmente con la coscienza delle sovrumane responsabilità sacerdotali in ordine alla "salvezza" altrui, condizione della propria. La sua predicazione sui novissimi, quindi, non poteva che essere struggente e persuasiva testimonianza prima di essere parola, avviso, ammonimento. Le realtà ultime assillano, in amore e timore cristiano, anzitutto lui. Ne è toccante alta testimonianza, dopo molte altre, una pagina redatta al tramonto dell’ esistenza terrena. "So che voi, amati figli - scrive nelle Memorie dal 1841 al 1884-5-6 -, mi amate, e questo amore, questa affezione non si limiti a piangere dopo la mia morte; ma pregate pel riposo eterno dell’anima mia. Raccomando di fare preghiere, opere di carità, delle mortificazioni, delle sante comunioni e queste per riparare alle negligenze commesse nel fare il bene e nell’ impedire il male. Le vostre preghiere siano con fine speciale al cielo rivolte affinché io trovi misericordia e perdono al primo momento che io mi presenterò alla tremenda maestà del mio Creatore"39.

Il discorso, pur intensissimo, sui "novissimi" non nasce da una svalutazione della vita temporale e delle realtà terrene. Esse, anzi, sono la moneta con cui si provvede ad una vita felice nel tempo e nell’ eternità. Tuttavia, è evidente che verso l’ eternità, incommensurabilmente più importante, don Bosco intende soprattutto attirare l’ attenzione pensosa dei giovani: eternità piena di Dio, colma di felicità, il paradiso, o eternità di dannazione, di infelicità, l’ inferno. La morte con il giudizio ne è la porta: momentum a quo pendet aeternitas, gioiosa o dolorosa.

Da questa preoccupazione sorge quella "praeparatio" e "meditatio mortis", che è la pratica mensile dell’ esercizio della buona morte40, idealmente ripetuto innumerevoli volte, con le informazioni su malattie mortali e decessi previsti o repentini, esortazioni, predizioni. In questo, don Bosco aderisce, se è possibile accentuandola, a quella "pastorale del timore", diffusa nella secolare cura cristiana delle anime. Vi confluiscono reminiscenze catechistiche, eco di ammonimenti materni, sermoni parrocchiali, prediche di missioni popolari, meditazioni di seminario, consigli di confessori e direttori spirituali, secondo i canoni più diffusi della religiosità tradizionale41.

Per parecchi anni, dando al 31 dicembre i ricordi o la strenna per l’anno nuovo, don Bosco replica l’avvertimento "augurale" del 31 dicembre del 1861: "Teniamoci tutti preparati, affinché la morte arrivandoci alle spalle ci troviamo preparati a partircene tranquilli per l’eternità"42. Tra il termine dell’anno solare e la fine (e il fine!) della vita terrena - i "novissimi" - viene stabilito un legame indissolubile.

Sul tema dei "novissimi" don Bosco chiedeva agli educatori la massima franchezza nella predicazione e nelle varie forme di guida spirituale dei giovani. Egli, per primo, era anche in questo maestro incontestato. Ne sono testimonianza scritti e "ricordi"; i sermoncini serali di fine anno, varie strenne, i bigliettini individuali, le iscrizioni disseminate sui muri dei portici dell’Oratorio. In alcuni contesti, per esempio nelle biografie giovanili, è privilegiato il pensiero del paradiso; in altri è risvegliato con gravità e responsabilità l’ incombere della morte43 e la non astratta possibilità dell’ impenitenza finale e dell’ inferno.

In una delle consuete novene della Madonna don Bosco poteva dire con condivisa naturalezza: "Le novene della madre celeste sono giorni di propiziazione e di salute e guai a coloro i quali non se ne approfitteranno. Io spero, anzi son certo che i diciannove ventesimi dei miei figliuoli si approfitteranno e che la buona madre li accoglierà in Paradiso; e gli altri che non ne vorranno approfittare sappiano che le fiamme eterne dell’ inferno li aspettano, se non si convertono"44. "Ah miei cari figliuoli, chi ha tempo non aspetti tempo... dum tempus habemus... tutti noi abbiamo da fare un gran viaggio. Ibit in domum aeternitatis suae. Prepariamoci dunque a questo gran viaggio"45.

La "pedagogia dei novissimi" di don Bosco è affidata anche a molti "sogni", che rievocano il dramma della salvezza e delle responsabilità personali di fronte ad essa. Particolarmente significativi appaiono il "rendiconto" reso dai giovani davanti a Cafasso, Pellico e Cays, l’ ascesa verso il paradiso, la salita delle dieci colline, la via della perdizione. Sono diverse "figure" di quell’ arduo itinerario verso la salvezza che è il pellegrinaggio terreno di ogni uomo, per sanguinem, aquam et ignem. In un modo o nell’altro i giovani sono chiamati ad "aggiustare i loro conti", non senza visibili manifestazioni di ansia e generale ricorso alla confessione46.

Il Solchiamo un mare infido, lode introdotta nelle ultime edizioni del Giovane provveduto, è illustrato in altro sogno, estremamente simbolico della vita come agitata e pericolosa navigazione su una zattera in una vasta terra inondata dalle acque, raccontato ai giovani il 1˚ gennaio 1866. Il sesto e il settimo comandamento sono i più a rischio. Don Bosco spinge alla docilità e all’obbedienza47. All’ultimo irreversibile naufragio si riferisce il sogno dell’ inferno, raccontato il 3 maggio 1868, tramandato dal segretario Gioachino Berto. Al "luogo dell’eterno supplizio" "arrivano a precipizio giovani che vi rimangono come impietriti. Si sente il grido: Nos insensati erravimus". Non sono già dannati, ma lo sarebbero se morissero in quel momento. Don Bosco vede scritto: sesto comandamento. Sono a "rischio inferno" anche quanti sono attaccati ai beni terreni, i disobbedienti, i superbi, le vittime del rispetto umano48.

Vi convergono, oltre i "sogni", le molte predizioni di morti. Ne sono punteggiate le cronache dei primi anni ‘60 di Ruffino, Bonetti, Lemoyne, quest’ultimo il più attento a condurre complicate verifiche e a stabilire avveramenti. Talora don Bosco più che attento alla psicologia giovanile sembra sollecito dell’ utilità spirituale delle anime, secondo il principio chiaramente enunciato: "quando una cosa volge a bene delle anime egli è certo che viene da Dio e non può venire dal demonio", a cui aggiunge il trionfale annuncio: "ho una notizia singolare a darvi ed è che il demonio ebbe la peggio in questa casa e se continueremo di questo passo sarà costretto a far bancarotta"49.

In varie occasioni giustificherà il suo modo di procedere, come un "dovere" che egli adempie per la salvezza dei giovani50. "Salutare timore", serietà, responsabilità caratterizzano, perciò, la "pedagogia dei novissimi", insistentemente praticata con i giovani. In linea di principio essa non tende a creare angosce, anche se le insistenti predizioni, di fatto, le provocano. Don Bosco lo sa e, talora, si giustifica, per esempio nel sermoncino serale del 16 marzo 1865, non il solo del genere: "Quando io verrò qui ad annunziare che un altro ha da morire, per carità, datemi sulla voce perché alcuni ne restano troppo spaventati a questi annunzi e scrivono ai loro parenti che li tolgano dall’ oratorio perché don Bosco annunzia sempre che qualcuno ha da morire. Ma ditemi, se io non l’avessi annunziato, Ferraris si sarebbe preparato così bene a presentarsi al tribunale di Dio? (...) A coloro che han tanta paura della morte, io dico: Figliuoli miei, fate il vostro dovere, non tenete discorsi cattivi, frequentate i sacramenti, non solleticate la gola, e la morte non vi farà paura"51.

  1. Educazione alla speranza e alla gioia

Questo tipo di educazione, indubbiamente problematico in certe modalità, tendeva a rendere abituale un itinerario di vita effettuato sotto il segno del "Dio ti vede". È un Dio, insieme, padre e giudice, grande nell’ amore ed esigente, incoraggiante custode dei meriti e onnipresente sanzionatore delle colpe. È teologia popolare, condensata nel "consiglio" per le vacanze dato nel sermoncino serale, già citato, del 21 agosto 1877 a studenti e artigiani dell’Oratorio. Il "salutare timore" era, in definitiva, assunto nell’ amore, espresso nell’ abbandono a Dio, Padre misericordioso. "Non bisogna prendere il Signore come tutta giustizia, crudele, inflessibile - assicurava don Bosco -; no, anzi, egli è tutto misericordia, bontà, amore. E come deve paventarlo chi l’ offende; così deve star contento chi può dir di se stesso: Io ho nulla sulla coscienza. A costui io dico: Va pure a dormir tranquillo, fa l’ allegre tue ricreazioni, vivi felice. Se colui che è in armonia con Dio deve menar vita felice, colui che non potesse dirlo d’ esser colla coscienza netta, deve temere che Iddio non gli tolga il tempo"52.

Ne dovevano sorgere, insieme al responsabile impegno, radicali sentimenti di speranza e di gioia.

Secondo la semplice fede tradizionale a cui don Bosco aderisce vita e morte sono eventi con i quali bisogna, di fatto, fare i conti, come il bene e il male, il premio e il castigo, il paradiso e l’inferno, sorgenti rispettivamente di legittima speranza e di salutare timore. In quest’ottica per i buoni si parla, dunque, di speranza, di felicità eterna e di giustificata, seppure precaria, gioia terrena, naturalmente nell’impegno del dovere quotidiano. Se si vuol mietere si deve prima seminare, "seminare cose buone ed utili"53.

Il giovane, infatti, è avviato ad aver presente costantemente, oltre la morte, l’ allettante prospettiva del paradiso, propiziato dalla materna mediazione di Maria, Vergine e Madre54. La speranza che Dio voglia dare il paradiso poggia su sicure garanzie di ragione e di fede: aver ricevuto il battesimo, vivere nella religione cattolica, poter disporre del sacramento del perdono, l’ opportunità di nutrirsi dell’ eucaristia, la mortificazione cristiana, la pratica della carità, il sangue versato da Cristo per la nostra salvezza e felicità eterna55.

Dal 1863 Il giovane provveduto integrava l’ ultima riga della presentazione della prima edizione - "Vivete felici, e il Signore sia con voi" - con la conclusione: "Vivete felici, e il santo timor di Dio sia la vostra ricchezza in tutto il corso della vita"56, ulteriormente arricchita nell’ edizione del 1875: "Il cielo vi conceda lunghi anni di vita felice, e il santo timor di Dio sia ognora quella grande ricchezza, che vi colmi di celesti favori nel tempo e nell’ eternità"57. "Ah per amor di Gesù e di Maria preparati - scongiurava fin dal 1847 - con opere buone a sentirti la sentenza favorevole, e ricordati che quanto più spaventa la sentenza proferita contro del peccatore, altrettanto sarà consolante l’ invito che Gesù farà a quel figliuolo che visse cristianamente: Vieni, gli dirà, vieni al possesso della gloria che ti preparai"58; "quanto più spaventa il pensiero e la considerazione dell’ inferno, altrettanto consola pensare al Paradiso che ti è proposto". "Oh come è desiderabile e amabile quel luogo ove si godono tutti i beni!"59.

  1. Tracce di pedagogia "situazionale" e "differenziale"

È ben chiaro in don Bosco, fin dai primi due decenni della sua evoluzione culturale e spirituale, la convinzione che per un qualsiasi itinerario di crescita umana e cristiana sia necessaria nel giovane la percezione della propria identità personale e delle proprie effettive potenzialità di ricupero e di sviluppo, sorretta da analoga intuizione da parte dell’adulto che lo accompagna. Come si è visto, questa presenza interattiva costituisce l’essenza del suo "sistema preventivo".

Non possono aver altro significato la classificazione dei giovani in "discoli, dissipati, e buoni", e la differenziazione del trattamento che egli propone, prima nei Cenni storici, e ripropone, per giovani collegiali, negli Articoli generali del Regolamento per le case del 1877.

Il primo è documento paradigmatico e generalmente disatteso. "I dissipati - spiega -, cioè quelli già abituati a girovagare, poco a lavorare, si riducono anche a buona riuscita coll’arte, coll’assistenza, coll’istruzione e coll’occupazione". Non è senz’altro il perfetto cristiano, ma certamente il buon cittadino, l’onesto lavoratore, l’uomo moralmente e civilmente responsabile e, forse, un passabile buon cristiano della domenica. Per i discoli, invece, ci si potrebbe limitare a prevedere risultati anche solo a lunga scadenza. "Non diventano peggiori", è già un apprezzabile traguardo minimale. "Molti si riducono a far senno, quindi a guadagnarsi il pane onestamente", è già un notevole risultato nel senso dell’umanizzazione, del ricupero di consistenti valori temporali, potenziale preparazione ad una qualche adesione al vangelo, quale scienza di vita e, forse, anche di fede in Dio. Comunque resta ferma una "pedagogia della speranza": il seme gettato non rimarrà infruttuoso; si lascia spazio al tempo e alla grazia: "quelli stessi che sotto la vigilanza parevano insensibili, col tempo fanno luogo ai buoni principii acquistati che giungono più tardi a produrre il loro effetto"60.

Diagnosi, prognosi e "terapia" sono imposte da esperienze reali sempre più vaste. L’esperienza spazia da un quadro "agreste" e addirittura "alpestre" (Besucco, Severino) a scenari urbani e metropolitani con carceri, piazze e luoghi di corruzione; da spazzacamini e garzoni di paese al mondo dei monelli e dei "discoli"; dagli umili e onesti campagnoli smarriti in una città di cui non comprendono la topografia e il linguaggio, ai ragazzi di strada, agli orfani e poi agli studenti e artigiani bisognosi di adeguata formazione culturale e professionale. È la base di una "pedagogia del possibile", differenziata negli obiettivi, nei ritmi, nei provvedimenti e negli esiti, dando luogo, necessariamente, a una concreta "spiritualità giovanile", non rigida, schematica, monocolore.

Anche negli scritti narrativi degli anni ‘50 sono differenti i modi con i quali i vari protagonisti iniziano il loro cammino di ricupero: Luigi nei dialoghi VI e VII dell’ opuscolo Fatti contemporanei esposti in forma di dialogo (1853), l’anonimo della Vita infelice di un novello apostata (1853), i giovani da attirare "o con promesse o con regaluzzi", com’è detto nel Cenno storico (1854), i commilitoni avvicinati in caserma dal buon Pietro ne La forza della buona educazione (1855), il giovane capobanda di assassini ricuperato da san Giovanni evangelista ricordato nella Vita de’ sommi pontefici S. Lino, S. Cleto, S. Clemente (1857).

  1. Problemi adolescenziali irrisolti

L’ analisi, pur attenta, di quanto don Bosco educatore ha detto e fatto, lascia l’ impressione che non pochi rilevanti problemi di vita giovanile siano appena sfiorati. L’ educazione socio-politica è data sostanzialmente a un livello religioso e morale. Su linee analoghe vengono risolti i problemi di quella che ben presto sarà detta "educazione sessuale", l’ educazione all’ amore come preparazione al fidanzamento e al matrimonio61, gli interventi in casi di "crisi" adolescenziali tdi fede, dubbi, insofferenza, disaffezione. Tra i libri di don Bosco alcuni presentano situazioni difficili prodotte dall’ incontro con i protestanti (per esempio, il Severino o avventure di un giovane alpigiano, 1868) o con un corruttore (il Valentino o la vocazione impedita, 1866), ma non vi offrono soluzioni persuasive.

Si accenna qui a due situazioni di "crisi", nel duplice campo della fede e della "morale", e a suggerimenti dati in alcune lettere di direzione spirituale.

Una prima indicazione è data da una notizia di cronaca lasciata da Domenico Ruffino, riferibile alla fine di giugno 186262. In essa don Bosco richiama l’attenzione dei giovani collaboratori su possibili future crisi giovanili nel settore della pratica religiosa. Non dà soluzioni, pensa solo che la reminiscenza dell’ avviso, dato dall’ educatore, potrà fare del bene nel futuro.

"Bisogna premunire i giovani per quando avranno 17, o 18 anni: Guarda verrà un’età molto pericolosa per te; il demonio ti prepara lacci per farti cadere. In primo ti dirà che la comunione frequente è una cosa da piccoli e non da grandi, che bisogna andarvi di raro. E poi trar[r]atti lontano dalle prediche e ti farà essere annojato della parola di Dio.

Quando si incontrano fatti grandi: Ti ricordi di quel che diceva? Ah è vero! Questa reminiscenza farà del bene"63.

Non meno deludente è la soluzione data alla crisi di fede di un adolescente. Il testimone è affidabile, don Michele Rua, che registra l’ episodio nella sua troppo breve cronaca. Alla richiesta di un alunno artigiano don Bosco aveva consentito al suo passaggio tra gli studenti. Doveva essere giovane effettivamente intelligente, a suo modo "in ricerca". Probabilmente, per il momento non trovò nessuno con cui potersi confidare.

"Dopo alcuni mesi di studio questo giovane sorpreso dalle tentazioni si mise a dubitare dell’ esistenza di Dio, del Paradiso, dell’inferno ecc. e non contento di pensare così tra se stesso diedesi a far conoscere fra i compagni i suoi dubbi, la qual cosa non poteva a meno che tornar pericolosa a chi l’ udiva. D. Bosco venne a saperlo e tosto trovò il rimedio per dissipare i suoi dubbi. Essendo venuto un benefattore del giovane per combinar con D. Bosco di applicarlo esclusivamente allo studio, D. Bosco, presente il giovane, disse che meglio era per allora non ancora determinar niente di stabile, giacché pareva che la testa del ragazzo non potesse reggere allo studio, e che vacillasse. Il giovane s’ accorse allora del fallo, riconobbe il male fatto nel dar retta ai dubbi che erangli venuti alla mente, e tanto più nel ripeterli ai compagni, e se ne emendò, menando d’ allora in poi vita fervorosa"64.

Ciò che colpisce, a proposito di questo adolescente "vero", non è tanto che si parli della "protezione" della comunità da un elemento di disturbo, ma si taccia di un qualche intervento costruttivo. Poteva essere lacuna di un ambiente e di una mentalità.

Lo sembrano confermare talune lettere di "direzione educativa", destinate, in genere, a giovani di più elevata condizione sociale e culturale, nelle quali ritornano le indicazioni date ai ragazzi dell’Oratorio, senza distinzioni di età. Anche in esse la "protezione" - fuga, cautela, sottomissione - prevale di gran lunga sulla preoccupazione di capire, chiarire, positivamente costruire.

Richiesto di un giudizio su dei libri don Bosco risponde: "I libri non sono all’ Indice. Sonvi però alcune cose assai pericolose per la moralità di un giovane; perciò mentre puoi leggerli devi stare attento su te medesimo, e qualora ti accorga avvenirne danno al tuo cuore, sospenderne la lettura, o almeno saltare que’ brani che relativamente possono essere pericolosi"65. Al medesimo proporrà più avanti: "Sta attento ai cattivi compagni e fuggili; cerca i buoni e imitali. Il tesoro più grande è la grazia di Dio: la prima ricchezza il santo timor di Dio"66. Ad altro giovane aristocratico come "ricordi fondamentali" dà i "tre FFF: Cioè: 1˚ Fuga dell’ ozio; 2˚ Fuga dei compagni che fanno cattivi discorsi o danno cattivi consigli; 3˚ Frequentare confessione e comunione con fervore e con frutto"67. Altra volta si rallegra con una baronessa per aver scelto un buon collegio, Mondragone: "Colà i maestri, assistenti e direttori cercano il vero bene, quello dell’ anima"68. Due anni dopo il giovane, Saverio, creerà "inquietudini". Don Bosco cercherà di agganciarlo, mandandogli un libro, e proponendo alla madre un ulteriore intervento personale più diretto: "se mai si giudicasse di suggerirgli di scrivermi una lettera, dimandarmi qualche consiglio, io procurerei di rettificargli qualche idea; egli mi mostrava molta stima e molta deferenza quando fui a Roma; chissà se non possa cagionargli buona sensazione una voce nuova"69.

C’è anche un consiglio matrimoniale dato a una "Preg.ma Signora": "Non mancherò di pregare affinché Dio la illumini a scegliere quella persona che potrà meglio giovarle a salvarsi l’ anima. Dal suo canto però faccia gran conto della moralità e religione dell’individuo. Né badi all’ apparenza, ma alla realtà"70.

Severo è il giudizio sui potenziali pericoli dell’educazione familiare espresso in una lettera all’avv. Colle di Tolone: "Le dirò qui in poche parole la sostanza delle cose. Il cuore dei genitori era troppo affezionato al loro unico figlio. Troppe carezze e ricercatezze; ma egli si conservò sempre buono. Se fosse vissuto avrebbe incontrato grandi pericoli, da cui forse sarebbe stato strascinato al male dopo la morte dei genitori. Perciò Dio lo volle togliere dai pericoli, prendendolo con sé in cielo, donde quanto prima sarà il protettore de’ suoi parenti e di coloro che hanno pregato o pregheranno per lui"71.


NOTE

1 G. Barberis, Cronaca, quad. 20, esercizi spirituali di Lanzo, 18 sett. 1875, pp. 7-8.

2 La chiave del paradiso..., pp. 20-23, OE VIII 20-23.

3 Vita di S. Pancrazio martire.... Torino, tip. di G. B. Paravia e comp. 1856, p. 35 e 11, OE VIII 229 e 205.

4 [G. Bosco], Cenni storici sulla vita del chierico Luigi Comollo..., p. 34, OE I 34.

5 Il divoto dell’ Angelo Custode. Torino, tip. Paravia e comp. 1845, p. 71, OE I 157.

6 G. Bosco, Il giovane provveduto..., p. 124, OE II 304.

7 G. Bosco, Vita di S. Pietro..., p. 65, OE VIII 357; cfr. ancora G. Bosco, Il mese di maggio..., p. 152, OE X 446.

8 G. Bosco, Vita del giovanetto Savio Domenico..., p. 93, OE XI 243.

9 Regolamento per le case..., parte II, cap. IX Contegno verso i compagni, art. 1-2, p. 77, OE XXIX 173.

10 Al tema è dedicato il capitolo 15.

11 Regolamento per le case..., parte II, capo VI, art. 17, p. 72, OE XXIX 168.

12 Storia dell’ Oratorio di S. Francesco di Sales, BS 6 (1882) n. 2, febbr., pp. 30-34.

13 G. Bosco, Vita del giovanetto Savio Domenico..., capp. XII Episodii e belle maniere di conversare coi compagni e XXI Sua sollecitudine per gli ammalati, pp. 57-62, 102-104, OE XI 207-212, 252-254.

14 Nel capo settimo della biografia del Magone si parla di "amichevole relazione" coi condiscepoli e di "tratti di cortesia che sono dalla civiltà e dalla carità consigliati" (G. Bosco, Cenno biografico sul giovanetto Magone Michele..., p. 34 e 38, OE XIII 188 e 192).

15 G. Bosco, Cenno biografico sul giovanetto Magone Michele..., pp. 47-53, OE XIII 201-207, capo X Bei tratti di carità verso del prossimo.

16 Regolamento per le case..., parte II, capo II Dell’accettazione, art. 5, p. 61, OE XXIX 157; cfr. capo IX Contegno verso i compagni, pp. 77-78, OE XXIX 173-174.

17 G. Bosco, Vita del giovanetto Savio Domenico..., capo XI Suo zelo per la salute delle anime, pp. 53-56, OE XI 203-206.

18 La forza della buona educazione, pp. 18-20, 35, 47-48, 55-62, 75-80, OE VI 292-294, 309, 321-322, 329-336, 349-354.

19 Sull’ importanza teologica e pedagogica attribuita da don Bosco all’ apostolato, come veicolo ed espressione di maturazione umana, insiste A. Caviglia, Domenico Savio e Don Bosco. Studio, libr. III, cap. II Vocazione di Santo: l’ apostolato, pp. 129-142, e cap. III L’ apostolato in azione, pp. 143-156.

20 Cfr. i capp. XV e XIII, XXIII, rispettivamente della Vita del giovanetto Savio Domenico, capo XV Sue penitenze, pp. 72-75, OE XI 222-225; e del Pastorello delle Alpi, capi XIII e XXIII con i relativi titoli, Mortificazioni - Penitenze - Custodia dei sensi - Profitto nella scuola e Sue penitenze, pp. 68-74 e 119-124, OE XV 310-316 e 361-366.

21 G. Bosco, Il pastorello delle Alpi..., pp. 120-121, OE XV 362-363.

22 Regolamento per le case..., parte II, capo XI, art. 1, p. 80, OE XXIX 176; cfr. capi X e XI, Della modestia e Della pulizia, pp. 78-81, OE XXIX 174-177.

23 E II 347-348.

24 Cfr. Cost. SDB 108-111; P. Braido, Tratti di vita religiosa salesiana nello scritto "Ai soci salesiani" di don Bosco del 1875, RSS 13 (1994) 375, 412-414, 439-443; Id., Tratti di vita religiosa... del 1877/1885, RSS 14 (1995) 108, 135-137.

25 G. Bosco, Vita del giovanetto Savio Domenico..., p. 23-26, OE XI 173-176. Alberto Caviglia scrive con enfasi de Il giglio salesiano; è il cap. V di Domenico Savio e Don Bosco. Studio, pp. 209-217.

26 G. Bosco, Biografia del sacerdote Giuseppe Caffasso..., p. 12, OE XII 362.

27 G. Bosco, Il pastorello delle Alpi..., p. 120, OE XV 362.

28 Cfr. già Le sei domeniche e la novena di san Luigi Gonzaga. Torino, tip. Speirani e Ferrero 1846, pp. 18-19, 20; Cenni storici sulla vita del chierico Luigi Comollo..., pp. 6-7, 21-22, 34-35, OE I 6-7, 21-22, 34-35; G. Bosco, Il giovane provveduto..., pp. 20-26, OE II 200-206. Le ultime sono proposte come strenna o come tema di più allocuzioni ai giovani nel corso dell’ anno a due direttori salesiani di collegi, don Bonetti e don Lemoyne, in lettere del 30 e 31 dicembre 1868, Em II 617-618.

29 Cfr. G. Bosco, Cenno biografico sul giovanetto Magone Michele..., cap. IX Sua sollecitudine e sue pratiche per conservare la virtù della purità, pp. 43-47, OE XIII 197-201.

30 Cfr. Regolamento per le case..., parte II, capo X Della modestia, pp. 78-80, OE XXIX 174-176.

31 G. B. Lemoyne, Cronaca 1864ss, buonanotte del 5 dicembre 1864, p. 38-39; cfr. D. Ruffino, Cronache dell’ Oratorio di S. Francesco di Sales N˚ 1˚ 1860, p. 11, 28; Cronache... N˚ 2˚ 1861, pp. 22-23.

32 G. B. Lemoyne, Cronaca 1864ss, buonanotte del 5 dic. 1864, pp. 38-39; della testimonianza degli altri parla ai giovani la sera del 10 dicembre 1864, pp. 40-41 (i famigliari, però, potrebbero essere cattivi consiglieri, p. 43); del confessore tratta la sera del 12 dicembre, pp. 44-46; sul medesimo tema ritorna la sera del 5 marzo 1865, p. 114.

33 Cfr. G. Bosco, Valentino..., capp. V La vocazione (pp. 25-29, OE XVII 203-207), VI Le difficoltà (pp. 29-34, OE XVII 207-212), VII Una guida fatale (pp. 35-40, OE XVII 213-218).

34 G. Bosco, Valentino..., pp. 26-29, OE XVII 204-207.

35 G. Bosco, Valentino..., p. 29, OE XVII 207.

36 G. Barberis, Cronichetta, quad. 3bis, p. 36.

37 Cfr. ad esempio, G. Barberis, Cronaca, quad. 19, istruzioni agli esercizi spirituali di Lanzo, 13 e 14 settembre 1875, pp. 1-14; G. Barberis, Cronaca, quad. 14, conferenze all’Oratorio, 4 febbr. 1876, pp. 42-45; 19 marzo 1876, pp. 63-66; G. Barberis, Verbali del Capitolo Superiore, quad. II, ad Alassio, 7 febbr. 1879, pp. 73-76.

38 Cfr. ad esempio, G. Barberis, Cronichetta, quad. 5, sermoncini serali, 15 marzo 1876, p. 19; quad. 6bis, agli artigiani, 31 marzo 1876, pp. 14-17; G. Barberis, Cronaca, quad. 3, 13 maggio 1877, pp. 1-4.

39 F. Motto, Memorie dal 1841 al 1884-5-6..., RSS 4 (1985) 126.

40 Le classiche orazioni per tale pratica sono da lui introdotte, già dalla prima edizione del 1847, nel Giovane provveduto (pp. 138-143, OE II 318-323). In particolare, poteva scuotere o sconcertare la Preghiera per la buona morte, citata anche da J. Delumeau, La Peur en Occident (XIVe-XVIIIe siècles). Une cité assiégée. Paris, Fayard 1978, pp. 25-27: l’ aveva sentita recitare nel collegio salesiano di Nice, dove era entrato adolescente.

41 Cfr. J. Delumeau, Le péché et la peur: la culpabilisation en Occident (XIIIe-XVIIIe siècles). Paris, Fayard 1983, 741 p. Di questo, come del libro citato nella nota precedente, è uscita anche l’ edizione italiana: rispettivamente, Il peccato e la paura (Bologna, Il Mulino 1987, 1008 p.) e La paura in occidente (Torino, SEI 1979, 648 p.).

42 G. Bonetti, Annali II (1861-1862), pp. 3-4.

43 Il morire in età giovane non era cosa rara in tempi di alta mortalità infantile e giovanile. Gli ospiti dell’ Oratorio ne avevano già avuto esperienza in famiglia o nel luogo natìo, rinnovata più volte all’ anno anche nell’ Oratorio.

44 G. B. Lemoyne, Cronaca 1864ss, buonanotte del 2 dic. 1864, pp. 34-35.

45 G. B. Lemoyne, Cronaca 1864ss, buonanotte del 5 dic. 1864, p. 40.

46 Cfr. D. Ruffino, Cronache dell’ Oratorio di S. Francesco di Sales N˚ 2˚ 1861, buonanotte del 31 dic. 1860, pp. 2-6; G. Bonetti, Memoria di alcuni fatti..., pp. 65-69; D. Ruffino, Cronache... N˚ 2˚ 1861, buonanotte del 12 e 15 genn. 1861, pp. 6-8, 13; D. Ruffino, Cronaca 1861 1962 1863, buonanotte del 7 aprile 1861, pp. 2-22; G. Bonetti, Annali I, pp. 17-34; G. B. Lemoyne, Cronaca 1864ss, buonanotte del 22 ott. 1864, pp. 4-8.

47 Un breve frammento in G. B. Lemoyne, Cronaca 1864ss, p. 157; sviluppato in Documenti e in MB VIII 275-282.

48 G. Berto, Cronaca 1868-2, pp. 9-20.

49 D. Ruffino, Cronache... N˚ 2˚ 1861, buonanotte del 17 febbraio 1861, pp. 14-15.

50 Cfr. G. Bonetti, Annali II (1861-1862), sermoncino serale del 25 aprile 1862, pp. 68-69; D. Ruffino, Cronaca 1861 1862 1863 1864, buonanotte dell’ 11 gennaio e 4 febbraio 1864, pp. 14-15; G. B. Lemoyne, Cronaca 1864ss, buonanotte del 18 dicembre 1864, p. 53.

51 G. B. Lemoyne, Cronaca 1864ss, buonanotte del 16 marzo 1865, p. 118.

52 G. Barberis (G. Gresino), Cronaca, quad. 3, buonanotte del 21 agosto 1877, p. 12; cfr. anche G. Barberis (E. Dompè), Cronaca, quad. 15, p. 27.

53 G. Barberis, Cronichetta, quad. 2, buonanotte di mercoledì 7 luglio 1875, pp. 39-43; analogamente già D. Ruffino, Le doti grandi e luminose..., gennaio 1864, pp. 14-15.

54 G. B. Lemoyne, Cronaca 1864ss, sermoncino serale durante la novena dell’Immacolata, 2 dicembre 1864, pp. 34-35.

55 G. Reano, ex-alunno dell’ Oratorio, lettera-testimonianza a don G. Bonetti, 2 febbr. 1885, pp. 40-42: rievocazione di una buonanotte di don Bosco durante una novena di Maria SS. in risposta alla domanda Perché Iddio vuole darci il Paradiso?

56 G. Bosco, Il giovane provveduto.... Torino, tip. dell’ Orat. di S. Franc. di Sales 1863, p. 6.

57 G. Bosco, Il giovane provveduto.... Torino, tip. e libr. dell’ Oratorio salesiano 1875, p. 7, OE XXVI 7.

58 G. Bosco, Il giovane provveduto..., p. 43, OE II 223.

59 G. Bosco, Il giovane provveduto..., pp. 48-49, OE II 228-229.

60 Cenni storici..., in P. Braido (Ed.), Don Bosco nella Chiesa..., pp. 78-79.

61 A proposito di problemi sessuali nel periodo della pubertà Pietro Stella osserva: "Si potrebbe essere tentati di affermare che don Bosco e il suo tempo, incomprensibilmente, non abbiano conosciuto e affrontato problemi legati alla maturazione sessuale del giovane" (P. Stella, Don Bosco nella storia della religiosità cattolica, vol. II, p. 262). Istruttive, seppure talora elusive, sono le osservazioni contenute nelle pagine successive: Problemi particolari dell’ educazione tra pubertà e matrimonio (pp. 262-274).

62 Il Lemoyne la accredita a una cronaca di Giovanni Bonetti, non rintracciata. Il testo di Ruffino è più breve e scarno di quello, ampliato, riportato da MB VII 192.

63 D. Ruffino, Memorie 1862 1863, p. 79.

64 M. Rua, Cronache, p. 6.

65 Lett. al diciannovenne nobile Ottavio Bosco di Ruffino, 11 agosto 1859, Em I 381-382.

66 Lett. al medesimo Ottavio Bosco di Ruffino, 9 gennaio 1861, Em I 433-434.

67 Lett. a Gregorio dei baroni Garofoli, un quattordicenne convittore nel collegio gesuita di Mongré (Francia del sud), 1˚ giugno 1866, Em II 252.

68 Lett. alla baronessa Cavalletti in Cappelletti, del 22 ottobre 1866, Em II 305.

69 Lett. alla medesima del 25 maggio 1868, Em II 536.

70 Lett. alla signorina Barbara Rostagno del 27 giugno 1874, E II 391.

71 Lett. all’ avv. Luigi Fleury Colle, 22 maggio 1881, E IV 55; il figlio si chiamava Louis Antoine, 22 sett. 1864-3 aprile 1881. I due coniugi diverranno benefattori di don Bosco e delle opere salesiane.