Capitolo 14

"Questo sistema

si appoggia tutto

sopra la ragione, la religione

e sopra l’amorevolezza"

Pietro Braido

 

Dopo aver ripercorso le grandi linee della "metodologia educativa" del "sistema preventivo" di don Bosco, si tenta nei capitoli che seguono di approfondirne tematiche particolarmente significative. Si illustrano dapprima i tratti capitali che sottendono la metodologia stessa, conferendole lo specifico "stile". In un capitolo successivo si individua l’ ambiente e il clima comunitario che caratterizzano i "luoghi" nei quali l’ assistenza e l’ educazione preventiva si svolgono. Altri due capitoli sono dedicati a elementi, che evidenziano due tipici aspetti integrativi del "sistema": la festa, la gioia, il "tempo libero", da una parte; dall’ altra, la serietà della "regola" di vita, che il preventivo, in certo senso, condivide con il "repressivo".

Ciascun capitolo, perciò, non può essere considerato isolatamente. Ognuno illumina e amplia il contenuto degli altri, i quali a loro volta impediscono che l’ insieme venga limitato dalla considerazione settoriale.

Ciò vale anzitutto per la rilevanza pedagogica della comunità educativa concepita e attuata come famiglia. La sollecita "pressione" affettiva, ragionevole, religiosa degli educatori è dilatata da una comunità, vissuta come convivenza di giovani, amici e fratelli, prima tra loro che con i "superiori". Anche se don Bosco dice che "il direttore è tutto", e analogamente gli educatori, in realtà il tutto è rappresentato da essiper e con i giovani, che rivendicano, in qualche misura, il loro irreducibile coprotagonismo.

L’ ambiente della festa e della gioia dovrebbe, poi, far saltare ogni schema metodologico che porti al "plagio", individuale e comunitario. Tuttavia, a sua volta, il clima di allegrezza non darà luogo a una comunità festaiola, famiglia priva di obiettivi seriamente coinvolgenti. Vi provvede un capitolo sull’ "amore esigente" con tutto ciò che può implicare anche di vincolazione e di sofferenza.

Nel presente capitolo, si illustra il versante "metodologico" di quelle che don Bosco dichiara colonne portanti del sistema: "questo sistema si appoggia tutto sopra la ragione, la religione, e sopra l’amorevolezza"1.

Ad un’ analisi più attenta, indubbiamente, i tre termini definiscono anzitutto i contenuti del messaggio "preventivo". Compresi nella loro estensione plenaria essi indicano le dimensioni capitali di una piena umanità cristiana: i valori temporali, il senso "religioso" della vita, il mondo dell’ affettività sensibile, spirituale, soprannaturale. Lo si è illustrato nei tre capitoli immediatamente precedenti.

Ma, nel discorso pedagogico esplicito di don Bosco, delle tre fondamentali "parole" è messo in evidenza soprattutto il significato metodologico. Esse prefigurano un insieme organico e articolato di iniziative, di interventi, di mezzi rivolti unitariamente a promuovere lo sviluppo del giovane, che si intende coinvolgere nell’ opera della propria maturazione umana e cristiana con il metodo della persuasione e del cuore.

Il loro carattere "motivante" e dinamico è ulteriormente rafforzato dal "fondamento" a cui don Bosco si àncora, la vera "regina delle virtù", la carità: "La pratica di questo sistema è tutta appoggiata sopra le parole di S. Paolo che dice: Charitas benigna est, patiens est; omnia suffert, omnia sperat, omnia sustinet. La carità è benigna e paziente; soffre tutto, ma spera tutto e sostiene qualunque disturbo". Con essa, "Ragione e Religione sono gli strumenti di cui deve costantemente far uso l’ educatore, insegnarli, egli stesso praticarli se vuol essere ubbidito ed ottenere il suo fine"2.

In sostanza, con le sue affermazioni don Bosco intende indicare agli educatori quali debbano essere le loro qualità, le loro "virtù". Esse sono ricondotte ad una: la carità educativa, espressa metodologicamente nella triplice forma della ragione, della fede, dell’ "amorevolezza".

  1. L’ educatore, singolo e comunità, protagonista nel processo pedagogico

La metodologia preventiva è tutta affidata all’ educatore. Nella descrizione dei "due sistemi in ogni tempo usati nella educazione della gioventù" si può avvertire un differente peso dell’ educatore nella costellazione delle tre principali forze in campo: la legge, le prescrizioni, i regolamenti - il superiore, direttore, assistenti - i dipendenti, i soggetti, gli allievi. Paradossalmente, risulta che nel sistema repressivo la responsabilità esecutiva è pressoché tutta dell’allievo; il superiore-educatore esercita, oltre il compito di vigilanza, soprattutto un potere giudiziario-punitivo. Nel sistema preventivo, invece, l’assoluto protagonista è l ‘ educatore, detentore della pienezza dei poteri, esecutivogiudiziariopunitivo, mentre l’allievo è chiamato a una essenziale esecuzione cooperativa, un coprotagonismo subordinato.

Don Bosco scrive e parla di "sistema preventivo" a operatori adulti. Le due lettere datate da Roma, redatte da don Lemoyne su ispirazione del Superiore, si distinguono, precisamente, perché della sostanza degli oneri e degli obblighi "preventivi" si poteva e doveva trattare soltanto in una di essa, quella riservata, appunto, ai salesiani di Valdocco. Il "sistema" è tutto basato su di loro, funziona o non funziona, se essi ne portano tutto il peso e ne garantiscono la fecondità.

Per questo, essi sono chiamati ad essere totalmente "consacrati" agli allievi, loro "padri, fratelli, amici", in una condivisione di vita, identica a quella dei membri adulti della famiglia. Essi sono padri/madri, fratelli e, in più, amici, con un’aggiunta emotiva, che travalica la famiglia stessa con ulteriori relazioni di superiore qualità, che arrivano all’ interiorità delle coscienze. Esse raggiungono il massimo livello nella persona del direttore-padre-confessore.

Il sistema, in definitiva, è fondato sulla ragione, sulla religione e sull’amorevolezza dell’ educatore - individuo e comunità - e, mediante lui, di tutti gli elementi pedagogici, di cui è operatore o mediatore. Non si costruiscono soggetti maturi - nei valori di ragione, religione e affettività - se l’ educatore non è esso stesso fine-valore e metodo secondo ragione, religione e affettività. L’ educatore è chiamato a presentarsi operativamente modello, vivente e attivo, di tutto ciò che secondo ragione, religione, amorevolezza è valido in sé e nel contempo è da lui reso amabile e "attraente", motivante, trascinante per l’ allievo. L’ educatore ha da rappresentare in forma dinamica, in rapporto a tutti i possibili fini educativi, ciò che don Bosco afferma di lui quale "modello di moralità". "Si può pertanto stabilire come principio invariabile, che la moralità degli allievi dipende da chi li ammaestra, li assiste, li dirige. Chi non ha, non può dare, dice il proverbio. Un sacco vuoto non può dar frumento, né un fiasco pieno di feccia può mettere buon vino. Laonde prima di proporci maestri agli altri, è indispensabile che noi possediamo quello che agli altri vogliamo insegnare"3.

È naturale, quindi, che don Bosco parli del repressivo quale sistema "facile, meno faticoso". Del preventivo, invece, afferma "che da parte degli allievi riesce assai più facile, più soddisfacente, più vantaggioso", mentre "da parte degli educatori racchiude alcune difficoltà, che però restano diminuite, se l’ educatore si mette con zelo all’ opera sua", tutto "consacrato al bene de’ suoi allievi"4.

Sono richiesti, in conclusione, educatori ricchi di valori umani, religiosi, affettivi, che siano di essi modelli, testimoni, comunicatori con la vita, le parole e le opere. È permanente dispendio di energie illimitate, ma insieme "assedio" benevolo e coinvolgente, al quale è difficile per l’ allievo sottrarsi.

  1. L’ unità relazionale del triplice fondamento

Ragione, religione, amorevolezza non sono realtà contigue, ma interrelazionali, anzi compenetrate una nell’ altra. E ciò avviene sia a livello di fini e di contenuti che di mezzi e metodi. Al primo livello, esse costituiscono una sintesi originale degli elementi necessari allo sviluppo completo del ragazzo: fisico, intellettuale, morale, sociale, religioso, affettivo. A livello metodologico, attivano un insieme organico di interventi idonei a coinvolgere il giovane allievo nelle sue più significative potenzialità, mente, cuore, volontà, fede, interattivamente compresenti.

La serietà dell’impegno morale e religioso - dovere, "pietà", vivere in grazia, fuggire il peccato - è proposta e promossa in base a rapporti e processi ragionevoli e amorevoli.

D’ altra parte, la dolcezza dell’amorevolezza non è debolezza, sentimentalismo, sciatta sensibilità, ma coinvolgimento emotivo costantemente illuminato e purificato dalla ragione e dalla fede.

A loro volta l’equilibrio, la misura, la ragionevolezza dei regolamenti, delle prescrizioni, delle relazioni interpersonali sono costantemente motivati e integrati dalla sincerità della pietà religiosa e dallapartecipazione empatica dell’educatore attivamente presente.

Se poi, a livello metodologico, si volesse determinare quale dei tre fattori si debba considerare principale, non può esservi dubbio sul primato dell’ amorevolezza. Naturalmente, ci si riferisce ai significati che essa esprime, con questo o con altri termini, quali mansuetudine, dolcezza, carità, pazienza, affezione. Effettivamente, l’ amorevolezza è il principio supremo e l’ anima del "metodo preventivo", come lareligione è, indiscutibilmente, il primo principio e l’anima del sistema, inteso come complesso di fini, contenuti, mezzi e metodi.

Sulla centralità dell’ amore educativo convengono gli studiosi. Esso è carità intelligente e dedizione amorosa5; è autorevolezza del padre "che ha nelle mani il cuore dei figli", è "compenetrazione di anime"6. "Metodo dell’ amore" lo definì il pedagogista cattolico, Mario Casotti7. Il salesiano tedesco Nikolaus Endres individuava nell’ amore il fattore capitale del metodo, quale rapporto fondamentale tra educatore ed educando, forza creativa esemplare, guida efficace al mondo dei valori8.

L’ amorevolezza è "amore dimostrato"9, perciò amore affettivo ed effettivo, attestato dai fatti, percepibile e "percepito". Nella lettera ai salesiani di Valdocco del 10 maggio 1884, don Lemoyne interpretava felicemente le idee di don Bosco. L’ amore è il fondamento. "Ma ciò non basta". Manca qualcosa educativamente decisivo: "Che i giovani non solo siano amati, ma che essi stessi conoscano di essere amati". Non è ancora sufficiente. Questa conoscenza sarà finalmente persuasiva, se si sentiranno "amati in quelle cose che loro piacciono col partecipare alle loro inclinazioni": saranno allora disponibili a condividere con amore ciò che l’ educatore propone, la disciplina, lo studio, in una parola "i doveri"10.

  1. L’ amorevolezza termine dai molti significati

Nel lessico italiano, familiare a don Bosco, la parola amorevolezza non si identifica con amore, né indica la virtù teologale della carità, appartenente al mondo della rivelazione cristiana. Il termine indica piuttosto un grappolo di piccole virtù relazionali o atteggiamenti o comportamenti tra persone, che si dimostrano in parole, gesti, aiuti, doni, sentimenti di amore, di grazia e di cordiale disponibilità. È affetto, benevolenza, benignità, sollecitudine di padri e madri, anche spirituali, verso i figli; di uomini e donne reciprocamente: coniugi, fidanzati, amanti, amici; di protettori verso i protetti, benefattori verso i beneficati, con "amorevolezze"; e simili.

Nel linguaggio religioso, l’ "amorevolezza", indica il visibile amore misericordioso e accogliente umano-divino di Cristo.

Nell’ uso del termine don Bosco assume, di fatto, più significati del lessico corrente. Esplicitamente o con sinonimi egli lo intende e propone in chiave formalmente pedagogica cristiana, entro il quadro della sua mentalità e stile ispirati ad amore assistenziale-educativo, che è indissolubilmente affettivo e effettivo. L’ educatore, "colle parole, e più ancora coi fatti, farà conoscere che le sue sollecitudini sono dirette esclusivamente al vantaggio spirituale e temporale de’ suoi allievi"; "nell’ assistenza poche parole, molti fatti"11.

Amorevolezza indica in don Bosco "un complesso codice di simboli, segni, comportamenti". È "il tratto mediante il quale si manifesta la propria simpatia, il proprio affetto, la comprensione e compassione, la compartecipazione alla vita altrui"12.

Egli ne riassumeva la ricchezza di significati nella reinterpretazione matura della lezione da lui fatta risalire al sogno dei nove anni: "Non colle percosse ma colla mansuetudine e colla carità dovrai guadagnare questi tuoi amici"13.

Intorno al tema dell’ amorevolezza s’intrecciano, anzitutto, le "variazioni" dello scritto sul sistema preventivo. Si parla di direttori e assistenti "che come padri amorosi parlino, servano di guida ad ogni evenienza, diano consigli ed amorevolmente correggano". "Il sistema Preventivo rende amico l’allievo", "rende affezionato l’allievo in modo che l’educatore potrà tuttora parlare col linguaggio del cuore sia in tempo dell’educazione, sia dopo di essa. L’educatore, guadagnato il cuore del suo protetto, potrà esercitare sopra di lui un grande impero". Per questo "ogni sera dopo le ordinarie preghiere, e prima che gli allievi vadano a riposo, il Direttore, o chi per esso, indirizzi alcune affettuose parole in pubblico". Gli esiti corrisponderanno alle premesse: "L’allievo sarà sempre amico dell’ educatore e ricorderà ognor con piacere la direzione avuta, considerando tuttora quali padri e fratelli i suoi maestri e gli altri superiori"14.

Ma prima e poi il termine è presente nelle più significative situazioni: l’ incontro15, il perdono16, la confessione17, la relazione educativa18, il "sistema"19, la didattica20, la pastorale21, la convivenza "familiare"22.

Al termine "amorevolezza" sono contigui altri che ne denotano la valenza affettiva ed effettiva e la manifestazione: amore dichiarato23cuorebenevolenza24affezione25dolcezzapazienza26.

  1. Religione e carità, ragione e amicizia, fondamenti dell’ amorevolezza

Le "piccole virtù" che cadono sotto il termine amorevolezza - far conoscere che si ama, condividere sinceramente le inclinazioni dei giovani - assumono dignità e consistenza, morale e pedagogica, grazie alle "grandi virtù" che ne sono il fondamento e l’ animano. Con queste viene, pure, superato l’ intimismo del semplice rapporto duale, garantendo al sistema l’ indissolubile caratteristica di socialità e universalità già a livello formalmente pedagogico.

Emergono su tutte la virtù teologale della carità e la virtù morale della giustizia, dell’ alterità, radici di ogni forma di "amicizia" e dell’ autentica "pietas".

Il sistema suppone, anzitutto, un educatore umanamente equilibrato e integrato: quindi, capace di generosa disponibilità alla socialità, sensibile ai bisogni degli altri e ai problemi della vita associata a tutti i livelli, locale e planetario; quindi, estremamente "relazionale", in modo privilegiato nei confronti dei giovani, soprattutto se "poveri e abbandonati". Uomo di grande controllo interiore ed esteriore, "temperante" e "prudente", egli ama il contatto partecipe con i bisogni giovanili e sa saggiamente promuovere la solidarietà di collaboratori, sostenitori, benefattori.

L’ amorevolezza, nelle varie accezioni, suppone e richiede l’apporto della ragione, che comporta intelligenzavolontà di capiretatto"ragionevolezza". Essa si traduce in adattamento alle esigenze sia dei giovani che del mondo "patrio", nazionale, soprannazionale, ecclesiale, nel quale essi apprendono quotidianamente l’ inserimento operativo.

Essa dà la capacità di risvegliare il loro ragionevole consenso. "Lasciati guidar sempre dalla ragione, e non dalla passione", suggeriva a un assistente27. Grazie al sistema dell’ amore l’ allievo "mai si adira per la correzione fatta o pel castigo minacciato oppure inflitto, perché in esso vi è sempre un avviso amichevole e preventivo che lo ragiona, e per lo più riesce a guadagnare il cuore, cosicché l’allievo conosce la necessità del castigo e quasi lo desidera". Questi, d’ altra parte, avrebbe evitato un fallo "se una voce amica l’avesse ammonito". In conclusione, "il sistema preventivo rende amico l’ allievo, che nell’ assistente ravvisa un benefattore che lo avvisa, vuol farlo buono, liberarlo dai dispiaceri, dai castighi, dal disonore"28.

Generatori di esseri ragionevoli, gli educatori non saranno né "maneschi" (della "tribù di Manasse", come diceva per scherzo, giocando sull’equivalenza dialettale "manasse" = manacce, manone), né sentimentali vischiosi. Soprattutto diranno con chiarezza ciò che vogliono dai ragazzi, evitando sovrastrutture macchinose, appellandosi soltanto a ciò che è essenziale e funzionale al loro pieno sviluppo personale e sociale29.

In regime cristiano, infine, l’ intero sistema dell’ "amorevolezza" è fondato sulla carità, sollecitata dalla fede, insieme ad essa, dono e grazia. È un’evidenza nella coscienza di don Bosco credente e prete. Lo confessa francamente in una lettera indirizzata, il 20 gennaio 1874, agli allievi artigiani di Torino-Valdocco.

"Essendo gli artigiani come la pupilla dell’occhio mio, (...) così credo farvi piacere soddisfacendo al mio cuore con una lettera. Che io vi porti molta affezione non occorre che ve lo dica, ve ne ho date chiare prove. Che poi voi mi vogliate bene, non ho bisogno che lo diciate, perché me lo avete costantemente dimostrato. Ma questa nostra reciproca affezione sopra quale cosa è fondata? Sopra la borsa? Non sopra la mia, perché la spendo per voi; non sopra la vostra, perché, non offendetevi, non ne avete. Dunque la mia affezione è fondata sul desiderio che ho di salvare le vostre anime, che furono tutte redente dal sangue prezioso di G. C., e voi mi amate perché cerco di condurvi per la strada della salvezza eterna. Dunque il bene delle anime nostre è il fondamento della nostra affezione"30.

Un’ altra lettera ai superiori e agli alunni di Lanzo mette in miglior evidenza l’ intimo nesso tra le due realtà, umana e teologale, il frutto e la pianta.

"Quando io fui a Lanzo, mi avete incantato colla vostra benevolenza ed amorevolezza, mi avete legate le facoltà della mente colla vostra pietà; mi rimaneva ancora questo povero cuore, di cui già mi avevate rubati gli affetti per intero. Ora la vostra lettera segnata da 200 mani amiche e carissime hanno preso possesso di tutto questo cuore, cui nulla più è rimasto, se non un vivo desiderio di amarvi nel Signore, di farvi del bene, salvare l’anima di tutti"31.

Effettivamente, l’amorevolezza in tutte le sue forme, strutturata grazie alla pienezza e maturità dell’ affettività umana e alla lucidità razionale dell’amicizia, sorretta e alimentata dalla virtù infusa della carità, per il raggiungimento del fine ultimo, la "salvezza delle anime", mette in opera i più svariati ritrovati umani e divini. Incessantemente creativa, è inesauribile nella beneficenza - "fare il bene" -, traduzione operativa della benevolenza - "voler bene"-. Carità fraterna in atto in favore dei più piccoli e deboli, in comunione di vita con Dio sospinge ad amare, volere e fare ciò che Dio ama, in totale partecipazione al "sentire di Cristo"32. Si ama Dio senza misura, si amano i fratelli con le misure suggerite dalla ragione e dalla sapienza, umana e divina.

  1. La ricchezza educativa dell’ "amorevolezza"

Le diverse espressioni dell’ amorevolezza sono segno di "sovrabbondanza". Essa assume diverse sfaccettature in rapporto alla varietà delle situazioni di povertà e abbandono a cui risponde l’esuberanza di qualità umane e divine dell’ educatore nei suoi diversi ruoli: "padre, fratello, amico", ed inoltre, benefattore, maestro, sostentatore. Questo fu don Bosco. Il sistema preventivo si muove in questo orizzonte.

"Effetto" interiore della carità, certamente afferente all’ "amorevolezza" verso i giovani "poveri e abbandonati", è il sentimento della misericordia. Alla radice di essa sta la pena per i mali e le sventure dei giovani fratelli, incontrati nel carcere o visti scorazzare allo sbaraglio per le vie della città. La pena diventa compassione e pietà; regolata dalla ragione morale, essa è virtù naturale, ispirata al motivo che ha Dio stesso di essere misericordioso, è misericordia teologale scaturita dalla carità. È compassione, anzitutto, per il pericolo che i "poveri e abbandonati" corrono di essere privi di Dio, lontani da lui, dalla salvezza, ma anche per i mali temporali che li assediano: l’ ignoranza, la solitudine, l’ ozio, la corruzione. La misericordia vede il prossimo sotto l’ aspetto dei bisogni che chiedono di essere soccorsi. Il misericordioso è cooperatore di Dio, rappresentante della sua bontà.

L’amorevolezza, di cuore, parole e fatti, diventa, per umano e divino impulso, beneficenza, la messa in opera della misericordia. Essa si manifesta nelle "beneficenze", in quelle che l’ antica tradizione lessicale italiana chiamava "amorevolezze"33.

Vi si connette quell’ amore, che si dimostra con "poche parole" e "molti fatti", con quelle opere di "misericordia spirituale e corporale", che don Bosco aveva ben appreso dal catechismo e dal suo mondo familiare e religioso. L’opera assistenziale ed educativa del "sistema preventivo" è una grandiosa organizzazione di ricerca, raccolta e ridistribuzione di elemosine, pane, scuola, apprendistato.

È, insieme, più interiore e rispettosa "opera di misericordia spirituale". Più importante di tutte fu sempre considerata, in base al vangelo34, la correzione fraterna. Essa, lo si vedrà nel capitolo 17, è una delle espressioni più caratteristiche dell’ educazione "preventiva". È suo compito, infatti, ritrarre dalle imperfezioni dell’ età e dai pregiudizi, proporre nuove e migliori idee, indurre a condotte più corrette e feconde per il tempo e per l’ eternità.

"Elemosina" materiale e spirituale, educazione e rieducazione, rispondono ad un’ acuta sensibilità al cospetto delle più svariate forme di povertà, le miserie del corpo e dello spirito, con la sollecitudine di farvi fronte, con amore e "amorevolezza": procurare cibo, vestito, alloggio, istruzione; avvisare, consigliare, correggere, consolare, dirigere.

Vi si aggiungono altre sfaccettature, per le quali il legame educativo è vissuto come esigenza profondamente morale: la pietà e l’affabilità.

La pietà ha un’estensione quasi illimitata, a partire dai "padri", i genitori, e dalla "patria" fino a raggiungere tutti quelli che sono uniti con i vincoli del sangue e dell’ "amicizia" sociale: e tra essi i figli rispetto ai genitori e alla parentela. Per la "pietà", non considerata soltanto nel suo termine altissimo, Dio, i figli carnali o adottivi onorano il padre e i discepoli i maestri e gli educatori, mentre questi soccorrono alle necessità e alle domande dei figli e degli allievi, nell’immediato e per il futuro, diventando effettivamente padri "amorevoli", fratelli e amici, dei loro beneficati.

L’affabilità germina su un grande fondo di umanità, di sociabilità, di bontà naturale, oltre che di carità teologale, arricchendo la "giustizia" di una spiccata nota di amabilità, di cortesia, di finezza. È quella forma più semplice di amicizia, che ha una qualche affinità con la grande amicizia che è "carità" e stabilisce ordine, spontaneità e grazia tra coloro che godono nello stare insieme. Essa rispecchia, forse meglio delle altre, il "volto" dell’ "amorevolezza", di cui scrive e parla don Bosco: fa sì che nei fatti e colle parole si crei simpatica sintonia tra le reciproche attese nella quotidiana convivialità. Con "parole" e "fatti", secondo don Bosco, essa dà l’ ultimo tocco all’ "amore dimostrato".

È insistente e ripetuto l’appello al cuore, all’amore reso visibile in opere e "segni", testimonianza effettivamente educativa. "Raccomanda a tutti i nostri di dirigere i loro sforzi a due punti cardinali: Farsi amare e non farsi temere"35. "Si vis amari, esto amabilis"36. "Per riuscir bene coi giovanetti, fatevi un grande studio di usare con essi belle maniere; fatevi amare e non temere"37

Con l’ amorevolezza si toccano corde e suscitano vibrazioni che coinvolgono l’intera personalità dei destinatari, giovani e adulti, resi sensibili all’intera gamma degli "interessi" vitali, materiali e spirituali. "Guadagnare il cuore" non significa aver raggiunto soltanto il loro mondo emotivo; e la loro risposta non è solo "affezione", ma anche riconoscenza, stima, rispetto, desiderio di corrispondenza, impegno, collaborazione.

La considerazione si ricollega con il senso che don Bosco assegnava al "cuore" "in un contesto propriamente religioso e teologico" e con l’interpretazione data alle tipiche espressioni "parlare il linguaggio del cuore" e, quindi, "guadagnare il cuore dell’allievo": ossia risvegliarne tutte le potenzialità personali, volontà, mente, braccio, operosità38.

  1. La conversione dell’amorevolezza nello "spirito salesiano"

Negli ultimi anni, per le relazioni tra salesiani religiosi e educatori tra loro, con i giovani, con tutti, l’amorevolezza è intesa e formulata da don Bosco in relazione al pensiero del "dottore della carità", san Francesco di Sales. Essa finisce con l’ essere inglobata nello "spirito di carità e di dolcezza di S. Francesco di Sales", "vero spirito di dolcezza e di carità"39.

Nel 1880 don Bosco riassumeva in questa espressione lo spirito della congregazione, dell’ intero suo essere e operare, soprattutto educativo-preventivo, emerso dal secondo capitolo generale: "La nostra pazienza, carità, e mansuetudine rifulgano nelle parole e nelle opere in modo che si adempiano in noi le parole di Cristo: Voi siete il sale della terra, voi siete la luce del mondo"40. I due termini "sal" e "lux" entravano in composizione per produrre la denominazione "salesiano": "Non dimenticare che siamo Salesiani. Sal et lux. Sale della dolcezza, della pazienza, della carità. Luce in tutte le azioni esterne, ut omnes videant opera nostra bona et glorificent Patrem nostrum qui in coelis est"41. "Carità, pazienza, dolcezza, non mai rimproveri umilianti, non mai castighi, far del bene a chi si può, del male a nissuno"42. "La dolcezza nel parlare, nell’operare, nell’avvisare guadagna tutto e tutti"43. "Insisti sulla carità e dolcezza di S. Francesco di Sales che noi dobbiamo imitare"44. A madre Caterina Daghero, eletta Superiora generale delle Figlie di Maria Ausiliatrice, il 12 agosto 1882, faceva il dono di una scatola di amaretti con un biglietto augurale: "Eccovi alcuni confetti da distribuire alle vostre figlie. Ritenete per voi la dolcezza da praticarsi sempre e con tutti; ma state sempre pronta a ricevere gli amaretti, o meglio i bocconi amari, quando a Dio piacesse di mandarvene"45.

L’amorevolezza, nella sua più pregnante realtà, finiva coll’ identificarsi con lo "spirito salesiano", con esplicite ascendenze a san Francesco di Sales e alla sua teologia dell’ amore, riplasmate dalle intenzioni, attività, sogni, proposte, in una parola, dallo "stile di vita e di azione" di don Bosco.

  1. Dall’ assistenza vitale all’ assistenza educativa

Pur non costituendo oggetto specifico della presente analisi, l’ assistenza, prima che "pedagogica", è, nell’ esperienza concreta del sistema preventivo di don Bosco, aiuto benefico ai giovani "poveri e abbandonati". Il provvedere ai bisogni, anzitutto, materiali ha segnato l’ inizio dell’ interesse dell’ educatore subalpino per i giovani, assillandolo sino alla fine dei suoi giorni. La "salvezza" dei giovani, religiosa, morale, culturale, è stata, soprattutto per le istituzioni più povere - gli ospizi, gli orfanotrofi, gli oratori di quartieri degradati delle città - sempre preceduta e accompagnata dall’ impegno per assicurare i mezzi di "sussistenza", casa, vitto, vestito, attrezzature per scuole e laboratori.

Le due "dimensioni" sociale-umanitaria e pedagogica - educativa e rieducativa - morale e religiosa, sono state costantemente attuate e pensate interconnesse. D’ altra parte, nella mentalità cattolica la "delinquenza" reale o potenziale era associata alla mancanza del fondamento religioso. La disaffezione religiosa, la deficiente pratica cristiana era considerata insieme causa e sintomo di una certa corruzione morale e dell’inevitabile pericolosità sociale. Soccorso materiale e azione educativa finivano, necessariamente, con l’integrarsi. Don Bosco lo mette in evidenza in lettere, circolari, appelli, "sermons de charité" e lo attua con le sue opere. Il sistema preventivo è, insieme, sistema benefico, assistenziale, sociale, e sistema di educazione morale e religiosa46.

L’ assistenza ha, poi, una funzione metodologica capitale nell’azione educativa, tanto che nel sistema preventivo, in quanto tale, educatore e assistente si identificano.

È, perciò, evidente, che l’ assistenza praticata e proposta da don Bosco non è da intendersi soltanto entro la prospettiva offerta nelle pagine del 1877 e in documenti riferiti ad ambienti fortemente strutturati quali i "collegi" e gli ospizi, che avevano lo scopo di gestire per lunghi periodi l’ intera vita dei giovani. L’ esperienza, gli scritti, i discorsi di don Bosco inducono ad intenderla in un significato più vasto e flessibile, come avviene, ad esempio, nelle scuole per esterni, negli oratori, nei luoghi della pastorale, nella stessa attività pubblicistica, editoriale e libraria.

Sul piano del comportamento tale ispirazione di fondo porta ad alcune immediate conseguenze, che coinvolgono l’intera esistenza dell’ operatore preventivo, dovunque si svolga. Alcuni testi ne possono dare l’idea, anche se è più significativo il riferimento all’esperienza vissuta e voluta "sistematicamente" da don Bosco. È fondamentale quanto egli fissa in quella che si può considerare una "definizione" del "sistema preventivo" contenuta nelle pagine del 1877: direttori e assistenti sono sempre tra gli allievi, parlano, guidano, consigliano, correggono47.

L’ assistenza non è poliziesca né fiscale, ma "presenza" amichevole, promozionale, animatrice all’intera vita del soggetto, a cui si intende porgere aiuto. Essa è visivamente realizzata in forme estremamente differenti nell’oratorio, nell’internato, nella scuola, nel gruppo, nel lavoro. "Il Superiore [= educatore] sia tutto a tutti, pronto ad ascoltare sempre ogni dubbio o lamentanza dei giovani, tutto occhio per sorvegliare paternamente la loro condotta, tutto cuore per cercare il bene spirituale e temporale di coloro che la Provvidenza gli ha affidati"48.

Certamente nell’idea e nella pratica del sistema di don Bosco l’assistenza comporta un essenziale aspetto di sorveglianza così come il concetto di preventivo include un previo aspetto di difesa, prevenzione, protezione e relativo isolamento, quando possibile. Esso è particolarmente sensibile nel collegio-internato, dove viene introdotta la pratica secolare della periodica lettura dei Regolamenti, informatrice e premonitrice per ragazzi vivaci e "mobili" piuttosto che cattivi. Al direttore di un collegio-piccolo seminario, don Rua, scriveva nel 1863: "Raduna qualche volta i Maestri, gli Assistenti, i Capi di Dormitorio e a tutti dirai che si sforzino per impedire i cattivi discorsi, allontanare ogni libro, scritto, immagini, pitture (hic scientia est) e qualsiasi cosa che metta in pericolo la regina delle virtù, la purità. Diano consigli, usino carità con tutti"49.

È impossibile non pensare a influssi di idee teologiche rigoriste o vicine al giansenismo sulle conseguenze del peccato originale e di convinzioni conformi, circa la fragilità psicologica e morale giovanile. Il giovane proclive al male, vulnerabile, minacciato dai cattivi compagni, esposto agli scandali, "pericolante", non poteva salvarsi che con l’ assistenza assidua, protettiva, sollecita, degli educatori50.

Ma è, soprattutto, chiara, insistita, l’ idea di un’ assistenza tesa alla promozione e all’ animazione. L’ educatore, sempre presente, partecipa totalmente alla vita degli allievi, ascolta, interviene, sollecita interessi, accoglie iniziative, ispira attività. Come si è visto, il sistema preventivo lo richiede fin dalla sua "definizione", rendendolo autenticamente "educativo"51.

Il "mettere gli allievi nella impossibilità di commettere mancanze", che segue nel testo, non è, certamente, da intendere quale "impossibilità materiale di peccare"52. In questo senso, l’ininterrotta presenza, visiva o psicologica, di don Bosco tra i giovani e di essi a lui è, non retoricamente, la migliore e più tipica rappresentazione del concetto pedagogico dell’assistenza preventiva53. Ancora una volta e soprattutto in questo punto nevralgico il sistema è affidato alla persona dell’educatore. Equilibrio, tatto, tratto umano, affezione paterna e fraterna, vivacità, il sapersi mettere alla pari da amico ed altri ancora sono elementi indispensabili ad un’attuazione corretta e valida.


NOTE

1 Il sistema preventivo (1877), p. 46, OE XXVIII 424.

2 Il sistema preventivo (1877), p. 52, OE XXVIII 430.

3 Circolare, già citata, del 5 febbr. 1874, E II 347.

4 Il sistema preventivo (1877), pp. 46, 60, OE XXVIII 424, 438.

5 V. G. Galati, San Giovanni Bosco. Il sistema educativo. Milano-Varese. Istituto Editoriale Cisalpino 1943, p. 152.

6 A. Auffray, La pedagogia di S. Giovanni Bosco. Torino, SEI 1942, pp. 83-84.

7 G. Bosco, Il metodo preventivo. Con testimonianze e altri scritti educativi inediti. Introduzione e note di Mario Casotti. Brescia, La Scuola 1958, pp. 49-59.

8 N. Endres, Don Bosco Erzieher und Psychologe. München, Don Bosco-Verlag 1961, pp. 72-97.

9 P. Stella, Don Bosco nella storia della religiosità cattolica, vol. II, pp. 461-462, 471-472.

10 P. Braido, Due lettere datate da Roma…, in P. Braido (Ed.), Don Bosco educatore…, pp. 364-365, 368-369, 381-382.

I testi ricavati dalla redazione definitiva (pp. 381-382), lontana dal maggio romano, sono identici a quelli già presenti nei due manoscritti preparatori, stesi nella capitale tra fine aprile e inizio maggio 1884.

11 Regolamento per le case...Articoli generali, art. 2 e 3, p. 15, OE XXIX 111.

12 P. Stella, Don Bosco e le trasformazioni sociali e religiose del suo tempo, nel vol. La famiglia salesiana riflette sulla sua vocazione nella Chiesa di oggi. Torino-Leumann, Elle Di Ci 1973, p. 162.

13 MO (1991) 35.

14 Il sistema preventivo (1877), p. 46, 50, 56, 60, OE XXVIII 424, 428, 434, 438.

15 Scrivendo del giovane in via di essere scacciato dalla sacrestia di san Francesco di Assisi don Bosco dice: "L’ altro si approssimò tremante e lagrimante per le busse ricevute. Hai già udita la messa? gli dissi colla amorevolezza a me possibile": MO (1991) 121.

16 Esercizio di divozione alla misericordia di Dio. Torino, tip. Eredi Botta 1846/1847, p. 75, OE II 145.

17 G. Bosco, Cenno biografico sul giovanetto Magone Michele..., p. 27, OE XIII 181.

18 G. Barberis, Cronaca, quad. 14 bis, conferenza ai direttori, 4 febbr. 1876, p. 45.

19 Lett. al principe Gabrielli, giugno 1879, E III 482. Rievocando la sosta a Marsiglia presso i Fratelli delle Scuole Cristiane nel marzo 1877, don Bosco raccontava a don Barberis quanto aveva risposto ai Fratelli che chiedevano come facesse per attirarsi "la benevolenza e la simpatia di tutti": "Io spiegai loro un po’ del nostro sistema preventivo, dell’ amorevolezza ecc. mentre generalmente nei collegi si usa solo il sistema repressivo, i superiori serii, burberi" (G. Barberis, Cronichetta, quad. 11, p. 69).

20 Lett. a don Giuseppe Bertello, 9 aprile 1875, E II 471.

21 Cfr. per esempio, discorso a ex-alunni sacerdoti, BS 4 (1880) n. 9, sett., p. 11.

22 Lett. al vescovo di Biella, 4 marzo 1852, Em I 156; G. Bosco, La forza della buona educazione..., p. 74, OE VI 348; lett. agli alunni di Lanzo, 3 genn. 1876, E III 5.

23 Ad esempio, in lettere a educatori e giovani, E III 6, 53, 128 (1876), 447 (1879); IV 138 (1882).

24 E III 379 e 425 (1878), 525 (1879), 550 e 641 (1880).

25 Cfr. per esempio E II 328-329, 329-330, 331, 339, 343, 359, 361-362, 377, 378, 379 (1874); E III 5, 9, 42, 64 (1876); 380 (1878); IV 9, 35, 40, 55, 59 (1881), 248-249 (1883), 283 (1884).

26 F. X. Eggersdorfer, Jugenderziehung (München, Kösel 1962), la interpreta come "benevolenza affettiva" (pp. 239-241). Sull’ amorevolezza, cfr. R. Zavalloni, Educarsi alla responsabilità. Milano, Edizioni Paoline 1986, pp. 95-105,Significato di una pedagogia dell’ amorevolezza; X. Thévenot, Don Bosco éducateur et le "système préventif", nel vol. Éducation et pédagogie chez Don Bosco. Colloque interuniversitaire, Lyon, 4-7 avril 1988. Paris, Éditions Fleurus 1989, pp. 95-133, La place de l’amorevolezza et de l’ amour, pp. 116-124; Id., L’affectivité en l’ éducation, Ibid., pp. 233-254.

27 MB X 1023.

28 Il sistema preventivo (1877), p. 48 e 50, OE XXVIII 426 e 428. Le sottolineature sono nostre.

29 Metodo dell’ amore, il sistema preventivo potrebbe a ugual titolo definirsi metodo della ragione e della persuasione: cfr. Minimus, Metodo della ragione, in "Salesianum" 9 (1947) 273-277; M. Pellerey, Il metodo della ragione, in "Orientamenti Pedagogici" 35 (1988) 383-396.

30 Lettera da Roma agli artigiani dell’Oratorio di Valdocco, 20 gennaio 1874, E II 339.

31 Lett. del 3 genn. 1876, E III 5.

32 Gv 13, 14-15 e Gal 2, 20.

33 Il termine è usato frequentemente da suor Celeste, la figlia maggiore di Galileo Galilei, quando nelle sue lettere ringrazia il padre delle sue "amorevolezze", i doni da lui fatti al monastero, per l’ "amorevolezza" che egli nutre per la figlia (Cfr. M. C. Galilei, Lettere al padre, a cura di Giuliana Morandini. Torino, Edizioni La Rosa 1983).

34 Mt. 18, 15-17.

35 Lett. a mons. Giovanni Cagliero, 10 febbr. 1885, E IV 313.

36 MB X 1022.

37 MB XIV 513.

38 Cfr. P. Stella, Don Bosco nella storia della religiosità cattolica, vol. II, pp. 37-41.

39 G. Barberis, Verbali, quad. I, capitolo generale II, 4 settembre 1880, pp. 16-17.

40 Circolare ai salesiani del 29 novembre 1880, E III 638.

41 Lett. a don Costamagna, 31 genn. 1881, E IV 7.

42 Lett. a mons. Cagliero, 6 agosto 1885, E IV 328.

43 Lett. a don Costamagna, 10 agosto 1885, E IV 332.

44 Lett. a don Lasagna, 30 settembre 1885, E IV 340.

45 E IV 76.

46 Cfr. P. Braido, "Poveri e abbandonati, pericolanti e pericolosi": pedagogia, assistenza, socialità nell’ "esperienza preventiva" di don Bosco, in "Annali di storia dell’ educazione e delle istituzioni scolastiche" 3 (1996) 183-236.

47 Il sistema preventivo (1877), p. 46, OE XXVIII 424.

48 Due lettere datate da Roma…, in P. Braido (Ed.), Don Bosco educatore..., p. 386.

49 F. Motto, I "Ricordi confidenziali ai direttori"..., p. 153.

50 Un esempio di interpretazione severa dell’ assistenza è offerto dal breve saggio di Minimus, Metodo della vigilanza, in "Salesianum" 9 (1947) 122-128. Sono numerosi gli avvertimenti, pubblici e privati, sul pericolo, soprattutto in internato, di "giovani già guasti", su "disordini" incombenti o consumati: cfr. P. Braido, Il sistema preventivo di don Bosco. Zürich, PAS-Verlag 1964, pp. 208-210.

51 Il sistema preventivo (1877), p. 46, OE XXVIII 424.

52 A. Auffray, La pedagogia di S. Giovanni Bosco, p. 44.

53 Una felice sintesi del "prevenire" e dell’ "assistere" inteso quale "convivere tra i giovani" è fatta da H. Henz, Lehrbuch der systematischen Pädagogik, pp. 230-232.

Una buona analisi dell’ assistenza come presenza di promozione e di animazione è condotta da G. Dho, L’assistenza come "presenza" e rapporto personale, nel vol. Il sistema educativo di don Bosco tra pedagogia antica e nuova. Leumann-Torino, LDC 1974, pp. 104-125; e da F. Wöss, Salesianische Assistenz: der Erzieher als Animator. Köln, Kölner Kreis 1976, 31 p.