Capitolo 15

La "famiglia" educativa

Pietro Braido


Il sistema preventivo, nella più ampia accezione, è disponibile a tutte le situazioni educative e rieducative. Non è stato praticato da don Bosco soltanto nelle sue istituzioni classiche: oratorio, ospizio, collegio, scuola, associazione, gruppo. Fu vissuto negli incontri individuali, fu presente anche nella sua attività pubblicistica. Fu stile di comportamento, seguito e proposto nella più vasta gamma di rapporti sociali, con soggetti di tutte le età e condizioni. Non solo nei Ricordi confidenziali ai direttori sono date regole che riguardano le relazioni Cogli Esterni e Ricordi per le varie situazioni sono riservati ai "missionari".

Il sistema preventivo è valido sia per l’ educazione dell’ un per uno, con rapporti fortemente personalizzati, sia per l’ educazione delle "moltitudini"1. Tuttavia, i più, raccolti in comunità, sono il "luogo" dove più nettamente si è cimentato e si è configurato il "sistema preventivo", risultando in larga misura "comunitario".

Di esso, sotto questo profilo, si occupa il presente capitolo.

  1. Il paradigma della famiglia

Il sistema preventivo di don Bosco ha preso forma prevalentemente in comunità giovanili di grandi dimensioni: oratori, ospizi, collegi, scuole. Esso è, quindi, primariamente programma di una pedagogia d’ ambiente2.

Nonostante questo, nella prassi e nella mente di don Bosco, esso prevede con altrettanta nettezza che qualsiasi istituzione educativa si modelli sulla forma della famiglia, sia pure con differenti tonalità secondo i diversi ambienti. "L’ Oratorio di don Bosco - scrive uno studioso - aveva ad essere una Casa, cioè una famiglia, e non voleva essere un Collegio"3. "Le Vite scritte - ribadisce lo stesso autore - continuano così a creare nei giovani lettori, a cui sono dedicate e destinate, quell’ efficacia dell’ esempio che, a volta a volta, formava quel che si dice l’ ambiente, il clima, l’ atmosfera, ond’ erano circondati ai tempi suoi i giovanetti accolti nella sua Casa a formare la grande famiglia"4.

Lo richiedeva l’ essenza del sistema in quanto preventivo, fondato sulla triade ragione, religione, amorevolezza. Non c’ è amorevolezza - che polarizza metodologicamente ragione e religione -, se non si crea un ambiente sereno ed esemplare, un clima di famiglia, che automaticamente comporta anche nella struttura una qualche somiglianza con essa. Soltanto in una struttura del genere sembrava potessero fiorire la confidenza tra alunni e "superiori", non più tali ma "padri" e "fratelli", l’ affettuosa condivisione di vita tra i giovani, fraterni amici, infine, la solidarietà tra tutti5.

A questa scelta sospingevano don Bosco ragioni psicologiche, la sua stessa esperienza familiare; convinzioni religiose con l’ immagine dei credenti quale grande famiglia dei figli di Dio; dati sociologici con lo scenario di un ambiente urbano, dove tanti giovani vivevano lontani dalla famiglia, estranei a un mondo incomprensibile per stili di vita e linguaggi, in concreto, "senza famiglia".

Al paradigma della famiglia si uniforma la stessa codificazione della prassi, affidata da don Bosco a parole e scritti. A qualsiasi comunità giovanile egli intendeva applicare quanto in primo luogo chiedeva ai giovani della comunità numerosa da lui diretta e animata, l’ Oratorio di Torino-Valdocco. Ne faceva norma per tutte le "case". Venivano, anzitutto, le relazioni con i "superiori", gli educatori: "Ubbidite a coloro che vi sono proposti [preposti?] per vostra guida, e vostra direzione, e siate loro sottomessi: perché essi dovranno rendere conto a Dio delle vostre anime"; "aprite loro liberamente il vostro cuore considerando in essi un padre, che desidera ardentemente la vostra felicità"6. Vi erano associate le relazioni reciproche tra giovani: "Onorate ed amate i vostri compagni come altrettanti fratelli, e studiate di edificarvi gli uni gli altri col buon esempio"; "amatevi tutti scambievolmente, come dice il Signore, ma guardatevi dallo scandalo"7.

In un sermoncino serale del giugno 1864 esortava: "Una cosa mi preme raccomandarvi ed è questa che guardiate di amarvi a vicenda e che non disprezziate nessuno. Non disprezziate, epperciò accogliate tutti nella vostra compagnia, facciate a tutti parte volentieri dei vostri trastulli. Via perciò certe antipatie verso qualche compagno di cui non si sa quasi rendere ragione"; "fare buone accoglienze a tutti, ed usare cortesia con tutti, ad eccezione di coloro che fanno cattivi discorsi"8.

Altra volta enunciava ai giovani un programma lapidario: "Pensare [a] Dio, parlare di Dio, operare per Dio. Pensare bene del prossimo, parlarne bene, fargli del bene. Non pensare male del prossimo, non parlarne male, non fargli male"9.

  1. Stile di famiglia

Dell’importanza dell’ambiente familiare don Bosco sembra quasi voler abbozzare una teoria in un sermoncino serale del gennaio 1864. Utilizzando l’immagine dell’alveare, egli esorta i giovani ad imitare le api in due cose: 1. obbediscono alla regina; 2. hanno il senso della solidarietà. In questo modo il microcosmo educativo diventava propedeutico al futuro macrocosmo sociale, in chiave solidaristica. "Desidero che impariate a far il miele come lo fanno le api. Sapete come fanno le api a produrre il miele? Con due cose principalmente. 1˚ Non lo fanno ciascuna da sola, ma sono sotto la direzione di una regina che obbediscono in ogni circostanza; e poi sono tutte insieme e si aiutano a vicenda. 2˚ La seconda cosa si è che vanno raccogliendo qua e là i succhi dei fiori: ma notate; non raccolgono già tutto quello che trovano, ma ora vanno su di un fiore, ora si posano su di un altro e da ciascheduno pigliano solamente ciò che serve a fare il miele". Il miele, dice don Bosco, venendo all’applicazione, è il bene compiuto da ognuno ed insieme "colla pietà, collo studio, e coll’allegria". L’"insieme" è garantito dall’ "obbedire alla regina, cioè alla regola ed ai superiori". "L’ essere molti insieme accresce l’allegria", "serve di incoraggiamento a sopportare le fatiche dello studio, serve di stimolo nel vedere il profitto degli altri; uno comunica all’altro, le proprie cognizioni le proprie idee e così uno impara dall’altro. L’ essere fra molti che fanno il bene ci anima senza avvedercene"10.

La medesima immagine divulgava un giornalista sul parigino Pèlerin, dopo un’ intervista a don Bosco nel maggio 1883, quando il piccolo ospizio iniziale del 1847 era diventato da lungo tempo un grande complesso con più di 800 ospiti: "Noi abbiamo veduto questo sistema in azione. A Torino gli studenti formano un grosso collegio, in cui non si conoscono file, ma da un luogo all’altro si va a mo’ di famiglia. Ogni gruppo circonda un insegnante, senza chiasso, senza irritazioni, senza contrasti. Abbiamo ammirato le facce serene di quei ragazzi, né ci potemmo trattener dall’esclamare: Qui c’è il dito di Dio"11.

L’immagine è leggermente forzata, così come lo è una certa descrizione offerta dal primo biografo. Comunque essa può riportarsi, più fedelmente, alle primi fasi dell’ ospizio di Torino-Valdocco12. Del resto, lo stesso biografo aveva già accennato a moderate progressive regolamentazioni: "I giovani in que’ tempi memorabili godevano moltissima libertà, essendo come in famiglia. Ma di mano in mano che sorgeva un bisogno o nasceva un disordine, D. Bosco gradatamente restringeva la libertà con qualche nuova regola opportuna [...]. Così ad una ad una, a varii intervalli, furono stabilite le norme disciplinari che ora formano il regolamento delle Case Salesiane"13.

In una grande famiglia "collegiale" è ovvio sia presente in forma crescente una reale tensione tra il fondamentale clima della spontaneità dei rapporti paterni, "filiali", fraterni, e le inevitabili esigenze di ordine e disciplina. Si trova felicemente rispecchiata in un sermoncino del principio dell’ anno scolastico 1863-1864: "Io non voglio che mi consideriate tanto come vostro Superiore quanto vostro amico. Perciò non abbiate nessun timore di me, nessuna paura, ma invece molta confidenza, che è quella che io desidero, che vi domando, come mi aspetto da veri amici (...) Formiamo tutti un solo cuore! io son qui pronto per aiutarvi in ogni circostanza. Voi abbiate buona volontà, siate schietti come io lo sono con voi"14.

È chiaro che lo "stile di famiglia" subisce accenti differenti secondo le esigenze "disciplinari" dei diversi contesti educativi. In concreto, la maggioranza delle indicazioni si riferisce al mondo di Valdocco, all’ oratorio per gli esterni nei primi anni, all’ ospizio in seguito, e, in questo, più spesso, alla sezione studenti.

Uno dei principali esiti del regime familiare è il superamento, non solo teorico, dell’ antinomia di autorità e consenso, due fattori ugualmente essenziali all’ educazione. L’ obbedienza nella casa è adesione a un ordine oggettivo, che coinvolge indistintamente i cosiddetti "superiori" e gli inferiori, garantendo una convivenza armonica e laboriosa. In realtà, i due differenti "ordini" non fanno problema quando tutti si sentono vincolati a una regola comune di vita.

Superata la tensione tra autorità e obbedienza nella comune adesione a una regola comune, è creata la condizione più adatta per trasformare il clima di famiglia in effettiva abituale "famigliarità". Essa è compito degli educatori in rapporto agli allievi, ma anche doveroso stile di convivenza degli alunni reciprocamente.

Agli educatori è rivolto in particolare il messaggio della lettera del 10 maggio 1884, come si è detto, redatta da don Lemoyne su ispirazione di don Bosco, portato a riandare con nostalgico pensiero al regime dell’ ospizio di Valdocco del primo quindicennio. "Il nostro amatissimo Padre non sa tenere discorso senza che rammenti i tempi eroici dell’ Oratorio", scrive don Lemoyne da Sampierdarena l’ 8 aprile 1884 a un salesiano di Torino15.

È richiamata coerentemente la "famigliarità", quale mezzo per abbattere la "barriera della diffidenza" eretta insensibilmente tra i giovani e i loro educatori, "considerati come Superiori e non più come padri, fratelli ed amici; quindi temuti e poco amati". Essa si dovrà manifestare nel momento di maggior spontaneità della convivenza comunitaria, la ricreazione: "Famigliarità coi giovani specialmente in ricreazione. Senza famigliarità non si dimostra l’ amore e senza questa dimostrazione non vi può essere confidenza. Chi vuole essere amato bisogna che faccia vedere che ama. Gesù Cristo si fece piccolo coi piccoli e portò le nostre infermità. Ecco il maestro della famigliarità"16. Non resta che rimettere "in vigore l’ antico sistema" della totale disponibilità - poiché ciò significa "famigliarità" nella massima estensione - degli educatori alle domande dei giovani17.

Questi, da parte loro, non mancheranno di rispondere con cordiale fiducia - come insiste la lettera a loro riservata e letta effettivamente a Valdocco da don Rua. "Se si vuol fare un cuor solo ed un’ anima sola", "bisogna che si rompa la fatale barriera della diffidenza e sottentri a questa la confidenza cordiale"18.

Il clima di autentica famigliarità favorirà anche la fraterna amicizia tra i giovani. Infatti, pur diffidente nei confronti delle "amicizie particolari", ambigue e torbide, che spesso ha denunciato lungo l’ intero arco del suo impegno educativo, don Bosco ha celebrato l’amicizia. Essa può essere spontaneo e potente fattore di crescita culturale e religiosa. Ne ha delineato un breve "trattato" vivente nel suo primo opuscolo stampato, la biografia dell’ amico Luigi Comollo19. Le biografie di Domenico Savio e Michele Magone20 ne approfondiscono i tratti in prospettiva formalmente "pedagogica"21. In quella di Domenico Savio vi sono dedicati due capitoli: il 17˚, Sue amicizie particolari. Sue relazioni col giovane Gavio Camillo, e il 18˚, Sue relazioni col giovane Massaglia Giovanni22.

Sono amicizie chiaramente fondate sulla tensione al bene, al perfezionamento spirituale, alla santità. È dal primo incontro col Gavio che il Savio precisava il tipo di santità predicato da don Bosco: "Sappi che noi qui facciamo consistere la santità nello star molto allegri"23. È evidentemente la gioia connessa allo stato di grazia, alla "virtù", all’ esatto "adempimento del dovere". Una più intima comunione spirituale si instaurava col Massaglia, vicino al Savio per luogo di origine, intenzione vocazionale e aspirazioni spirituali. "Vennero ambidue contemporaneamente nella casa dell’ Oratorio, erano confinanti di patria; avevano ambidue la stessa volontà di abbracciare lo stato ecclesiastico, con vero desiderio di farsi santi". Dopo gli esercizi spirituali di Pasqua il patto di amicizia si intensificava e precisava: "Terminati gli esercizi, Domenico disse al compagno: voglio che noi siamo veri amici; veri amici per le cose dell’ anima, perciò vorrei che d’ ora in avanti fossimo l’ uno monitore dell’ altro in tutto ciò che può contribuire al bene spirituale". "Da quel momento - annota il biografo - il Savio ed il Massaglia divennero veri amici, e la loro amicizia fu durevole, perché fondata sulla virtù; giacché andavano a gara coll ‘esempio e coi consigli per aiutarsi a fuggire il male, e praticare il bene"24. Più avanti don Bosco commentava: "Se volessi scrivere i bei tratti di virtù del giovane Massaglia, dovrei ripetere in gran parte le cose dette del Savio, di cui fu fedele seguace finché visse"25.

  1. Struttura familiare: il direttore e i collaboratori

Lo stile della famiglia diventa metodologicamente struttura, cioè definita organizzazione di rapporti tra quanti la compongono: del direttore con i collaboratori e gli allievi; di questi nei confronti dei "superiori", educativamente padri, fratelli, amici.

3.1 Il direttore

Storicamente, checché ne sia di eventuali evoluzioni e reinterpretazioni, la "famiglia educativa" di don Bosco non è comunità assembleare né città dei ragazzi. Il suo paradigma è dato da una convivenza che si ispira, per le relazioni di autorità e di affetto, ad analoghi rapporti che esistono in una ideale famiglia naturale tra genitori e figli, tra fratelli e sorelle26.

Per questo di essa è riconosciuto da tutti capo il direttore, vero paterfamilias depositario di una indiscussa autorità, che si estende a tutte le attività dei collaboratori e degli allievi. A questi, ai "figliuoli", egli per primo, come padre, assicura pane materiale, cure fisiche, alimento intellettuale, sostentamento morale e religioso27.

Egli non è padre-padrone, né soltanto un superiore, il governante, ma padre\madre, forte e amorevole, con pienezza di responsabilità a tutti i livelli, fisico, intellettuale, scientifico, morale, religioso.

Documento classico, riservato al direttore, sono i Ricordi confidenziali, che dal 1863 in poi, progressivamente ampliati, ritoccati, accompagnano l’ intera vita di don Bosco fondatore. Si sa che essi sono sorti alla fine di ottobre 1863, semplicemente come lettera personale a don Rua, neo-direttore del primo collegio fuori Torino, a Mirabello Monferrato. Colla erezione di più collegi don Bosco, nel 1870, ampliava notevolmente il testo, facendo seguire negli anni successivi, fino al 1886, alcuni ritocchi. Dal 1870 venivano consegnati a ciascun direttore, raccolti in un fascicoletto dal titolo Ricordi confidenziali ai direttori, trasmessi fino ai nostri giorni quale espressione significativa dello spirito di don Bosco.

Il direttore vi appare la mente, il cuore, il centro operativo di ciascuna casa, che è insieme "religiosa" e istituto di educazione, con la compresenza della comunità degli educatori e la comunità degli allievi. I paragrafi, che compongono il documento, si riferiscono precisamente a un direttore, che è un "consacrato" e superiore di una comunità di "consacrati"; di consacrati che sono educatori e convivono con i giovani "educandi". Egli è ancora il responsabile e il rappresentante, di fronte alle autorità laiche ed ecclesiastiche, di un’ istituzione che opera sul duplice versante, civile e religioso. La molteplicità dei titoli del denso documento offre una precisa idea della pluralità delle funzioni: Con te stessoCoi MaestriCogli Assistenti e Capi di DormitorioCoi Coadiutori e colle persone di servizioCoi giovani allievi,Cogli EsterniCon quelli della SocietàNel Comandare28.

Viene proposta una gamma variegata di impegni, qualificati dal classico principio "studia di farti amare piuttosto che farti temere": il "piuttosto" era stato preceduto dalle varianti "prima di" e "se vuoi"29. Ritornano con insistenza le raccomandazioni di "essere sollecito", "parlare", "riunire", rendersi conto, controllare, impedire, "udire il parere". Particolarmente curata è la presenza tra "i giovani allievi".

Nella pratica e nella teoria, codificata poi nei Regolamentiper gli esterni e per le case, il direttore riassume in sé il nucleo della "pedagogia di comunità" di don Bosco. È vero che, nella concezione e prassi, è l’ ambiente educativo nella sua totalità, che va prioritariamente curato. Ed è pacifico che l’ambiente è creato da tutta la famiglia degli educatori e dei giovani. Tuttavia, colui che è chiamato a dare a quest’opera collettiva la forma, l’orientamento unitario e organico e, soprattutto, l’anima, lo "spirito" e traduce la pedagogia d’ambiente in pedagogia personale, pedagogia dell’un per uno, è il direttore. Egli è interamente dedicato a un’ azione prevalentemente educativa più che amministrativa e direttiva, sebbene a lui tutto debba far capo. "Al Direttore spetta l’ aver cura di tutto l’ andamento spirituale, scolastico e materiale"30. "Il Direttore è il Superiore principale, che è risponsabile di tutto quanto avviene nell’ Oratorio". "Egli deve precedere gli altri incaricati nella pietà, nella carità, e nella pazienza; mostrarsi costantemente amico, compagno, fratello di tutti, perciò sempre incoraggire ciascuno nell’ adempimento dei propri doveri in modo di preghiera, non mai di severo comando". "Egli deve essere come un padre in mezzo ai propri figli"31.

È evidente il concetto paterno e familiare, proprio di una pedagogia cristiana tradizionale, rinforzata da ulteriori elementi affettivi e organizzativi, ispirati ancora una volta alla triade "ragione, religione, amorevolezza".

La paternità amorevole del direttore, diffusa in tutta la giornata e nei più ampi spazi, trova espressioni tutto proprie, individuali e collettive.

Quelle individuali si riconducono alla confessione, alla direzione spirituale, alla cosiddetta "parolina all’orecchio".

È di grande rilevanza ciò che i Ricordi confidenziali stabiliscono circa il direttore confessore ordinario della comunità, religiosa ed educativa. Prima di diventare "norma" era stata prassi inaugurata da don Bosco stesso fin dagli inizi dell’ opera degli oratori. Egli, così sollecito nel procurare al giovane il pane materiale, non poteva pensare l’ educazione cristiana se non come "educazione di anime". Era ovvio che volesse e scrivesse: "Nelle nostre Case il Direttore è il Confessore Ordinario, perciò fa’ vedere che ascolti volentieri ognuno in Confessione, ma da’ loro ampia libertà di confessarsi da altri se lo desiderano. Fa’ ben conoscere che nelle votazioni sulla condotta morale tu non ci prendi parte e studia di allontanare sin l’ombra di sospetto che tu abbia a servirti, oppure anche ricordarti di quanto fu detto in Confessione"32.

Nella pratica del sacramento della penitenza don Bosco, normalmente, svolgeva anche il ruolo di "direttore spirituale". Anche in quest’ ottica egli raccomandava la scelta di un "confessore stabile", inscindibilmente assolutore e consigliere33. "Come il Cafasso suo maestro e secondo la migliore tradizione spirituale, D. Bosco confessava e dirigeva"34. Egli, però, dava spazio a più modi, formali e informali, di direzione spirituale, con ritmi estremamente flessibili35. "Tutta la sua spiritualità pedagogica e tutta la sua pedagogia è una pedagogia spirituale", scrive perentoriamente Eugenio Valentini36. La direzione personalizzata si svolge più intensa in momenti cruciali dell’ anno: il primo impatto con il collegio, gli esercizi spirituali, i tempi della scelta vocazionale, il sopravvenire di particolari problemi morali e spirituali.

Era anche direzione, lieve e suggestiva, ma ben più, la "parolina all’ orecchio", a cui don Bosco invitava il direttore, padre "coi giovani allievi". "Fa quanto puoi - scriveva a don Rua neodirettore - per passare in mezzo ai giovani tutto il tempo della ricreazione, e procura di dire all’ orecchio qualche affettuosa parola, che tu sai, di mano in mano ne scorgerai il bisogno. Questo è il gran segreto che ti rende padrone del cuore de’ giovani"37. Quando la lettera diventava Ricordi confidenziali a tutti i direttori, don Bosco faceva seguire una discreta serie di queste "parole", dirette all’ "anima" e alla "salvezza"38.

Ma c’ è anche il quotidiano incontro collettivo con la comunità: "superiori", assistenti, collaboratori esterni, giovani studenti e/o artigiani, famigli. Ad essa, riunita per la preghiera della sera e prima di andare a riposo, don Bosco vuole che, secondo una tradizione da lui iniziata e consolidata, il direttore, normalmente, o, talora, un suo collaboratore, "indirizzi alcune affettuose parole in pubblico dando qualche avviso, o consiglio intorno a cose da farsi o da evitarsi; e studii di ricavare le massime da fatti avvenuti in giornata nell’ Istituto o fuori". È l’ ormai classica buonanotte, rivolta a creare e a intensificare un clima generale di schietta comunicatività. Don Bosco raccomanda una brevità ch’ egli spesso non osservava, ma che aveva lo scopo di non trasformare un breve riflesso e saluto paterno in un prolisso arido sermone: "il suo parlare non oltrepassi mai i due o tre minuti". A queste condizioni la buona notte poteva realmente diventare "la chiave della moralità, del buon andamento e del buon successo dell’ educazione"39.

3.2 La comunità degli educatori

Il direttore non è l’ unico educatore, né dirige da solo. Se "l’essenza di un direttore", come don Bosco ritiene, non è di far tutto personalmente, ma di coordinare e operare in comunione, è chiaro che la sua azione ha da incontrarsi e intrecciarsi con la collaborazione di tutti i responsabili della "casa". Si verifica con ciò la convergenza di due affermazioni altrettanto vere: "Insomma da ciò tu potrai scorgere che l’ essenza di un Direttore consiste nel ripartire le cose a farsi e poi insistere che si facciano"40. "Quelli che trovansi in qualche uffizio o prestano assistenza ai giovani, che la Divina Provvidenza ci affida, hanno tutti l’ incarico di dare avvisi e consigli a qualunque giovane della casa, ogni qual volta vi è ragione di farlo specialmente quando si tratta d’ impedire l’ offesa di Dio". Anche il portinaio è chiamato in causa come attore di primo piano nel garantire il carattere "preventivo" del sistema41: "La scelta d’ un buon portinaio è un tesoro per una casa di educazione"42.

"Superiori", responsabili sotto qualsiasi forma, ed educatori sono praticamente sinonimi, differentemente "padri, fratelli, amici". I termini sono riferiti più specificamente a quelli che ricoprono uffici particolari: nei collegi ed ospizi, il prefetto o vice-direttore ed economo, il catechista o direttore spirituale, il consigliere scolastico o prefetto degli studi, il consigliere professionale. Ma nell’ azione comune sono pure coinvolti, in proporzione all’età e alle attività svolte, gli insegnanti, i "maestri", gli assistenti, i capi d’ arte. Ad ogni carica e attività il Regolamento per le case dedica un capitolo proprio43. Puramente nominali, invece, risultano nella pratica vari "uffizi" previsti dal Regolamento dell’ Oratorio...per gli esterni44, cimeli di fonti utilizzate da don Bosco, da lui sensibilmente rinnovate nello "spirito".

Ognuno agisce secondo le rispettive competenze e incombenze, in una rete di rapporti che fa di tutti una compatta comunità educante. Ne sono testimonianza per Valdocco i verbali, già citati, delle riunioni di assistenti, insegnanti, "superiori" del "capitolo della casa" o, addirittura, del "capitolo superiore". Nelle parole, come nelle discussioni e nelle risoluzioni, all’io è generalmente sostituito il noi, in base al principio: "Noi non vogliamo essere temuti, desideriamo di essere amati e che abbiate in noi tutta la confidenza"45.

La solidarietà della comunità educante è particolarmente visibile negli "internati", collegio e ospizio. Ma si attua in forme analoghe nelle svariate istituzioni, nelle quali i giovani si raccolgono. A tutti indistintamente è chiesta una "piena influenza sui giovani", come a tutti è richiesta l’"assistenza" educativa, che non solo "sorveglia", ma illumina, incoraggia, promuove.

  1. Il mondo mobile dei giovani

In questo contesto, familiare, paterno, talvolta paternalistico, assume straordinaria importanza l’annuale festa della riconoscenza. È festa in parte pilotata, ma è comunque occasione di mobilitazione generale delle forze vive dei giovani, attori nelle svariate attività: canto sacro e profano, musica, composizioni letterarie, poesia, teatro, accademie, lettere, approntamento di ambienti e di spettacoli vari.

Iniziata nei primi anni dell’ ospizio46, la festa della riconoscenza a Valdocco venne a coincidere con il giorno onomastico di don Bosco, il 24 giugno, solennizzata con crescente partecipazione fino alla morte del festeggiato. Si diffuse contemporaneamente, con analogia di stile, in tutte le istituzioni educative salesiane, divenendo consolidata "tradizione pedagogica".

4.1 Tra rispetto e progressiva autonomia

Essa, al dire di don Bosco stesso, aveva lo scopo di suscitare nei giovani "il rispetto e l’amore verso i superiori", approfondendo il sentimento della "famiglia", oltre naturalmente di promuovere doverosi e formativi sentimenti di gratitudine e di gentilezza47. È ovvio che nella pedagogia del "farsi amare più che farsi temere", venga favorita, come in ogni famiglia ordinata, la cultura dell’ onore, del rispetto, della riverenza, verso gli educatori come pure verso i propri genitori ("onora il padre e la madre"), parenti e benefattori. Non erano rare nel periodo natalizio le esortazioni ai giovani, perché scrivessero ai genitori, esprimendo riconoscenza e chiedendo perdono delle passate mancanze, promettendo rispetto e obbedienza. "Vi raccomando - diceva don Bosco nella "buona notte" del 31 dicembre 1868 - di pregare, di fare delle comunioni pei vostri parenti, o fratelli e sorelle o benefattori che si occupano del vostro pane, fanno dei sacrifizi per voi e siategli riconoscenti". Quindi vi associava la gratitudine agli insegnanti e a quanti cooperavano alla loro crescita culturale e morale48.

Il Regolamento per le case, in un capitolo Contegno verso i superiori, è ricco di indicazioni circa atteggiamenti che sono previi e compresenti all’amore, come sua esigenza e complemento. Si parla di obbedienza, sottomissione, riconoscenza, attesa di consigli e avvertimenti, "riverenza", deferenza, rispetto, sincerità49: espressioni di quel "timore", che non ha nulla a che fare con la "paura" o con la distanza, ma è doveroso riconoscimento della preminente maturità umana e morale dei "superiori", da cui molto si riceve e sarebbe rovinoso il distacco.

Non significa, però, educazione a perpetua sudditanza all’educatore, anche se l’ allievo, cresciuto in autonomia e competenza, potrà desiderarne anche dopo il tempo educativo i consigli, gli avvisi e le correzioni50.

Comunque ai giovani rimane largo spazio per vivere il loro mondo di vita, di richieste, di energie, di apporti originali, in positivo e negativo. Gli educatori se ne sentono costantemente interpellati. Li sollecitano le tacite od espresse proteste, le scontentezze, le "barriere". Nelle frequenti periodiche "conferenze" e "riunioni" gli educatori di Valdocco se ne fanno carico e non mancano nemmeno le inchieste per individuare cause e trovare rimedi51.

4.2 Comunità giovanile articolata: le "compagnie"

Don Bosco lo sa, perciò non vuole una famiglia generica e indifferenziata o fondata soltanto su rapporti verticali. Anzitutto, essa assume volti diversi, pur nell’unità dell’ispirazione originaria, o meglio delprototipo, la "casa" di Valdocco, completa di tutte le componenti: i due collegi-convitti, per studenti e artigiani; la scuola elementare diurna per ragazzi esterni; l’oratorio festivo; il quasi-seminario e noviziato per giovani salesiani in formazione. Diverse sono le concretizzazioni, secondo che si tratti di istituzioni più aperte, come l’oratorio, l’esternato, il centro giovanile, oppure di convivenze più rigide, quali il collegio per interni, artigiani e studenti, o il collegio-seminario.

Inoltre, ognuna di tali istituzioni è ulteriormente articolata, seppure in modo differente: in primo luogo, le classi scolastiche, con i piccoli e i grandi, e gli appartenenti ai diversi laboratori; quindi, i cantori per il canto sacro e profano, la filodrammatica, la banda musicale; più tardi, le società ginniche e sportive; e, dappertutto, le "compagnie religiose" e il piccolo clero; talora, la Società di mutuo soccorso, la conferenza giovanile di san Vincenzo de’ Paoli e la società operaia; ancora, eventuali sottogruppi con interessi religioso-morali, culturali e ricreativi.

Particolare rilievo viene dato nella casa-famiglia alle compagnie, che vi portano un inconfondibile carattere di solidarietà e di partecipazione. Esse sembrano trovare la loro matrice ideale nelle riunioni tra studenti amici, che si solevano chiamare Società dell’Allegria, promosse dal giovane Bosco a Chieri nel 1832. Ne scrive egli stesso nelle Memorie dell’Oratorio, che redatte in massima parte tra il 1873 e il 1875, riportano norme di comportamento che rispecchiano esattamente le linee della sua pedagogia morale matura. "Era obbligo stretto a ciascuno di cercare que’ libri, introdurre que’ discorsi, e trastulli che avessero potuto contribuire a stare allegri; pel contrario era proibito ogni cosa che cagionasse malinconia specialmente le cose contrarie alla legge del Signore. Chi pertanto avesse bestemmiato o nominato il nome di Dio invano, o fatti cattivi discorsi, era immediatamente allontanato dalla società. Trovatomi così alla testa di una moltitudine di compagni, di comune accordo fu posto per base: 1˚ Ogni membro della Società dell’Allegria deve evitare ogni discorso, ogni azione che disdica ad un buon cristiano; 2˚ Esattezza nell’adempimento dei doveri scolastici e dei doveri religiosi"52.

Quanto al funzionamento e al programma di attività, don Bosco sembra proiettarvi i contenuti e lo spirito dei regolamenti delle compagnie, collaudati a Valdocco da decenni di esistenza. "Lungo la settimana poi la Società dell’Allegria si raccoglieva in casa di uno de’ soci per parlare di religione. A questa radunanza interveniva liberamente chi voleva. Garigliano e Braja erano dei più puntuali. Ci trattenevamo alquanto in amena ricreazione, in pie conferenze, letture religiose, in preghiere, nel darci buoni consigli e nel notarci quei difetti personali, che taluno avesse osservato, o ne avesse da altri udito a parlare. Senza che per allora il sapessi, mettevamo in pratica quel sublime avviso: Beato chi ha un monitore (...). Oltre a questi amichevoli trattenimenti andavamo ad ascoltare le prediche, spesso a confessarci e a fare la santa comunione"53.

Siano del tutto o in parte originali, si siano o no ispirate alle "congregazioni" di studenti esistenti anche a Chieri, trovino o no nella "Società dell’Allegria" una loro premessa storica, le "Compagnie" sono un fattore essenziale e indispensabile nell’organismo educativo di don Bosco, crescendo col maturare stesso della sua esperienza. Esse rappresentano un valido strumento per la traduzione sul piano pratico di quelle collaborazioni tra alunni ed educatori senza cui sarebbe illusorio parlare di educazione familiare54. Esse costituiscono uno strumento importante per stabilire un legame vitale tra le richieste dell’amoreeducativo dei "superiori" e il consenso attivo dei giovani55.

Di fatto, in apparenza nate occasionalmente, esse si sono inserite intimamente nel "sistema", rispondendo a sue esigenze profonde e a quelle della psicologia giovanile, in particolare al bisogno di attività spontanea e di vita sociale nel gruppo. Per questo don Bosco le voleva circondate dal massimo prestigio sia da parte degli educatori che degli alunni e introdotte in tutte le istituzioni. Era vincolante quanto scriveva nei Ricordi confidenziali: "Il piccolo Clero, la Compagnia di S. Luigi, del SS. Sacramento, dell’ Immacolata Concezione siano raccomandate e promosse. Dimostra benevolenza e soddisfazione verso coloro che vi sono ascritti; ma tu ne sarai soltanto promotore e non Direttore; considera tali cose come opera dei giovani la cui direzione è affidata al catechista"56. Nella circolare ai salesiani del 15 novembre 1873 ricordava che da esse dipendeva "lo spirito e il profitto morale delle nostre case"57 e in un’altra del 12 gennaio 1876 le definiva "chiave della pietà, conservatorio della moralità, sostegno delle vocazioni ecclesiastiche e religiose"58.

Gli elementi organizzativi sono semplici. Il primo è dato dalla libertà e volontarietà di partecipazione.

"Per strenna vi darò una cosa da fare (...). La cosa da fare si è questa: che si abbiano care queste piccole compagnie che sono in casa, come quella di S. Luigi, del Santissimo Sacramento, del piccolo clero, di S. Giuseppe, di Maria Ausiliatrice e dell’ Immacolata Concezione. Raccomando specialmente ai maestri e ai direttori di queste compagnie che esortino, anzi no che esortino; ma che lascino la via aperta ai giovani affinché chi vuole possa entrarvi; di esortazione non ne avete bisogno"59.

È, inoltre, affermata una qualche autogestione da parte dei giovani, sia pure con la supervisione, detta impropriamente "direzione", del Catechista60, come è raccomandato già nei Ricordi confidenziali61.

Particolare valore educativo alla carità hanno per don Bosco le Conferenze di S. Vincenzo de’ Paoli, che egli presto introdusse tra i giovani, prima a Valdocco e poi negli altri oratori torinesi62. Don Bosco, anzi, si fece promotore delle benefiche e educative "Conferenze annesse", Conferenze di S. Vincenzo per i giovani annesse alle Conferenze di Parigi, anche negli Oratori romani (1858)63, tanto che il marchese Patrizi lo chiamava "il nostro carissimo Istitutore"64. Simile associazione egli cooperò a fondare anche tra un gruppo di giovani di Bergamo65.

Ancora il senso concreto della "prevenzione" religiosa e morale e il desiderio di promuovere la solidarietà cristiana inducevano don Bosco a fondare tra gli operai più adulti, iscritti alla Compagnia di S. Luigi, una Società di mutuo soccorso66. Il regolamento venne stampato nel 1850. In essa, oltre i vantaggi materiali, i giovani lavoratori avrebbero trovato un pratico orientamento alla socialità nettamente cristiano. Il suo scopo, infatti, era di "prestare soccorso a quei compagni che cadessero infermi, o si trovassero nel bisogno, perché involontariamente privi di lavoro"67.

Negli ultimi anni don Bosco declinava l’ invito a rimetterla in vita, invitando gli ex-alunni a iscriversi a qualcuna delle molte società operaie esistenti68.


NOTE

1 A don Bosco "l’educatore delle moltitudini" dedicava il primo capitolo del suo volume San Giovanni Bosco educatore p. Mario Barbera (Torino, SEI 1942): ad esso ci si ispirava nel saggio Don Bosco educatore delle moltitudini, in "Civiltà Cattolica" 139 (1988) II 230-244.

2 Cfr. H. Bouquier, Don Bosco Éducateur. Paris, Téqui 1950, chap. 9 L’ éducation problème de milieu, pp. 1-2; A. Caviglia, Domenico Savio e Don Bosco. Studio, p. 286.

3 A. Caviglia, Il "Magone Michele"..., p. 141.

4 A. Caviglia, La Vita di Besucco Francesco..., pp. 157-158.

5 "Don Bosco - scrive Franz Xaver Eggersdorfer - può essere assunto come paradigma quanto all’ energia plasmatrice dell’ ambiente. Per don Bosco la buona famiglia era il fattore dominante del metodo educativo delle sue comunità" (Jugenderziehung, p. 83).

6 Regolamento per le case..., parte II, capo VIII, art. 2 e 7, pp. 75-76, OE XXIX 171-172.

7 Regolamento per le case..., parte II, capo IX, art. 1 e 2, p. 77, OE XXIX 173.

8 D. Ruffino, Libro di esperienza 1864, pp. 17-18.

9 D. Ruffino, Libro di esperienza 1864, p. 73.

10 MB VII 602. Lemoyne afferma essere un discorso conservato in una cronaca, insieme ad altri, senza indicazione di data.

11 Cit. da MB XVI 168-169.

12 Una visione più realistica dell’ Oratorio, grossa comunità di oltre ottocento membri, con le due sezioni di giovani studenti e artigiani, è offerta dagli studi di J. M. Prellezo, pubblicati in "Ricerche Storiche Salesiane" (1989-1992), raccolti nel volume, già citato, Valdocco nell’ Ottocento tra reale e ideale; cfr. pure P. Stella, Don Bosco nella storia economica e sociale, in particolare capp. VIII-XII (pp. 175-288).

13 MB IV 339.

14 MB VII 503. Il testo è ripreso, secondo don Lemoyne, da una cronaca di Giovanni Bonetti. Non si è riusciti a trovarla.

15 Cfr. Due lettere datate da Roma..., in P. Braido (Ed.), Don Bosco educatore..., p. 351.

16 Due lettere datate da Roma..., in P. Braido (Ed.), Don Bosco educatore..., pp. 383-384.

17 Due lettere datate da Roma..., in P. Braido (Ed.), Don Bosco educatore..., pp. 385-386.

18 Due lettere datate da Roma..., in P. Braido (Ed.), Don Bosco educatore..., p. 374.

19 Cfr. [G. Bosco], Cenni storici sulla vita del chierico [presentato come giovane nella seconda edizione del 1854] Luigi Comollo..., pp. 13-72, OE I 13-72.

20 Nel Cenno biografico sul Magone si parla di "compagni", ma con qualcuno si determina una relazione spirituale più personalizzata, che è prossima all’ amicizia: cfr. G. Bosco, Cenno biografico sul giovanetto Magone Michele..., pp. 43-53, OE XIII 197-207.

21 Sull’ amicizia negli scritti di don Bosco, dall’ epistolario alle svariate biografie, ha condotto un’ ampia ricerca il salesiano J. Canals Pujol. Ne ha pubblicato parte nel saggio La amistad en las diversas redacciones de la vida de Comollo escrita por San Juan Bosco, RSS 5 (1986) 221-262.

22 G. Bosco, Vita del giovanetto Savio Domenico..., pp. 83-88, 88-93, OE XI 233-238, 238-243.

23 G. Bosco, Vita del giovanetto Savio Domenico..., p. 86, OE XI 236.

24 G. Bosco, Vita del giovanetto Savio Domenico..., pp. 88-90, OE XI 238-240.

25 G. Bosco, Vita del giovanetto Savio Domenico..., p. 91, OE XI 241.

26 Per i tipi "sociologici" di famiglia, a cui di fatto si possono assimilare le grandi comunità educative di don Bosco, soprattutto "collegiali", cfr. P. Melograni (Ed.), La famiglia italiana dall’ Ottocento ad oggi. Bari, Laterza 1985, XVIII-712 p.: vi si distinguono, differenziate, la famiglia contadina, operaia, borghese; M. Barbagli, Sotto lo stesso tetto. Mutamenti della famiglia in Italia dal XV al XX secolo. Bologna, Il Mulino 1984, 557 p.; M. Barbagli e D. I. Kertzer (Eds),Storia della famiglia italiana 1750-1950. Bologna, Il Mulino 1992, 367 p.

27 I termini "figli", "figliuoli", possono talvolta considerarsi semplice traduzione italiana della parola dialettale piemontese "fieuj", che in certi contesti significa semplicemente "ragazzi". Nel linguaggio familiare di don Bosco e di ogni direttore essi si arricchiscono spesso di un’ accezione più specifica, includendo la relazione di paternità spirituale ed educativa ai ragazzi.

28 Cfr. F. Motto, I "Ricordi confidenziali ai direttori"..., pp. 125-166; il testo della lettera originaria si compone dei primi tre titoli e del titolo Cogli esterni, pp. 145-149; il testo intero dei Ricordi, pp. 150-160.

29 F. Motto, I "Ricordi confidenziali ai direttori"..., p. 151.

30 Regolamento per le case..., parte I, capo I, art. 3, p. 19, OE XXIX 115.

31 Regolamento dell’ Oratorio...per gli esterni, parte I, capo I, art. 1, 2, 7, p. 5-6, OE XXIX 35-36.

32 F. Motto, I "Ricordi confidenziali ai direttori"..., p. 156.

33 Cfr. A. Caviglia, Savio Domenico e don Bosco. Studio, pp. 82-87, La direzione di Don Bosco.

34 P. Brocardo, Direzione spirituale e rendiconto. Roma, LES 1966, p. 150.

35 Cfr. C. Colli, La direzione spirituale nella prassi e nel pensiero di don Bosco: "memoria" e "profezia", in M. Cogliandro (Ed.), La direzione spirituale nella famiglia salesiana. Roma, Editrice S.D.B. 1983, pp. 53-77.

36 E. Valentini, La direzione spirituale dei giovani nel pensiero di D. Bosco, in "Salesianum" 14 (1952) 354.

37 F. Motto, I "Ricordi confidenziali ai direttori"..., p. 149.

A proposito di "smodata ricreazione", chiassosa e lieta, del primo oratorio, don Bosco scrive nelle Memorie dell’ Oratorio: "Agli uni con una parola nell’ orecchio raccomandava maggior ubbidienza, maggior puntualità nei doveri del proprio stato; ad altri di frequentare il catechismo, di venirsi a confessare e simili": MO (1991) 160.

38 F. Motto, I "Ricordi confidenziali ai direttori"..., pp. 155-156.

39 Il sistema preventivo (1877), p. 56, 58, OE XXVIII 434, 436; cfr. E. Ceria, Annali della Società Salesiana, vol. III. Torino, SEI 1946, pp. 856-869, Di una cosa tutta salesiana: la "buona notte".

40 Lett. a don Giuseppe Ronchail, 23 marzo 1877, E III 158.

41 Regolamento per le case...Articoli generali, art. 1, p. 15, OE XXIX 111; parte I, capo XV, pp. 47-49, OE XXIX 143-145 Del portinaio.

42 Il sistema preventivo (1877), p. 56, OE XXVIII 434.

43 Regolamento per le case..., parte I Regolamento particolare, capi I-XVII, pp. 19-57, OE XXIX 115-153.

44 Cfr. Regolamento dell’ Oratorio...per gli esterni, parte I, pp. 4-27, OE XXIX 34-57.

45 Cit. da MB VI 320.

46 Cfr. MB II 491; III 534-536.

47 Cfr. MB IX 886.

48 G. Berto, Cronaca da giugno a dicembre 1868, pp. 33-34.

49 Regolamento per le case..., parte I, capo. IX Contegno verso i superiori, pp. 75-77, OE XXIX 171-173.

50 Il sistema preventivo (1877), p. 50, OE XXVIII 428.

51 Per i tanti interrogativi posti nelle riunioni del personale e dello stesso "capitolo superiore" e, in particolare, sull’ inchiesta di giugno 1884 tra i membri del consiglio ("capitolo") della casa, cfr. J. M. Prellezo, Valdocco nell’ Ottocento..., pp. 271-307.

52 MO (1991) 61.

53 MO (1991) 62-63.

54 Esse sorgono con questa successione: s. Luigi, 1847; Immacolata, 1856; ss. Sacramento e Piccolo clero, 1857; s. Giuseppe, 1859.

55 Cfr. P. Stella, Don Bosco nella storia economica e sociale (1815-1870), pp. 259-269.

56 P. Motto, I "Ricordi confidenziali ai direttori"..., p. 156.

57 E II 320.

58 E III 8.

59 G. Barberis, Cronichetta, quad. 3bis, buonanotte del 31 dic. 1875, p. 43.

60 Cfr. art. 4 del regolamento della compagnia di s. Luigi, nel Regolamento dell’Oratorio... per gli esterni, parte II, capo XI, p. 45, OE XXIX 75; compagnia di s. Giuseppe, MB VI 194; del ss. Sacramento e del Piccolo clero, MB V 760 e 788; cfr. anche MB III 220; MB VI 196-197.

61 F. Motto, I "Ricordi confidenziali ai direttori"..., p. 156.

62 Cfr. F. Motto, Le conferenze "annesse" di S. Vincenzo de’ Paoli negli oratori di don Bosco. Ruolo storico di un’ esperienza educativa, nel volume di J. M. Prellezo (Ed.), L’ impegno dell’ educare…, pp. 467-492.

63 Cfr. Viaggio a Roma 1858, cronaca manoscritta di don Bosco e del ch. Rua, p. 38 e 70.

64 Cfr. lettera di don Bosco al marchese Patrizi del 22 maggio 1858: "per raccomandarle - scrive - le conferenze annesse sebbene io sia intimamente persuaso che farà quel più senza ulteriori raccomandazioni" (Em I 349); risposta del Patrizi del 1 luglio, MB V 927-928.

65 D. Ruffino, Cronaca mutila del 1861, pp. 10-11.

66 Società di mutuo soccorso di alcuni individui della compagnia di san Luigi eretta nell’ Oratorio di san Francesco di Sales. Torino, tip. Speirani e Ferrero 1850, 8 p., OE IV 83-90. "Per impedire che i giovani esterni dell’ Oratorio s’ invogliassero d’ inscriversi a Società pericolose, Don Bosco venne in pensiero di stabilirne una tra di loro, avente per iscopo il benessere corporale non disgiunto dal vantaggio spirituale dei suoi componenti" (Storia dell’ Oratorio di S. Francesco di Sales, BS 5 (1881) n. 8, agosto, p. 8).

67 Art. 1 del Regolamento, in Società di mutuo soccorso..., p. 4, OE IV 86.

68 Cfr. discorso a ex-alunni, nell’ incontro del 23 luglio 1882, BS 6 (1882) n. 9, sett., p. 150.