Capitolo 17

Amore esigente:

"una parola sui castighi"

Pietro Braido 


La pratica della "correzione" e dei "castighi" è, nell’ esperienza educativa di don Bosco, molto più articolata di quanto lo sia nelle sue affermazioni di principio. Non sembrano sufficienti a fondarla teoricamente le poche indicazioni contenute nell’ ultimo paragrafo, Una parola sui castighi, delle pagine sul sistema preventivo del 1877. Si inquadra, invece, in una prospettiva più sostanziale.

Essa si fonda su quello che si può considerare uno dei principi capitali della spiritualità e della pedagogia di don Bosco: "studia di farti amare piuttosto [prima, se vuoi] di farti temere". La diade - amore, timore -, infatti, non è meno fondamentale della più famosa triade - ragione, religione, amorevolezza. Ambedue affondano le radici nella fede, nella teologia, sviluppandosi e fruttificando nella pedagogia e nella pastorale.

Evidentemente il binomio appare tanto più realistico ed essenziale in una prevenzione che si rivolgeva - talora nei fatti, sempre comunque nelle prospettive e nelle parole - a giovani "pericolanti e pericolosi".

  1. Il fondamento di una prassi della correzione e del castigo

Anzitutto, è chiaro che nella formula diadica il primo termine non esclude il secondo. Il "farsi amare piuttosto che farsi temere", in sostanza, significa "farsi amare e farsi temere", con la preminenza, in ogni caso, dell’ amore. È l’amore, del resto, che vuole il timore, tanto che il timore aumenta con la crescita dell’amore. La certezza teologica diventa principio pedagogico.

La formula raggiunge e ingloba l’altra che ne rappresenta il contenitore e il fondamento, filosofico, teologico, esperienziale: "ragione, religione, amorevolezza". Si è visto che la sollecitudine di don Bosco per i giovani, come per il prossimo senza eccezioni, trova la sua radice nella sua fede e formazione teologica, morale e pastorale, di sacerdote, proteso alla salvezza eterna dei giovani. Questa fede, inossidabilmente cattolica, vede nell’ amore e nel timore di Dio l’ essenza di ogni autentica santità. La sua stessa "teologia della storia" lo confermava nella medesima persuasione, diffusa nei suoi scritti di storia religiosa e profana. Dio governa il mondo e le vicende umane con l’ attrattiva di inimmaginabili premi e la "salutare" minaccia dei venturi "castighi", temporali ed eterni. La concezione percorre la stessa Storia d’ Italia, in occasione della quale si esplicita in don Bosco l’idea e la formula del "plus amari quam timeri", assunta dalla storia greco-romana.

La trasposizione della concezione teologica e storica all’ azione giovanile diventava inevitabile. La stessa qualifica "pedagogica" di "padre, fratello, amico" finiva con rafforzarsi grazie all’ indissolubile nesso che in essi si stabiliva tra gli elementi affettivi "amorevoli" e quelli ispirati a rispetto, stima, onore, riverenza.

Si sono già ricordate le molteplici versioni della formula, dai Cenni storici intorno all’ Oratorio di S. Francesco di Sales (1862) alla lettera a don Rua dell’ottobre 1863 e ai Ricordi confidenziali, che ne sono derivati. Essa è poi riesumata nelle pagine sul sistema preventivo e negli Articoli generali del Regolamento per le case.

Il rapporto tra amore e timore suppone la coesistenza in prospettive che si integrano. Prima e dopose si vuolepiù e meno si succedono e si integrano, esprimendo, rispettivamente, l’ ordine di tempo, di causalità, di dignità.

Non potevano interpretare meglio il pensiero di don Bosco don Rua e i salesiani di Valdocco, raccolti in una delle "adunanze" periodiche per studiare lo stato disciplinare ed educativo dell’ Oratorio. Tra "le cose raccomandate" vi fu, precisamente, l’ educazione dei giovani alla compresenza di amore e timore nei rapporti coi "superiori".

"Farsi amare insieme ed anche temere dai giovani. Questa è cosa facile. Allorché i giovani vedono che un assistente è tutto sollecitudine pel loro bene non possono fare a meno che amarlo. Quando vedono che l’ assistente non lascia passar cosa alcuna, ben inteso, cose che non vadano bene, ma di tutte le mancanze li avvisa, non possono fare a meno che aver di lui un certo timore, cioè quel timore riverenziale che si deve avere verso i loro superiori. Di una cosa deve guardarsi bene l’ assistente ed è quella di non abbassarsi tanto coi giovani medesimi sia nei discorsi, come negli atti e specialmente nei giuochi: deve prendere parte in tutto, ma nello stesso tempo tenere un’ aria di gravità, far vedere col suo contegno d’ essere a loro superiore"1.

  1. Temere per amore

È chiaro, dunque, che in tutte le versioni il temere non si contrappone all’amare, anzi è da esso generato. Esso è nell’ allievo "timore filiale", che si sviluppa in deferenza, soggezione, onore, obbedienza, rispetto di ogni autentica "superiorità". Esso può associarsi, in caso di colpevoli infrazioni, a turbamento, ritegno, vergogna, rossore, verecondia, senso di indegnità, apprensione di fronte al rischio di perdere la stima, la fiducia, il sostegno di chi ama e aiuta: essere separato da chi ci ama, nucleo essenziale dell’ autentico timore.

Non è escluso che, in certi casi e momentaneamente, la presentazione dei "doveri", con le relative sanzioni a chi vi mancasse, possa produrre un "timore servile", non, certamente, inutile per chi ha da essere ancora ricondotto alla "ragione". A partire da esso può essere messo in moto il processo dell’ educazione propriamente detta. Esso può presupporre una qualche intimidazione, la paura delle punizioni e di chi le infligge, ma non consiste in esse.

Sono da leggersi in questo senso raccomandazioni fatte da don Bosco in varie occasioni, a cominciare dai Ricordi confidenziali. "La carità e la pazienza ti accompagnino costantemente nel comandare, nel correggere, e fa in modo che ognuno dai tuoi fatti e dalle tue parole conosca che tu cerchi il bene delle anime". Ma, insieme, "sia oggetto di comune sollecitudine scoprire gli allievi che fossero pericolosi: scopertine inculca che ti siano svelati". "Non accetterai mai allievi espulsi da altri Collegi, o de’ quali ti consti essere di mali costumi. Se malgrado la debita cautela, accadrà di accettarne alcuno di questo genere, fissagli subito un compagno sicuro che lo assista e non lo perda mai di vista. Qualora egli manchi in cose lubriche, si avvisi appena una volta e, se ricade, sia immediatamente inviato a casa sua". "Quando riesci a scoprire qualche grave mancanza, fa’ chiamare il colpevole o sospettato tale in tua camera e nel modo il più caritatevole procura di fargli dichiarare la colpa e il torto nell’averla commessa; e di poi correggilo e invitalo ad aggiustar le cose di sua coscienza". "Nel comandare si usino sempre modi e parole di carità e di mansuetudine. Le minaccie, le ire, tanto meno le violenze, siano sempre lungi dalle tue parole e dalle tue azioni"2.

Don Bosco esprime con la massima chiarezza il suo pensiero ai giovani in un discorsetto serale del 26 ottobre 1875, rispecchiamento di tanti altri.

"Il numero vostro è ancora cresciuto. Oggi si incominciarono tutte le cose regolarmente. Dicono così che un uomo avvertito ne vale cento. Dunque ora che siamo a tempo, bisogna che io vi avvisi di alcune cose. E prima di tutto tenete bene a mente che si incomincia subito ora e si continua tutto l’ anno a dare i voti di studio, di scuola, di dormitorio, refettorio e simili. Chi non si regolasse bene, riceverebbe un voto scadente e si sentirebbe nominare in pubblico, in faccia a tutti gli altri, con sua gran vergogna; chi non si sente nominare, è segno che sul conto suo le cose vanno bene. Quelli poi che prendono voti scadenti, bisogna anche che sappiano, come saranno tollerati per un po’ di tempo: ma poi non più. Mi rincresce, ma bisogna che tutti gli anni così si faccia con qualcuno, costretti a consegnarlo alla porta e dirgli: - Là, guarda, tu non fai più per l’ Oratorio. - Con altri si tollera un po’ di più e si lascia andare alquanto più avanti per vedere se si ravvede; ma voi sapete quello che dice il proverbio: La secchia va tanto nel pozzo, che al fine vi lascia le doghe; cioè che una cosa unita all’ altra fa una cosa grossa. Taluno si lascerà andare fino al fin dell’ anno, ma a questo punto compaiono le marachelle unite insieme, si dà un voto scadente e poi lungo le vacanze gli si deve mandare un bigliettino a casa, dicendogli che si fermi pure a far le vacanze lunghe, perché nell’Oratorio non c’ è più posto per riceverlo. Così pur troppo si dovette fare anche quest’ anno e se ne vedete mancare varii, si è anche per questo. Ora voi siete avvisati a tempo e spero che a nessuno di voi dovrà accadere questo"3.

  1. "Superiorità", incarnazione dei "doveri", iniziazione alla responsabilità

La ragione è fondamentale. Il sistema preventivo suppone un educatore protettivo e "presenzialista". Ma c’ è una cosa che lo accomuna al sistema repressivo: l’ indicazione chiara dei fini da raggiungere e deicontenuti da utilizzare per raggiungerli. In concreto essi sono rappresentati da quelli che vengono detti "regolamenti", "prescrizioni", frammentati in precetti, disposizioni scritte e orali che avvolgono la vita quotidiana degli allievi. Essi rappresentano l’intero "codice dei doveri", verso Dio, verso il prossimo, verso se stessi, che l’ alunno è tenuto ad osservare. Che la "sorveglianza" sia totalmente "assistenza", aiuto, sostegno, non toglie che essa parta dalla chiara presentazione del "codice". L’ uno e l’ altro sistema, anzitutto, "consiste nel far conoscere la legge ai sudditi, poscia sorvegliare", "consiste nel far conoscere le prescrizioni e i regolamenti di un Istituto e poi sorvegliare"4. Diversi sono gli scopi e i modi del "sorvegliare". Ma i "codici" di riferimento sono identici.

Sebbene la "disciplina" e la relativa prassi della correzione e del castigo si differenzino secondo i diversi contesti educativi, è chiaro che don Bosco è educatore "disciplinare", che ama comunità ordinate e funzionanti. La severità è accentuata nell’ Oratorio di Valdocco, un ospizio sovraffollato, considerato "casa madre", esemplare per tutte le altre. Per questo egli è, fin dagli inizi, instancabile elaboratore di regolamenti di varia estensione per le diverse istituzioni educative e formazioni associative e le relative attività. Anche per l’istituzione educativa più aperta incomincia presto a scrivere, per gli educatori e per i giovani, un Regolamento, edito a stampa solo nel 1877 contemporaneamente al Regolamento per le case, collegi e ospizi5.

Si è già accennato a qualcuno dei suoi numerosi interventi per garantire ordine e disciplina soprattutto nei collegi, con recisi moniti nei confronti degli "infrattori" recidivi e più pericolosi; ma anche di chi, colpevolmente, dalla vita di collegio non trae profitto culturale, religioso e morale. È il caso della buonanotte del 20 marzo 1865 a commento degli esiti degli esami semestrali6. Invece, la sera successiva, dinanzi a rinnovate inadempienze, don Bosco preannunciava per il futuro severa inflessibilità nel punire il disordine "pubblico" e la mancanza di rispetto agli assistenti. A questi proibisce formalmente di castigare, impone piuttosto di riferire. Ma don Bosco sarà "inflessibile" con i perturbatori della disciplina, soprattutto se sono studenti, i privilegiati: "Gli studenti li voglio buoni, altrimenti o vadano alle case loro o facciano l’artigiano. E ciò ancora che gli studenti, se sono rimandati alle loro case, non sono poi cacciati in mezzo a una strada. Nella maggior parte hanno famiglia o parenti, i quali si prendono cura di loro"7. Si è visto analoga decisione nella buonanotte del 9 luglio 1875: si trattava di silenzio e di rispetto delle "file". Ma finiva con affidarsi alla sensibilità di "coscienza" dei giovani, per i quali l’ "osservanza di certe regole" poteva diventare mezzo di affinamento spirituale, "avanzamento nella virtù" e crescita in amore alla Vergine Madre e al suo Figlio divino8.

  1. La correzione

Oltre che normale pedagogia dell’ incoraggiamento9 e dell’ accompagnamento, essenza dell’ "assistenza", il sistema preventivo diventa spesso pedagogia "correttiva". È naturale, se si pensa che esso ha da fare con ragazzi in crescita con tutte le caratteristiche di "mobilità", "irriflessione", sventatezza, sudditanza agli influssi negativi in idee e comportamenti, a loro attribuite da don Bosco10.

La correzione si esprime in una ampia gamma di interventi di gravità ascendente: consigli, avvisi, richiami, ammonimenti, avvertimenti, rimproveri, minacce. Non sono azioni "punitive", ma interventi mirati ad evitare leggerezze e sviamenti forieri di sbandamenti irreversibili, e ad assuefare alla proprietà e correttezza del pensare, del parlare, dell’ operare.

È il comportamento normale di qualunque amorevole e forte padre e madre di famiglia, consapevoli della propria responsabilità. Don Bosco non conosceva il permissivismo.

I termini "correttivi" sono largamente diffusi nelle pagine sul sistema preventivo. Si immaginano educatori che "diano consigli, ed amorevolmente correggano". Si parla di "correzione fatta" e di "castigo minacciato"; di "avviso amichevole"; di benefattore che "avvisa"; di buonanotte, nella quale si dà "qualche avviso o consiglio intorno a cose da farsi o da evitarsi"11.

La "correzione" nella sua forma più generale e comune è dell’essenza del "sistema preventivo"; poiché, se i ragazzi non sbagliassero, salvo rare eccezioni non sarebbero più ragazzi e non avrebbero bisogno di educazione. "Nell’assistenza - perciò - (...) si dia agio agli allievi di esprimere liberamente i loro pensieri; ma si stia attenti a rettificare ed anche correggere le espressioni, le parole, gli atti che non fossero conformi alla cristiana educazione"12. Essa, quindi, accompagna necessariamente tutti i momenti dell’azione educativa: parola all’orecchio, avvisi privati e pubblici, buonanotte, bigliettini, richiami in studio e in classe, nella ricreazione e nelle passeggiate, in chiesa e in camerata, dovunque. Le modalità sono dell’ amorevolezza, della ragione e del riserbo: pazienza, carità, e grazia13; di norma, non fare correzioni o dare castighi in pubblico, ma in privato, facendo comprendere all’allievo il suo errore "colla ragione e colla religione"14; non correggere d’impulso, ma pacatamente, attendendo eventualmente il placarsi della passione; soprattutto, procurare che l’ allievo se ne parta "soddisfatto e amico"15.

Anche se non redatta da don Bosco, ma compilata da un salesiano, suo discepolo della prima ora operante a Valdocco, quindi ispirato al pensiero di don Bosco, la circolare Dei castighi da infliggersi nelle case salesiane, circa le correzioni sviluppa questi due punti: "Procurate di scegliere nelle correzioni il momento favorevole" e "Togliete ogni idea che possa far credere che si operi per passione"16.

Già da anni erano note ai direttori delle case, regole man mano definite nelle "conferenze" periodiche: "rispettare la fama degli alunni", "non rimproverarli senza esser certi delle mancanze", "non agire d’ impeto, ma esaminare la cosa a sangue freddo"; "bisogna che essi stessi ci riconoscano Superiori. Se noi vorremo umiliarli con parole per la ragione che siam Superiori, ci renderemo ridicoli"17.

  1. I castighi

I castighi, invece, sembrano entrare quasi a forza nel quadro "teorico" - e, in una certa angolazione, pubblicitario - della pedagogia della ragione, religione e amorevolezza. Nelle pagine sul sistema preventivo don Bosco dedica la parte finale a "una parola sui castighi". Ma il castigo era già stato previsto nelle pagine precedenti. Il sistema preventivo - era detto - "esclude ogni castigo violento e cerca di tenere lontano gli stessi leggeri castighi"; "l’ allievo preventivamente avvisato" "non si adira per la correzione fatta o pel castigo minacciato"; addirittura, ragionato e guadagnato, "conosce la necessità del castigo e quasi lo desidera"; mentre il sistema repressivo suscita ricordi amari di "castighi subìti" anche "giustamente", ma odiosi nelle forme18.

Comunque, soprattutto scrivendo per il pubblico, don Bosco è molto più sobrio di quando fa educazione pratica, in particolare nell’ Oratorio di Valdocco. Non meraviglia, quindi, la tesi molto recisa: "Dove è possibile, non si faccia mai uso dei castighi"19.

In un sermoncino serale dell’ estate del 1864, secondo il testo frammentario di una cronaca, già citato, egli chiedeva "molta confidenza" anziché "timore", aggiungendo: "Io aborro i castighi... quanto un padre di famiglia... cionondimeno ..."20.

Il castigare non entrava nel suo "sistema", cioè nelle sue abitudini, nel suo costume21.

Nella lettera ai salesiani, datata 10 maggio 1884, risuona l’accorata domanda: "Perché al sistema di prevenire colla vigilanza e amorosamente i disordini, si va sostituendo a poco a poco il sistema meno pesante e più spiccio per chi comanda di bandir leggi, che se si sostengono coi castighi accendono odii e fruttano dispiaceri; se si trascura di farle osservare, fruttano disprezzo per i superiori e cagione sono di disordini gravissimi?"22.

Quando poi fosse inevitabile, il castigo non è dato "se non dopo aver esauriti tutti gli altri mezzi"23 e c’è speranza di qualche profitto per l’interessato. È, poi, posizione tenacemente ripetuta, quella di non dare mai castighi violenti e fisici: "Il percuotere in qualunque modo, il mettere in ginocchio con posizione dolorosa, il tirar le orecchie ed altri castighi simili debbonsi assolutamente evitare, perché sono proibiti dalle leggi civili, irritano grandemente i giovani ed avviliscono l’educatore"24: né sferza, né schiaffi e altri castighi violenti, né quelli dannosi alla salute, né, normalmente, "pensi", né il "camerino di riflessione", tuttavia, preso talora in seria considerazione25.

Don Bosco si attiene anzitutto ai castighi naturali e psicologici, ispirati a ragionevolezza e bontà: "La sottrazione di benevolenza è un castigo che eccita l’emulazione, dà coraggio e non avvilisce mai". "Presso ai giovanetti è castigo quello che si fa servire per castigo. Si è osservato che uno sguardo non amorevole sopra taluni produce maggior effetto che non farebbe uno schiaffo. La lode quando una cosa è ben fatta, il biasimo quando vi è trascuratezza, è già un gran premio od un castigo"26.

Infine, perché nei castighi comunemente usati27, siano garantite ragionevolezza e moderazione, don Bosco vuole che essi vengano sottratti ai giovani educatori, agli assistenti. È prescrizione normalmente praticata e frequentemente raccomandata. Lo si è visto nella citata buonanotte del 21 marzo 1865: "Per contentarvi proibisco assolutamente agli assistenti di dare castighi, così nessuno avrà a lamentarsi"28.

Il responsabile principale in tema di castighi è il direttore, anche se l’esecuzione è affidata al suo vicario, il prefetto, poiché la ragione non deve uccidere la paternità e la particolare posizione del direttore quale "confessore ordinario"29.

  1. Dimissioni ed espulsioni

La frequente espulsione di giovani allievi va inquadrata nella mentalità di don Bosco e del suo tempo. Non esistevano ancora le idee dell’ uguaglianza delle opportunità e del "diritto allo studio". Poteva aspirare ad elevare il proprio stato sociale e culturale chi ne aveva le possibilità economiche. Conseguire un titolo di studio o apprendere un mestiere in un istituto ben organizzato era un privilegio. Appariva ovvio che chi non lo sapeva apprezzare dovesse ritornare "in patria". Non andava in luogo di perdizione. Non faceva altro che tornare tra i suoi familiari e riassumere il "pondus diei et aestus", a cui era sfuggito, e che l’ avrebbe realisticamente rieducato dopo la fallita esperienza collegiale.

Questo comportamento - pensavano alcuni - rischiava di portare a vocazioni forzate. Don Bosco rispondeva: "L’ elezione dello stato qui nella casa è pienamente libero e senza tutti i necessari requisiti nessuno è ammesso all’ abito chiericale; chi è fornito di questi ha un vero segno di vocazione. D’ altronde poi chi non è chiamato a questo stato nei tempi miserabili in cui viviamo io giudico assai meglio che lavori la terra". Rientrava in questa categoria il nipote Luigi, peraltro indeciso nelle sue scelte. Altrettanto pensa di un altro, che aveva i genitori contadini. "Questo è da badare - soggiungeva - perché se fosse un giovane nato di civil condizione non sarebbe conveniente il metterlo a lavorar la campagna; ma uno, stato tolto da quell’ esercizio e mandato allo studio per vedere se il Signore lo chiamasse allo stato Ecclesiastico, posto che non sia chiamato, non gli si fa torto ed è meglio per lui di rimandarlo a lavorare la terra"30.

Spesso, quindi, la dimissione o l’ espulsione appariva non solo ragionevole, ma inevitabile, in particolare a Valdocco, soprattutto per la sezione studentesca, costituita in buona parte da giovani di fatto aspiranti alla vita ecclesiastica. Chi non ne mostrava i "segni", o andava in altri collegi normali o tornava a casa. Per di più, studenti e artigiani, dovevano ricordare che la casa che li accoglieva ed educava più che sulle pensioni poggiava sulla generosità dei benefattori.

A parte il decadere dei motivi vocazionali, l’ espulsione diventava doverosa quando risultavano esaurite tutte le risorse del "sistema", del resto mai dichiarato infallibile in assoluto. Venivano soprattutto colpiti, ancor più in caso di recidiva, coloro che incorrevano in uno dei tre mali sommamente da fuggirsi, indicati nella conclusione del Regolamento per le case: "1˚ la bestemmia, ed il nominar il nome santo di Dio invano"; "2˚ la disonestà", sotto forma di scandali relativi al sesto comandamento; "3˚ il furto"31. Si aggiungevano la disobbedienza formale e sistematica e la ribellione.

Nella lunga buonanotte del 13 febbraio 1865, dopo la denuncia di furti, indisciplinatezze, immoralità, don Bosco comunicava apertamente le decisioni a cui era approdato: "Perciò io ho preso una risoluzione e questa si è di far man bassa sovra gli autori di tutti questi scandali. D. Bosco è il più gran bonomo che sia sulla terra; rovinate, rompete, fate birichinate, saprà compatirvi; ma non state a rovinar le anime, perché allora egli diventa inesorabile"32.

A questo ambiente si riferiva in una sua cronaca Giulio Barberis, buon osservatore di una certa realtà di Valdocco. "Vi ha regola nella casa di non tollerare assolutamente tra noi dei giovani discoli o che in qualunque modo possano dare un po’ di scandalo ai compagni. Un solo cattivo discorso, anche il più piccolo atto immorale è sufficiente perché si mandi via il colpevole dalla casa. Né si può mandar via alcuno senza che se ne parli con D. Bosco"33.

L’ intransigenza del cronista era, certamente, relativa agli studenti aspiranti allo stato ecclesiastico e agli "ascritti". Comunque, per la generalità dei giovani, era chiaramente contraddetta dal don Bosco deiRicordi confidenziali, testo di grande valore normativo per i direttori. "Quando riesci a scoprire qualche grave mancanza, fa’ chiamare il colpevole o sospettato tale in tua camera e nel modo il più caritatevole procura di fargli dichiarare la colpa e il torto nell’averla commessa; e di poi correggilo e invitalo ad aggiustar le cose di sua coscienza. Con questo mezzo e continuando all’ allievo una benevola assistenza si ottennero dei maravigliosi effetti e delle emendazioni che sembravano impossibili"34.

Le misure regolamentari sono analoghe nell’ oratorio festivo, che pure è struttura più flessibile35. "Anche i giovani discoli - è aggiunto - possono essere accolti, purché non diano scandalo, e manifestino volontà di tener condotta migliore"36.

Tuttavia, nella ricca documentazione sulla vita di don Bosco, sono innumerevoli le informazioni su casi di perdono concesso a soggetti indisciplinati o scandalosi, disposti a sincera resipiscenza.

  1. I premi

Nella dottrina e nella prassi di don Bosco è pure presente la tradizionale pedagogia del premio, quanto mai semplice e familiare, con l’ annessa festa delle premiazioni. Cresciuto in scuole d’ ispirazione gesuitica, don Bosco non poteva non poggiare la sua educazione anche sul fattore psicologico e morale dell’ emulazione.

Il premio più ambito dai giovani doveva essere quello connesso con il bene compiuto e l’intima soddisfazione da esso prodotta, sottolineati dal cordiale e affettuoso consenso dell’educatore.

Per un lungo periodo di anni, egli aveva istituito un premio di buona condotta annuale, che veniva conferito ai migliori, indicati mediante libere e democratiche designazioni, che avevano luogo di regola prima della festa di san Francesco di Sales, il 29 gennaio. Egli stesso ne dava la spiegazione ai ragazzi, nella buonanotte del 19 gennaio 1865.

"Vi è un uso nella casa e lo dico per quelli che sono nuovi. Il giorno di S. Francesco si danno i premii e sono gli stessi giovani che li danno ai migliori dei loro compagni. Gli studenti agli studenti, gli artigiani agli artigiani. Ecco come si fa. Ciascun giovane fa una lista di dieci nomi dei giovani che stima più diligenti, più studiosi, e più divoti, fra coloro che conosce, di qualunque camerata o classe essi sieno, e sottopone la sua firma e la consegna al suo professore. Il professore la consegna a me ed io ne faccio lo spoglio ed a chi ha ottenuto maggior numero di voti si dà il premio il giorno di S. Francesco di Sales (...). Ciascun chierico potrà fare la lista anch’egli di dieci giovani. Tutti i superiori preti faranno la loro. Ancor io farò la mia, ma la mia varrà solo per uno"37.

La solenne premiazione per la scuola e il profitto nello studio veniva fatta verso il termine dell’anno scolastico, a metà agosto o ai primi di settembre. Essa assumeva particolare solennità con canti, declamazioni, esecuzione di scelta musica strumentale, discorso d’occasione, alla presenza di persone qualificate38. Per gli artigiani dell’ Oratorio di Torino-Valdocco si registrano feste di premiazioni il 30 maggio 1872, il 2 luglio 1876, il 15 agosto 187839

Venivano pure conferiti premi speciali più semplici, settimanali o mensili. Molto apprezzato era il privilegio di sedere a mensa alla domenica con don Bosco e i "superiori", per coloro che in ogni classe si erano distinti per la buona condotta40.

Fu costante preoccupazione di don Bosco che il premio e la lode non fossero attribuiti esclusivamente alle doti naturali degli alunni, prescindendo dalla buona volontà e dalla diligenza. Egli, che nelRegolamento per le case, come si è visto, dice agli studenti con rude franchezza: "Uno studente superbo è uno stupido ignorante"41, raccomanda con insistenza agli educatori di non subordinare le loro valutazioni a compiacenze per doti puramente innate o a simpatie: "Non lodar mai nessun giovane in modo speciale; le lodi rovinano i più bei naturali. Un che canta bene, un altro che reciti con disinvoltura, è subito lodato, corteggiato, tenuto prezioso (...). Guardarsi bene dal lodarli per doti corporali. I migliori delle scuole s’insuperbiscono se son lodati e certi ingegni piccoli si avviliscono e non potendo raggiungere i primi, odiano il maestro dicendo che non li cura troppo. A costoro piuttosto un po’ d’elogio moderato"42.


NOTE

1 J. M. Prellezo, Valdocco nell’ Ottocento..., pp. 263-264.

2 F. Motto, I "Ricordi confidenziali ai direttori"…, p. 151, 154, 155, 156-157, 159.

3 MB XI 459-460.

4 Il sistema preventivo (1877), p. 44 e 46, OE XXVIII 422 e 424.

5 Cfr. Regolamento dell’Oratorio... per gli esterni, 63 p., OE XXIX 31-92; Regolamento per le case..., 100 p., OE XXIX 97-196.

6 Cfr. G. B. Lemoyne, Cronaca 1864ss, buonanotte del 20 marzo 1865, pp. 119-120.

7 G. B. Lemoyne, Cronaca 1864ss, buonanotte del 21 marzo 1865, pp. 121-122.

8 G. Barberis, Cronichetta, quad. 2, pp. 45-46.

9 Cfr. H. Franta - A. R. Colasanti, L’ arte dell’ incoraggiamento. Roma, La Nuova Italia Scientifica 1991, pp. 25-29.

10 Si veda cap. 9, § 2.

11 Il sistema preventivo (1877), p. 46, 48, 50, 56 e 58, OE XXVIII 424, 426, 428, 434 e 436.

12 Regolamento per le case...Articoli generali, art. 3, p. 15, OE XXIX 111.

13 Regolamento dell’ Oratorio...per gli esterni, parte I, capo X Dei pacificatori, art. 2 e 5, p. 20 e 21, OE XXIX 50 e 51.

14 Il sistema preventivo (1877), Una parola sui castighi, art. 2, p. 64, OE XXVIII 442.

15 Lett. ad un giovane insegnante, 28 genn. 1875, E II 448.

16 Cfr. J. M. Prellezo, Dei castighi da infliggersi..., pp. 294-300.

17 Regole date da don Bosco prima del 1870, in appendice a MB XIV 847-849.

18 Il sistema preventivo (1877), p. 46 e 48, OE XXVIII 424-426.

19 Il sistema preventivo (1877), p. 62, OE XXVIII 440.

20 D. Ruffino, Libro di esperienza 1864, p. 67. Don Lemoyne riporta un testo molto dilatato, che afferma ricavato da cronache di don Bonetti (MB VII 503); se n’ è citato un breve tratto nel cap. 15.

21 Quanto al termine "sistema", cfr. S. Battaglia, Grande dizionario della lingua italiana, vol. XIX. Torino, Utet 1998, alla voce "sistema", p. 99: "10. Uso, modo abituale, maniera".

22 Due lettere datate da Roma..., in P. Braido (Ed.), Don Bosco educatore..., p. 385.

23 J. M. Prellezo, Dei castighi da infliggersi..., pp. 290-294.

24 L’ articolo è aggiunto al testo del sistema preventivo pubblicato nell’ opuscolo del Regolamento per le case, p. 12, OE XXIX 108.

25 Ne tratta con qualche disponibilità anche la lettera Dei castighi da infliggersi nelle case salesiane: J. M. Prellezo, Dei castighi da infliggersi..., pp. 304-306.

26 Il sistema preventivo (1877), Una parola sui castighi, art. 1 e 2, p. 64, OE XXVIII 442.

27 Nella circolare Dei castighi da infliggersi, specchio della prassi seguita nell’Oratorio di Torino-Valdocco e nelle altre case, ne sono date in poche righe alcune esemplificazioni: J. M. Prellezo, Dei castighi da infliggersi..., p. 304.

28 G. B. Lemoyne, Cronaca 1864ss, buonanotte del 21 marzo 1865, p. 121.

29 Si vedano in MB X 1094-1095 norme in materia date da don Bosco e raccolte da G. B. Lemoyne; altre norme scaturirono dalle "conferenze" dei prefetti: MB X 1121; cfr. pure J. M. Prellezo, Dei castighi da infliggersi..., p. 308.

30 Ruffino, Cronaca 1861 1862 1863, pp. 93-95.

31 Regolamento per le case..., parte II, capo XVI, p. 89, OE XXIX 185.

32 G. B. Lemoyne, Cronaca 1864ss, pp. 93-94. Egli si soffermava poi, a lungo, a giustificare l’ invito fatto ai giovani uditori: "Denunziare i capi di disordine e di peccato" (Ibid., pp. 96-97).

33 G. Barberis, Cronichetta, quad. 3, p. 19.

34 F. Motto, I "Ricordi confidenziali ai direttori"..., pp. 156-157.

35 Regolamento dell’ Oratorio... per gli esterni, parte II, capo II Condizioni d’ accettazione, art. 6, p. 30, OE XXIX 60.

36 Regolamento dell’ Oratorio... per gli esterni, parte II, capo II, art. 7, p. 30, OE XXIX 60.

37 G. B. Lemoyne, Cronaca 1864ss, pp. 78-79.

38 Cfr. MB III 357-358, 428; V 279-280; IX 338-339; X 187, 373, 1230. Nella "conferenza" del 1˚ settembre 1872 è registrato: "Si determinò di far la premiazione nel cortile degli studenti minori, con gli apparecchi del gaz, musica solenne ecc." (J. M. Prellezo, Valdocco nell’ Ottocento..., p. 171); un cenno si trova nel verbale delle "adunanze" del 6 agosto 1881 (Ibid., p. 247) e del 31 luglio 1882: "Si concertò per la distribuzione dei premi pel giorno 15 Agosto" (Ibid., p. 251).

39 J. M. Prellezo, Valdocco nell’ Ottocento..., p. 45, 70. "Si deliberò di fare la premiazione degli artigiani pel giorno del Corpus Domini nel loro cortile, dopo le funzioni vespertine con musica vocale ed istrumentale" (Ibid., p. 168).

40 Cfr. MB III 440-441; VI 437; XI 111. Per il 1876 nel "Diario" don Lazzero annota: "Generalmente durante il mese di S. Giuseppe vanno a tavola di D. Bosco i distinti d’ ogni classe ginnasiale. Nel giorno di S. Giuseppe comincierebbero gli artigiani. Questo però è ad libitum superioris" (J. M. Prellezo, Valdocco nell’ Ottocento..., p. 109).

41 Regolamento per le case..., parte II, capo VI, art. 22, p. 73, OE XXIX 169.

42 MB XIV 847.