Capitolo 18

Le istituzioni educative

Pietro Braido

 

Don Bosco ha parlato e scritto dei suoi progetti in favore dei giovani e della relativa "pedagogia" alla più svariata gamma di persone: ai collaboratori, cooperatori, benefattori; a papi, cardinali, vescovi, sacerdoti; a regnanti, uomini della politica e della finanza, funzionari e amministratori di enti statali e locali, ecc. Egli ha anche prospettato varie possibilità di applicazione del suo "sistema educativo" preventivo: nelle carceri, con il ministro della Giustizia Urbano Rattazzi nel 1854; negli istituti di ricupero, con i ministri degli Interni italiani del 1878; nella scuola, con l’insegnante elementare Francesco Bodrato nel 1864; negli istituti educativi privati e nelle famiglie, nel "Bollettino salesiano".

Tuttavia, più esplicitamente le direttive che egli ha dato, gli scritti che ha lasciato, l’ esperienza che ha trasmesso, si riferiscono alle numerose istituzioni da lui fondate, governate o animate.

Esse si possono classificare in due grandi categorie: 1˚ le istituzioni "aperte", come i "giardini di ricreazione" (parchi-gioco), gli oratori festivi e quotidiani, i centri giovanili, le scuole domenicali e serali, le scuole di vario ordine o grado, la stampa popolare e giovanile, le residenze missionarie; 2˚ le istituzioni "totali", quali ospizi, pensionati per giovani lavoratori o studenti, artigianati per la formazione artigianale e professionale, collegi per studenti, seminari ecclesiastici.

Tutte - eccetto le missioni, che hanno inizio nel gennaio 1880 - sono globalmente codificate nel testo delle Costituzioni approvate ufficialmente in aprile 18741, tradotte in italiano nel 1875.

  1. Lo scopo della Società Salesiana si è la cristiana perfezione de’ suoi membri, ogni opera di carità spirituale e corporale verso dei giovani, specialmente poveri, ed anche l’educazione del giovane Clero (...).
  2. Il primo esercizio di carità sarà di raccogliere giovanetti poveri ed abbandonati per istruirli nella santa Cattolica religione, particolarmente ne’ giorni festivi.
  3. Avvenendo spesso che si incontrino giovani talmente abbandonati, che per loro riesce inutile ogni cura, se non sono ricoverati, perciò per quanto è possibile si apriranno case, nelle quali coi mezzi, che la divina Provvidenza ci porrà tra le mani, verrà loro somministrato ricovero, vitto e vestito; e mentre si istruiranno nelle verità della cattolica Fede, saranno eziandio avviati a qualche arte o mestiere.
  4. Essendo poi molti e gravi i pericoli che corre la gioventù, che aspira allo stato ecclesiastico, questa società si darà massima cura di coltivare nella pietà quelli che mostrassero speciale attitudine allo studio, e fossero commendevoli per buoni costumi.

Trattandosi poi di ricevere giovani per gli studi, si accolgano di preferenza i più poveri, perché appunto non potrebbero compiere i loro studi altrove (...).

  1. Il bisogno di sostenere la Religione Cattolica si fa gravemente sentire tra i popoli Cristiani, particolarmente nei villaggi; perciò i soci salesiani si adopereranno con zelo a dettare esercizi spirituali per confermare e indirizzare nella pietà coloro, che, mossi dal desiderio di mutar vita, si recassero ad ascoltarli.
  2. Similmente si adopereranno a diffondere buoni libri nel popolo usando tutti quei mezzi, che la cristiana carità inspira. Finalmente colle parole, cogli scritti cercheranno di porre un argine all’ empietà e all’ eresia, che in tante guise tenta di insinuarsi fra i rozzi e gli ignoranti (...)2.

Il riferimento alle istituzioni è essenziale alla comprensione dell’ evolversi e dell’articolato costituirsi del "sistema" almeno nel suo triplice vincolo:

1) esso è attuato gradualmente in strutture, che non vengono create ex novo da don Bosco, sono tipiche del tempo della Restaurazione, molte con radici lontane nell’epoca della Riforma cattolica e dell’ancien régime; tuttavia esse ricevono dal suo sistema una fisionomia nuova, che ne precisa ulteriormente le fondamentali caratteristiche;

2) inoltre, il "sistema" stesso incarnandosi nelle varie istituzioni ne rimane a sua volta condizionato, derivandone tratti differenziati che lo rendono più articolato: non è del tutto identico, ad esempio, nell’ oratorio e nel collegio-internato;

3) ancora, le varie istituzioni sono destinate generalmente a giovani di differente livello sociale, culturale, religioso-morale e intendono rispondere a esigenze diverse o diversamente accentuate (o assistenziali o scolastiche o professionali o catechistiche o formative), che incidono sui contenuti e i metodi educativi: non si possono, quindi, ignorare i "volti" diversi che tale pedagogia assume.

Una parziale tipologia istituzionale e pedagogica è presente anche a don Bosco, quando, in una delle più importanti conferenze degli anni ‘80, traccia agli uditori un quadro completo delle sue iniziative assistenziali giovanili.

"Vi sono gli Oratori festivi coi giardini o luoghi di onesta ricreazione. Ivi i giovanetti in bel modo allettati sono trattenuti con giuochi e trastulli sotto la dovuta sorveglianza; ivi a tempo e luogo sono istruiti nella dottrina cristiana; ivi sono indirizzati ed assistiti nella pratica dei doveri religiosi (...). Vi sono scuole serali pei poveri artigianelli, i quali essendo tutto il giorno occupati nelle loro officine non possono acquistarsi la necessaria istruzione. Vi sono le scuole diurne e gratuite (...). Vi sono i catechismi domenicali, ed anche quotidiani, o nelle chiese o nelle case private (...). Vi hanno i così detti patronati, mediante i quali si ha cura di collocare i giovanetti presso a padroni onesti, e si attende che non vi corrano pericolo né per la religione né per la moralità (...). Ma questi mezzi talora non bastano (...) ma occorre una casa, occorre un tetto, occorre un ricovero pel derelitto. Ed ecco appunto la necessità degli Ospizi di carità pei giovanetti più bisognosi. Ivi sono provveduti di quanto è necessario alla vita; ivi gli uni in appositi laboratorii sono avviati all’ imprendimento di un’ arte, perché possano un giorno guadagnarsi un pane onorato: gli altri forniti da Dio di un particolare ingegno sono indirizzati allo studio; di questi una parte abbracciano la carriera civile, e in questo o in quell’ ufficio servono alla famiglia ed alla società; un’ altra parte entra nella carriera ecclesiastica, e diventano apostoli di religione e di civiltà non solo presso di noi, ma presso le barbare nazioni"3.

Con fondamento si può pensare ad un unico "sistema preventivo" che si attua in una pluralità di "metodologie" o "metodi preventivi"4.

  1. L’oratorio

La prima istituzione in ordine cronologico e d’importanza è l’Oratorio festivo e quotidiano, l’espressione più popolare, flessibile e personalizzata dell’azione religiosa, sociale ed educativa di don Bosco. In essa è sorto nei suoi elementi originari il "sistema preventivo" con tratti che lo distinguono da quello praticato nel "collegio-internato" e da istituzioni analoghe, pur conservandone le essenziali dimensioni comuni5. L’ oratorio sorge da urgenze immediate che si caricano di ovvi elementi tradizionali: catechesi, pratica religiosa, tempo libero, attività culturali integrative6. Più tardi verranno le regolamentazioni assunte dall’esperienza e da statuti di opere analoghe lombarde e piemontesi. Vi è, comunque, fortemente presente il timbro impresso da don Bosco.

Plasmato in base a una felice intuizione iniziale, che non esclude la sintesi eclettica di vistosi elementi tradizionali, è definito solo parzialmente dal primo articolo del Regolamento: "trattenere la gioventù ne’ giorni di festa con piacevole ed onesta ricreazione dopo di aver assistito alle sacre Funzioni di Chiesa"7. "Gli oratori di don Cocchi e di don Bosco si svilupparono proprio all’ incrocio tra esigenze pastorali (la conversione del popolo animata all’ interno del popolo stesso attraverso una figura di prete) e istanze educativo-popolari (aiutare la gioventù sola, abbandonata e senza guida, e dunque potenzialmente pericolante e pericolosa, a migliorare per sé e per la società)"8.

L’aspetto pastorale-catechistico e ricreativo è integrato da una preoccupazione di formazione generale, morale e culturale, mediante le associazioni, le scuole domenicali, serali e diurne, le attività musicali, il teatro, la ginnastica, lo sport, l’escursionismo9. "Due altre importanti intuizioni si possono ormai ritenere acquisite da don Bosco nel momento in cui l’ oratorio si sistema infine a Valdocco. La prima riguarda la struttura flessibile con cui egli pensa all’ oratorio, né parrocchiale (come in fondo era ancora l’esperienza di don Cocchi) né interparrocchiale ma opera di mediazione tra Chiesa, società urbana e fasce popolari giovanili. La seconda si riferisce all’ intreccio dinamico tra formazione religiosa e sviluppo umano, tra catechismo ed educazione"10.

Spicca, anzitutto, l’elemento religioso: "una casa di domenicale convegno, in cui potessero gli uni e gli altri aver tutto l’agio di soddisfare a’ religiosi doveri, e ricevere ad un tempo una istruzione, un indirizzo, un consiglio per governare cristianamente e onestamente la vita"11. Il Regolamento ammonisce: "Entrando un giovane in quest’Oratorio deve persuadersi che questo è luogo di religione, in cui si desidera di fare dei buoni cristiani ed onesti cittadini"12. Nel regolamento del direttore, "il Superiore principale, che è il responsabile di tutto quanto avviene nell’Oratorio", è riassunta la finalità eminentemente cristiana dell’educazione oratoriana. Egli deve "adoperarsi in ogni maniera possibile per insinuare nei giovani cuori l’amor di Dio, il rispetto alle cose sacre, la frequenza ai Sacramenti, figliale divozione a Maria Santissima, e tutto ciò, che costituisce la vera pietà"13.

Per questo l’oratorio è scuola di istruzione, di pratica religiosa e d’ispirazione cristiana della vita. Una delle poche condizioni di accettazione è "che (i giovani) siano occupati in qualche arte o mestiere, perché l’ozio e la disoccupazione traggono a sé tutti i vizi, quindi inutile ogni religiosa istruzione"14, sotto forma di predicazione domenicale, mattutina o pomeridiana, oppure nella forma della catechesi per classi o collettiva. Quanto alla pratica religiosa, nel racconto dei fatti avvenuti nell’Oratorio primitivo s’insiste molto sulla "comodità di accostarsi ai santi Sacramenti della confessione e della comunione"15. Con la benedizione della prima cappella (8 dicembre 1844) si voleva garantito un luogo per compiere "i doveri religiosi in chiesa"16. Ed anche nei momenti critici dell’Oratorio ambulante, prima preoccupazione è trovare il modo di compiere i doveri religiosi: catechismo, canto di lodi, messa, vespri, istruzione religiosa17.

Inoltre, l’oratorio è struttura "aperta" estremamente comprensiva sia quanto al tempo che ai giovani che lo frequentano. L’ oratorio non ha orario, non è una scuola a scadenza e a periodi fissi. Operai e studenti, tutti, hanno giornate ed ore "libere" che potrebbero venir sprecate nell’ozio e nello sperpero, "particolarmente nei giorni festivi". L’oratorio dovrebbe riempire i vuoti di lavoro e di occupazione della vita di un giovane; e saturarla di possibilità, di gioia, di valori umani e celesti, di formazione e di ricreazione, di istruzione e di edificazione. È viva la preoccupazione di non permettere soluzioni di continuità nell’opera educativa oratoriana. Tanto che essa prosegue, in un modo o nell’altro, durante la settimana. È la prassi e il pensiero di don Bosco.

"La festa era tutta consacrata ad assistere i miei giovanetti; lungo la settimana andava a visitarli in mezzo ai loro lavori nelle officine, nelle fabbriche. Tal cosa produceva grande consolazione ai giovanetti, che vedevano un amico prendersi cura di loro; faceva piacere ai padroni, che tenevano volentieri sotto la loro disciplina giovanetti assistiti lungo la settimana, e più ne’ giorni festivi che sono giorno di maggior pericolo. Ogni sabato mi recava nelle carceri colle saccoccie piene ora di tabacco, ora di frutti, ora di pagnottelle, sempre nell’oggetto di coltivare i giovanetti che avessero la disgrazia di essere colà condotti; assisterli, rendermeli amici, e così eccitati di venire all’Oratorio quando avessero la buona ventura di uscire dal luogo di punizione"18.

Ancora, l’ oratorio è per tutti, cioè per chiunque ha tempo libero da occupare costruttivamente. Se c’è una preferenza, questa è per coloro che si trovano in condizione di maggior indigenza materiale e spirituale. "Quelli però, che sono poveri, più abbandonati, e più ignoranti sono di preferenza accolti e coltivati, perché hanno maggior bisogno di assistenza per tenersi nella via dell’eterna salute"19. Lo scopo primo, infatti, è di "trattenere la gioventù più abbandonata e pericolante", ripete don Bosco nelle Memorie dell’ Oratorio20. Nelle Deliberazioni dei due ultimi capitoli generali presieduti da don Bosco era deciso: Per raggiungere "più efficacemente e diffusamente" lo scopo primario della società salesiana, che "è di raccogliere giovanetti poveri ed abbandonati", "particolarmente nei giorni festivi", sarebbe stato estremamente proficuo "nelle città e nei paesi, ove esiste una Casa Salesiana, impiantare eziandio un giardino di ricreazione ossia Oratorio Festivo pei giovani esterni, che sono più bisognosi di religiosa istruzione, ed esposti ai pericoli di pervertimento"21.

A differenza dell’ospizio e della scuola, l’ oratorio esclude per principio ogni procedimento sistematico di accettazione, di classificazione, di controllo, di ammissione o dimissione, eccettuati i rarissimi casi di espulsione, ponendosi come la più dinamica e imprevedibile aggregazione giovanile progettata e realizzata da don Bosco. I vincoli sono essenzialmente costituiti dai valori di interesse, di attenzione, di adeguazione che esso è in grado di esprimere: consapevolezza religiosa, impegno morale, libera partecipazione, cultura, solidarietà di amicizia e di corresponsabilità, clima di libertà, di amore e di gioia.

L’ oratorio, più che altre istituzioni, vuol essere un centro di vitalità e vivacità giovanile nella piena espressione del principio dell’ "allegria", come è detto con primitiva semplicità in una Circolare del 20 dicembre 1851: "Vari giocherelli atti a sviluppare le forze fisiche e a ricreare onestamente lo spirito furono pure adottati, e così si studiò di rendere utile ed insieme gradita la loro [dei giovani] dimora in quel luogo"22. Se il gioco e la gioia sono, per qualsiasi istituzione educativa di don Bosco, un clima e un ambiente essenziali, lo devono essere in misura più generosa nell’oratorio festivo, istituzione educativa "libera", dove la costrizione e la regolamentazione sono sostituite dall’attrazione dell’ambiente festoso e della carità. Vi insistevano le Deliberazioni accennate: "Sono specialmente raccomandati i giuochi e divertimenti di vario genere, secondo l’età e gli usi del paese, essendo questo uno dei mezzi più efficaci per attirare i giovanetti all’Oratorio. A promuovere la frequenza e la buona condotta negli Oratorii festivi giovano pur molto i premi da distribuirsi a tempi fissi, per es. libri, oggetti di divozione, vestiario; come pure lotterie, passeggiate, teatrini facili e morali, scuola di musica, festicciuole, ecc."23.

"Il giuoco e la festa erano momenti privilegiati per creare aggregazione, familiarità, amicizia e per facilitare la comunicazione di valori umani e religiosi"24.

Oltre la "pietà" e la gioia, resta vincolo insostituibile per l’oratorio, più che altrove, la carità. Essa sarà, indubbiamente, prima di tutto amore dalle forti motivazioni morali, religiose e sociali. Ma dovrà anchetradursi, inseparabilmente, in umana e tangibile amorevolezza, carità che si manifesta e appare, diventando mezzo umano di attrazione e di conquista. "Il buon andamento dell’Oratorio festivo dipende poi soprattutto dall’usare sempre un vero spirito di sacrificio, grande pazienza, carità e benevolenza verso tutti, così che gli alunni ne ricevano e mantengano ognora una cara memoria, e lo frequentino eziandio quando siano adulti"25. "Il Direttore - raccomanda il regolamento - deve (...) mostrarsi costantemente amico, compagno, fratello di tutti"26. Inoltre: "Ciascun Catechista dimostri sempre un volto ilare, e faccia vedere, come difatti lo è, di quanta importanza sia quello che insegna: nel correggere od avvisare usi sempre parole che incoraggiscano, ma non mai avviliscano. Lodi chi lo merita, sia tardo a biasimare"27. A tutti, infine, è ricordato: "Carità, pazienza vicendevole nel sopportare i difetti altrui, promuovere il buon nome dell’Oratorio, degli impiegati, ed animare tutti alla benevolenza e confidenza col Rettore, sono cose a tutti caldamente raccomandate, e senza di esse non si riuscirà a mantenere l’ordine, promuovere la gloria di Dio, ed il bene delle anime"28.

Infine, l’ oratorio costituisce la prima esperienza, sul campo, della solidarietà con don Bosco dei numerosi collaboratori, ecclesiastici e laici, adulti e giovani29, nobili, professionisti, borghesi. Don Bosco stesso ne scrive con riconoscenza già nel Cenno storico del 185430 e nei Cenni storici del 186231, insistendovi ancora, intenzionalmente, nelle Memorie dell’ Oratorio in rapporto alla nascente idea dei "Cooperatori"32.

  1. L’ ospizio e il collegio

Soprattutto nel settore delle istituzioni totali, collegi, ospizi, non è nella struttura in quanto tale che si può ricercare una qualche creatività di don Bosco33. Semmai, l’internato - sia esso ospizio per giovani "abbandonati", convitto di studenti, collegio per apprendisti artigiani, piccolo seminario -, condiziona fortemente alcuni degli elementi più originali e dinamici del suo sistema educativo, che, invece, emergono più visibilmente nell’ oratorio e nelle istituzioni aperte: la spontaneità dell’accesso e della frequenza, la riduzione delle forme disciplinari e di inquadramento, l’assenza di rapporti finanziari, il contatto con la famiglia e con il mondo esterno, la verifica dell’appreso nel vissuto di ogni giorno, l’inesistenza del problema delle "vacanze".

D’altra parte, l’ internato sembra consentire una più rigorosa attuazione di alcuni aspetti protettivi e disciplinari del "sistema". In realtà le forme più mature di esso sono state elaborate in riferimento all’ ospizio e al collegio.

Viceversa, le forme "collegiali" donboschiane vengono sensibilmente mitigate dalle caratteristiche e dallo stile proprio del "sistema preventivo", con l’iniezione di nuova linfa in strutture e tradizioni consolidate.

Con il fenomeno della "collegializzazione" non solo si determina una svolta nella storia delle istituzioni educative di don Bosco34, ma nascono contemporaneamente un "nuovo" sistema preventivo e un "nuovo collegio"35.

Anzitutto, la fisionomia del collegio-ospizio di don Bosco risente necessariamente della qualità umana, culturale e sociale dei giovani che vi affluiscono e vi portano, in molti casi, uno speciale volto di semplicità, di "povertà", che rende l’intera convivenza meno formale, più elementare, quindi più atta a recepire i tratti propri di quella che si è potuto chiamare "pedagogia del povero", "pedagogia povera": la sincerità dell’amicizia, la fiducia degli allievi negli educatori, l’esperienza della vita comune familiare e "amorevole", l’evangelica disponibilità ai doni della grazia, l’apprezzamento dello studio e della crescita professionale, il fascino di attività ludiche, teatrali e simili, in genere inaccessibili nell’ambito familiare originario.

Per la stragrande maggioranza dei giovani la "vita di collegio" non è cosa scontata, una necessità della propria condizione familiare e sociale, ma realmente una fortuna, un dono inaspettato, un’imprevista stupenda possibilità di elevazione culturale e sociale, l’inizio di una nuova "via" al futuro.

Inoltre, in essa possono trovare ottimale attuazione alcune esigenze del "sistema", in primo luogo quella fondamentale della preventività nel duplice aspetto: protettivo-dispositivo e positivo-costruttivo. Anzi, è proprio la preoccupazione preventiva che dà origine al convitto-ospizio: "Fra i giovani che frequentavano gli Oratori della città ce ne sono di quelli che trovansi in condizione tale da render inutili tutti i mezzi spirituali se non si porge loro soccorso nel temporale"36. "Accorgendomi che per molti fanciulli tornerebbe inutile ogni fatica se loro non si dà ricovero, mi sono dato premura di prendere altre e poi altre camere a pigione sebbene a prezzo esorbitante"37.

Più tardi, ulteriori motivi di schietta "prevenzione" pedagogica consigliano, sia per gli artigiani che per gli studenti, l’adozione della rigida forma "collegiale", con laboratori e scuole interni.

"Non avendosi ancora i laboratorii nell’istituto, i nostri allievi andavano a lavorare e a scuola in Torino, con grande scapito della moralità, perciocché i compagni che incontravano, i discorsi che udivano, e quello che vedevano, facevano tornare frustraneo quanto loro si faceva e si diceva nell’Oratorio"38. "Ciò che succedeva degli artigiani era ugualmente a lamentarsi degli studenti. Perciocché per le varie classi in cui erano divisi, i più avanzati negli studi dovevansi inviare (i grammatici) presso al Prof. Gius. Bonzanino; i Retorici al Prof. D. Picco Matteo. Erano scuole ottime, ma per l’andata e pel ritorno erano piene di pericoli. L’anno 1856 con gran vantaggio furono definitivamente stabilite le scuole ed i laboratorii nella casa dell’Oratorio"39.

Chiaramente, una pedagogia della preservazione e dell’immunizzazione appare a don Bosco condizione ideale per una costruzione educativa morale senza soluzioni di continuità. Egli preferisce che l’edificio educativo si elevi su un terreno vergine, piuttosto che su un suolo che richiede preliminari lavori di risanamento o di sgombero di macerie. Egli non rifiuta questa seconda ipotesi; ma non fa nulla per realizzarla.

Questa persuasione ritorna frequentemente, soprattutto negli ultimi anni di vita, nei discorsi ai cooperatori e ai benefattori. Con particolare preoccupazione parla a Marsiglia delle ragazze che dalle campagne vanno in città per "guadagnarsi da vivere" e sono esposte a tanti pericoli di "pervertimento": "la mancanza di educazione e di religione, per una parte, lo scandalo, la corruzione, la malizia, per l’altra, fanno stragi immense"; vengono ospitate nella casa di St. Cyr, dove "lavorano la terra, ricevono l’ istruzione intellettuale, religiosa e morale"40.

Nella breve biografia romanzata, Valentino o la vocazione impedita, intenzionalmente don Bosco mostra l’efficacia educativa di un collegio cristiano in cui l’isolamento, la perfetta organizzazione e l’assistenza, in funzione della preservazione e della protezione, ottengono rapidi e convincenti risultati educativi.

"Separato dai compagni, distolto dalle cattive letture, la frequenza dei buoni condiscepoli, l’emulazione in classe, musica, declamazione, alcune rappresentazioni drammatiche in un teatrino, fecero presto dimenticare la vita dissipata che da circa un anno conduceva. Il ricordo poi della madre fuggi l’ozio ed i cattivi compagni, gli ritornava sovente alla memoria. Anzi con facilità ripigliò l’antica abitudine alle pratiche di pietà"41.

Ne derivano varie prescrizioni: la netta separazione dal mondo esterno42, il rigore nelle accettazioni43, l’avvedutezza dei controlli e delle regolamentazioni44. Il concetto della prevenzione si traduce, nella prima tradizione collegiale, superata poi dai fatti, in una sfiducia piuttosto accentuata verso gli esternati e i pensionati. Ancora vivente don Bosco, in una riunione del "capitolo superiore" del febbraio 1877, trattandosi dell’ istituto di Valsalice, non ebbe seguito la proposta di trasformare quel collegio in semiconvitto, mandando a prendere e a riportare gli allievi alle loro case con l’ omnibus45.

È prevalente, ovviamente, lo scopo eminentemente positivo della formazione collegiale, tanto più efficace, quanto meno compromessa da quotidiani contatti con il mondo esterno. Nella storia del collegio di don Bosco si assiste a questo duplice fenomeno: "annesso" all’ oratorio, opera principale, sorge l’ospizio-pensionato, che si trasforma presto in vero collegio interno per studenti, aspiranti o no alla carriera ecclesiastica, e artigiani, strutturato secondo le esigenze di una formazione interna autosufficiente e autonoma. Con l’ avvento in gran numero dei "collegi", sarà l’ oratorio che finirà per esservi considerato "annesso".

Dal punto di vista pedagogico non si differenziano dai collegi, gli ospizi, destinati ai ragazzi "orfani e privi dell’assistenza, perché i genitori non possono e non vogliono curarsi di loro, senza professione, senza istruzione", "esposti ai pericoli di un tristo avvenire". Anch’ essi sono destinati a offrire agli ospiti una formazione compiuta, in un ambiente ugualmente accogliente: istruzione, abilità professionali, disciplina di vita, educazione morale e religiosa46. Il Regolamento per le case richiede, per la loro accettazione, due condizioni di significato "pedagogico": siano, per quanto è possibile, conosciuti dall’educatore e disposti a considerare la "casa" come loro famiglia.

"Nelle nostre case di beneficenza, saranno di preferenza accettati quelli che frequentano i nostri oratori festivi, perché è della massima importanza il conoscere alquanto l’indole dei giovanetti, prima di riceverli definitivamente nelle case.

Ogni giovane ricevuto nelle nostre case, dovrà considerare i suoi compagni come fratelli, e i Superiori come quelli che tengono le veci dei genitori"47.

L’ autonomia educativa, costantemente rivendicata da don Bosco, prima e più che amministrativa, lo porta ad escludere dagli ospizi e dai collegi le interferenze e le intromissioni, che avessero potuto limitare l’ efficacia "preventiva" del sistema. È il senso della lettera, già citata a proposito delle particolarità del "sistema preventivo", indirizzata al presidente dell’Ospizio romano di San Michele a Ripa, opera che sembrava gli si volesse affidare. "Sarà bene pertanto che mi spieghi sopra la parte essenziale della sua lettera: Confidare la direzione dei giovani e la loro immediata dipendenza e sorveglianza". La "spiegazione" consisteva, in sostanza, nella precisa delimitazione dei rispettivi spazi di competenza, amministrativi ed educativi48.

Lo spirito familiare è un ulteriore elemento che caratterizza il collegio voluto e attuato da don Bosco, anche se più acutamente che in qualsiasi altra struttura, è sentito il problema dell’ordine, dei castighi e, perfino, dell’espulsione. La realtà della famiglia ne plasma la totalità degli aspetti organizzativi e disciplinari. Il collegio è la "casa", come si è visto sottolineare dal Caviglia a proposito della comunità educativa49.

La stessa continuità e stabilità della convivenza accentua aspetti positivi di attività formative, maggiormente esposte in altre istituzioni alla precarietà delle collaborazioni: le attività di gruppo, la stabilità delle amicizie, la progressività della direzione spirituale, la ricchezza culturale ed emotiva delle feste, la dignità delle manifestazioni ludiche, teatrali, musicali, la creazione delle tradizioni e di uno stile.

Anche la dottrina e prassi delle vacanze, piuttosto rigorosa, può consentire forme comunitarie di vita intensamente partecipate, quali le memorabili escursioni autunnali già menzionate. Per don Bosco è esemplare in proposito il comportamento di Michele Magone. "In tutto il tempo che fu tra noi una volta sola andò a casa in tempo di vacanza. Di poi anche a mia persuasione non volle più andarvi, sebbene sua madre ed altri parenti, cui portava grande affetto, lo aspettassero. Gliene fu chiesta più volte la cagione, ed egli si schermiva sempre ridendo. Finalmente un giorno svelò l’ arcano ad un suo confidente. Io sono andato una volta, disse, a fare alcuni giorni di vacanza a casa, ma in avvenire, se non sarò costretto, non ci andrò più"50.

Occorre, però, tener presente ancora una volta che certe restrizioni, imposte e consigliate, riguardano prevalentemente istituzioni come la sezione studenti dell’ Oratorio di Torino-Valdocco, considerata alla stregua di un piccolo seminario per le vocazioni ecclesiastiche e religiose. Lo si preciserà nel paragrafo seguente.

  1. Il piccolo seminario

Nel 1860 l’anticlericale Gazzetta del popolo di Torino, facendo un riferimento polemico a don Bosco, lo definiva un "moderno P. Loriquet (...) direttore di una nidiata di baciapile in Valdocco". Era chiara l’allusione all’Oratorio come collegio soprattutto diretto alla cura delle vocazioni ecclesiastiche51.

Il piccolo seminario di don Bosco non si può considerare istituzione che si differenzi sostanzialmente dai comuni collegi. Però, è certo che la destinazione specifica ne condiziona fortemente lo stile di vita. Esso da un parte ne sottolinea in particolare gli elementi protettivi, mentre per altri aspetti ne esalta tratti essenziali come la temperie religiosa e la vita sacramentale, il clima familiare, l’ampiezza degli ideali.

Vengono indubbiamente accentuati tutti i procedimenti rivolti a garantire un ambiente sano, morale, quasi asettico, con l’aggravamento delle misure di carattere immunizzante. Nell’ estate del 1884 appaiono financo esasperati, discutendosi il problema in rapporto all’ Oratorio, che si riteneva in crisi disciplinare e vocazionale. Effettivamente in una riunione del "capitolo superiore" del 5 giugno 1884, dedicata al tema della "moralità" e della cura delle vocazioni a Valdocco, don Bosco si mostra estremamente rigido. Principio fondamentale è "custodire i giovani". La protezione doveva aver inizio dalle "accettazioni" e prolungarsi nelle risolute "dimissioni": "mettere le ossa rotte alla porta", "severità nell’ espellere i cattivi". Nel momento formativo, poi, si richiedono "disciplina" e "vigilanza", in modo che nessun angolo della casa resti segreto, una catechesi domenicale appropriata, l’ assidua tutela della moralità. Don Bosco concludeva la riunione riconducendo a tre i mezzi più immediati per raggiungere lo scopo prefissato, morale e vocazionale: "1˚ Regolando l’accettazione dei giovani. 2˚ Purgando la casa. 3˚ Dividendo, distribuendo, regolarizzando uffici, giovani, cortili, ecc."52.

Questa riunione e un’ altra del 7 luglio integravano, con ulteriori misure restrittive, gli orientamenti già adottati: l’intensificazione della vigilanza, la riduzione del contatto dei giovani con ambienti ritenuti distraenti o pericolosi (parrocchie, oratori, case religiose femminili, ospedali civici), talvolta la riduzione rigorosamente "funzionale" del programma degli studi sullo stile delle "scuole apostoliche" di Francia; per esempio, l’ esclusione dell’ insegnamento del greco e della matematica nelle ultime classi, in modo da rendere inagibile l’ esame di licenza ginnasiale53.

Vengono, però, sollecitati con almeno altrettanta insistenza i tanti strumenti, positivamente costruttivi, proposti dal sistema. Semmai essi vengono applicati, in istituzioni di tanto impegno educativo, in forme più accurate. Sono, in particolare, la presenza di educatori autorevoli e competenti, in particolare confessori salesiani fissi, capaci di fornire una direzione vocazionale discreta e prudente54; l’ unità di direzione e il più assiduo incontro familiare del direttore o del catechista con gli alunni in pubblico e in privato55. Capitale e frequentemente richiamata è la creazione di un intenso clima di confidenza, la cordialità e la concordia tra gli educatori, l’"amorevolezza" verso i giovani: "Prima di tutto io vedo necessario che vicendevolmente noi ci trattiamo con molta carità e dolcezza ed usiamo lo stesso trattamento con tutti i soci. Da questa carità e dolcezza tra noi i giovani resterebbero già molto ingaggiati al nostro genere di vita (...). Dico adunque e ripeto: la dolcezza, la carità tra noi e con loro sono i mezzi più potenti per poterli educare bene e per coltivarne le vocazioni"56; "la pazienza e la dolcezza, le cristiane relazioni dei maestri cogli allievi, guadagneranno molte vocazioni tra di loro"57. Si aggiunge una coraggiosa pedagogia degli ideali, come si è visto parlando del primato della carità apostolica tra le virtù del giovane cristiano e dell’ itinerario educativo alla "scelta vocazionale".

In conclusione l’ intero "sistema preventivo" dovrebbe, per se stesso, portare i giovani a una matura scelta vocazionale e, tra esse, a quella alta allo stato ecclesiastico e religioso. E don Bosco non manca di rilevarlo: "Si facciano sacrifizi pecuniari e personali, ma si pratichi il sistema preventivo ed avremo delle vocazioni in abbondanza"58. In prospettiva generale nell’ adunanza del capitolo superiore del 12 settembre 1884 interloquiva: "Un’ altra cosa raccomando. Studio e sforzo per introdurre e praticare il Sistema preventivo nelle nostre case. I Direttori facciano conferenze su questo importantissimo punto. I vantaggi sono incalcolabili per la salute delle anime e la gloria di Dio"59.

  1. La scuola

La prassi e la teoria della scuola di don Bosco non presentano originalità di caratteri, se non quella che le deriva dall’applicazione dei principi della pedagogia preventiva. Qualche elemento peculiare si potrà, forse, rilevare nel settore della formazione artigiana o professionale e in talune notazioni sull’insegnamento religioso.

In tutti i tipi di scuola sono ben evidenziati i due aspetti fondamentali: il fine etico-religioso e l’ utilità socio-professionale. La scuola e la cultura sono considerate essenzialmente come mezzo dimoralizzazione in senso cristiano e di preparazione alla vita: "potervi a suo tempo guadagnare il pane della vita".

4.1 La scuola umanistica

Nella scuola latina - generalmente le cinque classi ginnasiali, previste dalla legge Casati (1859) - non si notano innovazioni nell’ impostazione programmatica e nella metodologia didattica60. Si può notare, soltanto, l’insistenza sul consueto principio: Initium sapientiae timor Domini, dove l’ onore-amore di Dio è, insieme, principio, mezzo e fine della formazione scolastica, e l’umiltà del discente, la disposizione interiore indispensabile. Il passo biblico, frequentemente commentato da don Bosco nei sermoncini serali, trova espressione ufficiale nel Regolamento per le case: "Chi non ha il timor di Dio abbandoni lo studio, perché lavora invano. La scienza non entrerà in un’anima malevole, né abiterà in un corpo schiavo del peccato (...). Il principio della sapienza è il timor di Dio"61. L’ insegnante "dai classici sacri e profani avrà cura di trarre le conseguenze morali, quando l’opportunità della materia ne porge occasione, ma con poche parole senza alcuna ricercatezza. Una volta per settimana facciano una lezione sopra un testo latino di autore cristiano"62.

A questa luce, nella disputa sulla presenza dei classici latini e greci nella scuola, don Bosco, non potendo adottare nella pratica, per le ferree esigenze dei programmi statali, la tesi più rigida, sostenuta in Francia dall’ab. Gaume contro Dupanloup, deplora le conseguenze che si hanno nella educazione scolastica, diventata in questo modo "pagana"63. Come confidava all’ avv. Michel di Nizza Marittima, a questo scopo aveva caldeggiato l’introduzione nelle sue scuole degli autori latini. Ne riferisce il direttore generale delle scuole salesiane di allora, un sicuro partigiano del Gaume.

"Questa educazione, formata tutta su classici pagani, imbevuta di massime e sentenze esclusivamente pagane, impartita con metodo pagano, non formerà mai e poi mai, ai giorni nostri segnatamente in cui la scuola è tutto, dei veri cristiani. Ho combattuto tutta la mia vita, seguitò D. Bosco con accento di energia e di dolore, contro questa perversa educazione, che guasta la mente ed il cuore della gioventù ne’ suoi più begli anni; fu sempre il mio ideale riformarla su basi sinceramente cristiane. A questo fine ho intrapreso la stampa riveduta e corretta dei classici latini profani che più corrono per le scuole; a questo fine incominciai la pubblicazione dei classici latini cristiani, che dovessero con la santità delle loro dottrine e dei loro esempi, resa più vaga da una forma elegante e robusta ad un tempo, completare quel che manca nei primi, che sono il prodotto della sola ragione, render vani possibilmente gli effetti distruttori del naturalismo pagano e riporre nell’antico dovuto onore quanto anche nelle lettere produsse di grande il Cristianesimo"64.

Dal punto di vista didattico è da notarsi la preferenza per alcuni elementi familiari alla precettistica tradizionale. Sono note le sue raccomandazioni circa taluni comportamenti dell’ insegnante: la stima del libro di testo e la sua spiegazione fedele, l’interrogare, il tener presente la "media" intellettuale della classe, l’ uso di accademie letterarie e di rappresentazioni drammatiche di carattere umanistico, l’uso del dialogo didattico. Più vincolanti appaiono alcune disposizioni regolamentari.

"4. I più idioti della classe siano l’ oggetto delle loro sollecitudini, incoraggino ma non avviliscano mai.

  1. Interroghino tutti senza distinzione e con frequenza, e dimostrino grande stima ed affezione per tutti i loro allievi, specialmente per quelli di tardo ingegno. Evitino la perniciosa usanza di taluni, che abbandonano a loro stessi gli allievi che fossero negligenti e di troppo tardo ingegno"65.

4.2 La formazione artigiana

Un cenno merita la scuola artigiana e professionale, meno rilevante dal punto di vista pedagogico-didattico che non dal punto di vista assistenziale e sociale, con una straordinaria diffusione su scala mondiale66.

In questo settore, don Bosco ha iniziato con l’umile ospizio, che offriva vitto, alloggio e assistenza a un gruppo limitato di ragazzi occupati presso artigiani della città, spesso con la garanzia di regolari contratti, e circondati da un’assidua sollecitudine educativa. Dal 1853 al 1862 si ha la graduale organizzazione di laboratori artigiani interni, determinata da ragioni insieme morali, religiose, educative, economiche: sarti e calzolai (1853), legatori (1854), falegnami (1856), tipografi (1861), fabbri-ferrai (1862). Nel luglio del 1878 ha inizio la gestione delle due colonie agricole, maschile e femminile, di La Navarre e di Saint-Cyr in Francia.

Oltre gli accentuati scopi religiosi e morali, assumono crescente importanza gli aspetti sociali, tecnici e professionali, tali da creare una formula di artigianato, relativamente acculturato, ma soprattutto pratico. "Del resto, poi - dichiarava apertamente nel 1881 -, io non voglio che i miei figli siano enciclopedici; non voglio che i miei falegnami, i fabbri ferrai, i calzolai sieno avvocati; né che i tipografi e i legatori ed i librai la vogliono fare da filosofi e da teologi (...). A me basta che ognuno sappia bene quello che lo riguarda; e quando un artigiano possiede le cognizioni utili ed opportune per ben esercitare l’ arte sua (...), costoro, dico, sono dotti quanto è necessario per farsi benemeriti della Società e della Religione, ed hanno diritto ad essere rispettati quanto altri mai"67.

L’ultimo atto ufficiale di quest’evoluzione, a cui don Bosco poté assistere, consiste in un ben congegnato documento, già elaborato nel terzo capitolo generale del 1883, rifinito e approvato nel quarto del 1886. I due capitoli avevano incluso tra i temi di studio l’"indirizzo da darsi alla parte operaia nelle case salesiane e mezzi di sviluppare la vocazione dei giovani artigiani". Ne scaturirono orientamenti e norme che furono alla base degli sviluppi successivi delle "scuole professionali" salesiane che fino allora, in quanto scuole, erano presenti piuttosto in embrione68.

Nel documento approvato nel 1886 viene ricordato preliminarmente il triplice fine per cui i salesiani si occupano dei giovani artigiani: far loro apprendere "un mestiere onde guadagnarsi onoratamente il pane della vita", istruirli nella religione, dar loro "le cognizioni scientifiche opportune al loro stato". Ne deriva il triplice indirizzo programmatico e metodologico: ovviamente quello religioso-morale; l’indirizzointellettuale, che comprende il necessario "corredo di cognizioni letterarie, artistiche e scientifiche", compreso il disegno e la lingua francese; l’indirizzo professionale, che tende a formare l’artigiano abile in tutte le parti del suo mestiere, non solo teoricamente, ma praticamente: per questo "bisogna che abbia fatta l’abitudine ai diversi lavori e li compia con prestezza"; cosa questa tanto impegnativa da prevedere una durata di tirocinio generalmente di cinque anni69.

4.3 La scuola di religione

Quanto alla scuola di religione, è fin troppo chiaro che per don Bosco un’accurata cultura religiosa è un caposaldo di un’ educazione integrale. Ma altri elementi caratterizzano la sua azione in questo campo.

Esiste un documento degli ultimi anni che illumina sull’importanza eccezionale che egli attribuiva all’istruzione religiosa, quale base di ogni riforma della società e dell’educazione. È un foglio autografo, da lui lasciato al procuratore a Roma don Dalmazzo, contenente concetti e proposte, che intendeva far presenti al papa e che, probabilmente, espose a Leone XIII nell’udienza del 5 aprile 1880:

"Cose urgenti cui solo il Vicario di Gesù Cristo può provvedere.

  1. Pei fanciulli. Si faccia il catechismo ai fanciulli, almeno in ciascun giorno festivo. Sono pochi i paesi e pochissime le città in cui in generale abbiano luogo tali catechismi, meno poi ancora pei fanciulli poveri e abbandonati. Pochissima cura per invitarli ed ascoltarli in confessione.
  2. Pel clero. Maggiore sollecitudine a fare l’istruzione ai fedeli secondo le norme stabilite dalCatechismo ai parroci pubblicato per ordine del Sacrosanto Concilio Tridentino. È difficile trovare una parrocchia ove tali istruzioni abbiano luogo, se si eccettuano i paesi dell’Italia Settentrionale.

Maggior premura e maggiore carità nell’ascoltare le confessioni dei fedeli. La maggior parte de’ Sacerdoti non esercita mai questo Sacramento, altri appena ascoltano le confessioni nel tempo pasquale e poi non più.

III. Per le vocazioni ecclesiastiche (...)

  1. Ordini religiosi. Gli Ordini religiosi passano una crisi terribile. Due cose sono a promuoversi. Raccogliere i Religiosi dispersi, ed insistere sulla vita comune e sull’apertura dei rispettivi Noviziati.

I Religiosi che hanno vita contemplativa estendano il loro zelo al catechismo dei fanciulli, alla istruzione religiosa degli adulti, ad ascoltare le loro confessioni..."70.

Copiosa è la precettistica pedagogica e didattica in questo settore, anche se mancante di elementi particolarmente innovativi. Predomina la volontà del facile e del sostanziale, nella catechesi come nella predicazione, che, d’ altra parte, era soprattutto catechistica.

"La predicazione poi sia cosa semplice: si dà la definizione della cosa di cui si vuol trattare; dalla definizione se ne trae la divisione e se ne spiegano le parti. Non perdersi in dissertazioni o esempi. Non si affastellino molti testi o molti fatti appena accennati onde persuadere una cosa; ma quel testo o quei pochi testi si spieghino bene e si facciano campeggiare. Invece poi di accennare a molti fatti, se ne prenda uno che sia più a proposito e si racconti a lungo con tutte le sue particolarità che più fanno all’ uopo. La ristretta mente del fanciullo il quale non sarebbe capace capire ed apprezzare la molteplicità delle prove terrà invece quest’ una profondamente stampata nella sua mente e la sua tenace memoria la ricorderà poi ancora dopo molti anni"71.

"Facilità della dicitura e popolarità dello stile"72 è quanto richiede ai testi di dottrina religiosa; per essi, in genere, predilige l’uso della forma dialogica e i sussidi visivi, intuitivi.

Di notevole interesse è l’impostazione storica che don Bosco dà all’insegnamento della dottrina cristiana. Essa appare con maggior evidenza nel primo quindicennio (1844-1858) di impegno diretto tra i giovani e nell’intensa attività come scrittore di libri di storia biblica ed ecclesiastica e di opuscoli religiosi e apologetici73.

Il racconto è, certamente, inteso in parecchi contesti come sussidio didattico per attirare l’attenzione, tenere sveglio l’interesse degli uditori e raccogliere intorno a esperienze concrete verità dogmatiche e precetti di morale. Ma la storia biblica ed ecclesiastica incide anche sui contenuti della catechesi e sulle sue finalità. Essa serve a rappresentare sostanzialmente la storia dell’umanità come storia della salvezza, operata da Dio mediante il Cristo-Messia promesso (A.T.), venuto e operante sulla terra (N.T.), prolungato nella Chiesa cattolica, che garantisce il vincolo indissolubile di ogni fedele con i suoi pastori più vicini, i sacerdoti, il parroco, con il vescovo, con il pontefice romano, con Cristo, con Dio.

Naturalmente, negli anni ‘50, tale visione teologica essenziale è vissuta da don Bosco con marcato accento apologetico nei confronti del protestantesimo e della religione ebraica e più viva attenzione alla "storia della salvezza"74.

Dagli anni ‘60 in poi non sembra che i vivaci inizi siano maturati in una consistente e significativa tradizione catechistica dello stesso segno, ulteriormente chiarita e approfondita. Quello che di originale venne consolidandosi intorno alla prassi successiva di don Bosco è da attribuirsi più alle generali ispirazioni del sistema che a orientamenti innovativi.

  1. Preparazione degli educatori

Don Bosco non ha creato un istituto per la formazione degli insegnanti e degli educatori: chierici, sacerdoti, laici-coadiutori della Società Salesiana; suore dell’Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice; uomini e donne del laicato disposti a collaborare nel settore educativo come cooperatori e cooperatrici.

Per i sacerdoti era previsto il normale curricolo seminaristico e religioso: ginnasio, noviziato, liceo filosofico, quadriennio teologico; per i laici-coadiutori il corso di formazione professionale, il noviziato, e un periodo di perfezionamento religioso e tecnico; per i cooperatori e cooperatrici riunioni periodiche di animazione spirituale e apostolica.

Non furono soltanto ragioni pratiche, e cioè il bisogno di personale di pronto intervento in opere che si estendevano rapidamente, a renderlo riluttante a far compiere la formazione dei suoi collaboratori in tempi e spazi "separati". Il suo "sistema" assistenziale educativo esigeva la "presenza" continua e operosa degli educatori tra i giovani, la condivisione di vita e di interessi75.

La formazione ascetica, culturale, professionale non si sarebbe potuta svolgere adeguatamente staccata dalla vita della comunità educativa. In essa, o in stretta connessione con essa, si sarebbe dovuto attuare la formazione di coloro, preti e laici, che intendevano "consacrarsi" totalmente e a tempo pieno all’ assistenza e all’ educazione dei giovani. L’ esperienza, resa significativa nel confronto quotidiano con i giovani e con i collaboratori, guidata dal direttore "educatore degli educatori", doveva costituire un fattore qualificante della maturazione educativa di questi, naturalmente sorretta dall’ indispensabile formazione culturale, filosofica, teologica e professionale di base76.

Nelle Costituzioni, redatte e presentate a Roma per l’approvazione definitiva nel 1874, al capitolo XIV Del maestro dei novizi e della loro formazione, era inclusa questa prescrizione: "Poiché il fine della Nostra Congregazione è di istruire nella scienza e nella religione i giovani soprattutto più poveri in mezzo ai pericoli del mondo, guidarli nella via della salvezza; perciò tutti nel tempo di questa seconda prova dovranno impegnarsi in un non lieve esercizio nello studio, nelle scuole diurne e serali, nel fare la catechesi ai fanciulli, e nel prestare assistenza nei casi più difficili"77.

Don Bosco motivava una deroga tanto clamorosa "al diritto comune in grazia del fine che si [era] proposto nel fondare l’Istituto, giacché gli enunciati esercizi esibiscono la prova per conoscere se gli aspiranti hanno attitudine ad assistere ed istruire la gioventù"78.

La battaglia, naturalmente, era perduta: la norma non fu approvata. Don Bosco, però, il tirocinio pedagogico l’aveva già realizzato di fatto e continuava a realizzarlo dentro e fuori il noviziato, quale indispensabile complemento della formazione spirituale e culturale79.

Era un’ intuizione consona alla sua sensibilità, alla sua vasta capacità di immaginazione, al suo realismo abitato dalla passione di un fare grande come l’ immensa galassia giovanile. Per queste visioni e questi compiti, "sogni a occhi ben aperti", non bastava la semplice formazione tradizionale, pur necessaria, non era sufficiente nemmeno la pedagogia. L’ educatore, dal cuore ampio come le arene del mare, doveva essere ben più che semplice prete, religioso, precettore, educatore, più che "pedagogista" od operatore sociale. Il "nuovo" prete, o religioso, o educatore doveva sviluppare in se stesso, nel vivo dell’ esperienza e della realtà pressante e invocante della miseria e dell’ abbandono, grande "umanità", "fede fermissima", "infiammata carità", unite a straripante passione e sensibilità.

Che cosa poteva apportare un semplice "istituto pedagogico", un corso o un curricolo per la formazione degli educatori che gli occorrevano? Sul piano storico, concreto, tuttavia, i processi di formazione "ecclesiastica" - filosofica, teologica - degli educatori del "sistema preventivo" non potevano fermarsi alle strutture di emergenza e rudimentali adottate da don Bosco, stretto da angustie di ogni genere.

Nel 1901 il nono capitolo generale della società salesiana, finalmente, poteva affrontare il problema dell’ ordinamento generale degli studi degli ecclesiastici salesiani. In esso veniva inserito un triennio di tirocinio pratico, che doveva costituire il momento esperienziale della formazione del salesiano educatore, in armonia con le intuizioni di don Bosco sul prete educatore secondo le esigenze del "sistema preventivo" e sulla conseguente formazione, insieme, culturale, professionale e pratica.

 

NOTE

1 Cfr. Regulae seu Constitutiones Societatis S. Francisci Salesii juxta Approbationis decretum die 3 aprilis 1874. Augustae Taurinorum, ex officina Asceterii Salesiani An. MDCCCLXXIV, pp. 6-7, OE XXV 416-417.

2 Regole o Costituzioni della Società di S. Francesco di Sales secondo il decreto di approvazione del 3 aprile 1874. Torino, Tip. dell’ Oratorio di S. Francesco di Sales 1875, pp. 3-5, OE XXVII 53-55.

3 Conferenza ai Cooperatori a Genova del 30 marzo 1882, BS 6 (1882) n. 4, aprile, p. 71. Le sottolineature sono nostre.

4 Si sono potute individuare almeno quattro diverse "versioni" metodologiche del "sistema" già nelle esperienze assistenziali e educative del primo ventennio di attività a Torino: Cfr. P. Braido, Il sistema preventivo di don Bosco alle origini..., RSS 14 (1995) 310-312.

5 Sull’ oratorio don Bosco ha lasciato scritti fondamentali di carattere storico-ideologico; ed esiste pure una letteratura di notevole valore. Di don Bosco si devono ricordare almeno: Cenno storico dell’ Oratorio di S. Francesco di Sales(1854) e Cenni storici intorno all’ Oratorio di S. Francesco di Sales (1862); in parte La forza della buona educazione (1855), Severino ossia avventure di un giovane alpigiano (1868), Memorie dell’ Oratorio di S. Francesco di Sales dal 1815 al 1855Regolamento dell’ Oratorio di S. Francesco di Sales per gli esterni.

Sono meritevoli di attenzione particolarmente alcuni studi: P. Stella, Don Bosco nella storia della religiosità cattolica, vol. I, pp. 103-119; Id., Don Bosco nella storia economica e sociale..., pp. 71-90, 101-108, 159-174; G. Chiosso, L’ oratorio di don Bosco e il rinnovamento educativo nel Piemonte carloalbertino, in P. Braido (Ed.), Don Bosco nella Chiesa..., pp. 83-116; Id., Don Bosco e l’oratorio (1841-1855), nel vol. M. Midali (Ed.), Don Bosco nella storia..., pp. 297-313.

6 "Questa Congregazione nel 1841 non era che un Catechismo, un giardino di ricreazione festiva, cui nel 1846 [ = 1847] si aggiunse un Ospizio pei poveri artigianelli, formando un Istituto privato a guisa di numerosa famiglia" (Relazione alla S. Sede del marzo 1879, E III 462).

7 Regolamento dell’ Oratorio... per gli esterni, parte I, [Introduz.] Scopo di quest’opera, p. 3, OE XXIX 33.

8 G. Chiosso, Don Bosco e l’ oratorio..., in M. Midali (Ed.), Don Bosco nella storia..., p. 301.

9 Cfr. in particolare MO (1991) 158-161.

10 G. Chiosso, Don Bosco e l’ oratorio..., in M. Midali (Ed.), Don Bosco nella storia..., p. 302.

11 Circolare del 20 dicembre 1851, Em I 139.

12 Regolamento dell’ Oratorio ... per gli esterni, parte II, capo II, art. 6, p. 30, OE XXIX 60.

13 Regolamento dell’ Oratorio ... per gli esterni, parte I, capo I, art. 1 e 7, p. 5 e 6, OE XXIX 35 e 36.

14 Regolamento dell’ Oratorio... per gli esterni, parte II, capo II, art. 5, p. 30, OE XXIX 60.

15 Cfr. ad esempio MO (1991) 123-124, L’ Oratorio nel 1842.

16 MO (1991) 133.

17 MO (1991) 134-146.

18 MO (1991) 125.

19 Regolamento dell’ Oratorio... per gli esterni, parte II, capo II, art. 2, p. 29, OE XXIX 59.

20 MO (1991) 133.

21 Deliberazioni del terzo e quarto capitolo generale della Pia Società Salesiana tenuti in Valsalice nel settembre 1883-86. S. Benigno Canavese, Tipografia Salesiana 1887, p. 22, OE XXXVI 274. I testi si ricollegano a espressioni già contenute nella citata circolare del 20 dicembre 1851: "quella parte di gioventù, che per incuria de’ genitori, per consuetudine di amici perversi, o per mancanza di mezzi di fortuna trovasi esposta a continuo pericolo di corruzione"; "giovani oziosi e malconsigliati" (Em I 139).

22 Em I 139.

23 Deliberazioni del terzo e quarto capitolo generale..., art. 7 e 8, p. 24, OE XXXVI 276.

24 G. Chiosso, Don Bosco e l’oratorio..., in M. Midali (Ed.), Don Bosco nella storia..., p. 302.

25 Deliberazioni del terzo e quarto capitolo generale..., p. 24, OE XXXVI 276.

26 Regolamento dell’ Oratorio... per gli esterni, parte I, capo I, art. 2, p. 5, OE XXIX 35.

27 Regolamento dell’ Oratorio... per gli esterni, parte I, capo VIII Dei catechisti, art. 16-17, p. 18, OE XXIX 48.

28 Regolamento dell’ Oratorio... per gli esterni, parte II, capo I, art. 4, pp. 28-29, OE XXIX 58-59.

29 "Ugualmente importante fu il ricorso (come già faceva don Cocchi in Vanchiglia) alla collaborazione di giovani già ben formati in grado di rappresentare, al di là del pur importante aiuto prestato nei catechismi e nell’ animazione del tempo libero, un modello pedagogico significativo per ragazzi abituati ad ambienti ed a modi di vita ben diversi" (G. Chiosso, Don Bosco e l’ oratorio..., in M. Midali (Ed.), Don Bosco nella storia..., p. 302).

30 Cenno storico..., in P. Braido (Ed.), Don Bosco nella Chiesa..., p. 36, 41, 52.

31 Cenni storici..., in P. Braido (Ed.), Don Bosco nella Chiesa..., p. 65, 66, 69, 81.

32 MO (1991) 123, 124, 125, 128, 158, 188-189.

33 Di giovani educati in internato don Bosco ha scritto testi significativi: le biografie di Domenico Savio, Michele Magone, Francesco Besucco, che tuttavia rispecchiano più propriamente una sezione di collegio che è soprattutto un "seminario" di vocazioni ecclesiastiche. All’ Oratorio come ospizio artigiano-studentesco si riferiscono alcune pagine del Cenno storico e dei Cenni storici (P. Braido (Ed.), Don Bosco nella Chiesa..., pp. 53-59 e 74-81). Il collegio ha un ruolo importante nel racconto biografico già citato, Valentino o la vocazione impedita (1866) (OE XVII 179-242). Il collegio-ospizio è particolarmente presente a don Bosco nel redigere le pagine sul Sistema preventivo nella educazione della gioventù del 1877. Codificazione di una lunga esperienza "collegiale" è il Regolamento per le case... del 1877, OE XXIX 111-194.

34 Sul collegio e la "collegializzazione" ha scritto P. Stella, Don Bosco nella storia della religiosità cattolica, vol. I, pp. 121-127; Id., Don Bosco nella storia economica e sociale..., pp. 123-157 (Collegi e ospizi in Piemonte e in Liguria 1860-1870), 175-199 (Giovani e adulti convittori a Valdocco 1847-1870), 289-294 (La popolazione giovanile degli altri collegi).

35 In quest’ ottica va letto e interpretato il libro solo apparentemente paradossale di O. Del Donno, Don Bosco, il demolitore dei collegi, l’ antipedagogista di convinzione, l’educatore di vocazione. Bologna, N. U. Gallo 1965, 389 p.

36 Piano di regolamento per la casa annessa all’ Oratorio di S. Francesco di Sales in Valdocco. Scopo di questa, redazione manoscritta del 1852, custodita nell’ Archivio Centrale Salesiano (Roma). Don Bosco ne scriveva anche neiCenni storici: "Fra i giovani che frequentano questi oratori se ne trovarono di quelli talmente poveri ed abbandonati che per loro riusciva quasi inutile ogni sollecitudine senza un sito dove possano essere provveduti di alloggio, vitto e vestito. A questo bisogno si studiò di provvedere colla casa annessa e detta anche Oratorio di S. Francesco di Sales" (Cenni storici..., in P. Braido (Ed.), Don Bosco nella Chiesa..., pp. 74-75).

37 MO (1991) 182.

38 MO (1991) 187.

39 MO (1991) 187-188.

40 Conferenza a Marsiglia del 29 marzo 1883, BS 7 (1883) n. 5, maggio, p. 79.

41 G. Bosco, Valentino..., pp. 21-22, OE XVII 199-200; cfr. l’ intero capo VII Nuovo Collegio. Ritorna alla pietà, pp. 19-25, OE XVII 197-03.

42 Cfr. Regolamento del parlatorio del 1860, MB VI 597-598.

43 Cfr. F. Motto, I "Ricordi confidenziali ai direttori"..., p. 155.

44 Un caso tipico è costituito, come si è detto, dalle progressive limitazioni date alla presenza, all’ interno dell’ Oratorio, dei fedeli che affluivano a Torino per la festa di Maria Ausiliatrice.

45 G. Barberis, Verbali delle sedute capitolari, quad. I, fol. 32v.

46 Regolamento per le case..., parte II, capo I, pp. 59-60, OE XXIX 155-156.

47 Regolamento per le case..., parte II, capo II, art. 5, p. 61, OE XXIX 157.

48 Lett. al principe Gabrielli, giugno 1879, E III 481-482; cfr. anche lett. al can. Guiol di Marsiglia, sett. 1879, E III 520.

49 A. Caviglia, Domenico Savio e Don Bosco. Studio, p. 68.

50 G. Bosco, Cenno biografico sul giovanetto Magone Michele..., p. 57, OE XIII 211.

51 Fonte preziosa, seppure indiretta, per la comprensione del pensiero e dell’azione formativo-vocazionale di don Bosco è il volume di don Almerico Guerra, Le vocazioni allo stato ecclesiastico quanto alla necessità e al modo di aiutarle. Osservazioni pratiche antecedute da alcune avvertenze sulla scarsezza del Clero. Roma, Tip. della Civiltà Cattolica, 1869, pp. IX-334. L’Autore cita spesso con ammirazione don Bosco, i cui collegi chiama "veri seminarii di virtù", che "forniscono buonissimi chierici ed ottimi preti" (p. 76). Don Bosco, ringraziando l’autore dell’omaggio fattogli dell’opera, scrive: "Esso [il libro] è veramente fatto tutto secondo il mio spirito e desidero vivamente che esso corra tra le mani degli educatori della gioventù" (Lettera del 6 giugno 1869, E II 31).

52 G. B. Lemoyne, Verbali delle riunioni capitolari, quad. I, fol. 13r-14r.

53 G. B. Lemoyne, Verbali delle riunioni capitolari, quad. I, fol. 13v, 18r-v, 19r.

54 G. B. Lemoyne, Verbali delle riunioni capitolari, quad. I, fol. 13v.

55 G. B. Lemoyne, Verbali delle riunioni capitolari, quad. I, fol. 17r-v e 18r.

56 G. Barberis, Verbali del secondo capitolo generale (1880), FdB 1857 C10-12.

57 F. Motto, Memorie dal 1841 al 1884-5-6..., p. 106. Scriveva a don Domenico Tomatis in Argentina: "Colla tua esemplare maniera di vivere, colla carità nel parlare, nel comandare, nel sopportare i difetti altrui, si guadagneranno molti alla Congregazione" (lett. del 14 ag. 1884, E IV 337).

È il tema centrale di una "lezione" sul modo di coltivare le vocazioni, impartita famigliarmente ai direttori il 4 febbraio 1876: G. Barberis (E. Dompè), Cronaca, quad. 14, pp. 41-50.

58 F. Motto, Memorie dal 1841 al 1884-5-6…, p. 106.

59 G. B. Lemoyne, Verbali delle riunioni capitolari, quad. I, fol. 33v.

60 Cfr. G. Proverbio, La scuola di don Bosco e l’ insegnamento del latino, nel vol. Don Bosco nella storia della cultura popolare, a cura di F. Traniello. Torino, Sei 1987, pp. 143-185; B. Bellerate, Don Bosco e la scuola umanistica, in M. Midali (Ed.), Don Bosco nella storia..., pp. 315-329.

61 Regolamento per le case..., parte II, capo VI Contegno nella scuola e nello studio, art. 21 e 22, p. 73, OE XXIX 169.

62 Regolamento per le case..., parte I, capo VI Dei maestri di scuola, art. 12 e 14, p. 35, OE XXIX 131.

63 Sulle polemiche sorte in Francia intorno alle tesi integriste di Jean-Joseph Gaume, cfr. D. Moulinet, Les classiques païens dans les collèges catholiques? Le combat de Monseigneur Gaume (1802-1879). Paris, Éditions du Cerf 1995, 485 p.

64 F. Cerruti, Le idee di D. Bosco sull’educazione e sull’insegnamento e la missione attuale della scuola. Lettere due. S. Benigno Canavese, Tip. e libr. salesiana 1886, pp. 4-5.

65 Regolamento per le case..., parte I, capo VI, pp. 33-34, OE XXIX 129-130. Era idea familiare anche a Ferrante Aporti. L’ insegnante deve arrivare a tutti, gli infimi, i mediocri [la media degli alunni, i più], i più capaci. "L’attitudine di un istitutore non si misura dall’aver saputo coltivare gl’ ingegni distinti, ma dall’ aver cavato frutto commendevole da qualunque grado di capacità; si ha per esperto agricoltore non chi ottiene molto frutto da un terreno fertile, ma bensì chi sa fecondare un terreno sterile" (Elementi di pedagogia..., in F. Aporti, Scritti pedagogici, vol. II, pp. 87-88).

66 Cfr. P. Stella, Don Bosco nella storia economica e sociale..., pp. 243-258 (I laboratori di arti e mestieri); L. Pazzaglia, Apprendistato e istruzione degli artigiani a Valdocco (1846-1886), in F. Traniello (Ed.), Don Bosco nella storia della cultura popolare..., pp. 13-80; D. Veneruso, Il metodo educativo di san Giovanni Bosco alla prova. Dai laboratori agli istituti professionali, in P. Braido (Ed.), Don Bosco nella Chiesa..., pp. 133-142; J. M. Prellezo, Don Bosco e le scuole professionali (1870-1887), in M. Midali (Ed.), Don Bosco nella storia..., pp. 331-353.

67 BS 5 (1881) n. 8, agosto, p. 16.

68 Cfr. L. Pazzaglia, Apprendistato e istruzione..., in Traniello (Ed.), Don Bosco nella storia della cultura popolare..., p. 63; J. M. Prellezo, Don Bosco e le scuole professionali..., in M. Midali (Ed.), Don Bosco nella storia..., p. 349.

69 Deliberazioni del terzo e quarto capitolo generale..., pp. 18-22, OE XXXVI 270-274 (Dei giovani artigiani...).

Un’ approfondita ricerca sulla genesi del documento, presentato in edizione critica, è stata condotta da J. M. Prellezo, La "parte operaia" nelle case salesiane. Documenti e testimonianze sulla formazione professionale (1883-1886), RSS 16 (1997) 353-391.

70 E III 561-562; riportato anche in MB XIV 467.

71 G. Barberis, Verbali del primo capitolo generale (1877), quad. III, XXVI sessione, pp. 55-56.

72 MO (1991) 167; cfr. già prefazione alla Storia sacra (1847), p. 5 e 7, OE III 5 e 7.

73 Cfr. P. Braido, L’ inedito "Breve catechismo pei fanciulli ad uso della diocesi di Torino" di don Bosco, pp. 7-8.

74 Cfr. lo studio monografico di N. Cerrato, La catechesi di Don Bosco nella sua "Storia sacra". Roma, LAS 1979. Sono messi in evidenza i significativi cambiamenti succedutisi dalla prima edizione del 1847 alla seconda e terza del 1853 e 1863.

75 Di don Bosco "l’uomo della condivisione", dell’ "incarnazione" e fautore di "un altro tipo di prete", ha parlato e scritto M. Guasco, Don Bosco nella storia religiosa del suo tempo, in Don Bosco e le sfide della modernità, pp. 32-33.

76 Cfr. P. Braido, Un "nuovo prete" e la sua formazione culturale secondo don Bosco. Intuizioni, aporie, virtualità, RSS 8 (1989) 7-55.

77 Regulae Societatis S. Francisci Salesii. Romae, Typis S. C. de Propaganda Fide 1874, caput XIV, art. 8, p. 35, OE XXV 287, ripetuto nella ristampa del marzo successivo, OE XXV 329.

78 Consultazione per una Congregazione particolare, mese di marzo, anno 1874, p. 12, OE XXV 398.

79 Cfr. P. Braido, L’ idea della Società Salesiana nel "Cenno istorico" di don Bosco del 1873/74, RSS 6 (1987) 261-267, 289-301.