Aperuit illis

La riscoperta centralità della Bibbia


Brunetto Salvarani

Studio l’ebraico, leggo la Bibbia. Alcune pagine, alcune parole mi hanno rivelato qualcosa della loro verità e mi hanno istigato a darne notizia.
Non ho adattato il testo a una interpretazione, ne sono stato invece piegato. La Bibbia è almeno una letteratura e il Dio di Israele è se non altro il più grande personaggio dei tempi». Difficile dire meglio dello scrittore partenopeo Erri De Luca – qui dal suo Una nuvola come tappeto – impegnato da anni in un coraggioso lavoro di scavo nel testo biblico: di cui cerca di restituire il più fedelmente possibile il dipanarsi del linguaggio originale, quasi un calco dall’ebraico. Del resto, per capirci, e per comprendere qualcosa della cultura nella quale siamo stati formati (ed è stato forgiato, con molti altri apporti beninteso, ciò che chiamiamo occidente), non possiamo che guardare alla Bibbia.
Eppure… Eppure è un rapporto decisamente singolare, quello fra gli italiani e la Bibbia, stando a quanto emergeva, qualche anno fa, in un’indagine presentata in un libro omonimo (Gli italiani e la Bibbia, Edb 2014) dal sociologo Ilvo Diamanti e condotta da Demos & Pi. Al tempo stesso intenso e distaccato, ma anche frequente e intermittente, competente e lacunoso. Libro non più assente, almeno fisicamente, se otto connazionali su dieci sostengono di possederne in famiglia almeno una copia: anche se averla in casa non significa automaticamente leggerla, né tantomeno conoscerla. Con qualche sorpresa, peraltro, rispetto alle tradizionali ricerche che – nel corso dell’ultimo quarto di secolo – ci hanno regolarmente consegnato l’idea di un analfabetismo biblico più o meno di ritorno (considerando qualche rudimento appreso in gioventù nelle aule di catechismo), se due italiani su tre dichiarano di averla letta, almeno parzialmente; o almeno consultata, o sentita recitare o citare.
In un festival di piazza, semmai, o alla Tv; più di rado sul Web, che pure offre numerose possibilità di venire a contatto con essa. Rapporto singolare, si diceva, anche perché la Bibbia stessa è un’opera letteraria sui generis, pervasiva e universale e insieme specifica.

Stabilisco che...

«Stabilisco» che «la III domenica del tempo ordinario sia dedicata alla celebrazione, riflessione e divulgazione della Parola di Dio». Così papa Francesco, nella Lettera apostolica in forma di Motu Proprio Aperuit illis, emanata a fine settembre nella memoria liturgica di san Girolamo, grande traduttore della Scrittura nel latino della Vulgata (il titolo richiama Lc 24,45 «aprì loro» la mente per comprendere le Scritture, l’episodio è quello dei discepoli di Emmaus).
Bergoglio ricorda che, a conclusione del Giubileo della misericordia, aveva indicato l’ipotesi di una domenica dedicata interamente alla Parola di Dio, per cui il Motu Proprio rappresenta la felice risposta alle tante richieste giunte «da parte del popolo di Dio, perché in tutta la Chiesa si possa celebrare in unità di intenti la Domenica della Parola di Dio». La domenica scelta, la terza del tempo ordinario, non è un giorno qualsiasi ma, come precisa Francesco, si colloca «in un momento opportuno di quel periodo dell’anno, quando siamo invitati a rafforzare i legami con gli ebrei e a pregare per l’unità dei cristiani» (il 17 gennaio è la Giornata del dialogo con gli ebrei, che precede immediatamente la tradizionale Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani). Non dunque «una mera coincidenza temporale: celebrare la Domenica della Parola di Dio esprime una valenza ecumenica, perché la Sacra Scrittura indica a quanti si pongono in ascolto il cammino da perseguire per giungere a un’unità autentica e solida». Dal papa parte allora l’invito alle comunità a vivere questa Domenica come un giorno solenne, intronizzando il testo santo (meglio che sacro, aggettivo sempre problematico).
In quella domenica i vescovi potranno celebrare il rito del lettorato, e sarebbe fondamentale, sottolinea il papa argentino, che «si preparino alcuni fedeli ad essere veri annunciatori della Parola con una preparazione adeguata» mentre i parroci potranno trovare forme per la consegna della Bibbia, o di un suo libro, a tutta l’assemblea.
Non va dimenticato, peraltro, per comprendere a fondo la portata della proposta pontificia, quanto scrive la costituzione conciliare Dei Verbum, dedicata al tema della Rivelazione: che la Scrittura, nell’unità dei due Testamenti (DV16), contiene e trasmette la Parola di Dio come frutto di un’operazione nello Spirito santo e dello stesso Spirito («Le sante Scritture contengono la parola di Dio e, poiché ispirate, sono veramente parola di Dio», DV 24). Per questo, la Bibbia «deve essere letta e interpretata con l’aiuto dello stesso Spirito mediante il quale è stata scritta» (DV 12). La Parola di Dio, infatti, non è racchiusa semplicemente tra le pagine di un libro, per quanto santo e venerabile, ma diffusa nella storia, discernibile nel fratello, soprattutto nel povero (Mt 25,31-46), riconoscibile in eventi storici ed esistenziali e testimoniata nella carità. Ciò significa che l’ascolto della Parola di Dio nella Scrittura non coincide con la pura e semplice lettura di frasi scritturistiche, e che solo un approccio intelligente, fatto di studio e di pazienza, può liberarci da – ricorrenti e oggi molto in voga – tentazioni di letture fondamentaliste della Scrittura.

In realtà per secoli l’abbiamo trascurata

Ci si dovrebbe ora legittimamente domandare, in attesa della prossima celebrazione della prima edizione della Domenica della Parola di Dio, i motivi per cui, in un Paese come il nostro dove – crocianamente – «non ci si può non dire cristiani», in realtà per molti secoli ci si è potuti dire tali, pur senza essere uomini e donne radicati nella Bibbia.
Prima della diffusione della stampa, per la verità, è verosimile supporre una certa familiarità con i materiali biblici, anche a partire dalla visione della Biblia pauperum rappresentata dall’arte a disposizione del popolo. Le facciate delle austere medievali cattedrali romaniche, ad esempio, o i cicli di affreschi delle cappelle di quelle gotiche, svolgevano infatti tale funzione di exempla scolpiti o dipinti. Ma è anche difficile immaginare un’approfondita ricezione della Divina Commedia – per andare su un caso letterario eclatante – senza poterne intuire, se non tutte, almeno molte delle allusioni scritturistiche presenti. Gli stessi Umanesimo e Rinascimento si avvalgono largamente dell’immaginario biblico. La cesura decisiva, per ciò che ne concerne una conoscenza diffusa, avviene proprio in quegli anni: tempo di concilio in quel di Trento (1545-1563), e di messa in atto da parte romana di una risoluta strategia difensiva nei confronti di Lutero. È qui che il magistero cattolico decide di prendere decisamente le distanze da quanto caratterizza il verbo protestante, autoimpedendosi – de facto – di cogliere la novità che stava maturando in tante coscienze formatesi nel milieu umanista: l’opportunità di un approccio diretto con i passi biblici tradotti nelle lingue nazionali, in funzione di una migliore loro comprensione e di una vita più coerente sul piano evangelico. La maggioranza dei padri conciliari tridentini, al contrario, si attestò sulla posizione del teologo Alfonso de Castro, che nella seduta del 9 marzo 1546 aveva dichiarato la traduzione della Bibbia in volgare «madre e fonte dell’eresia». E se nel decreto finale sulle Sacre Scritture la questione della legittimità dell’uso della loro versione in volgare resta sottotraccia, in occasione della stesura dell’Indice dei libri proibiti (1559) si giungerà a diffidare direttamente i fedeli, fino a vietarne loro il possesso personale e il contatto diretto. L’approccio al testo biblico nelle lingue nazionali era ammesso viris tantum doctis, che possedessero una licenza scritta del vescovo o dell’inquisitore. Si creavano così le premesse per rendere la Bibbia sostanzialmente impossibile da frequentare, in ambito cattolico: al contrario di quanto accadrà, di norma, nelle nazioni che avevano accettato la Riforma e nelle comunità ebraiche, dove anzi essa assurgeva a patrimonio comune, entrando anche nelle famiglie e negli ambienti formativi. Nei secoli seguenti non mancheranno altre autorevoli condanne esplicite: da quella di papa Clemente XI in relazione ad alcune tesi del Quesnel assai avanzate (1713) a quella di Pio VI riferita al Sinodo di Pistoia, che aveva valutato non solo buona ma anche necessaria la lettura biblica da parte di ogni cristiano (1799).
Curiosa, in tale direzione, la reprimenda in rima di un domenicano pavese contro le traduzioni: «A asinello reca fava ad mancare / ad omini ignoranti la Bibbia per vulgare». Nonostante circolassero in italiano alcune traduzioni che diverranno celebri (da quella del calvinista lucchese Giovanni Diodati, stampata da esule a Ginevra nel 1607, a quella dell’abate pratese Antonio Martini, uscita a Firenze tra il 1782 e il 1792) e nella Francia percorsa dalla sensibilità calvinista e ugonotta si avviassero persino i
primi studi critici biblici (con Richard Simon), nel cuore della stagione illuminista un pontefice come Benedetto XIV (1740-1758) arrivava a proclamare pubblicamente che una versione in italiano della Scrittura avrebbe potuto condurre a infiniti errori il popolo, capace al massimo di comprendere le parole, ma non di intenderne il senso autentico.
È indubbio, pertanto, che l’Italia, chiusa al potenziale confronto fecondo con la ricerca scientifica di marca protestante, vada annoverata tra le nazioni biblicamente sottosviluppate in un’ideale geografia postridentina: con ristrette e frammentarie eccezioni, da un certo uso della Bibbia in qualità di supporto catechistico alla diffusione delle storie sacre (nel giansenismo e nell’illuminismo cattolico), alla cultura popolare contadina, con le devozioni e i misteri di Gesù. Poco dopo la fine del concilio Vaticano I, poi, si aboliranno le facoltà teologiche ancora esistenti nelle università dello stato (la legge è del gennaio 1873), con un palese disinteresse da parte del mondo cattolico. Si sanciva, in tal modo, la frattura ufficiale tra chiesa e mondo accademico laico, destinata a non ricomporsi per parecchi decenni: un Tevere sempre più largo, d’altra parte, rappresenterà il miglior viatico – beninteso, in negativo – per l’affermazione di un doppio, opposto ma in fondo convergente integralismo, con l’opzione laicista da una riva, e quella clericale dall’altra, entrambe impegnate a rendere la Bibbia un vero e proprio libro assente anche in ambito culturale. Per sintetizzare, potremmo dire che nella formazione religiosa comune si è badato sempre più al dogma che alla conoscenza, alla catechesi piuttosto che alla ricerca dentro il testo sacro.

La Bibbia è libro del popolo

Il nostro excursus storico si può arrestare al momento della prima rinascita, segnata simbolicamente dal sorgere nel 1909 del Pontificio Istituto Biblico e dalla stessa Dei Verbum (1965). Quando, dopo l’esilio plurisecolare di cui si è detto, grazie al Vaticano II, la Parola di Dio ha – almeno potenzialmente – ritrovato la sua centralità nella vita della chiesa cattolica. Certo, il cammino è ancora lungo. Si legge, significativamente, nella Aperuit illis: «La Bibbia non può essere solo patrimonio di alcuni e tanto meno una raccolta di libri per pochi privilegiati.
Essa appartiene, anzitutto, al popolo convocato per ascoltarla e riconoscersi in quella Parola. Spesso, si verificano tendenze che cercano di monopolizzare il testo sacro relegandolo ad alcuni circoli o a gruppi prescelti. Non può essere così. La Bibbia è il libro del popolo del Signore che nel suo ascolto passa dalla dispersione e dalla divisione all’unità. La Parola di Dio unisce i credenti e li rende un solo popolo» (n. 4). E poi, per spiegare ancor meglio il senso dell’iniziativa: «Il giorno dedicato alla Bibbia vuole essere non una volta all’anno, ma una volta per tutto l’anno, perché abbiamo urgente necessità di diventare familiari e intimi della Sacra Scrittura e del Risorto, che non cessa di spezzare la Parola e il Pane nella comunità dei credenti. Per questo abbiamo bisogno di entrare in confidenza costante con la Sacra Scrittura, altrimenti il cuore resta freddo e gli occhi rimangono chiusi, colpiti come siamo da innumerevoli forme di cecità» (n. 8).
La rilevanza della Bibbia, del resto, non riguarda soltanto aspetti legati alla fede o alla cultura. Seguendo una suggestione del cardinal Carlo Maria Martini in un suo intervento del 2002 (La parola di Dio nel futuro dell’Europa), in una società di laicità matura si può evidenziarne anche il carattere di libro che educa: non solo come libro letterario ma anche come testo sapienziale, «che esprime la verità della condizione umana, di qualunque continente e cultura, può sentirsi specchiata almeno in qualche parte di esso», e come libro narrativo. In tale direzione, lo è «perché descrive le vicende di un popolo nell’ambito di altri popoli attraverso un cammino progressivo di liberazione, di presa di coscienza, di crescita di responsabilità del soggetto individuale, fornendo un paradigma storico valido per l’intera storia dell’umanità».
Un altro motivo per approfondire e divulgare la Bibbia, infine, è che solo a partire da essa sarà possibile far avanzare il faticoso cammino del dialogo ecumenico. La Bibbia, nonostante la diversità dei canoni e la varietà delle letture, accomuna le grandi e piccole famiglie del cristianesimo, ed è un segnale consolante il fatto che proprio nell’ambito dell’esegesi siano stati compiuti passi notevoli in funzione di una lettura ecumenica della Parola di Dio (si pensi, per fare solo un esempio, al buon impatto ottenuto dalla Traduzione Interconfessionale in Lingua Corrente, uscita nel 1985). Sia benvenuta, dunque, la Domenica della Parola di Dio! Occasione preziosa – non possiamo che augurarcelo – per fare un passo avanti: nella comprensione della Bibbia, certo, ma anche nella comprensione di noi stessi, grazie alla Bibbia.

(Rocca n° 22/2019)