Il Sistema Preventivo (M. Vojtas)

Il Sistema Preventivo

Michal Vojtas *


La migliore forma concreta del Sistema Preventivo è la storia educativa e la persona stessa di don Giovanni Bosco. I suoi scritti spiegano solo in parte la ricchezza di esperienze e di sfumature del suo metodo educativo, che verso la fine della vita denominò "Sistema Preventivo". Alcuni principi di base sono descritti nel breve "trattatello" il Sistema Preventivo nell'educazione della gioventù del 1877, essi vanno, però, compresi entro una cornice ricca di altri testi narrativi, educativi, motivazionali e disciplinativi. I testi spiegano spesso la realtà educativa, le buone pratiche in uso oppure descrivono gli allievi esemplari che vengono "raccontati" per essere di ispirazione a un lettore concreto. La non esistenza di un trattato teorico dell'educazione ci può portare, quindi, due messaggi principali: la priorità della persona di don Bosco educatore e l'educazione salesiana intesa come una tradizione viva.

Giovanni Bosco racconta gli inizi del suo impegno educativo a Torino, nel dicembre del 1841, come un incontro reale con un ragazzo reale - Bartolomeo Garelli. Un inizio fatto di comprensione e dialogo, comprensione della persona e una semplice proposta di catechismo e gioco durante i giorni festivi. Aggiungendosi altri compagni e conoscendo la loro realtà di apprendisti in una città che vive la prima industrializzazione, don Bosco guarda più in là verso il futuro di quei giovani e propone loro l'insegnamento serale. L'opera cresce e progressivamente si aggiunge un piccolo convitto. Più tardi don Bosco apre a Valdocco i propri laboratori e delle classi di liceo.
La successiva crescita vertiginosa di opere educative salesiane in Piemonte, in Italia, in Europa e dal 1875 anche in America Latina fu guidata, secondo le stesse espressioni di don Bosco, sia dalle ispirazioni interiori sia dalle esigenze delle situazioni concrete.
L'educazione, come si può vedere dalla sua vita, non è una professione, non è solo una passione, non è soltanto un ambito, ma è una vocazione che ispira, trasforma e infiamma tutta la sua esistenza.
Per capire la sua prassi non basta descrivere solo le sue attività e i gesti educativi, ma connetterli alle motivazioni di fondo e alla sua spiritualità che giocano un ruolo fondamentale nella formazione del suo mondo interiore. Dice lui stesso: "Ho promesso a Dio che fino al mio ultimo respiro avrei vissuto per i miei poveri giovani: studio per voi, lavoro per voi, sono anche pronto a dare la mia vita per voi; ricordatevi che qualunque cosa io sia, lo sono stato interamente per voi, giorno e notte, mattina e sera, in ogni momento".
Così ogni educatore che si ispira a don Bosco non può non cambiare se stesso mentre educa e sta con i giovani. Seguendo i passi di don Bosco, è come un artista che ha bisogno di toccare direttamente la realtà oggettiva per incidere su di essa nella ricerca di senso e di bellezza. Il sistema Preventivo è quindi una forma di attività nella quale l'artista modifica anche se stesso mentre realizza il suo impegno.
Ciò che lo spinge a operare è un fuoco interiore, un'ispirazione ideale, una passione del suo cuore. Giustamente Giovanni Paolo II ha chiamato don Bosco educatore un "genio del cuore".

Assistenza amorevole armonizzata con la pedagogia dei doveri

Ci sono alcuni tratti essenziali che danno un tocco inconfondibile al Sistema Preventivo vissuto e praticato in contesti spaziotemporali molto diversi. In don Bosco il principio metodologico di base per agire da "artista dell'educazione" è stato il principio del84 l'amorevolezza: costruire fiducia, confidenza e amicizia attraverso un atteggiamento non facile di farsi prossimo ai giovani rispetto a tutta la loro vita. L'amorevolezza è quella bontà simpatica, quotidiana, affettiva ed effettiva nel desiderare il bene per la persona del giovane. Don Bosco raccomanda che gli educatori "come padri amorosi parlino, servano di guida a ogni evenienza, diano consigli e amorevolmente correggano". Secondo diversi bisogni e situazioni l'amorevolezza è patema, materna, fraterna o amicale e ha per effetto l'autenticità del rapporto educativo che così può trasformare non solo le conoscenze e le abitudini, ma anche il cuore - nucleo motivazionale profondo della persona. L'arte di educare, stando vicini ai giovani e alle loro situazioni personali, è un impegno serio, perciò esclude una logica di part time e implica tutta la persona dell'educatore che si dona, anzi, si consacra al bene dei giovani e del loro futuro.
La traduzione concreta dell'amorevolezza dell'educatore viene chiamata assistenza, cioè la prossimità al giovane e al suo mondo.
L'educatore salesiano sa che deve passare tanto tempo insieme ai giovani per conoscere i loro bisogni semplici e profondi, quotidiani ed esistenziali. Non si affida solo alle statistiche, ma alla conoscenza personale e così partecipa non solo ai momenti strettamente educativi, ma anche alle attività espressive del tempo libero. Così i giovani, "che essendo amati in quelle cose che loro piacciono col partecipare alle loro inclinazioni infantili, imparino a veder l'amore in quelle cose che naturalmente lor piacciono poco; quali sono la disciplina e lo studio". L'assistenza oltre a permettere di conoscere i giovani è una presenza attiva, attraverso la quale l'educatore dà vita ai momenti in comune, previene fenomeni negativi ed entra a far parte delle dinamiche del gruppo giovanile. Verso la fine della sua vita don Bosco raccomanda: "Chi sa di essere amato ama e chi è amato ottiene tutto specialmente dai giovani. Questa confidenza mette una corrente elettrica fra i giovani e gli educatori. I cuori si aprono e fanno conoscere i loro bisogni e palesano i loro difetti. Quest'amore fa sopportare ai superiori le fatiche, le noie, le ingratitudini, i disturbi, le mancanze e le negligenze dei giovani" (cfr. G. Bosco, Lettera da Roma del 1884).
Nella vita di don Bosco educatore è sempre presente una tensione alla crescita, e l'amorevolezza si traduce operativamente anche nell'atteggiamento dell'obbedienza fiduciosa, ma seria, del giovane verso l'educatore. Il Sistema Preventivo ha una forte componente di pedagogia dei doveri che vanno assunti e capiti nella loro funzione di miglioramento della vita attuale e futura del giovane.
Lo studio, la formazione professionale, le responsabilità per la vita comune, le virtù relazionali richiesti da uno standard alto di vita comunitaria così come i doveri morali e religiosi sono l'orizzonte dove si colloca l'efficacia dell'amorevolezza. C'è un dettaglio che è indispensabile per l'educazione salesiana: le regole, che devono essere ragionevoli, valgono per tutti, educatori compresi. Così la pedagogia della festa e della gioia, che permette la presenza e la conoscenza vicendevole dell'educatore e del giovane, si combina sinergicamente con la pedagogia dei doveri che punta a un ideale alto di vita attuale e futura.

I principi della ragione e della religione e gli ideali dell'onesto cittadino e del buon cristiano

L'amorevole vicinanza al giovane e l'adempimento dei propri doveri vanno collocati in un orizzonte valoriale più ampio che è definito da don Bosco secondo le coordinate della ragione e della religione. Egli specifica: "La carità è benigna e paziente; soffre tutto, ma spera tutto e sostiene qualunque disturbo. Perciò soltanto il cristiano può con successo applicare il Sistema Preventivo. Ragione e Religione sono gli strumenti di cui deve costantemente far uso l'educatore, insegnarli, egli stesso praticarli" (G. Bosco, Sistema Preventivo nell'educazione della gioventù).
Le energie della semplice simpaticità dell'educatore e delle sue strategie empatiche non bastano; per educare e dedicarsi ai giovani fino in fondo occorre apertura alla sorgente più profonda delle energie motivazionali dell'educatore, risvegliate dai valori vissuti insieme. Per questo il Sistema Preventivo non è solo uno stile di educazione, ma anche una spiritualità.
La ragione e la religione non danno solo un elenco di valori ma segnano profondamente i processi educativi. L'educatore salesiano fa riferimento alla ragione, spiega i suoi interventi, motiva con esempi pratici, organizza gli ambienti in un modo razionale ed efficace, anche attraverso la divisione dei ruoli educativi - il direttore inteso come padre, con la responsabilità di tutta l'istituzione educativa, e i responsabili con diverse responsabilità all'interno dell'istituzione- famiglia. Nello stesso modo, il principio religioso accompagna i processi di crescita dei giovani. I momenti di preghiera personalizzano il rapporto con Dio e la confessione fa risaltare la vita etica con i suoi dilemmi. Il giovane è accompagnato dall'educatore- confessore a personalizzare il proprio cammino cristiano di conversione da dinamiche distruttive di peccato, costruendo una vita di virtù. Per don Bosco, oltre la confessione, l'edificio educativo si costruisce anche sull'Eucaristia intesa come incontro con Dio nella sua Parola e nella persona di Cristo nella comunione. In una bellissima espressione, san Giovanni Paolo II indica "la Fede e la ragione come le due ali con le quali lo spirito umano s'innalza verso la contemplazione della verità". Similmente per don Bosco la religione e la ragione fanno camminare il giovane nel cammino sia della conoscen87 za-istruzione, sia della maturazione della vita di fede per diventare buon cristiano e onesto cittadino.
I principi della ragione e della religione influiscono anche sulla concezione della prevenzione. Ogni educazione preventiva può percorrere sostanzialmente due strade. Nella prima ci si incammina nella direzione del prevenire un disagio concreto come la criminalità giovanile, l'agire aggressivo, il bullismo, le dipendenza da sostanze, ecc. Nella seconda direzione, invece, l'educatore s'incammina verso un'educazione preventiva integrale che vuole educare un "uomo buono" e così prevenire in genere le situazioni a rischio e i comportamenti di devianza. Don Bosco ha percorso la seconda direzione del cammino preventivo, ha adottato e attualizzato la visione cristiana dell'uomo e l'ha espressa nella sintesi antropologica del buon cristiano e dell'onesto cittadino.

Pedagogia narrativa della relazione educativa salesiana

La metodologia educativa di don Bosco si esprime meglio nella sua concretezza, nei racconti esemplari delle vite di alcuni giovani dell'Oratorio di Valdocco, come san Domenico Savio, Francesco Besucco e Michele Magone.
Don Bosco, in quanto educatore paradigmatico delle narrazioni da lui riportate, comincia a costruire la relazione educativa attraverso la creazione di un canale comunicativo affettivo, attraverso l'accoglienza piena e cordiale del giovane. L'atteggiamento disponibile ed empatico è accompagnato da un'offerta della possibilità di sviluppare i propri doni e talenti in un percorso educativo salesiano.
Nell'incontro si suscita intenzionalmente attesa, desiderio, entusiasmo prospettando una soluzione concreta, un nuovo orizzonte di speranza che vada oltre la situazione del giovane, così come appare di primo impatto e che magari sembra non avere sbocchi per il futuro.
In un secondo momento l'educatore salesiano stimola e motiva nel giovane la corrispondenza, la buona volontà e l'impegno, fino alla formulazione di una "promessa" che esprime l'affidamento confidente del giovane nel rapporto educativo dalla relazione affettiva e dal senso di riconoscenza. L'educatore inserisce poi il giovane nell'ambiente formativo della casa salesiana con le sue proposte ricche di valori, di relazioni umane, di attività e di stimoli educativi. Nei ritmi di vita e nel regolamento si dosano in equilibrio i doveri, i tempi di divertimento e le proposte di spiritualità. L'educatore, attraverso l'accompagnamento personalizzato, agisce come padre, maestro e amico stimolando la maturazione del giovane.
Nella terza fase del racconto, don Bosco riporta le diverse crisi evolutive di natura culturale, relazionale, morale o spirituale che il giovane incontra nella sua vita. Esse sono un'occasione che l'educatore valorizza, promuovendo la presa di coscienza di sé, della propria situazione nel confronto con l'ambiente, dei valori, potenziando emozioni, sentimenti, reazioni psicologiche, morali e spirituali; semplificando, facilitando, incoraggiando e offrendo prospettive di soluzione. Infine il giovane è aiutato a elaborare una nuova sintesi interiore nella logica del dono totale a Dio. Il processo di maturazione è facilitato dall'educatore che non si sostituisce al giovane, ma lo orienta ad appropriarsi di un sistema di valori superiore, al quale egli liberamente decide di aderire, con convinzione, totalità e gusto.
Alla soluzione della crisi seguono, come un'ultima tappa narrativa, le descrizioni degli itinerari educativi intrapresi dai giovani protagonisti sotto la guida dell'educatore. Di là dalle diverse accentuazioni, si può facilmente constatare l'impianto unitario del programma formati89 vo delineato da don Bosco in queste biografie. C'è un accento sulla pedagogia del dovere, sull'uso scrupoloso del tempo e sulla diligenza nell'adempimento degli impegni dello studio e del lavoro. Il dovere si coniuga con una pedagogia della gioia che trova espressione tipica nei momenti di svago e di spontaneità. La gioia trova la sua radice profonda nella pace con Dio e con la propria coscienza, nella pratica regolare dei sacramenti della confessione e della comunione e nella confidenza con il direttore-confessore. Un terzo componente è la pedagogia dell'impegno che fa del giovane il protagonista, non solo della sua stessa crescita, ma di tante forme di servizio verso il prossimo, di belle amicizie e dell'ardore per il bene materiale e spirituale di tutti.

Educazione salesiana in oratorio, a scuola e in convitto

Se l'educazione salesiana vuol essere preventiva in senso propositivo, ha bisogno di ambienti che incarnino i valori propositivi portati dall'antropologia di riferimento e che creino il contesto per il rapporto educativo tra il giovane e l'educatore. Se non c'è un ambiente propositivo, si rischia spesso di educare solo la ragione, parlando di valori che non hanno sapore, storia e volto concreto. Don Bosco educa in una casa salesiana che accoglie i giovani e offre loro, proprio perché è una casa concreta, un'armonia di valori che ordina la vita reale.
La prima casa salesiana, che diede inizio a tutte le altre, fu l'Oratorio di San Francesco di Sales fondato nel quartiere Valdocco di Torino. L'ambiente educativo costruitovi fu la risposta pastorale di don Bosco alle necessità degli adolescenti e dei giovani più bisognosi nella metà del XIX secolo. Assieme al catechismo, offriva un sano divertimento, l'istruzione elementare e delle competenze di lavoro per la vita. Seguendo don Bosco si può affermare che l'oratorio sia un'opera di mediazione, di vera frontiera tra Chiesa, società urbana e fasce popolari giovanili, che garantisce la ricerca e il contatto reale con i giovani in un ambiente molto flessibile.
I principi ispiratori dell'oratorio salesiano non cambiano nel tempo, ma le esigenze dei giovani e le situazioni della loro vita esigono l'adattamento e la crescita di alcune qualità dell'ambiente. Dall'iniziale lezione di catechismo combinata con le attività ricreative si passa alla presenza - partecipazione nell'intera vita del giovane, con la cura delle sue necessità, dei suoi problemi e delle sue opportunità. Da un oratorio aperto solo nei giorni festivi si sviluppa, agli inizi del XX secolo, una casa a tempo pieno che si prolunga nel corso della settimana con contatti personali e attività diversificate. Il semplice insegnamento di contenuti catechistici progredisce verso un programma educativo - pastorale di tutte le dimensioni di vita del giovane nelle quali egli stesso è protagonista.
La formazione professionale e la scuola salesiana nascono all'interno dell'Oratorio di Valdocco per rispondere alle necessità concrete dei giovani. Don Bosco, animato dal desiderio di garantire dignità e futuro ai suoi giovani, diede vita ai laboratori di arti e mestieri, aiutando nello stesso tempo i giovani nella ricerca di lavoro e procurando loro contratti, per impedire che venissero sfruttati. Con la stessa attenzione don Bosco allargò il suo impegno promuovendo la nascita delle scuole salesiane. Intuiva che la scuola è strumento privilegiato per l'educazione, un luogo d'incontro tra cultura e fede dove si forma la personalità del giovane, perché trasmette una concezione del mondo, dell'uomo e della storia. Le scuole salesiane sono spesso accompagnate da un convitto che consente la permanenza dell'alunno durante l'intero arco della giornata. È un ambiente all'interno del quale i ragazzi sono accompagnati costantemente da un'équipe di educatori.
Il convitto è un ambiente educativo privilegiato per una pedagogia dell'assistenza amorevole e preventiva che accompagna il giovane tra il tempo dello studio e quello ricreativo, sportivo e spirituale.

Famiglia educativa e lavoro in rete

Il Sistema Preventivo nasce come esperienza educativa di Giovanni Bosco, ma non rimane lontano nel tempo. Diventa il paradigma di una tradizione, un modo di vedere preventivamente l'educazione a scuola, in convitto e nell'oratorio salesiano. L'educatore non è lasciato a se stesso, ma è chiamato a creare una comunità che coinvolge, in clima di famiglia, giovani e adulti, genitori e educatori, fino a diventare esperienza di Chiesa (cfr. Cost. 44). Fin dai primi tempi dell'Oratorio, don Bosco costituisce attorno a sé una comunità famiglia nella quale gli stessi giovani erano protagonisti. Oggi, rispetto ai tempi di don Bosco, siamo in un mondo di valori frammentati che isola le persone in un individualismo solipsistico. Si sente un bisogno urgente di creare comunità educative con valori condivisi e di svilupparle in cerchi concentrici, nei quali i giovani sono al centro. Le attività educative più significative si articolano come una rete: i giovani, le famiglie, la comunità salesiana e i collaboratori creano dalla casa salesiana un punto di aggregazione delle forze sociali esistenti sul territorio e partecipa "all'impegno della Chiesa per la giustizia e per la pace" (Cost. 33).

* Docente di Pedagogia Salesiana all'Università Pontificia Salesiana e direttore del Centro Studi Don Bosco dell'Università Pontificia Salesiana.

(FONTE: Ángel Expósito - DON BOSCO OGGI. Intervista a don Ángel Fernández Artime, decimo successore di don Bosco - LEV 2015)